La Guerra Del Vespro Siciliano Vol 1 Un Periodo Delle Storie Si

Chapter 4

Chapter 43,608 wordsPublic domain

[7] Si narra che in una festa a corte di Francia, Beatrice, contessa di Provenza, fu cacciata dal gradino ove sedeano le due sorelle minori, regine, l'una di Francia, l'altra d'Inghilterra (la terza, ch'era assente, fu moglie di Riccardo d'Inghilterra, re de' Romani); ond'ella si tornò dispettosa e piangendo alle sue stanze; e Carlo, saputa la cagione di questo femminile cordoglio, baciandola in bocca, le dicea: «Contessa datti pace, che io ti farò tosto maggiore reina di loro:» e ciò lo stigava oltremodo all'impresa di Sicilia.

Gio. Villani, lib. 6. cap. 90. ed di Firenze 1323.

Ramondo Montaner, cap. 32.

Cron. di Morea, lib. 2, pag. 39, ed. Buchon 1840.

[8] Raynald, Ann. eccl., an. 1253 e seg.

Si vegga altresì Hume, Storia d'Inghilterra--Arrigo III, cap. 12, dov'è citato Matteo Paris.

Duchesne Hist Franc. Script. tom. V, pag. 869 a 873.

I documenti delle pratiche de' papi per la concessione del reame ad alcuno de' principi nominati, leggonsi presso:

Lünig, Codice diplomatico d'Italia--Napoli e Sicilia--tom. II, n. 30 a 42.

Rymer, Atti pubblici d'Inghilterra, ed. Londra, 1739, tom. I, pag. 477 e seg. ove son citati questi documenti:

3 agosto 1252.--Innocenzo IV, a re Arrigo III, tom. I, pag. 477.

28 gennaio 1253.--Diploma d'Arrigo III, pag. 893.

14 maggio 1254.--Innocenzo IV all'arcivescovo di Canterbury, etc., pag. 511.

Questo è il primo documento ove si parli della concessione al principe Edmondo. Il papa comanda si accatti danaro per la impresa, con sicurtà su i beni delle chiese d'Inghilterra.

14 maggio 1254.--Altri quattro brevi d'Innocenzo IV, pag. 512 e 513, dall'ultimo de' quali si vede che re Arrigo era stato dubbioso a muovere contro un principe congiunto suo, e che il papa il confortava.

22 maggio 1254.--Innocenzo IV ad Arrigo III. Che non ispenda danaro in cose profane, nè sacre, e tutto serbi alla impresa di Sicilia, p. 515. Allo stesso effetto ci è una epistola alla regina, una a Pietro di Savoia.

23 maggio 1254.--Innocenzo IV ad Arrigo III.

31 detto.--Innocenzo IV ad Arrigo III.

9 giugno 1254.--Innocenzo IV ad Arrigo III.

14 ottobre 1254.--Arrigo III, come tutore di Eduardo re di Sicilia a' prelati, conti, baroni, militi e liberi nomini di questo reame, p. 530.

17 novemb. 1254.--Innocenzo IV ad Arrigo III.

...... 1255.--Alessandro IV. È uno scritto delle condizioni alle quali si concede il reame di Sicilia e Puglia a Edmondo, p. 893.

21 aprile 1255.--Alessandro IV ad Arrigo III. Perchè paghi una somma di danaro, spesa dalla corte di Roma per l'occupazione di Puglia, pag. 547.

3 maggio 1255.--Alessandro IV commuta nella impresa di Sicilia il voto preso da re Arrigo per Terrasanta, pag. 547.

7 detto.--Altra bolla sullo stesso soggetto, p. 548.

11 detto.--Alessandro IV scrive aver commutato alla impresa stessa il voto del re di Norvegia e de' suoi, pag. 549.

12 detto.--Altra bolla allo effetto stesso.

13 detto.--Alessandro IV ad Arrigo III, p. 550.

15 detto.--Bolla dello stesso perchè si riscuotessero da Arrigo per la impresa siciliana que' denari in cui erano stati mutati i voti presi da molte persone per guerreggiare in Terrasanta; e si richiedessero anche dagli eredi, p. 551.

16 detto.--Bolla dello stesso pel voto del re Arrigo III, pag. 552.

21 detto.--Per lo giuramento di Edmondo alla corte di Roma. Pag. 553

30 novembre 1255.--Per lo giuramento di Edmondo alla corte di Roma. pag. 573

5 febbraio 1256.--Alessandro IV al vescovo di Hereford, perchè sulle decime d'Inghilterra si pagassero i debiti contratti dal papa per l'impresa di Sicilia, pag. 581.

27 marzo 1256.--Arrigo III al papa. Scrive non potere, per le turbazioni del regno suo, mandar forze in Italia, nè fare al papa il pagamento, ch'ei volea prima di ogni altro, per le spese sostenute da Roma negli assalti del regno. Era di 135,541 marchi; e dice Arrigo: _Non enim credimus quod hodie princeps aliquis regnet in terris, qui ita subito tantam pecuniam possit habere ad manus._

Altre lettere simili a vari cardinali leggonsi a pag. 587.

.... 1256.--Eduardo primogenito di Arrigo III, dà un giuramento per questo negozio di Sicilia, pag. 586.

11 giugno 1256.--Alessandro IV a re Arrigo III, pag. 593.

27 settembre 1256.--Bolla che proroga il termine dato ad Arrigo per l'impresa di Sicilia, pag. 608.

.... detto.--Bolla che obbliga i prelati di Scozia a pagare il danaro tolto in presto dal papa per la guerra di Sicilia, pag. 608.

6 ottobre.--Alessandro ad Arrigo III, pag. 611.

9 novembre.--..... pag. 612.

10 maggio 1257.--Arrigo III al papa. Scrive avere con l'arcivescovo di Morreale, legato del papa, ordinato l'impresa, e scelto il capitano, pag. 620.

.. Maggio 1257.--Arrigo al papa. A questo effetto ha fermato pace col re di Francia.

3 giugno 1257.--Alessandro IV al suo nunzio in Inghilterra. Riscuota il danaro tolto in presto sulle decime, non ostante il divieto del re, che già si noiava della spesa.

E moltissime altre, che sarebbe lungo e non utile a noverare.

Leggonsi anche questi ed altri documenti negli Ann. eccl. di Raynald, tom. II et III. Nè li ho citato, parendomi inutile replicare le autorità per fatti sì certi.

[9] Le trattative leggonsi in una bolla d'Urbano IV, data d'Orvieto il 26 giugno 1263, che contiene a un di presso le condizioni della bolla di concessione di Clemente IV; se non che il papa domandava o quelle ricche province col censo di due mila once d'oro, o, per tutto il regno, il censo di dieci mila; riserbandosi sempre Benevento. Si contentò poi di dare tutto il regno per once otto mila all'anno. Questa bolla sarà in breve pubblicata dall'erudito sig. Alessandro Teulet, che l'ha cavato dagli Archivi del reame di Francia, e me l'ha gentilmente comunicato.

[10] Lünig, loc. cit. n. 43.

Ecco il sommario di questa bolla, data di Perugia il quarto dì anzi le calende di marzo dell'anno primo di Clemente IV.

Discorso a lungo della concessione precedente a Edmondo d'Inghilterra, la quale si replica esser nulla, per le non adempiute condizioni, e per la mancanza di un atto in buona forma; il regno di Sicilia, con tutta la terra tra lo stretto e i confini dello stato della Chiesa, è dato a Carlo d'Angiò, che prima della festa prossima di san Pietro, vada a Roma per l'investitura, mentre il cardinale delegato a questo negozio in Francia gli darebbe un sussidio sulla decima delle chiese, e predicherebbe la croce contro Manfredi.

Le condizioni della concessione sono:

1. Resti Benevento alla Chiesa.

2. Carlo, e i suoi, e gli eredi non possano avere proprietà, nè autorità in alcuna terra appartenente alla Chiesa di Roma.

3. Diansi alcuni privilegi a Benevento.

4. Ordine della successione, con la ricadenza alla Chiesa, in difetto di eredi legittimi e del sangue.

5. Censo di ottomila once di oro alla Chiesa, in ogni anno; e scomuniche e caducità dal regno se non si paghi.

6. Dopo l'acquisto del reame, in tutto o in parte, Carlo paghi alla Chiesa 50,000 marchi per le spese sostenute da lei.

7. Presenti al papa un palafreno bianco ogni tre anni.

8. Ne' bisogni della Chiesa mandi 300 uomini d'arme (cioè da 900, a 1,200 cavalli) per tre mesi in ciascun anno; il qual servigio si possa rendere in vece con navi armate.

9. I re di Sicilia e Puglia prestin omaggio ad ogni papa.

10. Non dividano il territorio. Qui è la formola del giuramento ligio che debban rendere a Roma.

11. Non possano essere imperatori, nè re de' Romani, o di Teutonia, nè signori in Lombardia, o Toscana.

12. Gli eredi loro, se eletti ad alcuna di queste signorie, lasciala.

13. Le eredi del regno non si maritino a principi di quelle regioni.

14. Stabilito un giuramento per le condizioni dell'art. 12.

15. Se il re sia eletto imperatore, emancipi il figlio, e gli lasci questo reame.

16. Simile condizione per le donne eredi del trono.

17. La donna erede del trono non si mariti senza piacimento del papa.

18. Esclusi i bastardi dalla successione.

19. Il regno non si unisca mai ad altro d'Italia, nè all'impero.

20. Caducità e scomunica, se il re occupi terre della Chiesa.

21. Restituiscansi, sotto gli occhi di commissari del papa, i beni mobili e immobili tolti alle Chiese.

22. Libertà delle elezioni ecclesiastiche, salvo il padronato regio. Facciansi in Roma le cause ecclesiastiche.

23. Rivocazione degli statuti svevi contro le immunità ecclesiastiche.

24. Immunità degli ecclesiastici da' giudizi ordinari.

25. E dalle gravezze.

26. Restino alla Chiesa i frutti delle sedi vacanti.

27. I feudatari e i sudditi abbiano le immunità e i privilegi goduti sotto Guglielmo II.

28. Rientrino gli esuli a piacer della Chiesa.

29. Divieto di ogni lega contro la Chiesa.

30. Liberazion de' prigioni sudditi del papa. Restituzione dello stato al duca di Sora. Rivocazione delle concessioni di feudi o altri beni per Federigo, Corrado, e Manfredi.

31. Carlo venga all'impresa, con esercito non minore di 1,000 uomini di arme (contando 4 cavalli per ogni uomo di arme), 300 balestrieri, ec, ec.

32. Venga in tre mesi dopo la concessione.

33. Le condizioni scritte di sopra valgano pei successori di lui.

34. E compiuta che sia l'impresa, abbia il privilegio di concessione con la bolla di oro.

35. Non tenga per tutta la sua vita l'uficio di senator di Roma.

36. Lascilo anzi nel termine di anni tre; e intanto lo eserciti a favor della Chiesa, e disponga per lei i Romani.

[11] Tutti questi casi della conquista di Carlo ritraggonsi da:

Saba Malaspina, lib. 3, cap. 1.

Ricordano Malespini, cap. 179, ambo, presso Muratori R. I. S., tom. VIII, e da molti altri contemporanei.

Del resto ved. Muratori, Annali d'Italia, 1266.

E ricordisi in Dante:

A Ceperan, là dove fu bugiardo Ciascun Pugliese. _Inf._, c. 28.

L'ossa del corpo mio sarieno ancora In co' del ponte, presso a Benevento, Sotto la guardia della grave mora: Or le bagna la pioggia, e muove 'l vento Di fuor dal regno, quasi lungo 'l Verde, Ove le trasmutò a lume spento. _Purg._, c. 3.

CAPITOLO III.

La vittoria di Carlo innalza parte guelfa in Italia. Risorgon pure i Ghibellini, e chiaman Corradino all'impresa del regno. Sollevasi per lui la Sicilia. È sconfitto a Tagliacozzo, e dicollato a Napoli. Carlo spegne la rivoluzione in terraferma con rigore, in Sicilia con immanità. Eccidio d'Agosta. 1266-1268.

S'eran riscossi i Guelfi alla passata di Carlo, aiutato l'aveano all'impresa, ed ora partecipando della vittoria, tutta Italia ingombravano, rafforzati dalla riputazione e dalle armi del re. E vacando tuttavia l'imperial seggio, papa Clemente, che alcuna autorità non n'avea, dette al re il titolo di vicario dell'impero in Toscana, per aprirgli la strada a più larga ambizione. Così mutossi per parte guelfa lo stato di tutte le province italiane; al nome ghibellino non restando che Siena e Pisa: gli altri uomini di questa parte, attoniti più che spenti, cedeano il campo, chi esule, chi acquattato in patria; e tutti covavan rancori. Ond'e' guardarono in Lamagna a Corradino, entrato già nell'adolescenza, e verace signore di Sicilia e di Puglia; i quali stati, com'or feano piegar le bilance pe' Guelfi, l'avrebber mandato giù, se renduti a casa sveva. Con loro s'intendeano gli usciti di que' reami, e i partigiani che s'eran sottomessi a Carlo; i quali non avean saputo difender Manfredi, ed or pensavano a rifar guerra. Rincoravali la mala contentezza di questi popoli, che sotto Carlo non sentiano scemare i tributi, crescer anzi la molestia de' ministri e degli officiali infiniti del re, ingordi, inquisitivi, superbi, più insopportabili come stranieri, e in Sicilia peggio, perchè ai non domi con le armi peggio puzza un'insolente dominio. Amaramente piangean Manfredi, da loro lasciato correre alla morte come quei che togliea parte {33} di lor sostanze, per trovar ora chi tutte rapiale, e per ammenda le persone manomettea.

Entro un anno dunque dal subito conquisto, risvegliansi, congiurano e Ghibellini, e usciti del regno, e baroni sottomessi a Carlo, e stranieri principi. Adunan moneta i Ghibellini; volenteroso entra Corradino nell'impresa; il duca d'Austria il segue, giovanetto e congiunto suo; seguonlo per amor di parte o d'acquisto molti baroni e uomini d'arme di Lamagna. Fin d'Affrica sursero per lui due perduti uomini del sangue regio di Castiglia, Arrigo e Federigo; che di lor patria fuggiti, combatteano a' soldi del re di Tunisi; e infastiditi, o a lui venuti in sospetto, rituffaronsi nelle brighe de' battezzati: ma Arrigo ancora cocea privato rancore contro Carlo, perchè avendogli dato in presto, quand'ei si preparava alla impresa, una grossa somma di danari raccolta da lui in Affrica e serbata a Genova, Carlo, preso il regno, nè dette feudi o stati ad Arrigo, nè rendea la moneta, ma menzogne di cortesia; e stucco de' richiami dello Spagnuolo, gli parlò leonino[1]. Perciò Arrigo cercava vendetta. Ad annodar que' fili giravan di qua, di là i più vivi partigiani; Corrado Capece corse e ricorse tra Lamagna e Tunisi. E fur sì destri, che l'anno stesso sessantasette Corradino, con quattro migliaia di cavalli tedeschi e parecchie di soldati a piè, calava in Verona: Roma tumultuando chiamava senatore don Arrigo di Castiglia: si levavano da per tutto i Ghibellini: tumultuava la Sicilia contro re Carlo.

Perchè don Federigo e Capece non prima sepper la passata di Corradino, che mosser d'Affrica, sì come s'era ordinato, a rizzare in quest'isola l'insegna sveva. Con una ventina di cavalli, e poche centinaia di fanti raunaticci, spagnuoli, toscani, tedeschi, saraceni, posero sulle spiagge meridionali {34} a Sciacca. Capece si promulga vicario del re; spaccia messaggi ai già disposti e consapevoli; bandisce la proclamazione di Corradino, esortante i popoli a sorger nella santa causa di lui: fanciullo, l'avevan tradito il fratel del padre suo, il pastor supremo della Chiesa; or adulto, e in sull'armi, e affidato nella lealtà dei sudditi, veniva a scacciare l'oppressor loro, l'usurpatore del regno. Rapida corse dell'arrisicato sbarco la fama, gratissima ai nostri, poco formidabile dapprima a' Francesi, che fecer sembiante di spregiarla; e Fulcone di Puy-Richard, reggitor dell'isola per Carlo, tutto sdegnoso mosse con forte oste de' suoi e di milizie feudali siciliane a schiacciare gli assalitori. I quali come videro il nimico vicino, fidati nelle lor pratiche, escon tosto al combattimento: e al primo scontro i feudatari siciliani s'infingon di fuggire; poi s'arrestano, straccian le bandiere d'Angiò, spiegan le sveve, e minacciosi stringonsi a schiera. Fulcone allora, lasciato il campo, più che di passo si rifuggì in Messina. E questa, con Palermo e Siracusa, restaron sole in fede; nel rimanente della Sicilia divampò un subito incendio, gridando tutti il nome di Corradino: nè a lui però ubbidirono, nè a Carlo, ma a posta sua ciascun disordinatamente si prevalse. Sbigottite e poche le armi provenzali; poche e disordinate quelle di don Federigo e di Capece; il malo studio delle parti, entrato già in questa terra, non crescea forza ad alcuno de' contenditori, ma sfogavasi in particolari vendette. Perocchè alla venuta di re Carlo, un talento servile, o una speranza di guadagno e autorità, molti precipitò a prostrarsi alla nuova dominazione, lor viltà onestando sotto specie di parteggiare per quella; molti più profondamente l'abborrirono. Ferracani i primi, Fetenti s'appellarono gli altri: nomi d'ignota origine, che nelle nostre istorie son oscuri, e mertanlo; perocchè s'udian solo in questa rivoluzione, l'uno e l'altro per villani misfatti. Il mal governo poi di re Carlo fu {35} amara ma certa medicina a dileguar queste fazioni in un ferocissim'odio comune. E così nel vespro appena si vide un'ombra di parte; ma restò solo per detto di contumelia e villania il nome di Ferracano; che traditor della Sicilia suonava, e partigiano de' tiranni stranieri.

Nè a particolareggiare i casi atroci di quest'anarchia del sessantasette, vo' dilungarmi or io dal bello argomento propostomi. Dirò solo quali odî seminassersi allora, che render doveano il vespro più sanguinoso e più grande; perocchè spesso nasce il bene dai mali estremi; e convien sia colma la misura a far che gli uomini tra lor mense, e amori, e guadagni, e ambizionucce, ed ozi onesti, ed ozi vituperevoli, ricordinsi d'esser cittadini, talchè, arrischiando per poco questa vita sì breve e amara, nella causa pubblica risorgano. La quale altra è che lo sciogliersi a misfare senza modo nè grande intento, come allora in Sicilia avveniva. Baroni, borghesi, vassalli con rapine e omicidî e violenze d'ogni maniera laceravansi tra loro: i deboli, al solito oppressi da' nemici e dagli amici, non sapeano cui ubbidire: era piena la Sicilia di sangue: di fame e di pestilenza perivano i campati alla rabbia degli uomini. Invano qui venne per Corradino il conte Federigo Lancia con una armatetta di galee pisane. Invano per Carlo il prior Filippo d'Egly, degli Spedalieri, frati combattenti, i quali in queste nostre risse mescolavansi più volentieri che nelle sacre guerre di Palestina. Avversi ai carlisti i popoli; i tre capi corradiniani disputavansi l'autorità suprema; e loro forze dividendo, disertaron sè stessi e la causa del principe. Queste parti dunque, delle quali niuna potea vigorosamente ordinarsi e metter giù l'avversa, dilaniarono senza pro la misera Sicilia; finchè, spento Corradino, venner da Napoli a risanarla i carnefici[2]. {36}

Non uso a questi subiti italiani movimenti, sbigottì Carlo a veder mezza la penisola in romore per Corradino; la Sicilia perduta; la Puglia piena d'umori di ribellione; e Corradino, che per diffalta di danari era sostato dapprima a Verona, vincer sull'Arno, accrescersi in Roma pe' favori d'Arrigo di Castiglia, e, non curando scomuniche, minaccioso venire alla volta del regno con dieci migliaia di cavalli, e più numero di fanti, tra tedeschi, spagnuoli, italiani, e usciti di Puglia. Nè tanta moltitudine avea Carlo in sull'armi; ma eran Francesi i più, e in migliore disciplina, e con altri capitani: ond'ei come animoso, fè testa ai confini. Presso a Tagliacozzo si pugnò, nel pian di San Valentino, a ventitrè agosto del sessantotto: ed era di Corradino la giornata, quando la terza schiera francese instrutta dal vecchio Alardo di Valery e da Guglielmo principe di Morea, diè dentro; e ruppe e mietè i disordinati per fidanza della vittoria. Presi i maggiori dell'esercito; scannata a frotte la plebe; nella quale trovando parecchi Romani, Carlo {37} non fu contento della lor sola morte, in vendetta del toltogli uficio di senatore della città. Comandava nel primo boglimento di rabbia, che fosser mozzi i piè a quei prigioni; ma per timore che portassero miserando spettacolo, da rinfocare contro di lui gli animi in Roma, l'ordine rivocò, e chiuder li fece entro una casa, e vivi brugiare. Quest'era il campion della Chiesa! Corradino fuggendo fu conosciuto ad Astura, e preso a tradimento. I partigiani ch'eran tuttavia grossi di numero, perdetter l'animo a quella rotta; si sbrancarono; pensò ciascuno a salvar sè solo; e tutti furon perduti[3]. Quel d'Angiò, come avea preso tanto stato, così il mantenne, per una sola battaglia. Ma per che modo sì assicurava e vendicava, m'è duro a narrarlo.

E comincio da Corradino, comechè pria del suo sangue scorresse già quel de' sudditi a fiumi. Altri appone a Clemente il mal consiglio, altri lo scolpa; io penso che il papa e il re d'un animo volesser la morte del giovanetto, stimolati entrambi da rabbia d'aver tremato, e sospetto dell'avvenire. Nè sicari in carcere, ma rappresentanti della nazione in faccia alla nazione e a Dio, bruttavansi del comandato assassinio. Convocò re Carlo un parlamento di baroni, e sindichi, e buoni uomini delle città di Puglia; a scherno osservar fece tutte del giudizio le forme: talchè par vedere altri tempi a leggere con che sillogismi quella straordinaria corte dannava a morte Corradino e i seguaci suoi, come in tali casi è costume. Ed ebbe animo ad opporsi un Guidone da Suzara, famoso professor di dritto civile, che non era suddito di re Carlo nè si curava della sua grazia; e lor coscienze rimordean gli altri; e piangeano in cuore i buoni; i Francesi stessi esecravano il crudele atto del re: ma il re volea, e tremavano i giudici, onde ogni schermo fu vano. Un fanciullo di sedici anni, ultimo erede di tanti imperatori {38} e re, dritto signore egli stesso di Sicilia e di Puglia, il dì ventinove ottobre del sessantotto, tratto era al patibolo in piazza di mercato a Napoli; seguendolo una funata di vittime, perchè più largamente si vendicassero gli sturbati ozi della tirannide. A paro a paro con esso veniva il duca d'Austria, statogli compagno amantissimo dall'infanzia: biondi ambo e gentili, impavidi nel sembiante, a fermo passo andavano al palco. Di porpora era coperto il palco, quasi a regia pompa; con torvi armati all'intorno; foltissimo il popolo in piazza; dall'alto d'una torre guardava quella tigre di Carlo. Salì Corradino, mostrossi, e lettagli in volto la sentenza che il chiamava sacrilego traditore, ne protestò nobilmente al popolo e a Dio. A queste parole susurrava la moltitudine un istante; e poi ghiacciata di paura tacque; stupida e scolorata affisò Corradino. Il quale nell'abbassar lo sguardo su quell'onda di spaventati volti infiniti, ghignò di amaro disprezzo, poi gli occhi alzò al cielo, e ogni terren pensiero depose. Lo scosse un colpo: vide il capo del duca d'Austria già tronco sul palco; ond'avidamente il raccolse Corradino, se lo strinse al petto, il baciò cento volte, baciò gli astanti, baciò il carnefice, pose il capo sul ceppo; e la scure piombò. Narran che prima gittasse il guanto a significar la investitura de' reami a Pier d'Aragona, genero di Manfredi; narran che il conte di Fiandra, marito d'una figliuola di re Carlo, non reggendo all'empio sagrifizio, di sua mano uccidesse Roberto di Bari fabbro e dicitore della sentenza. Ben i bizzarri costumi dell'età aggiugnerebber fede a cotesti fatti; ma più certi e atroci prendo io a narrarne, affrettandomi a uscir di tanti orrori[4]. {39}