La Guerra Del Vespro Siciliano Vol 1 Un Periodo Delle Storie Si

Chapter 8

Chapter 83,644 wordsPublic domain

[41] A proposito de' mali consiglieri di re Carlo, è da ricordare un diploma del principe di Salerno, dato di Nicotra il 22 giugno 1283. Dietro lo scoppio del vespro, la casa di Angiò volle gittar sui ministri tutto il carico del mal governo. Il principe dunque di Salerno, erede presuntivo della corona, denunziò a' popoli del regno di terraferma quattro Marra fratelli, e due Rufulo padre e figliuolo «inventori di tutti i modi di spogliare i popoli, pei quali la Sicilia s'era ribellata. Or io, conchiudea, li punisco.» Da' Mss. della Bibl. com. di Palermo Q. q. G. 1, pubblicato dal sac. Niccolò Buscemi nella vita di Giovanni di Procida, Docum. 5.

[42] Saba Malaspina, cont. pag. 331, 332.

Bart. de Neocastro, cap. 12.

Nic. Speciale, lib. 1, cap. 11.

Anon. chron. sic. loc. cit.

D'Esclot, cap. 88.

Al proposito della estrema cura di Carlo pe' suoi orti si legge un curioso diploma dell'8 febb. 1278 a Adamo Morhier vicario in Sicilia, cui il re raccomandava il palagio e il giardin di Palermo, e que' della Cuba, dell'Assisa, della Favara, e del Parco; nel r. archivio di Napoli, reg. segnato 1268, A, fog. 37 a t. Ivi a fog. 37 è un altro diploma del 5 febb. a un Giordano detto Marzono per la custodia de' palagi e giardini medesimi.

[43] Capitoli del regno di Napoli del 10 giugno 1282.

Il dritto di pascer gli armenti regi era certamente antico sui i feudi; ma Carlo l'abusò, come fece di ogni altra prerogativa della corona.

Saba Malaspina, cont. p. 357.

[44] Capitoli del regno di Sicilia, cap. 28 e 64 di re Giacomo.

Capitoli del regno di Napoli, 10 giugno 1282.

Nic. Speciale, lib. 1, cap. 11.

Bart. de Neocastro, cap. 12.

Saba Malaspina, cont. pag. 331.

[45] Bart. de Neocastro, cap. 12.

Capitoli del regno di Sicilia, cap. 44 di re Giacomo.

Capitoli del regno di Napoli, pag. 26 e seg.

[46] Capitoli del regno di Sicilia, cap. 13 di re Giacomo.

[47] Saba Malaspina, cont. pag. 333.

Capitoli del regno di Napoli, 10 giugno 1282.

[48] Saba Malaspina, cont. pag. 334.

Capitoli del regno di Napoli, 10 giugno 1282.

Epistola di Clemente IV, in Raynald, Ann. ecc. 1267, §. 4.

[49] Saba Malaspina, cont. pag. 334.

Capitoli del regno di Napoli, 10 giugno 1282.

[50] Saba Malaspina, cont. pag. 333.

D'Esclot, cap. 88.

Anon. chron. sic. cap. 40, loc. cit. pag. 155.

Capitoli del regno di Sicilia, cap. 19 e 20 di re Giacomo.

Capitoli del regno di Napoli, pag. 20.

Veggasi ancora il diploma di re Carlo I, a 31 luglio 1276, per le materasse che gli officiali prendeano ai giudici del comune di Messina, in Gallo, Annali di Messina, tom. II, pag. 105.

[51] Nic. Speciale, lib. 1 cap. 11.

[52] Anon. chron. sic. pag. 154.

Bart. de Neocastro, cap. 14.

Nic. Speciale, lib. 1 cap. 2.

Saba Malaspina, cont, pag. 333 e 353.

Rade volte, com'avvien pure, il re prendea a riparare qualche caso particolare. Un diploma del 24 febbraio, non si vede di qual anno, fa scritto al vicario in Sicilia, per le violenze fatte al canonico Stefano d'Ala, e la sua prigionia arbitraria. Nel r. archivio di Napoli, reg. segnato 1268, O fog. 88 a t.

Un altro diploma del 7 maggio quarta Ind. (1276) riguarda un simil caso di Deponto da Nicastro, cui un Raoul de Teretis milite, con una sua masnada, avea cattivato, portato alla Catona, e indi nel castel di Scilla.

[53] Si sa che sotto Federigo imperatore i baiuli erano insieme giudici civili di prima istanza, officiali dell'azienda regia, e magistrati municipali. Par che siano stati sostituiti, forse da Carlo, a questi baiuli i giudici nelle terre demaniali, e i maestri giurati nelle feudali o ecclesiastiche. Questi pel rescritto della conferma della loro elezione pagavano, oltre le mance ai notai, un dritto di tarì d'oro diciotto e mezzo al fisco. Veg. diploma del 13 agosto 1278, docum. II. e conto del giustiziere della Sicilia oltre il Salso, nel reg. del r. archivio di Napoli segnato 1268, O fog. 75, ove è messo a entrata questo dritto.

[54] Che questa non sia una supposizione mia lo attestano tutti gli storici di sopra citati, e gli statuti stessi che promulgò Carlo appresso il vespro. Ricordisi la legge sulla occupazione de' demani citata di sopra, ch'è la sola obbligatoria anche pei Francesi e Provenzali.

In un diploma del 16 aprile 1274, re Carlo commette al vicario di Sicilia, che gli abitanti di Eraclea non sian molestati nè spogliati dai vicini, _che non sono nè Francesi nè Provenzali_; che è una diretta confessione, o almen prova quali suonassero i richiami del pubblico. Tra i Mss. della Bibl. com. di Palermo Q. q. G. 1.

[55] Capitoli del regno di Napoli, pag. 4, 15 marzo 1272.

[56] Questa moneta valea la quarta parte di un'oncia.

[57] Capitoli del regno di Napoli, pag. 10, anno 1269.

[58] Capitoli del regno di Sicilia, cap. 42 del re Giacomo.

[59] Capitoli del regno di Sicilia, cap. 45 del re Giacomo.

Capitoli del regno di Napoli, pag. 21 e 22. Ved. anche un diploma nel r. archivio di Napoli, reg. segnato 1268, O fog. 75, nel quale si leggono i conti di un giustiziere della Sicilia oltre il Salso, e tra le altre partite d'entrata se ne trova una di multa per gli omicidi clandestini.

[60] Capitoli del regno di Sicilia, cap. 15 di re Giacomo.

Epistola di Clemente IV, in Raynald, Ann. ecc. 1267 §. 4.

[61] Saba Malaspina, cont. pag. 333.

[62] Docum. VII. Par fuori d'ogni dubbio che si parli d'una prigione nel Castel dell'Uovo, che per altro era il carcere de' rei di stato, ove si ritenea Beatrice figliuola di Manfredi, Arrigo Rosso messinese preso il 1282, nel combattimento di Milazzo, ecc.

[63] È confessato ne' capitoli di re Carlo del 10 giugno 1282.

[64] Capitoli del regno di Napoli, pag. 15, 15 dicembre 1268.

[65] Epistola di Clemente IV, del 1267, loc. cit.

Scorgesi ancora da tutti gli storici da noi citati, e cento diplomi il confermano; de' quali per brevità noterò due soli del 1269 e del 1270. Il primo, tratto da' reg. del r. archivio di Napoli, si legge tra' Mss. della Biblioteca com. di Palermo Q. q. G. 1 fog. 102; l'altro nell'elenco delle pergamene dell'archivio stesso di Napoli, tom. I, pag. 34.

[66] Diploma del 29 gennaio 1269, da' reg. del r. archivio di Napoli, tra i Mss. della Bibl. com. di Palermo Q. q. G. 1.

Diploma del 10 novembre 1270, nell'elenco citato delle pergamene del r. archivio di Napoli, tom. I, pag. 41.

Altro del 7 maggio 1271, ibid. pag. 58, e altri dieci del 1275, ibid. pag. 100 a 112. Nel conto del giustiziere della Sicilia oltre il Salso, reg. del r. archivio di Napoli segnato 1268, O fog. 75, si veggono messe a entrata le terze parti de' mobili de' contumaci.

[67] Capitoli del regno di Napoli, pag. 16, 26 gennaio 1278.

[68] Diploma del 3 febbraio 1270, tra' Mss. della Bibl. com. di Palermo, Q. q. F. 70, pubblicato dal sac. Niccolò Buscemi nella vita di Giov. di Procida; e altri--del 20 febbraio 1271, nel catalogo citato delle pergamene del r. archivio di Napoli, tom. I, pag. 49--del 2 giugno 1271, ibid. pag. 63--del 1 novembre 1271, ibid. pag. 79.

[69] Ibid. diploma del 21 dicembre 1271, pag. 82.

[70] Capitoli del regno di Napoli, pag. 23, 22 novembre 1271.

[71] Epistola di Clemente IV, del 1267, loc. cit.

Nic. Speciale, lib. I, cap. 2 ed 11.

Capitoli del regno di Sicilia, cap. 22 di re Giacomo.

Rimostranza de' Siciliani, Docum. VII.

In un diploma del 14 luglio 1266, che cavato dagli archivi delle chiese di Cefalù abbiamo nella Bibl. com. di Palermo tra i Mss. Q. q. G. 12, si fa cenno di un censimento di tutte le contee, baronie, «e delle pulzelle _in capillo_ che vivessero nelle terre scritte in pie'.» Mi è corso alla mente che quella lista di fanciulle si stendesse anche per vegliare su i loro matrimoni.

I permessi di matrimonio, anche senza beni feudali, sono frequentissimi ne' reg. angioini del r. archivio di Napoli. Molti se ne trovano, per lasciar gli altri, nel reg. seg. 1268, O fog. 23 e 24, dati da aprile a giugno 1274.

[72] Gio. Villani, lib. 7, cap. 57.

Bart. de Neocastro, cap. 22.

Nic. Speciale, lib. 1, cap. 2. ed 11.

Anon. Chron. sic. loc. cit. pag. 154.

Lettera di Clemente IV, a re Carlo, in Raynald, Ann. ecc. 1268, §. 36. Francesco Pipino, in Muratori R. I. S., tom. VIII, lib. 3, cap. 10.

D'Esclot, cap. 88.

Rimostranza de' Siciliani, citata di sopra.

[73] Nic. Speciale, lib. 1, cap. 2.

Saba Malaspina, cont., pag. 332 e 353.

Rimostranza de' Siciliani, citata di sopra.

[74] Raynald, Ann. ecc. 1267. §. 4, e 1268, §§. 36, 37.

[75] Saba Malaspina, lib. 6, cap. 3, 4 e seg.

[76] Scrivendo queste parole non si è dimenticato la imperfezione di quegli antichi parlamenti, i quali non eran sempre generali, nè aveano il potere legislativo sì netto come in oggi, nè rappresentavano la nazione in quel significato ch'or suona appo noi. Ma secondo gli umori dei tempi (e son più costanti i parlamenti d'oggi?) raffrenavano anch'essi gli abusi; come nel progresso di queste istorie si vedrà de' parlamenti di Santo Martino e di Foggia nel reame di Napoli, e di quelli adunati in Sicilia sotto Giacomo e Federigo d'Aragona.

[77] _Nos autem qui civitatem eamdem speciali prerogativa diligimus et fovemus, eo quod Caput et Sedes Regni nostri exsistit, etc._ leggesi in un diploma di Carlo I, dato di Napoli a 29 ottobre 1270 in favore del clero palermitano, presso Inveges, Ann. di Palermo, tom. III, pag. 741.

CAPITOLO V.

Relazioni straniere di Carlo I d'Angiò. Crociata e trattato di Tunisi. Carlo aspira all'impero greco. S'ingrandisce in Italia. È raffrenato da Gregorio X. Disegni di Niccolò III e nimistà di lui con Carlo. Pretensione di Pier d'Aragona al reame di Sicilia: supposte pratiche di lui per mezzo di Giovanni di Procida. Preparamenti di guerra in Aragona. Esaltazione di Martino IV. Armamenti di Carlo per l'Oriente. Sentimento nazionale manifestato in Italia contro i Francesi. Novelli aggravi che soffrono i Siciliani: richiami, umori, disposizioni loro. 1266-1282.

Dal governamento interiore or trapasseremo alle brighe di fuori, senza le quali non sarebbero tutte spiegate le cagioni del vespro; perchè l'infrenabile ambizione di re Carlo fu quella che gli suscitò contro i potenti offesi o minacciati, e insieme condusse a disperazione i sudditi, torturati per supplire a sforzi che di gran lunga passavano il poter loro. Ebbe Carlo dalla liberalità di san Luigi la contea d'Angiò; quelle di Provenza e di Forcalquier, dal matrimonio con Beatrice; i domini italiani, dal papa e dal proprio valore: e tal prosperità invasò tutto d'ambizione l'animo suo, nato a questo; foltissimo e costante anzi caparbio nel volere; audacissimo all'eseguire; non risguardante a giustizia nelle cose politiche, e manco nelle civili e private; non mitigato dal più fugace sentimento d'umanità; per temperanza religiosa, o abitudine e disposizione del corpo, non isvagato da amori; brusco nel tratto; spiacente e ingrato fino ne' cattivi versi che dettò; avaro, rapace, durissimo al rendere; non severo però nè scarso co' satelliti della sua ambizione. Crebbe da fanciullo nelle armi; seguì il fratello alla prima impresa d'Affrica; acquistò chiaro nome in guerra per valore, e anco per le qualità della persona da spirar nella moltitudine fidanza o terrore: un robusto, {74} grande, dal volto nasuto, olivastro, spirante fierezza, non composto mai a sorriso, sobrio, vigilante; e solea dir che i dormigliosi ne perdon tanto di vita. La quale austerità e attitudine alla guerra sembran le sue sole virtù: e più sarebbe stata la religione, se non l'avesse inteso a suo modo: riverire il sacerdozio quando non gli contrastasse ambizione; donare a monisteri; erger chiese; e credere che si serve a Dio con ciò solo, calpestando il vangelo nei sublimi precetti della carità. Per tali vizi e virtudi e fortuna era costui molto ridottato in cristianità, come potente, bellicoso, irresistibile [1]. Per le stesse cagioni, sospinto da sua natura e fatto cieco dalle prosperità, ei montò agevolmente, e inaspettatamente cadde. Non prima occupò il trono di Manfredi, che prese a guardar di là dal mare l'impero greco, di là dal Garigliano l'Italia superiore; lacerati, l'un da eresia, tirannide, e pretensione di due schiatte di principi, l'altra dalle parti politiche; e la {75} potenza di Roma vedea presta ad aiutarlo, là col pastorale, qua con la spada guelfa. Pertanto si die' Carlo, dall'anno sessantasei all'ottantadue, a novelle ambizioni, che senza tenerci strettamente all'ordine dei tempi, ma più al legame de' fatti, discorreremo a parte a parte.

E pria direm come da que' disegni re Lodovico il chiamò a sterile impresa. Ardente di pio zelo faceasi Lodovico a ritentar l'affricana terra, fatale a Francia; per tutta cristianità bandiva la crociata, sforzandosi a ricondurvi il secolo già inchinato ad altre brame, e il fratello che amava meglio a spiegar la croce contro i ricchi cristiani. Gli ambasciatori di Francia mandati a sollecitar Carlo alla crociata, richiedeanlo inoltre della restituzione del danaro sovvenutogli quand'egli era povero principe del sangue reale, e non reso or che il re di Francia si trovava in bisogni assai maggiori de' suoi [2]. Nè Carlo ebbe fronte di ricusar l'invito alla guerra; ma temporeggiò, consigliando sotto specie del ben della impresa l'util proprio: che si facesse il primo impeto sopra il reame di Tunisi, tributario a Sicilia infin da' tempi normanni, e allora ricalcitrante a quel peso. Infine ragunata in Sicilia l'armata, passò in Affrica re {76} Carlo, ad avvantaggiarsi ei solo nella perdita de' suoi. Trovò l'oste di Francia a campo a Tunisi, diradata da fame, pestilenza, ferro nimico: il fratel suo non trovò, il santo e forte Lodovico, il quale colto dalla contagione, rendè l'ultimo fiato, pur mentre Carlo sbarcava, il venticinque luglio milledugentosettanta. Delle cui brame non curossi Carlo, nè del sepolcro di Cristo; e come nell'altra crociata, appena ricattatosi di prigione, avea abbandonato il fratello per andare a molestar i novelli suoi sudditi di Provenza, così or patteggiò col re di Tunisi: sgombrasse l'esercito battezzato, con restar libero in quelle province il cristian culto; stipulò per sè stesso una grossa somma di danaro, e l'aumento del tributo[3]. Allor dissero vendetta celeste dell'abbandonata guerra, una tempesta che fracassò nel porto di Trapani l'armata ritrattasi d'Affrica, sì che l'acquistato danaro rimase preda delle onde[4]. Peggio ne andò in pezzi per cristianità tutta il nome di Carlo, per aver dato di piglio nelli avanzi di quel miserando naufragio; spogliato i guerrieri della croce, i fratelli suoi d'arme, sotto specie di uno statuto di Guglielmo il Malo, che appropriava al fisco le robe dei naufraghi[5]. Ma a Carlo eran ciance: vedea solo i tesori via alla possanza; la possanza via ai tesori.

Per isfrenata signoria di una corrotta corte e d'un clero {77} accanito in teologici assottigliamenti, l'imperio di Costantinopoli cadeva in quel tempo: senza buone armi; nemico per fiero scisma ai cristiani di ponente; da' barbari scemo di vastissimo paese. Un'oste crociata di Veneziani e di Francesi s'era già impadronita della capitale stessa; avea locato un conte di Fiandra sul solio di Costantino. Ma, a danno maggiore, non pure allignando quella nuova dominazione, i principi greci fuggenti ripigliavan animo a combatterla: Michele Paleologo infine, usurpato per misfatti il rinascente imperio di gente greca, rinnalzaval con animo e senno, occupando Costantinopoli nel milledugentosessantasette, e scacciando al tutto gli stranieri; ma la forza e dignità dello imperio non potè ristorare. Prendendo allor a peregrinare in ponente, Baldovino, il latino imperatore, dopo vano accattar aiuti dagli altri principi ortodossi, gittavasi infine in braccio a re Carlo[6]. Innanzi la passata a Tunisi, innanzi la guerra di Corradino, appena messo il pie' in Italia, macchinò Carlo l'occupazion dell'impero greco: chè ciò eran manifestamente i patti, che a corte e nelle stanze medesime di papa Clemente, ei fermò con Baldovino; vero accordo tra potente e mendico. Perchè riguardando, scrivea l'Angioino, alle calamità di Terrasanta, a' travagli della Chiesa, alla desolazione di Grecia, e commiserando l'abbietta fortuna dell'imperatore, promettea portare entro sei anni un esercito al racquisto dell'impero; ma da questo andavano scorporati a favor suo il principato di Acaia e Morea, e 'l reame di Tessalonica; e tornavagli dippiù la terza parte de' conquisti, e l'aspettativa del solio stesso di Costantinopoli, mancando il sangue de' Courtenay; oltrechè la bambina Beatrice di Carlo fidanzavasi a Filippo unico erede di {78} Baldovino[7]. Mirò pochi anni appresso al dominio utile del principato di Morea, di cui per tal trattato avea acquistato il diretto dominio; ond'avvenne che i Francesi quivi trapiantati, i quali molto s'eran allegrati della vittoria di Carlo sopra Manfredi, allor tutto sentirono il peso dell'amistà con un vicino forte e ambizioso, che non abborrì dall'arricchirsi delle spoglie della dinastia francese de' Ville-Hardoin. Perchè Guglielmo di questa gente, principe di Acaia e Morea, incalzato dal Paleologo, dandosi anch'egli in balía di Carlo, disposò a Filippo figliuol dell'Angioino, Isabella sua figlia ed erede: e venuto esso a morte, e anco Filippo, i sovrani di Napoli presero il titolo di quel combattuto principato; ritennero la Isabella come prigione in Napoli; e usurpavano il paese del tutto, tra protezione e alta signoria, se non era per la guerra di Sicilia[8]. Nel medesimo tempo si apriva la strada Carlo I {79} alla selvatica Albania con le solite arti: si facea da quei turbolenti chiamare al trono: e legavasi ad essi col vecchio ludibrio de' giuramenti; con sì bella scambievole fidanza, che a sicurare i suoi uficiali e guerrieri mandati in quelle regioni, richiedea statichi albanesi, e in Aversa li custodia strettamente[9]. Per tal modo approcciavasi alla sede dell'impero greco, circondavala, insidiavala d'ogni dove[10].

E in Italia, spento Corradino, e con lui l'ardir novello de' Ghibellini, l'usato gioco fe' montar parte guelfa: per la cui riputazione, e del papa, e della vittoria, s'aggrandiva re Carlo; ridendosi ormai de' limiti che la gelosia della romana corte aveagli assegnato nella investitura del reame. Ripigliò in Roma l'uficio di senatore: tornò a comandare in Toscana da vicario imperiale, e a perseguitare senza freno i Ghibellini[11]: saltò in Piacenza: in Piemonte molte cittadi occupò; molte in Lombardia, {80} talchè quivi poco mancò nol creassero principe. Genova dapprima insidiò con gli usciti; poscia assaltò scopertamente con le armi; e innanti che denunciasse la guerra, spogliò i Genovesi che ne' suoi reami mercatavan sicuri: onde se la forte repubblica il fiaccava nelle battaglie di mare, non gli mancò pasto all'avarizia. I suoi intanto, non era violenza o ingiuria che non osassero. Guidone da Monteforte, a Viterbo, nel tempio, tra i riti del sacrifizio di Cristo, levava l'empie mani a trucidare e trascinare Arrigo, principe reale inglese; e, sgridato più che punito, il sacrilego assassino campò. Altri ad altri misfatti si sciolsero, men ricordati dalle istorie perchè versavasi men illustre sangue[12]. Ma la rabbia delle parti accecava gli uomini a questi evidenti mali della signoria straniera; e in que' primi tempi della passata di re Cario, la fece {81} anzi richiedere in varie città. Ed egli alternando forza e frode, qui mettea piè da signore, là da protettore; spogliata una provincia, con quell'oro assoldava masnade che ne occupassero un'altra; ai pochi e forti, perchè gli fosser sostegni, prostituiva le sostanze e i dritti più santi dei cittadini: e s'avanzava a gran passi al dominio di tutta la penisola.

Tuttavia quella che l'avea suscitato cominciò a reprimerlo: la romana corte, che di sgherro già sentival padrone. Clemente non fe' che ammonirlo, perchè poco visse oltre la vittoria. Vacò il pontificato poi tre anni; ne' quali cresciuta la possanza di Carlo, i fratelli del sacro concistoro, non bastando a frenarla, ne colser odio e terrore. Indi esaltato Gregorio X nell'anno milledugentosettantuno, come vivuto fuori d'Italia e delle parti, ed entrato ne' nuovi sospetti della romana corte, nuovi consigli tentò. Aveano i predecessori fomentato le divisioni d'Italia, ed ei fe' ogni opera a risanarle; aveano difficultato la elezione dell'imperatore, ed ei la procacciò; sì che fu data quella corona a Ridolfo d'Hapsburgo, picciol signore, ma uomo di grandissimo animo, fondator della grandezza della casa d'Austria. Il Paleologo intanto a schivare i colpi dell'avara pietà di ponente, sforzava i suoi che assentissero la processione dello Spirito Santo dal Padre e sì dal Figliuolo, ch'era l'importanza dello scisma; e per maneggi e supplizi non persuase il clero greco, ma n'ebbe una sembianza di rassegnazione. Allor Gregorio potendo con onor del pontificato fermar la pace col Greco, onde si toglieva il pretesto all'ambizione di Carlo, correndo il settantaquattro ribenedì il Paleologo nel concilio di Lione, e nel grembo della Chiesa l'imperio orientale raccolse. Mal potremmo apporci or noi qual deliro miscuglio di pensieri fervesse nel tempo di questo concilio nella mente di Carlo; religioso a un tempo, e ardente di tutte {82} tirannesche voglie[13]. Gravi autorità portano[14] ch'un suo medico propinasse veleno a san Tommaso d'Aquino, morto nell'andata al concilio; perchè il re temea non si spiegasse a suo danno quel possentissimo ingegno, che il nimicava per odio di famiglia o abborrimento della pessima signoria, e nel suo libro del governo de' principi, quantunque partigiano della monarchia, avea sfolgorato con le più fiere invettive la tirannide d'un solo, e fattone uno specchio, nel quale Carlo potea guardarsi e riconoscere le sue sembianze[15]. Reo o no Carlo, quest'accusa almen prova di che fosse tenuto capace. Più certa la rabbia con che posava, sforzato da' decreti di Lione, le armi apprestate contro il Greco. Al tempo stesso vedeasi tagliati i passi {83} anco in Italia dalla riputazione di Ridolfo, per avviluppato che costui si trovasse nelle guerre tedesche. E fu tanto, che nel settantaquattro, riscotendosi primi gli Astigiani dall'insopportabile giogo, Carlo avea perduto il Piemonte e Piacenza; e negli altri dominî dell'Italia di sopra ormai vacillava. Il prudente pontefice l'abbassava, senza venir con esso a manifesta discordia[16].