La Guerra Del Vespro Siciliano Vol 1 Un Periodo Delle Storie Si

Chapter 5

Chapter 53,512 wordsPublic domain

In terraferma quanti eran rimasi fedeli a Carlo, o, dubbiosi finchè fu dubbia la vittoria, or voleansi purgar dal sospetto, fecersi giudici insieme e carnefici degli scoperti ribelli. Il parlamento avea offerto regie vittime al re; gli uomini delle province immolavangli i partigiani, e guadagnavan possessioni in premio della fedeltà o de' misfatti[5]. Presero i beni, rapirono, uccisero, accecarono, straziarono: fu tanto, che Carlo trattenne al fin lo immane zelo che facea del regno un deserto, perdonò al fine[6]. Ma ai Siciliani nulla mercè[7]. A farne macello manda i suoi baroni francesi: e Guglielmo l'Estendard era il primo; uom {40} di guerra e di strage, che la pietà avea a scherno, più crudele d'ogni crudeltà, dice Saba Malaspina, e di sangue ebbro, e tanto più sitibondo quanto più ne versasse. Costui valicò lo stretto con un drappello di Provenzali fortissimi, e di forti Siciliani l'accrebbe a vergogna nostra; abbattè senza ostacolo la parte di Corradino, cui speranza non restava alcuna. Ma in Agosta mille cittadini in sull'armi, con dugento cavalli toscani, fieramente difendeansi, aiutati dal sito inespugnabile; onde Guglielmo, postovi il campo, gran pezza indarno affaticossi: e a tanti doppi ne crescea quella sua natural ferità. Sfogolla alfine senza battaglia, perchè sei traditori, schiusa di notte una postierla della città, indifeso diergli in preda quel valente presidio: ed ei nè valore rispettò, nè innocenza, nè ragione d'uomini alcuna. Ivano i suoi per la città, contaminando ogni luogo con uccisioni, stupri, saccheggi; cercavano lor vittime per fin entro le cisterne e le fosse del grano. Ma dopo la prima strage, quando fu satollo il furor de' soldati, non si spense nel crudo animo del ministro del re. Chiama al macello un manigoldo d'estrema forza: al quale adduconsi legati gli Agostani; e quegli li spaccia con un largo brando; e quand'è spossato gli si porgon colmi nappi di vino, che tracanna insieme col sudore e sangue di che gronda tutto; e con fresche forze ripiglia l'opera scellerata. Alzò sulla marina una catasta di capi e di tronchi; dove tra le misere vittime loro andavano a monte i sei figliuoli di Giuda, ben premiati così da Guglielmo. Non rimase persona viva in Agosta. Molti fuggendo al mare, sì precipitosamente accalcaronsi sopra un legnetto, che diè alla banda e si sommerse. Gavazzavano intanto i Francesi nella insanguinata città, che deserta e squallida fu poi per lunghissimi anni[8]. Nè queste immani stragi, nè questi immani tripudi ricordavano {41} i più degli storici narrando con tanto studio la strage del vespro, che misura fu per misura! A quella carnificina tenner dietro negli altri luoghi i supplizi. Corrado Capece s'affortificò in Centorbi: ma visto balenare i suoi, uscì solo a darsi nelle mani di Guglielmo; e quegli il fe' accecare, e trarre a Catania, e per la gola impiccare. Marino e Giacomo fratelli di lui periano anco sulle forche a Napoli; per altri casi gli altri principali partigiani: sol campò Federigo di Castiglia, che si difese in Girgenti, ma Guglielmo come congiunto di re Carlo gli diè di partirsi con una nave. Sulle misere città di Sicilia, o state ribelli, o state fedeli, piombò intanto la rapace man d'Estendard, con imprestiti e altri mal dissimulati ladronecci[9]. Lucera di Puglia, ove i Saraceni siciliani fatto avean sì bella difesa, s'arrendè poco appresso per gli strazi d'orribilissima fame: trionfò Carlo da per tutto senz'alcun freno. Così crescon per doma ribellione e peggiorano i principi, stimolati da sdegno e sospetto, nè mansuefatti da timore alcuno de' sudditi; i quali per diffidar l'un dell'altro e spossamento comune, forz'è che lungo tempo servano, e stiansi.

NOTE

[1] Questa ragione della nimistà d'Arrigo di Castiglia è riferita da Bernardo D'Esclot, Istoria di Catalogna, cap. 60, ed. Buchon, 1840.

[2] Saba Malaspina, lib. 4, cap. 3 e seg.

Bart. de Neocastro, cap. 8 e 9.

Gio. Villani, lib. 7, cap. 20 al 23.

Raynald, Ann. eccl. 1267, §§. 2, 12 e seg., 1268, §§. 2 a 29.

Nic. di Jamsilla, in Murat. R. I. S. tom. VIII, pag. 614 e seg.

Veggansi anche i seguenti diplomi del r. archivio di Napoli:

Diploma di Carlo I, dato di Viterbo 11 aprile undecima Ind. (1268) al segreto di Sicilia, per le spese di fra Filippo d'Egly dello Spedale di S. Giov. di Gerusalemme. Reg. di Carlo I, segnato 1268, O fog. 18.

Altro dato dal campo sotto Lucera il 2 giugno undecima Ind. (1268) a Falcone di Puy-Richard vicario di Sicilia, perchè munisse con estrema cura Messina, _tamquam portum et portam Sicilie_. Ibid. fog. 18.

Altro dato di Capua a 10 dicembre duodecima Ind. (1268) pel castel di Licata, che avea sostenuto assai guasti da' ribelli. Ibid. fog. 22.

Conti resi da Bartolomeo di Porta giustiziere della Sicilia di là dal Salso, per l'amministrazione dal 14 ottobre 1268, a tutto novembre 1269. Ibid. fog. 75.

Da una partita di questo conto si scorge, che il giustiziere mandava al re, Nicolò di Marchisano a chiarirgli falsa la voce dello sbarco del re di Tunisi in favor de' ribelli; e che avea pagato un'oncia a Lorenzo di Trapani, il quale con la sua barca portò questo corriere da Palermo in Principato, ov'era il re.

[3] Gio. Villani, lib. 7, cap. 24 al 27.

Bart. de Neocastro, cap. 9.

Saba Malaspina, lib. 4, cap. 13.

[4] Bart. de Neocastro, cap. 9 e 10.

Gio. Villani, lib. 7, cap. 28 e 29.

Saba Malaspina, lib. 4.

Frate Francesco Pipino, lib. 3, cap. 9.

Ricobaldo Ferrarese, Hist. imp. an. 1268, etc.

Un verso di Dante, se bene o mal interpretato non importa, diè luogo ai primi comentatori poco discosti dal secol XIII a narrare un aneddoto intorno la morte di Corradino. Nella loro età dicessi, che Carlo I d'Angiò, per superstizione mezzo pagana venuta di Grecia, avesse fatto cuocere una zuppa, e mangiatola su i cadaveri di Corradino e degli altri guastati con esso; il quale rito s'avea per fermo che purgasse il peccato dell'omicidio, o troncasse il corso alla vendetta. Il verso è questo:

.... Ma chi n'ha colpa creda, Che vendetta di Dio non teme suppe. _Purg_., c. 33.

Io non rido di tal comento come fa il Biagioli, perchè tutte le memorie degli uomini portano superstizioni, empie e ridicole almen quanto il mangiare una zuppa sul cadavere dell'ucciso. Nè Carlo I d'Angiò fu spirito forte, come diremmo in oggi. Ma non trovando questo fatto in alcuno degli scrittori contemporanei di parte contraria a lui, conchiudo che, o la favola nacque dopo la loro età, o ch'essi come favola manifesta la tacquero. Perciò ho lasciato indietro questo, che pur sarebbe un forte tratto di pennello sul carattere di Carlo, su i tempi, e sulla natura della condannagione di Corradino. Su le opere di Guidone da Suzara, veg. Tiraboschi, Storia letteraria d'Italia, tom. IV. Suzara è città nel distretto di Mantova.

[5] Veggansi le molte concessioni di feudi e altri beni fatte da re Carlo in questo tempo, che leggonsi nel r. archivio di Napoli, reg. di Carlo I, segnato 1269, D, fog. 1 ed 8. Tra gli altri si trova a fog. 6, a t. e duplicato al 114, a t. un diploma del 15 genn. tredicesima Ind. (1269) pel quale furon date all'arcivescovo di Palermo le case che possedeva in Napoli Matteo de Termulis, fellone.

[6] Saba Malaspina, lib. 4, cap. 17.

Capitoli del regno di Napoli, pag. 14. _Misericordiam_, etc.

[7] Capitoli del regno di Napoli, pag. 16. Nel preambolo si legge essere stati i ribelli di Sicilia, _conculcati, et gladio ultori perempti_.

[8] Saba Malaspina, lib. 4, cap. 17.

[9] Conto reso da Bartolomeo de Porta giustiziere della Sicilia di là dal Salso. Nel archivio r. di Napoli, reg. di Carlo I (1268), O, fog. 75.

Da questo si veggono gl'imprestiti sforzati fatti per ordinamento di Guglielmo Estendard, maresciallo e vicario generale in Sicilia, di Guglielmo di Beaumont, ammiraglio, e di Fulcone di Puy-Richard. Un altro argomento di estorsione, come si ricava da' medesimi conti, fu l'assedio di Sciacca, non so bene se quel del primo sbarco di Federigo di Castiglia, o un secondo quando trionfò la parte angioina. Richiedeansi le città di mandar forze a quest'assedio, e invece d'uomini si prendea da esse denaro. Sul cumulo di queste composizioni furono assegnate all'ammiraglio per ordine del re once 621.

Da' medesimi conti ricavasi, che in questo tempo il prezzo del grano montò a venti tarì a salma.

CAPITOLO IV.

Re Carlo continua e trapassa gli abusi della dominazione sveva. Immunità ecclesiastiche. Novello baronaggio. Gravezze, e modi del riscuoterle. Demani, e bandite. Servigi, e soprusi che nascon da quelli. Amministrazione della giustizia, crimenlese, matrimoni, violenze alle donne. Violazione dei dritti politici. Riscontro delle condizioni di Sicilia e di Puglia. 1266-1282.

Temperavansi a vicenda nell'antica siciliana costituzione il principato e 'l baronaggio; nè illimitati dritti avea questo sulle persone, nè gravissimi sulle facoltà: i villani men servi che altrove; non eran servi i rustici; i borghesi e cittadini, fin delle terre feudali, sentivano lor libertà, lor immunità sosteneano[1]. Il poter giudiziale dipendendo direttamente dal principe, non serviva a tutte voglie della feudalità. Comportabili le gabelle; miti i servigi; rarissimi gli universali tributi: e i parlamenti soli accordavan questi; i parlamenti conoscean solennemente le leggi dal re dettate. In questi termini, dopo ondeggiar molto del potere tra i baroni e 'l principe, il buon Guglielmo ristorò gli ordini politici: la feudalità di nuovo turbolli: Federigo imperatore più monarchicamente li assestò, come nel capitolo {43} primo s'è detto. Molti statuti e savi ei dettò, fiaccando i baroni: bandì, or col voto dei parlamenti ed or senza, le universali contribuzioni, ch'erano per ordine fondamentale limitate ai noti quattro casi feudali[2], ed ei per violenza le rese più frequenti: moltiplicò le gabelle sulle derrate: di alcune merci riserbossi esclusivo lo spaccio; accrescendo così senza modo le entrate regie. Pentito in ultimo, o infigendosi, per testamento abrogò queste violazioni alla costituzione: disdisserle anco i suoi figliuoli; e le praticaron pure, sospinti dai bisogni della guerra[3]. Esse dettero a Manfredi il crollo; esse a Carlo d'Angiò preparavanlo. Giurato avea Carlo tra le condizioni della pontificia investitura, di cessar gli abusi, di ridurre il governo ai termini del Buon Guglielmo; e i tempi del Malo ricondusse, e fe' peggio, non sapendo astenersi da tanto comando, da tanta moneta. Sottilmente anzi investigando tutti i mal'usi, che dritti si dicean del fisco, accrebbe peso e molestia: poi dalla ribellione per Corradino trasse pretesto a scioglier sè e' suoi ad ogni misfare. Le leggi e i registri che ne restan di lui; quelle che dopo il nostro vespro a moderar la pessima signoria promulgaronsi in Puglia dagli angioini, da que' di Aragona in Sicilia; e le rimostranze de' Siciliani al papa; i brevi pontificî; gli attestati degli storici contemporanei, fosser nostri o avversi, tutte ne mostrano scolpitamente le calamità della Sicilia in quei tempi. Fremendo io le scrivo; ma ne racconterò la vendetta[4].

E prima dirò della slealtà con la Chiesa. Avea Clemente {44} conceduto il regno a patto che gli ecclesiastici godessero tutte lor pretese franchezze, dagli Svevi negate; e che si rendessero i beni occupati dagli Svevi a chiese o usciti. Giurollo Carlo, e da re nol dovea: preso il regno poi, avarizia il vinse a romper la fede; non già negando apertamente, {45} ma peggio, con cavillare in parole, e persister nei fatti. Perciò, lagnandosi invano papa Clemente, le comuni gravezze ei riscosse dai chierici, e da lor case; nè sazio a questo, ai beni ecclesiastici diè di piglio; i dritti dei porti di Cefalù, Patti, e Catania occupati dagli Svevi nella guerra con Roma, nella pace ei ritenne[5]. E non potè contendere che un legato, inquisitore, o esecutore (così intitolavasi) della Santa Sede nel reame di Sicilia sopra la restituzione de' beni ad esuli, chierici, e chiese, il quale fu dapprima Rodolfo vescovo d'Albania, rendesse ragione d'autorità del papa; non seppe nè anco ricusare i rescritti che dessero virtù esecutiva a quelle sentenze; ma lascionne la più parte senza effetto, come avvenne per lo casal di Calatabiano, che Vassallo d'Amelina a nome del re prese violentemente alla chiesa di Messina, e per un altro casale e un podere della medesima, che il fisco tenea, nè per decisione del legato, nè per ammonizion dei papi, e in particolare di Gregorio X, si disserravano a renderli le avare mani di Carlo[6]. Gli Spedalieri, e i Templari che nei {46} suoi reami veniano, taglieggiò senza rispetto; alla corte stessa di Roma non n'ebbe, quando giunse a vietar che i suoi sudditi con gli stati di quella mercatassero[7]. Così adoperava coi papi. La siciliana repubblica dell'ottantadue, incontanente redintegrò la chiesa di Messina nel possesso di quei beni[8]: e la corte di Roma fieramente malediva la siciliana repubblica, perchè si ristorasse la prepotenza di Carlo[9]!

Di gran momento sembrami in cotesto nuovo principato la novazione del baronaggio. Perchè il picciol signore d'Angiò e di Provenza, armando per tanta macchina di guerra, avea tolto in presto molto danaro, molte schiere condotto di speranza più che di stipendio; onde gli era forza soddisfare a' conquistatori e sostegni del suo trono; e appena messovi il piè, al gran lotto diede opera[10]. E nulla erano gli ufici pubblici lucrativi, ancorchè a' soli suoi li serbasse; nulla i benefici ecclesiastici, che conferiva a quei soli; di terreni, di feudi facea d'uopo. Entrò Carlo dunque in una inchiesta strettissima dei demanî, de' baronaggi tutti, delle sostanze di Manfredi e de' suoi; non a cercare, ma a trovare vero o supposto vizio nel possedimento. A ciò {47} i veltri del fisco, affamati, sagaci, invidiosi, ivano in traccia, svolgean vecchie carte, su dritti e usanze cavillavano, vinceano in diligenza lo stesso re. A vetustà di possesso, a prescrizione non s'attende; richieggonsi i titoli de' feudi tutti; minacciano spogliamento gl'ingordi ministri, e per danaro acquetansi. L'hanno, e all'inchiesta, all'espilazione dopo breve tratto ritornano: feudo non fu, nè baronia che due o tre volte non si fosse ricattato in tal guisa[11]. Con severità maggiore si ricercò de' regi demanî: orribili furono le confiscazioni per crimenlese, come innanzi dirassi. Perilchè occupando terre, e castella, e poderi innumerevoli, largheggiavane re Carlo co' suoi per feudale concessione[12]; e tanti diplomi ce ne rimangon ora, che alcuno, senza badare al rapace acquisto, nè alla sforzata liberalità coi maggiori dell'esercito, magnifico ne dice il re. I novelli baroni poi a lor uomini gratificavano con subalterne concessioni: così i condottieri, i soldati d'oltremonti prendeano stanza nelle nostre terre; sospettosi, odiosi, pronti a ripigliare le armi; e ritraente dalla primitiva occupazione de' barbari, una feudalità novella sorgeva {48} appo noi. Essa fu incentivo grandissimo ai turbamenti dell'ottantadue, perchè e l'insolenza portava della vittoria, e 'l dispetto di signoria forastiera, e l'uso a dritti o angherie, radicati in Francia, ignoti in Sicilia[13]. Però insopportabili qui rendeansi i novelli feudatari. Con insolite esazioni aggravavano le industrie; rapiano apertamente; taglieggiavano vassalli, e viandanti; tenean private carceri pei colpevoli e più per gl'innocenti; intrigavansi di forza ne' negozi de' comuni; ad ogni eccesso le violente mani stendeano[14]. Del che più largamente diremo, divisando i soprusi de' famigliari e degli altri officiali del re; ch'essi e' feudatari eran di una genía tutti, senza ragione nè patria, tutti accozzati di varie genti, Francesi, Provenzali, Fiamminghi, e trapiantati nell'inimico paese, presero come venturiera masnada una sembianza propria e nuova, un'indole rapace, crudele, pessima; nè Francesi li direi, se non fossero stati i più, e l'uso delle tradizioni e istorie nostre non mi sforzasse. Rimessi se ne stavano intanto i baroni siciliani, dal re bersagliati e dai feroci compagni, ed usi a vivere negli antichi termini co' vassalli. Quanto del baronaggio dico io dunque, s'intenda del nuovo. Nè maravigli alcuno a vederlo sì sfrenato sotto sì dispotico principe; avvegnachè, riguardo all'autorità regia, tenealo egli a segno; i dritti sovrani geloso {49} riserbavasi nelle concessioni[15], ed esercitavali, non perdonando a tributo, nè a servigio; infino a sancir la morte contro gli usurpatori de' demani, e a dichiarare, e per questo soltanto, che regnicoli e Provenzali e Francesi senza distinzione ubbidissero[16]. Abbandonava nel resto il freno, perchè diverso dagli altri principi dell'età sua Carlo regnava. Quelli con la riputazione delle municipalità, sforzavansi a raffrenare i baroni; ei condottiero ancora del suo baronaggio, da quello era mantenuto sul trono[17]. Nimici {50} ambo de' popoli, ambo s'affaticavano insieme a tenerli sotto il giogo, e 'l sangue sugger loro e i midolli, come vivamente dice, e famigliar del papa era e guelfo, l'istorico Saba Malaspina[18].

E meglio stan queste amare parole ove si risguardi alla amministrazione delle pubbliche entrate, levate non per bisogni pubblici, ma da istinto d'avarizia e disegni d'ambizione; la quale rapacità copriano i partigiani di Carlo con dir ch'era uopo dimagrar que' contumaci sudditi, affinchè contro il principe non alzasser la cresta[19]. Era nei tempi feudali, altrimenti che ai nostri, ordinata l'azienda degli stati; e più discrete apparian le gravezze a cagion de' minori bisogni, e degli usi sotto i quali esse ascondeansi. Perchè i demani[20] somministravano la più parte delle spese della corte; a quelle del pubblico suppliano i popoli, non pur con danaro, ma sovente col servigio delle persone, e delle cose loro. Così gli eserciti, le navi, dai feudatari forniansi e dalle città; così era debito albergar le corti del principe e de' maestrali; così ai lavori pubblici andavan tenuti gli uomini di minor taglia, ai trasporti, e a somiglianti disagi. Servigi s'appellavan questi; e collette le contribuzioni dirette e generali; gabelle poi le tasse sulle derrate, che per privativa nella vendita sovente si riscuoteano. Delle quali parti l'entrata dello stato componeasi in Sicilia ancora; ma la moderata costituzione tutti i pesi rattemprava. Turbaron gli Svevi quella bilancia, sì come io notai: Carlo le diè il tracollo, arso, dice dolorando il suo istorico, arso d'idropica sete di danaro[21]; e ne venne quasi all'aperta rapina. {51}

Ne restan di Clemente quarto, a lui indirizzate nei primi principî del regno, due epistole, che son modello di politica prudenza e umanità; ma Carlo sen rise, come fanno i despoti ad ogni buon consiglio. Toccatisi in quelle tutti gli ordini dell'amministrazion dello stato; e sulle tasse illegalmente levate: «consigliamti, o figliuolo, scrivea il papa, che, chiamati i baroni, i prelati, e i maggiori uomini delle città, i tuoi bisogni lor esponga, e l'utilità del difendersi, e con l'assentimento di essi stabilisca il sussidio a te dovuto. Di quello poi, e de' tuoi dritti sia tu contento; lascia tu liberi i sudditi... Ordina col parlamento in quali casi richieder possa la colletta ai vassalli tuoi o de' baroni»[22]. E il pio re, nè parlamenti adunando, nè misura osservando alcuna, nè per bisogno pubblico, bandiva l'un sull'altro, più fiate entro un anno, quegli universali tributi; or aggravando e spesseggiando i consueti; ora speculandone nuovi e insoliti, come fu quello de' legnami e marinai: e talvolta tumido e frettoloso lasciava ai ministri suoi che a lor talento ordinasserli[23]. Si promulgan {52} così gli editti; saltan fuora i riscotitori; non bastando i {53} sudori della industria[24] alla gravezza diretta, spessa, immite, fuggono i miseri dai lor focolari[25]; e se non ne han cuore, strappansi il pan dalla bocca, pagano una parte, e veggonsi pure rapir le suppellettili, e gli animali, e gli strumenti della agricoltura[26], e fin diroccare le case, le persone trarre in carcere. Ivi son incatenati con manette di ferro; lor negasi il cibo e il bere; popolani e nobili, {54} vecchi, fanciulli, adulti, donzelle serransi alla rinfusa come un sol gregge; occasione, o pretesto a violenze maggiori[27]. «Mille nuove arti (sclama, trasportandosi a' tempi del servaggio, una rimostranza de' Siciliani ammoniti dopo il vespro a tornarvi), mille nuove arti insegnava a costoro l'inestinguibil sete, il furore dell'avarizia. Sulle liste dei riscuotitori gli uomini son cresciuti; ma ben le liste di proscrizione li scemano. Nostri non sono i beni; per costoro ariamo il suolo. Oh si lasciasse ai coltivatori un tozzo di pane! Oh mangiassero, ma non divorassero! Ma no; le persone non difendono i beni; nè i beni salvano le persone. Tutto bevono, tutto succhiano questi vermi insaziabili. Appena ci è concesso disputare ai corvi i brani delle carogne[28].»

Tra la moltitudine de' poveri straziata a tal modo, i ricchi non compravano almeno la sicurezza delle persone col sacrifizio de' beni. Pagavan le tasse, e non bastava; ricusandosi dagli officiali la scritta del ricevuto, finchè non avessero una grossa mancia[29]. Il re dal suo canto vuol da loro tutta la colletta del paese, immantinenti, in moneta; pensin essi a riscuoter dagli altri. Chi ricusa, in prigione, in catene, finchè non prenda l'uficio; nè esce poi per questo, senza pagar nuova taglia per riscatto dalla prigione. Uno n'esce; un altro sen trova, ch'è pelato con lo stesso argomento fiscale: strano ed esorbitante peso in quei tempi, in cui sì alto montavan le usure del danaro. Frequentissimi {55} inoltre i violenti comandi a giustizieri, a portulani, a segreti per anticipazioni delle tasse da riscuotersi; e non meno eran gli imprestiti, che da privati, da comuni richiedea il re, e a sua voglia faceane i patti, e pagava a sua voglia[30].