La Guerra Del Vespro Siciliano Vol 1 Un Periodo Delle Storie Si

Chapter 30

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Chiamati in Parigi i prelati e i baroni, il venti febbraio milledugentottantaquattro, il re lor significava le ultime negoziazioni; e metteva il partito della guerra. Presero tempo d'un giorno a deliberare, di tre a rispondere; e il dì {312} ventuno assai per tempo adunavansi nel palagio reale; divisi in due sale i prelati da' baroni, e assente il re. Il legato che non era lontano nè si rimase a man giunte, fingea poi gran maraviglia della ispirazione per cui virtù le due camere, lontane e ignare de' procedimenti l'una dell'altra, deliberassero la guerra in un medesimo istante. La camera de' baroni mandò prima il messaggio a' prelati; il legato non tardò a far venire il re co' suoi cortigiani; e il medesimo giorno in pien parlamento, innanzi a gran moltitudine l'arcivescovo di Bourges e Simone de Nigel annunziavano a Filippo la deliberazione; Filippo ringraziava, e assentiva l'impresa: il giorno appresso, convocato di nuovo il parlamento, fe' intender la scelta fermata in persona di Carlo di Valois, suo secondo figliuolo[11]. Giurò per costui il padre; il cardinale conferì al fanciullo l'investitura de' regni d'Aragona e Valenza e del contado di Barcellona[12] con istrano rito di porgli in capo un cappello; onde, perchè la terra poi non ebbe, re del cappello il motteggiavano[13]. Ratificò il papa a dì primo marzo; die' la bolla di concessione in buona forma il tre maggio[14]. Lo stesso giorno trasferisce al cardinal di Santa Cecilia piena autorità in Francia, Navarra, Aragona, Valenza, Maiorca, e tutt'altre province ov'era intendimento di levar genti, o {313} portar la guerra; concede per quattro anni le decime dei beni ecclesiastici nel reame di Francia, e nelle province del Viennese, Lione, Liege, Metz, Verdun, Toul, Besançon, Tarantaise, Embrun; e fino in città appartenenti allo impero e altre lontane contrade[15]. Indi commette al legato di predicar la croce; accorda le indulgenze come in guerra di luoghi santi[16]; e oltre le decime, anco i legati pii[17], e un prestito su le somme già raccolte per l'impresa di Gerusalemme, e altri favori che il re domandava, uno dei quali era richiesto da' baroni, dichiarando tenuti i crociati a pagar loro le taglie e prestazioni solite[18]. Ebbe anche le decime ecclesiastiche ne' suoi dominî Giacomo re di Maiorca e conte del Rossiglione, fratello di re Pietro. Ei volendosi scioglier dall'omaggio feudale alla corona aragonese, avea colto il destro di voltarsi contro il fratello, mostrando d'ubbidire alla Chiesa[19]. Fu di tanto più vile, che dissimulò a lungo lo accordo co' nemici della sua {314} schiatta, fermato nell'ottantatrè, riconoscendo anco tener dal re di Francia Montpellier e Lans; e che promise per solenne scritto di dargli i passi della Catalogna, vittuaglie, fortezze, e di combatter contro il fratello: patti d'empietà che giurò sul vangelo[20], e che attiraron su la sua patria le più atroci calamità.

Ma Pietro saputa la prima sentenza del papa, e preparandosi a renderla vana coi fatti, volle combatterla anco nelle forme. Richiamossene prima per ambasciadori; dei quali altri dal nimico fu preso, alla romana corte pervennero Arnaldo di Rexach e Bernardo de Orlè[21]; che esposte le ragioni del re, per lui chiedean sicurtà a difendersi in persona innanti il sacro collegio; e proponean compromesso in cinque principi di cristianità; ma rispinti dal papa assai duramente, protestarono, e della sentenza appellaronsi, scrive il Montaner, a Dio e a san Pietro, con uno scritto in buona forma per man di notaio[22]. Fantasia che bene sta ai tempi; e nascea da un giusto argomento di re Pietro, comune a' più alti ingegni di quell'età, e fortemente scolpito in tutte le memorie nostre d'allora, ch'era, distinguer sempre la religione dalla Chiesa; lagnarsi ove occorresse del papa, ma esaltar sempre la fede cristiana. Nè da altro forse fu dettato il motto degli agostali d'oro battuti in Sicilia con l'aquila siciliana nel dritto, e il nome della regina Costanza e sopra quello il motto «Cristo vince, Cristo regna, Cristo comanda;» e nel rovescio l'armi d'Aragona, il nome di Pietro, e su quello «La somma possanza in Dio è[23].» Apparecchiavasi come ultimo {315} capo di difesa, per ischivar anco la quistione del dritto della corte di Roma, quella donazione de' reami ad Alfonso, di cui parlammo di sopra[24]; ma Pietro non l'usò perchè la lite si trattò poi con la spada. Anzi sentendo la propria sua forza nel navilio, e negli ordini d'entrambi i reami d'Aragona e Sicilia, scherzava su la sentenza del papa, chiamandosi non più re, ma Pier d'Aragona, cavaliere, padre di due re, e signor dei mari[25]. Con la stessa non curanza e col brio d'un cavalier trovadore, ei poetò in provenzale: turbarlo sì questa mostra de' gigli; ma si vedrebbe alle prove se gli torrebbero il baston giallo e vermiglio, o se troverebbe la perdizione in Ispagna chi verrebbe a cercarvi la perdonanza: per sè ei non chiedeva armadura in questa guerra, sol che la sua donna lo confortasse con un sorriso[26].

Un'altra ambasceria inviò in Francia a dolersi della rotta fede; ove ai suoi legati non pur fu dato di vedere il {316} re[27]: e lo stesso avvenne alla reina Margherita, madre di Filippo, che parlar volle di pace[28]. Indarno ancora ne mosse pratiche Eduardo, re d'Inghilterra, prima per suoi ambasciadori in Guascogna, poscia per lettere all'abate di San Dionigi; perchè il legato, ben trascelto da papa Martino, sturbò ogni mite consiglio[29]. Nondimeno non potè Pietro portar l'Inglese alla guerra contro Francia, che pur non ne mancavano altre cagioni. Non altrimenti gli tornò il chieder soccorsi all'imperatore Ridolfo, profferendo cedergli suoi dritti sulla contea di Savoia, e aiutarlo in Italia contro parte guelfa[30]. Più assegnamento facea sopra Sancio di Castiglia, da lui favoreggiato nella ribellion contro il padre; il quale or morto, e usurpato il reame da Sancio, venne Pietro con esso lui a spessi abboccamenti, e fermarono aiuto scambievole, e larghe promesse n'ebbe, ma all'uopo non sel trovò[31]. Nei quali maneggi affaticatosi indarno il re d'Aragona da giugno dell'ottantatrè infino allo entrar dell'ottantacinque, vedea già le armi di Francia alle porte, nè era un sol potentato straniero che si levasse per lui.

Nè meglio avea da sperare in casa, ove a que' liberi spiriti spagnuoli forte increbbe l'impresa di Sicilia, cominciata {317} senza voler delle corti, compiuta senza pro del reame: che anzi per aver Pietro occupato gli altrui, vedeano in tanto rischio i propri lor focolari; e frugavali anco la paura del cielo[32], perchè papa Martino, sapendo non osservato l'interdetto, ribadillo per aspri comandi all'arcivescovo di Narbona[33]; ond'or vedeansi serrate le chiese, furtiva e tetra celebrar una sola messa ogni settimana, null'altro sagramento che il battesimo ai nati, la penitenza ai moribondi, maledetta miseramente la terra che i lor maggiori aveano bagnato di tanto sangue per la cristiana fede. Perciò in lor dispetto, chiamavan Sicilia l'isola del dolore[34]. Adontavali inoltre quel cupo governar di Pietro, senza consiglio delle corti nè di uomini del reame, ma d'usciti italiani o sudditi di Sicilia. Ma sopra tutto doleansi delle non osservate franchige, o, come suonano in lor idioma, _fueros_ del paese; della negata restituzione dei beni occupati una volta a torto da re Giacomo; della _quinta_ ossia balzello sugli armenti, che assentito per la guerra di Valenza, ma riprovato dalle corti d'Exea, tuttavia si levava; dell'autorità del _Justiza_ tenuta in non cale; delle turbate giurisdizioni de' magistrati, e somiglianti abusi. Rinnaspriali il timore di molto scempio in questa guerra; perchè da re Filippo s'aspettavano audacissimi fatti, e spaventava l'oro e la riputazione di Roma[35].

Poco appresso l'avventura di Bordeaux questi umori parver fuori, a una prima scorrerìa che re Filippo movea in segno d'animo ostile dal finitimo regno di Navarra, già {318} da lui occupato[36]. Molte migliaia di cavalli e pedoni francesi entraron per quattro leghe a dare il guasto in terra d'Aragona; nè pur ciò bastava a spuntare gli Aragonesi che al re ubbidissero, sopraccorso in Tarragona, e chiamanteli alle armi. Indi ei convocò le corti a Tarragona. Dove baroni e cavalieri e popolani, con meraviglioso accordo, prepostisi di troncare i passi alla usurpazion del potere, faceano il dì primo settembre milledugentottantatrè gravissimi richiami; conchiudendo, consultasse il re con loro intorno l'imminente guerra. Altero rispose, non reggersi a consigli altrui; richiederebbe le corti al bisogno. Ripigliaron dunque, riparasse gli aggravî; ed ei, che tempo era non a disputare, ma a combattere. A ciò le corti, addandosi che le parole erano niente, secondo lor esempi antichi, strinsersi in una lega, o _giura_, come si chiamava dal giurar tutti, che le libertà della nazione manterrebbero con avere e persone; chi fallasse tal giuramento sarebbe sfidato a duello da tutti gli altri, come fedifrago e vile; tutti difenderebbero i perseguitati dal re senza condanna del _Justiza_ e de' pari; se Pietro s'ostini, chiamisi al regno il figliuolo; si sforzi con l'arme chiunque ripugni alla lega. Allor Piero con vaghe promesse differì le corti al tre ottobre, in Saragozza: e quivi, trovandole anzi più salde e disposte a qualunque sbaraglio, piegossi a confermar le franchige, sperando pur farsene gioco ne' fatti; e pronto alle frontiere di Navarra volò. Ma que' della lega che il conosceano, pria di tornarsi a lor case, adunati nel tempio del Salvadore a Saragozza, rinnovano il giuramento; rafforzanlo con istaggir ville o castella a guarentigia comune; {319} e trascelgono lor deputati col nome di conservatori, che veglino al ben del paese, e richieggano gli altri di entrar nella lega[37].

Queste civili dissensioni d'Aragona non ritrarrò più largamente, perchè fuor del mio disegno sarebbe. Giova sol ricordare, che il medesimo confermamento di franchige assentì Pietro al reame di Valenza; e più volentieri a' Catalani, quando nel richiesero all'entrar dell'ottantaquattro, assembrate lor corti a Barcellona; perchè lì vedea pronti a seguirlo in tutte imprese, e a' fatti di Sicilia pensava. {320} Ma sforzato da' bisogni o dalla sua propria natura, indi a poco raccese gli sdegni con la lega d'Aragona, richiedendo anzi tempo la moneta delle tasse: onde i collegati, spagnuoli quant'esso, adunavansi in arme, spregiavano i comandi del re, da sè trattavano col governador di Navarra e col papa. Più volte poscia, costretto dalla lega, ei con Alfonso erede del trono, ripromesse por fine agli abusi; più volte le promesse eluse. Tardi e male perciò l'aiutarono gli Aragonesi, nella guerra che fuor di loro confini in Catalogna si combattè[38]. E intanto alle discordie senz'armi si mescolavan turbamenti d'altra indole. Stigato da Francia, ribellossi don Giovanni Nuñez di Lara signore di Albarazzin, ma non ebbe seguito; tantochè quella città dopo lungo assedio s'arrese[39]. Entratovi il re, aduna quante forze ei può; passa l'Ebro; cavalca a sua volta terra di nimici; e tornane con molto bottino. Indi accomiatatosi con mal piglio dai collegati in Saragozza, sopraccorre a Barcellona, poco men che repubblica, ove macchinava pericolosi movimenti contro i nobili un Berengario Oller, popolano: e i seguaci di costui sperde Pietro con la riputazione del venir suo; dissimula con Berengario; il cattura egli stesso; e lo fa con altri sette impiccare per la gola il dì di Pasqua dell'ottantacinque[40]. Repente poi tolta con se picciola mano d'uomini d'arme, che non sapeano dove si andassero nè a che, valica i Pirenei; piomba su Perpignano, ov'era il re di Maiorca, già pronto a scoprirsi {321} per Francia, e darle passaggio per lo Rossiglione, terreno di gran momento nella guerra che sovrastava. Occupata da Pietro la città; guardato per lui il castello; Giacomo fuggì da una fogna, lasciando prigioni moglie e figliuoli; e senz'altro aspettare passò a' nimici[41].

I quali, deliberata che fu in Francia la impresa, adunarono da mezz'Europa forze smisurate. Correano al bando della croce e del soldo, Francesi, Piccardi, Provenzali, Guasconi, Borgognoni, Tolosani, Brettoni, Inglesi, Fiamminghi, Alemanni, Lombardi; e più fu l'italica gente nell'armata, di navi pisane e genovesi, oltre quelle di Provenza e Guascogna. Cencinquanta galee, navi di trasporto assai più, e nell'esercito noveraronsi diciassettemila uomini d'arme, diciottomila balestrieri armati da capo a pie', sopra centomila fanti, e più numero di guastatori, saccomanni, e bagaglioni, e ottantamila vetture; nel che accordansi a un di presso gl'istorici tutti dei tempi, e il grave d'Esclot aggiugne non potersi credere da chi non l'avesse visto con gli occhi. Tardamente questa gravosa moltitudine si adunò alfine a Tolosa, nelle feste di pasqua del l'ottantacinque. Ivi la mostra si fece[42]; si spiegò l'orifiamma: e la seguiano con molta baronia lo stesso re Filippo e' figliuoli {322} Filippo il Bello e Carlo, col re di Maiorca, e il legato. Primo stigatore di crudeltà fu costui in tutto l'esercito, quasi ereditando le passioni di papa Martino; e innestavale a natura inflessibile ed efferata. Filippo il Bello, al contrario, da ammirazion di re Pietro fratel della madre, o invidia di Carlo novello re d'Aragona, veniva di mala voglia, guardando bieco il legato. Cominciò l'astio a scoppiare un dì a corte; ove lacerandosi il nome di Pietro, come autor di scandali e più ladrone che re, il giovane aspramente dava sulla voce al legato; e ne bisticciò col padre e col fratello, costui nel calor della disputa chiamando re del cappello, e che sol questo guadagnerebbe dalla concessione del papa. All'entrar di maggio irruppe la formidabil oste in Rossiglione[43].

Spartita mosse in sei schiere o piuttosto eserciti; un dei quali col gonfalon della Chiesa ubbidiva al legato. E prima inviperito costui, perchè la sola Elna resistesse nell'occupazion di Perpignano e di tutto il contado, raccende i soldati a metter tutti gli abitatori al taglio della spada; chè contro nimici della Chiesa o non era peccato, o ei l'assolvea. Quindi nè ad età, nè a sesso, nè a religione perdonaron entro la misera villa le genti crociate: e violaron le suore ne' monisteri, e trucidarono i sacerdoti, e le donne dopo averle sforzate, e infransero a' muri i tenerelli bambini[44], perchè Pier d'Aragona non potesse aiutar la Sicilia, e restasser soddisfatte le voglie di casa d'Angiò, di parte guelfa, della romana corte in Italia. Ma dopo il facil conquisto {323} del Rossiglione, l'esercito forza fu che s'arrestasse alle chiuse de' Pirenei, sotto il colle di Paniças, donde valicar disegnava, per non discostarsi gran tratto dall'armata e dal mare. A tal intoppo la immensa moltitudine si disordinò: tutti doleansi; molti partiansi dall'oste; i quali a dileggio andavan prima a pie' del colle con tre sassi, e scagliandoli, «Questo, diceano, per l'anima di mio padre, questo di mia madre, questo alla mia:» e preso un pugno di terra spagnuola, riponendoselo in tasca, «Questo, aggiugneano, guadagnerammi la perdonanza.» Donde il legato, impaziente e inesperto di guerra, tanto peggio sbuffava. Garrì una volta di poco animo i capitani francesi; al che re Filippo non potè starsi, che non rispondesse brusco: gran parlar militare ei facea; prendesse le sue schiere e salisse ei primo le chiuse. Un'altra ne toccò il legato da re Pietro, quando ingiuntogli per messaggio superbamente di sgombrare dalla terra della Chiesa e di Carlo re d'Aragona: «Poco, Pietro lor disse, poco questa terra costa e a chi donolla e a chi l'accettò: i miei maggiori la guadagnavano col sangue; chi la vuole, comprila adesso a tal prezzo[45].»

Nè millantavasi il grande, il quale con maravigliosa costanza, audacia, e intendimento di guerra si resse tra cotanta rovina, ancorchè da tutti abbandonato, in pena della sua violenza troppa al comando; chè nè esercito avea per sè, nè flotta, nè danaro, nè zelo de' popoli. Com'adunata seppe l'oste di Francia a Tolosa, ma non qual via terrebbe, fidando pur nell'indole de' suoi, che a niun patto non avrebbero sofferto dominazione straniera, chiama all'armi {324} i nobili e le città d'Aragona, che guardino lor confini; ingiunge lo stesso in Catalogna alle città e a' cavalieri del Tempio e di san Giovanni; a Barcellona con la campana a martello, com'era usanza, leva il popol all'arme. Indi, agli avvisi dell'occupato Rossiglione, corre a quelle frontiere; quivi dà ritrovo a ragunarsi le genti; ed egli, soprastato alquanto a Junquera per esser senza forze, penetrando che il nemico presenterebbesi la dimane, gittasi il dieci maggio a prevenirlo alle chiuse, o almeno morirvi re: con ventotto cavalli soli e settanta pedoni, monta sul colle di Paniças, che risguarda da un canto il golfo di Roses, dall'altro sovrasta a una stretta gola di monti, aspra sì, ma la meno in quelle giogaie. Quivi la notte fe' porre sparsi e molti fuochi per finger grand'oste; e guadagnati con tale stratagemma uno o due dì, attendovvi poi le genti di Catalogna che s'andavano ragunando; la gola afforzò di ridotti, e munizion di botti piene di sabbia, e massi da rotolare dall'alto. Gli altri passi guardò con le poche forze che tor si potea d'allato; più tosto velette che schiere. Al campo di Paniças veniano a Pietro gli ambasciatori di Bohap, re di Tunis; e quivi stipulossi il due giugno un trattato di tregua e commercio per quindici anni, che dava reciprocamente sicurezza e favore alla navigazione e al commercio de' sudditi dei due re, compresi espressamente in que' di Pietro i Siciliani; e fruttava a Pietro il pagamento dell'antico tributo di Tunis alla corona di Sicilia, co' decorsi di esso non pagati a Carlo d'Angiò. Con tal sicuro animo il re d'Aragona affrontò l'immensa ruina che gli sovrastava! Tenne ben tre settimane a pie' de' Pirenei l'esercito di Francia, che una volta fe' prova a sforzar le chiuse, e funne respinto[46].

Ma, come avviene, non mancò (e fu questa volta dei {325} monaci d'una badia tra que' monti) un traditore che mostrasse altro passo al nemico[47] per burroni asprissimi, e però men guardati; pei quali alfine traghettava di mezzo giugno l'oste francese. Allor Pietro, lasciata l'inutil postura di Paniças, muta secondo necessità i modi e gli ordini della guerra; licenzia le genti; vieta consumar le forze a difesa di picciole terre; egli stesso abbandona dietro breve avvisaglia Peralada, che i suoi bruciarono; mal si ritrae se per antivenir nel saccheggio i nemici, o da eroico pensiero del visconte di Rocaberti, signor della terra, ch'altro modo non vedea d'arrestare per poco il Francese. Indietreggiò dunque Pietro per Castellon e Girona; chiamò frettoloso i rappresentanti delle città. I quali vedendo presi dallo spavento ch'erasi sparso per Catalogna, sì che molti si rifuggiano in Valenza, li riconforta con franco volto; spiega ad essi il disegno di spossare il nemico con guerra guerriata; chiede poca moneta per tener insieme poche forze. Avutala, munisce Girona alla meglio di viveri; comanda che sgombrila in tre dì la gente da non portar arme; l'afforza di bastioni e spianate, e d'un picciol presidio di cento cavalli e due mila cinquecento tra almugaveri e balestrieri, sotto il comando di Ramondo Folch, visconte di Cardona. E re Filippo con tutto l'esercito, innondata la Catalogna settentrionale che i popoli abbandonavan dassè, pose il campo a Girona; e, come se fosse compiuto il conquisto, il legato coronò Carlo re d'Aragona; a' cavalier di lui fu spartito in feudi il paese. Al medesimo tempo tutte le {326} costiere infino a poche miglia sopra Barcellona furono ingombre dallo immenso navilio collegato[48], segnalatosi solo per enormezze al capo di San Filippo; ove l'ammiraglio richiamò i miseri abitanti fuggiti al venir suo, e li fece arder vivi ne' lor casolari[49].

Pietro in questo tempo affortificò Barcellona con molta cura; armovvi undici galee; e dava principio a colorire i suoi disegni, richiedendo il militare servigio del reame d'Aragona. Ma dinegatogli per le stesse cagioni dette dianzi; ei fa sembiante di non curar nè ciò, nè i Francesi, nè la corona o la vita: dà a sollazzarsi spensierato in desinari e cacce; sdegnando venirne a più umil patto coi sudditi, e aspettando che l'insulto nimico facesse ciò che il comando suo non potea. E per vero i cavalier catalani, maneggevoli d'altronde, e or più per sentire il fuoco in casa, tra non guari vennero disperati a pregarlo un dì a Barcellona che li conducesse pur contro il nimico; ai quali Pietro fermo rispondea: stare in questa guerra ei solo da una parte, tutto il mondo dall'altra; e con tutto ciò potrebbe da' presenti danni lampeggiar fuori più viva gloria, se gli {327} uomini non poltrissero. Non era, no, aggiugnea, vergogna di Pier d'Aragona tal nemico guasto di tutta la Catalogna. Ei, sol che avesse un destriero e una spada, saprebbe viver lieto quanto niun cavaliere; e nulla era il regno a lui, ma molto a' Catalani lo giogo straniero: però non comandava, non isforzava; se voleano, s'armasser pure, ed ei mostrerebbe come farsi la guerra. Ubbidito, ordinolli in due grosse poste a Besalu e ad Hostalric, a fianco del nemico. Talchè punti dagli atroci oltraggi del Francese, adescati dal bottino, i Catalani diersi a infestar tutto il paese intorno intorno all'esercito. La lega d'Aragona pur si mosse a mandar qualche picciolo aiuto. E Pietro a poco a poco levandosi, e pensando anco al mare, inanimito dagli audacissimi fatti de' suoi corsari, lasciò salpar di Barcellona l'armatetta regia, capitanata da Ramondo Marquet e Berengario Mallol[50].

Ma ne' vasti comprendimenti di Pietro, le fazioni navali, non che restarsi a tal corseggiare, eran parte principalissima di questa guerra; perchè sul mare avrebbe meglio bilanciato le forze l'armata siciliana, sulla quale ei facea molto assegnamento, per le fresche vittorie di Malta e di Napoli, e le genti audacissime, pratiche, leste, la straordinaria virtù dell'ammiraglio. Sapea inoltre il re, spezzata la flotta francese in varie squadre, a guardia di porti o convoglio delle navi, che di Provenza recavan vittuaglie all'esercito: talchè le galee di Sicilia potrebber ferire alla sprovveduta qualche gran colpo; e, intercetti i sussidi del mare, l'esercito affamerebbe nella Catalogna, diserta e infestata {328} per ogni luogo dalle masnade paesane. Perciò Pietro con lettere e messaggi incalzava l'infante Giacomo, incalzava l'ammiraglio, perchè venisse incontanente la flotta; e ad una volta mandò tre spacci, per una galea e due legni sottili, divisi, affinchè se l'uno mal capitasse, non mancasse un altro: sendo in tutte le imprese di Piero, e massime in quest'ultima guerra, maravigliosa la cura ch'ei ponea nell'ordinare e grandi e picciole cose dassè. Comandava ancora al figliuolo d'inviargli il prigione principe di Salerno, come pegno di salvezza nelle sue estreme fortune. Ma Giacomo, ormai tenendosi in Sicilia come re, e non amando privar sè stesso della flotta nè del principe per accomodarne il padre in Aragona, indugiava; nè fu senza comandi più gravi del re, o forse voler dello stesso ammiraglio, che al fine la flotta partì. Eran da quaranta galee, siciliane la più parte, che osteggiando sull'Adriatico, avean preso Taranto e altre città, e speravano acquisti maggiori, quando fu forza voltare per Catalogna. Di questo viaggio narra Speciale, che la vigilia dell'Assunzione della Vergine, navigando presso la Goletta di Tunisi, festeggiavano i nostri con luminarie, com'era costume in Sicilia, ed è anch'oggi. In quel brio avvennesi nel navilio un altro messaggio del re: e, facendo da ciò buon augurio, confortate dall'ammiraglio, più alacri volaron le ciurme a quelle estranie guerre[51].