La Guerra Del Vespro Siciliano Vol 1 Un Periodo Delle Storie Si
Chapter 31
Tutta la state tenne fermo in Girona il visconte. Re Filippo moveagli assalto ogni dì; percotea le mura coi gatti, la città coi tiri delle briccole, dava scalate, fea scavar le cortine; ma il presidio punto non se ne mosse, opponendo ingegni agl'ingegni, armi alle armi; e in sortite bruciò le {329} macchine, e i balestrier saraceni con mirabili colpi imberciavano, non pure gli scoperti, ma i riparati dietro macchine o case, e gli infermi per li spiragli delle finestre, e chi che fosse a gittata d'arco con due dita di luce da ficcarvi un quadrello[52]. E l'oste francese era già scompigliata e consunta. Arsevi, da disagi o aer malsano, una cruda morìa; infierita per la corruzion delle carogne dei cavalli, che a migliaia morivano da punture di tafani velenosi, ingombranti a nugoli la campagna, usciti la prima volta, così il volgo favoleggiò e qualche isterico con esso, dal sepolcro del beato Narciso, profanato dalla nimica rabbia[53]. Appigliossi la pestilenza al naviglio sì fieramente, ch'entro poche settimane le ciurme s'ammezzarono, e poi scesero al terzo, e più basso[54]. I Catalani intanto dalle poste di Besalu ed Hostalric scorrazzavano per tutto il paese; rapiano i traini delle vittuaglie, in quella carestia portate per mare a Roses, indi su vetture a Girona; sorprendeano le picciole schiere francesi; tagliavano a pezzi gli sbandati; s'arricchivano delle spoglie; vendeano i prigioni; saziavansi del sangue: infaticabili, pratichi, arrisicatissimi, e crudeli. Il mare stesso non era più sicuro ai nemici, poichè le undici galee di Barcellona, disperatamente investite venticinque delle francesi, rotto aveanle e preso; e indi i privati corsali, inanimiti, uscivan in maggior numero a tentar la fortuna[55]. {330}
Allor Pietro manda intorno la grida della misera condizione dell'oste, e ch'uno sforzo la metterebbe al nulla: fa bandir da Alfonso la levata in arme in Aragona: ei stesso chiamavi i Catalani; da tutti con maggiore alacrità ubbidito, come portava la rivoltata fortuna. Cavalca indi al santuario di santa Maria di Monserrato, famosissimo per tutta Spagna: passavi una intera notte a pregare all'altar della Vergine: e la dimane uscendo la prima volta in campo, come se avvalorato dal Cielo, conduce cinquecento cavalli e cinquemila fanti dritto a Girona; e con quel pugno di gente, in faccia al nimico volteggiò, senz'altro schermo che le acque del Tar. Poggia indi al vicin monte di Tudela; e, abbandonatolo per non parergli opportuno, movea alla volta di Besalu, quando con poche forze trovossi in una terribile zuffa[56].
Solo con dodici cavalli, uscito di schiera e di via, la notte innanzi il quindici agosto, andava a dar dritto in una torma di cinquecento cavalli francesi; se non che una parte de' suoi uomini d'arme e poche centinaia d'almugaveri, che lui smarrito cercavano, s'accorsero de' nimici. Senz'arnese il re cavalcava. Ma come di qua, di là correr vede e venirsi alle mani, sprona nel mezzo, e grandissime prove fe' della sua persona. Leggiamo che recisegli le redini del cavallo, accerchiato da molti cavalieri, si sviluppò fieramente, uccidendone molti con la mazza; e che un lanciotto vibratogli da presso, si piantò nell'arcion della sella: che d'Esclot vide con gli occhi suoi l'arcione e la spezzata punta. Aspro l'affronto delle altre genti anco si {331} travagliava: almugaveri leggieri contro gli uomini d'arme, cavalli contro cavalli; dove sopra tutti i bravi lodati di parte catalana veggiamo quel siciliano Palmier Abate, giovane che non avea visto unquemai battaglia, rapito fuor della diletta patria per astuzia del re, e segnalatosi or tanto in sua difesa, che il catalano Montaner lasciandosi portare all'estro della cavalleria, gli altri prodi agguaglia a' Lancilotti e a' Tristani, e lui ad Orlando. Straziatisi con tal disperato coraggio Francesi e Spagnuoli, stracchi alfine lasciarono il campo; ed entrambi poi vantaron vittoria. Errore è d'alcuni istorici, che ivi fosse ferito re Pietro. Venne anzi battendo a Besalu, e alle altre poste; continuò a dar gangheri, porre agguati, saltar qua e là intorno allo estenuato esercito di Francia: e pensava anco qualche stratagemma per vittovagliare Girona; quando il ventiquattro agosto, lasciato ogni altro pensiero, a spron battuto volò a Barcellona per lietissimo annunzio[57].
E fu questo l'arrivo della siciliana flotta: onde sfavillò Pietro in volto, a vedere nel porto di Barcellona trenta galee, schierate in bell'ordine, dipinte intorno intorno con le armi d'Aragona e Sicilia, luccicanti di scudi e balestre, {332} parate di bandiere, pennoncelli, tende di seta vermiglia su i castelli di poppa; che non s'era più vista, continua il d'Esclot, armata in migliore arredo. Un lietissimo grido misero le ciurme siciliane al vedere il re; che montò su le galee, soppravvide ogni cosa, e si strinse a consiglio con Ruggier Loria. Questi, posato tre dì, sciolse pel golfo di Roses[58]: e mandonne avviso all'armatetta catalana, che era uscita assai prima a ritrovar briga in quei mari, e le dava caccia la flotta francese.
Menomata dalla mortalità delle genti, e ignara del tutto della sorvenuta armata di Sicilia, la francese avvennesi in lei agli scogli delle Formiche, sotto il capo di San Sebastiano; e Loria la scoperse senza essere riconosciuto da quella: nè altro aspettò, ma spiccata una punta delle sue galee a tramettersi in mezzo la terra e 'l nimico, ei l'investe di fuori col grosso del navilio; ordinate molte fiaccole per ogni galea, perchè non si desser d'urto tra loro, e spaventassero il nimico con la paruta di maggior numero. Ed ecco entrati a gitto di balestra, d'un subito accendon le fiaccole i nostri, levano il grido «Sicilia, Aragona, Maria delle Scale di Messina;» e l'ammiraglio con la prora urta di costa sì fieramente una galea provenzale, che ribaltandola, da cinque o sei uomini in fuori, tutta la gente sbalzò in mare. Poco ressero gli sprovveduti a tal furia d'assalto. Dodici galee scamparono, contraffacendo i segnali de' fuochi e il motto Aragona e Sicilia; delle altre, qual fu presa, qual diè in secco; restando compiuta la vittoria a' nostri. In questi fatti a un di presso accordansi tutti gli istorici del tempo, con qualche divario nel numero delle navi e negli ordini della battaglia. Ma le espresse parole degli uni, lo stesso silenzio degli altri, e i fatti seguenti dan fuori ogni dubbio che l'armata siciliana distruggesse {333} quella notte il nerbo delle forze marittime di Francia. Meglio che cinquemila tra Provenzali e Francesi caddero in questo abbattimento delli scogli delle Formiche; e furono pur più felici de' prigioni, per la spietata rabbia che portavano i tempi, e l'accanimento tra Spagnuoli e Francesi. Prendendo a scernere i cattivi, Ruggier Loria ne tolse cinquanta cavalieri di paraggio, che potean pagare grosso riscatto; gli altri mandò in Barcellona a Pietro: e questi fa legare a una gomena trecento feriti, accomandare il capo della gomena a una galea; e la galea vogò allora, trasse dietro a sè la funata de' prigioni, e consumò l'orrendo supplizio, a veggente di chi veder volesse, scrive freddo il d'Esclot. Dugentosessanta non feriti fur tutti accecati, d'uno all'infuori al quale re Pietro fe' cavare un sol occhio perchè guidasse la brigata a Filippo; infermo dell'epidemia, straziato dallo sterminio che la morte in tante orrende guise facea del suo popolo[59]. {334}
Ruggier Loria entro pochi giorni spazzò il rimagnente della flotta nemica, mandate le galee catalane a raccorre {335} quante reliquie se ne ritrovavano a Palamos e a San Filippo; ed ei difilandosi al golfo di Roses, bruciò e prese venticinque più navi; e ponendo a terra, stormeggiò il castello per impadronirsi delle molte vittuaglie serbatevi[60]. Raro esempio in quell'età di sostenersi da fanti ignudi lo scontro di grave cavalleria, intervenne allo sbarco di Roses. Perchè movendo da vicina terra contro le ciurme di Loria il conte di Saint-Pol con un grosso di cavalli, si circondano i nostri di fossi mascherati, e intorno intorno di gomene tese su' piuoli, e con l'arme da gitto li aspettano. Piombarono a briglia sciolta i Francesi; e parte ne' fossi precipitarono, parte respinti da' ripari si scompigliaro: saltaron fuori i nostri e finirono lo sbaraglio. Il conte, abbattutoglisi il cavallo, fu ucciso; e troncagli una mano, che i nemici poi ricomperavano per settemila marchi d'argento. Rimbarcatosi l'ammiraglio, fece altre ricche prede su i mari; tagliò tutti sussidi di vittuaglie allo esercito[61]. E allor fu che andato a lui il conte di Foix, chiedendo tregua a nome di re Filippo, negolla Ruggiero superbamente. Disse che, pur accordata dal re d'Aragona, a Provenzali e Francesi ei non osserverebbe tregua giammai; e ripigliando il conte, non salisse in tanta superbia, perchè la Francia potrebbe metter in mare trecento galee: «Vengano, ei riprese, e trecento e duemila; con cento delle mie fidereimi tener tutti i mari; nè legno solcherebbeli senza salvocondotto di re Pietro, nè pesce v'alzerebbe la testa senza lo scudo delle armi regie d'Aragona[62].» {336}
In questo mentre Ramondo Folch, ch'avea fatto tai prodigi alla difesa di Girona, e a gran pezza non s'era curato della fame, non che delle minacce e promesse del nimico, venuto a stremo di penuria, cominciò ad ascoltar parole d'accordo; di voler anco di re Pietro, il quale nè potea far levare l'assedio per battaglia, nè vedea cagione di gettarsi a tal rischio[63]. In questa pratica narra una cronaca francese, ch'ito al campo degli assedianti l'arcivescovo di Saragozza, il legato troncavagli ogni parola, fremendo: «Non misericordia, non patti,» quando Filippo il Bello, bruscamente il domandò, che farebbe de' bambini e delle donzelle prendendo Girona d'assalto? «Muoian tutti,» il cardinale riprese; e il giovin principe a lui: «Niuno muoia, che non può difendersi colla spada.» Indi all'arcivescovo segretamente palesò travagliar peggio gli assedianti che gli assediati; perciò tenesse fermo nel chiedere i patti[64]: e chi sa quanto operarono sul giovanil animo queste prime ire contro la romana corte, per disporlo all'offesa di Anagni? Il visconte pattuì venti giorni per arrendersi, se non gli giugnesse soccorso; e non avendone, il dì sette settembre uscì con armi e bagaglio e tutti onori di guerra, e ammirazione grandissima de' nemici[65].
Ma nè gioia nè comodo ne tornò a' Francesi in tal tempo, perchè perduto il mare, la fame finiva già l'esercito, straziato dalla pestilenza e dalla spada nemica; e l'ansietà crescea per trovarsi in pericolo lo stesso re Filippo, che preso dalla morìa nel campo di Girona, per mutar sito non rinfrancossi, e sopraggiunto il disastro della flotta, il sangue {337} gli si rivelenì per tutte le vene. Tra questi travagli comandava Filippo la ritirata, lasciando presidio a Girona. Intanto di Catalogna, d'Aragona, di tutto il reame traeano a gara armati alle bandiere di Pietro; il quale rinfiammò tal zelo con far dassè ciò che per altezza d'animo ostinatamente avea negato nelle più dure strette; ed ora nel montar della fortuna gli era tanto maggior lode. Assembrati i baroni in concione pubblica, egli accetta: queste calamità pubbliche esser fattura sua, e della maligna sorte che gli fe' chiuder gli orecchi a' leali consigli de' baroni: Iddio aver punito il superbo, e trattener ora il flagello levato sul suo capo: ond'ei ripentito, vedendo la man del Signore, chiedea perdono a' suoi sudditi; consigliava loro di temperarsi nella vendetta sopra i nemici sbaragliati e fuggenti, a' quali gli Spagnuoli avessero misericordia poichè Dio l'avea avuto di loro: così ei pensava, dicessero lor sentenza i baroni. Col medesimo accorgimento accarezzò gli Aragonesi sopra tutti; e fe' piangere, dice d'Esclot, di tenerezza quegli animi sì indocili, a tal umile e benigno parlare.
Adunato un giusto esercito, marciando di costa alle reliquie del nemico, giunse al passo di Paniças; e nol contese, dicon gli storici di sua parte, per pietà del re infermo a morte, e preghiere di Filippo il Bello; ma forse perchè metter non volle a disperazione il nemico, tuttavia più poderoso di lui. Ed ecco il trenta settembre[66] quattromila cavalieri, che sol tanti ne rimaneano montati, e inutili turbe di fanti, e confusione di salmerie, lasciandosi a dietro, per falta di vetture, tanti doppi più d'arnesi e robe e argenterie, anelanti e mesti ripassavan le chiuse: stretti a schiera i cavalieri intorno all'orifiamma e alla {338} barella del re moribondo, co' principi del sangue, il legato, e' principali dell'oste. Ardeano gli almugaveri di dar dentro, e li trattenne il re finchè fur valicati gli uomini d'arme; poi su fanti e bagaglie sbrigliaronsi. Di là dai monti, in Rossiglione, il medesimo scempio nel sangue e nella roba de' fuggitivi facea Loria, sbarcato con le feroci genti dell'armata; talchè per gran tratto di paese non fu che cadaveri e moribondi di ferite, di morbi, di fame, e assalti, e ladronecci; salvandosi a pena il forte nodo de' cavalli. Il sei ottobre morì re Filippo a Perpignano: non riportarono in Francia i rimagnenti che lutto, pestilenza, ferite, e peso gravissimo di debito pubblico[67].
Ma Pietro, non tardo a usar la vittoria, strignea d'assedio Girona; e voltavasi anco all'isola di Maiorca, dicea, non per vendetta contro il fratello, ma per aver meglio di che fermar la pace con Francia e Roma. Con pratiche tra gli abitatori dell'isola si spianò la via; cinquecento cavalli apprestò con l'armata di Loria, sotto il comando di Alfonso. Erano in ponto a salpare, quando il re partendo da Barcellona per Saragozza il ventisei ottobre, colpito dal freddo del mattino, e preso di violenta febbre a San Clemente, dopo breve fermata, ostinavasi a rimontare a cavallo; ma vinto dal morbo, recaronlo in lettiga {339} a Villafranca di Panadès[68]. Quivi temendosi già di lui, venne ansioso Alfonso; e il re che non pensava alla propria vita, ma all'impresa di Maiorca, sgridavalo: «A che lasciare l'armata? Or se' tu medico da stare attorno al mio letto! Di me sia ciò che Dio vorrà, ma tanto più preme occupar di presente Maiorca[69].»
Andò dunque l'infante, e se n'insignorì tra pratiche e forza d'arme, con picciol contrasto[70]. Risplendeva in quello incontro il valore de' nostri; perchè fortificatisi in una rilevata chiesa fuor la città i più fedeli al re di Maiorca, con Francesi e Provenzali, avean ributtato i replicati assalti della gente catalana e dell'isola: ma quando Alfonso, per pensiero dell'ammiraglio, fece sottentrar nel combattimento i Siciliani dell'armata, «Viva Sicilia» levan essi il grido; danno nelle trombe, e montando su per scale e remi, d'un solo stormo impetuoso fur dentro, e finirono la guerra[71].
Nel medesimo tempo navigava que' mari Carlo II d'Angiò, mandato di Sicilia dall'infante, dice il Neocastro, pe' comandi risoluti di Piero, e' consigli di Procida, che ammonialo a posporre a' doveri verso il padre ogni utilità sua propria e dell'isola; ma piuttosto fu che Giacomo col re fortuneggiante avea disputato, al vincitore ubbidiva[72]. Perciò dopo alcune pratiche, che son da supporsi e forse ancora con l'intesa di Roma (ritraendosi data licenza dalla romana corte d'aprile milledugentottantacinque a {340} due frati inglesi Ugone di sant'Edmondo e Gualtiero di Seggefelt di venire in Sicilia per lo re Eduardo a visitare e consolare il prigione[73]), affrettavasi Giacomo a fare per sè, pria che il prigione gli escisse di mano. Va a trovarlo egli stesso a Cefalù; ottien promessa da lui per impazienza del carcere o saputa degli eventi d'Aragona, che cederebbegli ogni ragione su l'isola, darebbegli sposa Bianca sua figliuola, e con altri parentadi strignerebbersi le due case d'Aragona e d'Angiò. I quali patti, quanto men valeano per la prigionia di Carlo e 'l dubbio diritto di Giacomo a fermarli, tanto più Giacomo volle rafforzar di giuramenti sul vangelo e doppio scritto, l'un per sè stesso, l'altro per ispacciarlo al padre. Allor trascelti i fidatissimi cavalieri Ramondo Alamanno, Simone de Lauro, e Guglielmo de' Ponti, si fa dar sacramento, che la persona di Carlo rassegneranno a re Pietro; e avvenendosi nel viaggio in forze nimiche, a lor potere difenderansi, ma, sopraffatti, troncheranno il capo al prigione, e gitteranlo in mare, perchè nè anco il cadavere riavessero i nimici. Di Cefalù a Palermo; quindi coi tre cavalieri Carlo s'imbarcò per Barcellona; e giunsevi nelle ore estreme di Pietro[74].
Il quale, poichè Alfonso si partì da lui, sentendo la mortal forza del morbo, lasciar volle solenne discolpa {341} della guerra contro il papa, sì come Carlo d'Angiò fatto avea in punto di morte per la guerra suscitata dal papa. Chiamati dunque l'arcivescovo di Tarragona, co' vescovi di Valenza ed Huesca e altri prelati e baroni, attestò: non ad offesa della santa sede, ma secondo sue ragioni aver preso il reame di Sicilia; le scomuniche acerbe di Martino non aver meritato, ma sì come cristiano osservatole; ed or presso al divin giudizio, chiedeva all'arcivescovo l'assoluzione, promettendo che s'ei campasse, e qui ripigliava le ambagi, obbedirebbe secondo giustizia al pontefice sommo, al quale rappresenterebbesi di persona o per legati. Il giurò; e l'arcivescovo ribenedillo. Consigliato a perdonare i nimici, fe' liberare prigioni, non però que' d'alto affare; non mutò il testamento dettato a Port Fangos nell'ottantadue; ad alta voce si confessò a due frati; e poi a grande sforzo surse di letto, mal reggentesi e tremolante, vestissi, s'inginocchiò lagrimando e pregando dentro da sè, ed ebbe l'Eucaristia. Seppe indi arresa Girona; venuto di Sicilia Carlo, che gli restava appena un barlume di sensi, nè potè profferire risposta; ma fe' croce delle braccia, levò gli occhi al cielo, e il dieci novembre spirò [75]. {342}
Questo fine ebbe di quarantasei anni, verde di forze, nel maggior vigore della mente, nel colmo della fortuna; vedendo dissipata l'oste di Francia; confuso il re di Maiorca; mancati Carlo, Filippo l'Ardito, papa Martino; il novello re di Napoli nelle sue forze; scompigliato quel reame; la Sicilia sicura e obbediente; la sua flotta signoreggiante il Mediterraneo; per sè la riputazion della vittoria, da por freno in ogni luogo agli stessi suoi sudditi. Grande fu e ben fatto della persona, robusto di braccio, d'animo audacissimo, perseverante, ingegno da abbracciare gran disegni e non saltar le minuzie, scaltrito, chiuso, infaticabile; tutte le parti ebbe di capitano egregio. Gli furon queste nelle cose di stato or vizi or virtù, secondo la giustizia dell'intento, a che mai non attese. Indi la discordia, non da savio, con le corti d'Aragona; le dubbie vie contro i baroni di Sicilia; le frodi e gl'inganni che macchinò con arte profonda; le vendette efferate ne' suoi nemici, alle quali proruppe per l'atrocità de' tempi, per la fierezza dell'animo, non curante strazio e morte nè in sè nè in altrui, per la crudeltà della mente assorta negl'intenti politici, fatta cieca alla conoscenza de' veri beni propri ed altrui, miscredente a' dritti degli uomini, ghiacciata contro ogni alito di lor carità. Avventurosa la Sicilia che sel trovò nel pericolo, e sen disfece tosto; perchè era di tempra da agognar sempre o fuori o in casa. Gli uomini poi scordarono i danni di quella molesta fortezza, e diergli il meritato soprannome di Grande[76]. {343}
Per questa ragione medesima gli scrittori del tempo, anco i nostri, e fin il sommo poeta d'Italia[77], che di tanto fu più grande di quei re combattenti, esaltavano a canto all'Aragonese, l'emolo Carlo d'Angiò, lodato per valor pari e più chiare vittorie, biasimato al paro di slealtà, ma senz'arte alla violenza nè alla frode, onde Pietro, che meglio se n'intendea, lo raggirò e vinse. Più pesante tiranno fu Carlo, invidioso e uggioso ne' costumi privati, e nello stato avarissimo, connivente ai suoi sgherri, inumano, spregiator delle genti italiane[78], calpestator d'ogni dritto, nimico fin dalla prima sua dominazione di Provenza a tutte franchige, anzi odiatore de' suoi stessi sudditi; e punito del maggior martiro che il Cielo serbar poteagli, mancando di lenta morte, nella rabbia di veder lieta e forte quella Sicilia che straziata lo maledisse, gli rese onte per onte, sangue per sangue, spezzò il suo scettro, troncò il corso alle sue esterne ambizioni, la sua schiatta per due secoli combattè.
Invano ad aiutar questo Carlo intendea con tutto lo sforzo del pontificato, Martino, la cui vita e la morte non sarebber da istorie, se non che preoccupato da umori di nazione e di parte, e ritenendo sotto il gran manto gli antichi ossequi, proruppe ai narrati scandali, onde le due penisole bagnò di sangue, espilò tutte le chiese d'Europa, profanò l'armi della croce.
Da costui suscitato e da volgar vanità e cupidigia, Filippo {344} terzo di Francia corse oltre i Pirenei a guerra disutile e ingiusta; lasciovvi sessantamila vite d'uomini, e la sua stessa; smentì il nome d'Ardito[79] con gli smisurati preparamenti e l'esito miserando, e fatto notevol nessuno, se non furon gli ammazzamenti d'Elna e di San Filippo.
Sotto questi quattro principi, mezz'Europa s'agitò per la siciliana vendetta del vespro. Mantennela con vittoria il più debol tra loro, contro le unite forze dei tre potentissimi; tutti mancarono nel medesimo anno ottantacinque; e dalle loro ambizioni altre ambizioni, indi altri mali rinacquero. Ma la Sicilia, sciolta dal legame della comune signoria con Aragona, sola ne restò a guerreggiar contro il reame di Napoli e 'l papa; e s'ordinò con migliori leggi; e per maggiori fatti d'arme rese chiaro il suo nome.
NOTE
[1] Veg. il docum. XIV.
[2] In questo tempo stesso Carlo I e la vedova regina di Francia, fecero compromesso per le questioni insorte tra loro, intorno la eredità di Ramondo Berengario conte di Provenza. Diplomi del 10 novembre 1283, e 23 marzo 1284, negli archivi del reame di Francia, J. 511. 3.
[3] Docum. XIV.
[4] Raynald, Ann. ecc., 1283, §§. 34 e 35.
[5] Saba Malaspina, cont., pag. 394.
[6] Bolla del 27 agosto 1283, in Raynald., Ann. ecc., 1283, §§. 25 a 32; e in Rymer, Atti pubblici d'Inghilterra, tom. II, pag. 252 e seg.
[7] Nangis, Vita di Filippo l'Ardito, in Duchesne, Hist. franc. script., tom. V, pag. 542.
Tolomeo da Lucca, Hist. ecc., lib. 24, cap. 12, in Muratori, R. I. S., tom. XI.
Veg. anche Saba Malaspina, loc. cit., e Geste de' conti di Barcellona, cap. 28.
Gl'intendimenti di casa di Francia in questa guerra, e le sollecitazioni di Carlo I d'Angiò son detti apertamente da costui nel diploma del 5 ottobre 1284, docum. XXIII.
[8] Montaner, cap. 79.
[9] Docum. XIV.
[10] Brevi del 10 gennaio 1284, in Rymer, op. cit., tom. II, pag. 263.
[11] Bolla di Martino IV, in Rymer, loc. cit., pag. 267.
Nangis, Vita di Filippo l'Ardito, in Duchesne, Hist. franc. script., tom. V, pag. 542, contro i documenti allegati da noi, porta questo parlamento di Natale dell'83.
[12] Raynald, Ann. ecc., 1284, §. 5 e seg.
Rymer, loc. cit., p. 267.
[13] D'Esclot, cap. 136, il quale trasporta questa investitura al 1285, aggiugnendovi del rimanente con grande esattezza quanto sopra si è ritratto dai documenti di Raynald e Rymer.
Montaner, cap. 119 e altrove, chiama Carlo di Valois «re del cappello.»
Surita, Ann. d'Arag., lib. 4, cap. 41.
[14] Raynald e Rymer, nei luoghi citati.
[15] Raynald, Ann. ecc., 1284, §§. 4 e 10.
Bolla del 5 maggio 1284, negli archivi del reame di Francia, J. 714. 6.
Saba Malaspina, cont., pag. 394.
Nangis, loc. cit., pag. 542.
Tolomeo da Lucca, Hist. ecc., lib. 24, cap 12, in Muratori, R. I. S., tom. XI.
Le decime estese in Alemagna si ritraggono da un breve d'Onorio, in Raynald, Ann. ecc. 1285, §. 23.
Veggansi ancora Nic. Speciale, lib. 2, cap. 1.
Bart. de Neocastro, cap. 70, 71 e 91, per questi preliminari dell'impresa d'Aragona.