La Guerra Del Vespro Siciliano Vol 1 Un Periodo Delle Storie Si

Chapter 3

Chapter 33,620 wordsPublic domain

Ondechè mentre Federigo Lancia riducea le Calabrie con un esercito per parte sveva, un altro se n'accozzò di feudatari in Sicilia. Arrigo Abate con esso entrò in Palermo; e imprigionò il legato del papa, e quanti parteggiavano per lo stato libero. Corse per l'isola poi vittorioso; ruppe a Lentini Ruggiero Fimetta, principal sostenitore della repubblica, o de' feudi che per tal riputazione gli avea largamente dato papa Alessandro: ma a Taormina trovò Arrigo assai duro il riscontro; e si bilanciavan le sorti, se non era per la rotta che toccarono i Messinesi in Calabria. Perocchè l'esercito loro, grosso di cavalli e di fanti, osteggiando in quelle province i manfrediani, fu colto con improvvisa fazione da Lancia, quando saccheggiata Seminara sbadatamente movea per lo pian di Corona; e attenagliato {20} tra due schiere, e con grande uccisione fu sbaragliato. Federigo Lancia a questa vittoria insignoritosi al tutto della Calabria, minacciava Messina, e con sue pratiche fomentava per Sicilia tutta la parte regia. Prevalendo questa dunque in Messina, nè restando armi alla difesa, il podestà, per dappocaggine o necessità, si fuggia; rinnalzavasi il vessillo svevo; arrendeasi a Lancia la città. Pugnaron ultime per la libertà Piazza, Aidone, e Castrogiovanni, e furono soggiogate[6]. Così Manfredi tutti ridusse i popoli e di {21} terraferma, e dell'isola; e breve tratto per Corradino regnò. Poi lo scettro ripigliato col valor suo, render nol seppe a un fanciullo; diè voce che questi fosse morto in Lamagna; e creduto o non creduto, com'erede solo di Federigo, incoronossi in Palermo a dì undici agosto milledugentocinquantotto.

E fortemente regnò Manfredi; e placar non potendo a niun patto la corte di Roma, disperatamente la combattea. Si fe' capo dei Ghibellini: rinnalzolli in Lombardia; fomentolli in Toscana; in Roma stessa ebbe seguito, la quale non sottomessa per anco ai pontefici, e reggendosi per un senatore, avea chiamato nuovamente a questo uficio Brancaleone, uomo di alto animo, che si era, per comunanza di nimistà, col ghibellino re collegato. Per le quali cose, non bastando ormai la romana corte alla tenzone, affrettossi a compiere un antico disegno. Già fin dalla morte del secondo Federigo, papa Innocenzo, perchè non sentia nel sacerdotale braccio tanto vigore da regger Sicilia e Puglia, nè troppo affidavasi in su quegli umori repubblicani, avea cercato in ponente chi conquistasse con armi proprie lo stato, e con nome di re dalla Chiesa tenesselo in feudo, e pagassele censo, e servigio militare le prestasse. Così innalzato avrebbe in Italia un possente capo di parte guelfa, {22} e campion della Chiesa. Donde, mentr'ei qui chiamava i popoli a libertà, mercatavali come gregge, prima con Riccardo conte di Cornovaglia, fratel del terzo Arrigo d'Inghilterra; poi con Carlo conte d'Angiò e di Provenza, fratel di Lodovico IX di Francia; e in fine col fanciullo Edmondo, figliuolo del medesimo Arrigo. Autentiche ne restano le bolle d'Innocenzo e dei successori suoi, le epistole dei re, che queste pratiche rivelan tutte, dalla romana corte per sedici anni condotte a cauto passo, quand'ira o terrore non la stimolavano. E indefessa con brevi o legati a sollecitare i principi, tirare a sè i cortigiani, promettere di ogni maniera indulgenze, sparnazzare le decime ecclesiastiche di cristianità tutta alla occupazione di Sicilia e Puglia, a questo bandir la croce, a questo commutare i voti presi da re e da popoli per la sacra guerra di Palestina. Spesso tra coteste pratiche, la corte di Roma per bisogno di moneta, e necessità di difendersi o voglia d'occupare alcuna provincia di Puglia, accattava danari con sicurtà su i beni delle chiese d'oltremonti; e que' prelati sforzava a soddisfarli; ai riluttanti mostrava la folgore delle censure. Alcuna volta prendeva a permutar la bolla d'investitura con somme assai grosse di danaro: poi la brama più forte di abbatter Manfredi, rimaner la facea da cotesti guadagni. A lungo tuttavia si differì l'impresa, come superiore alle forze di cui la trattava, e disperata quasi per la potenza e virtù di Manfredi.

Di gran volontà s'era accinto a questa guerra di ventura Arrigo, cupido dell'altrui, ma dappoco, e alla Gran Carta spergiuro, perciò contrariato e travagliato da quegli indomiti propugnatori delle libertà inglesi. Arrigo fermò i patti col papa, e la investitura s'ebbe per Edmondo suo, e le armi faceasi a preparare; ma a tanti atti ne venne arbitrari e stolti, e tanto increbbero in Inghilterra le esazioni di Roma, che il parlamento pria trattenne il re dall'impresa; {23} poi richiamandosi di questi e di mille altri torti, lo spogliò del governo, lo calpestò: e in aspre guerre civili s'avvolse il reame. Spezzavasi la pratica con Francia per niente simil cagione: chè quivi obbedienti i popoli, mite e non debole il re, d'alto animo, ristorator delle leggi, savio moderator del governo, e di pietà sì rara, che alla morte sua fu canonizzato tra' santi. L'occupazione straniera menomava la Francia in ponente; la usurpazione de' grandi feudatari dagli altri lati; insanguinata riposava appena da una crociata infelicissima; pur quello che più forte la distolse dalla siciliana impresa, fu l'animo del re, abborrente dal guerreggiar con cristiani, e dar di piglio nell'altrui. Però pertinacemente ricusava quel giusto: a lungo la romana corte si dondolava tra lui e l'Inglese, da forza rattenuto, non da coscienza. Ma quando vide costui prostrato, e sè stessa condotta agli estremi dai Ghibellini e da Manfredi, la romana corte, come disperata, adoprò tutt'arti a sforzar Lodovico. Drizzavasi a Carlo d'Angiò, e alla donna sua, che, sorella a tre regine, avrebbe dato la vita per cingersi un istante a fianco ad esse il diadema dei re[7]: e mostrava a quegli ambiziosi animi spianato ogni ostacolo, fuorchè l'ostinazione di Lodovico. Il papa indettò con vari accorgimenti tutt'uomo che più valesse a corte di Francia. Strinse il re dal lato più fiacco. Ammonivalo con lettere sopra lettere: non indurasse il suo cuore; esser ormai irriverente e {24} presuntuosa la ripulsa, e ch'ei laico dubbiasse a entrare in un'impresa chiarita onesta e giusta dal successore degli apostoli, e da' cardinali suoi. Pennelleggiava la Chiesa schiantata d'Italia per Manfredi, mezzo saracino, dissoluto tiranno; l'eresia pullulante; profanati i sacri tempî; manomessi vescovi e sacerdoti; spregiati gli anatemi; chiusa la via di Terrasanta finchè la Sicilia stesse ribelle al pontefice[8]. Così svolsero {25} all'impresa il re di Francia. Si trattavano insieme i patti della concessione, tra i quali il papa pretendeva il dominio non solo di Benevento e Pontecorvo co' loro contadi, ma quasi di tutta la regione ch'oggi comprendesi ne' distretti di Napoli, Pozzuoli, Caserta, Nola, Sora, Gaeta, e inoltre qua {26} e là per lo reame altre città e terre[9]: ma infine moderandosi da Roma il prezzo, Carlo comprò; e fu fermato il negozio con lo stesso Urbano IV; e per la sua morte, decretato solennemente da Clemente IV, francese, appena ei salì al pontificato. Urbano e Clemente seguivano entrambi l'antico studio della romana corte a mutare per lo meno in signoria feudale quell'uso di consiglio e di protezione negli affari temporali, ch'era divenuto quasi comando in vari reami cristiani; la qual signoria tentò prima in Inghilterra, poscia in Aragona, e più assiduamente su le italiane province a mezzogiorno del Garigliano. Clemente promulgò a venticinque febbraio milledugentosessantacinque la bolla, per la quale «il reame di Sicilia, e la terra che si stende tra lo stretto di Messina e i confini degli stati della Chiesa, eccetto Benevento,» furono conceduti a Carlo, in feudo dalla Chiesa, per censo di ottomila once di oro all'anno, e servigio militare al bisogno. Cento patti sottilissimi dettò il papa a vietare l'ingrandimento del re: che nè allo impero aspirasse, nè ad altra signoria in Italia, a sicurtà della {27} romana corte, la quale il volea possente sì, ma non da soverchiare lei stessa. Con ciò mutilati i dritti del principe nelle elezioni ai vescovadi e agli altri beneficî ecclesiastici; toltigli i frutti delle sedi vacanti; tolta ogni partecipazione nelle cause ecclesiastiche, e riserbatene le appellazioni a Roma; fermata la franchigia de' chierici dalle ordinarie giurisdizioni e dai tributi; e altre condizioni men rilevanti. Tra quegli squisiti accorgimenti di regno, si risovenne pur Clemente degli uomini del paese non suo che vendea: stipulò per loro i privilegi goduti già sotto Guglielmo II, il re più mite e giusto, e temperante dallo aver dei sudditi, che nelle siciliane istorie si registrasse[10].

A furia allor si misero in punto le armi, e gli armati per la guerra a Manfredi. Corsi erano ormai diciassette anni dalla sconfitta dell'esercito crociato: ridondava la Francia {28} di baroni, e cavalieri, e uomini d'arme, fastiditi del viver civile sotto le leggi, bramosi di operare, e di acquistar gloria e sustanze. Veniano di Fiandra per la cagione stessa altri guerrieri di ventura. Venian di Provenza, la quale appartenne negli antichi tempi al reame di Francia; spiccossene dietro la morte di Carlo Magno nel secol nono; fu feudo dello impero; poi, rompendo il debil freno, si resse {29} per suoi conti sovrani; ed or da Beatrice, ultima di quel sangue, era stata recata in dote a Carlo d'Angiò. Quell'acerba signoria, onde la Puglia poi pianse e la Sicilia insanguinossi, spaziavasi già in Provenza: fraude e forza aveano spogliato di lor franchige repubblicane Marsiglia, Arles, Avignone: tra cupida dell'altrui avere, e tremante del suo tiranno, correa Provenza alle armi per aggrandirlo. Smugneanla di danari Carlo e Beatrice; costei fino i suoi gioielli impegnò; altra moneta fornì re Lodovico; altra ne tolse in presto il conte d'Angiò da Arrigo di Castiglia, e da mercatanti e baroni. Così raggranellando di che provvedere ai preparamenti, si raccolsono i guerrieri, ai quali il bando della croce era pretesto, scopo l'acquisto: e venivano sotto la insegna di ventura dell'Angioino, chi condotto per soldo, chi conducendo del suo un picciol drappello, quasi messa di gioco o di commercio, per guadagnar poderi nell'assaltato reame. Sommavano a trentamila, tra cavalli e fanti: e però esercito lo appellano le istorie, non masnada di ladroni, congregati di là dei monti a riversarsi in Italia, a scannar per rubare, e comandar poi, e ribellione chiamar la difesa.

Per arrisicato viaggio di mare, schivando l'armata fortissima di Manfredi, Carlo con un pugno d'uomini venne in Italia: di giugno milledugentosessantacinque prese l'uficio di senator di Roma, assentitogli temporaneamente dal papa: d'autunno le sue genti, valicate le Alpi, non trovarono {30} riscontro nei Ghibellini d'Italia; dei quali chi fu compro, e chi tremò. E così la fortuna, che annulla d'un soffio gli umani consigli, volgea le spalle a Manfredi. Le divisioni d'Italia a lui nocquero fieramente, risorgendo i Guelfi a quelle novità; nocquegli la possanza della Chiesa; ma il voltabile animo de' suoi baroni fu che disertollo; e la mala contentezza dei popoli, causata dalle spesse e gravi collette, dal piover degli anatemi, dai mali tanti che la lotta con Roma avea partorito. Sdegno e necessità di assicurarsi, aveano cacciato innanzi Manfredi in tutto il tempo del suo regno; nè avea ascoltato i richiami de' popoli, che lunghi anni si sprezzano, ma suona un'ora alfine che morte ne scoppia e sterminio.

Quest'ora già rapiva Manfredi: e sentiala il grande, ma volle mostrare il volto alla fortuna. Tedeschi e Italiani accozzava, e quanti Pugliesi credea fedeli, e i Saraceni siciliani trapiantati in terraferma, che odiosi a tutti teneano a lui solo: e attendeva a ingrossare l'esercito, e temporeggiarsi col nemico, cui l'indugio era ruina. Correa rigidissimo il verno. Carlo d'Angiò con la regina, s'era incoronato già in Vaticano a dì sei gennaio del sessantasei: stringealo la diffalta di danari a vincer tosto, o sciogliere l'esercito. Ondechè difilato e precipitoso veniane, con un legato del papa, con aiuti de' Guelfi: e a Ceperano pria si mostrò; dove tradimento o codardia sgombravagli il passo del Garigliano[11], e per lieve avvisaglia schiudeagli {31} San Germano et Rocc'Arce; e valicar gli facea senza trar colpo il Volturno. Solo a Benevento si pugnò, a dì ventisei di febbraio, perchè v'era Manfredi, nè Carlo udir volle di pace. Pugnaron, dico, i Tedeschi, e i Saraceni di Sicilia; fuggiron gli altri; vinse con grande strage l'impeto francese. Allor Manfredi avventossi tra' nemici a cercar morte; e se l'ebbe. Tra mille cadaveri trovato il suo, gli alzarono i soldati nemici una mora di sassi; e poi pur quell'umile sepoltura gli negò l'odio del legato pontificio: e le ultime esequie dello eroe svevo, fur di gettarlo a' cani sulle sponde del Verde.

E Napoli fe' plauso al conquistatore: la ribellione, la rotta dello esercito, il fato del re, fecer piegare il resto di Puglia e di Calabria, e la Sicilia arrendersi; sol tenendo fermo que' Saraceni fortissimi in Lucera. Alla grossa partironsi i tesori del vinto, tra Carlo, Beatrice, e lor cavalieri: s'ebbono quei soldati di ventura, dignità e terre. E i popoli, che per mutar di signori rado mutano al meglio lor sorti, ne avean pure l'usata speranza; parendo che nella pace s'allevierebbero i tributi, ordinati a sostenere quella pertinacissima guerra contro la corte di Roma.

NOTE

[1] Manfredi nacque di Federigo, e di una nobile donna della famiglia de' Lancia, che poi vicina al morire fu sposata dall'imperatore, divenuto già vedovo. Con questo alcuni pretendeano legittimare Manfredi.

[2] Scorrendo rapidamente i preliminari, e toccando punti istorici notissimi, io lascerò indietro le citazioni infino al cominciamento della dominazione angioina. Le noterò solo in alcun luogo più importante. Così è questo delle pratiche di papa Innocenzo a fomentare gli umori repubblicani in Puglia e in Sicilia. Esse ritraggonsi non solo dagli storici contemporanei, ma sì da' brevi del papa, dati a 24 aprile 1246--23 gennaio e 13 dicembre 1251--18 ottobre e 2 novembre 1254, recati da Raynald, Ann. eccl., negli anni rispettivi, §§. 11--2, 3, 4--63, 64. _Quod vobis sicut gentibus coeteris aliqua provenirent solatia libertatis:--universitas vestra in libertatis et quietis gaudio reflorescat:--habituri perpetuam tranquillitatem et pacem, ac illam iustissimam et delectabilem libertatem qua coeteri speciales Ecclesiæ filii feliciter et firmiter sunt muniti_--queste e somiglianti son le frasi del papa.

[3] Il numero delle città grosse era considerevole in Sicilia, molto più che nel regno di Napoli, come io farò osservare in piè del Docum. II.

È da avvertire che il di Gregorio (Considerazioni su la storia di Sicilia, lib.2, cap. 7; lib. 3, cap. 5, e lib. 4, cap. 3) non sembra molto esatto nelle sue idee su l'importanza de' comuni siciliani, nei secoli duodecimo e decimoterzo. Forse i tempi sospettosi in cui scrisse questo valente uomo, l'indole morbida, i timori, le speranze, i riguardi di lui, ch'era istoriografo regio e prelato, lo portarono a presentare in tal guisa l'elemento democratico, se così può chiamarsi, dell'antica nostra costituzione. Sforzato dai molti documenti, egli accetta che alcune città avessero proprietà comunali, che le adunanze popolari deliberassero sopra alcuni negozi municipali, ed eleggessero alcuni officiali pubblici; accetta la tendenza, com'ei dice, pericolosissima delle nostre città alle forme repubblicane, e il sospetto che n'avea preso l'imperator Federigo, e le caute concessioni alle quali si mosse; e con tutto ciò, credendo commesso ad officiali regî il maneggio di faccende che piuttosto poteano appartenere a' magistrati municipali, conchiude assai frettolosamente, che infino a' tempi di Federigo imperatore non v'ebbero in Sicilia forme municipali propriamente dette; che quegli ne creò un'ombra; e che i comuni non presero stabilità e forza che ai tempi aragonesi. Io credo che ben altro risulterebbe da una ricerca de' documenti, da una investigazione delle tradizioni storiche, da una istoria infine delle municipalità siciliane, che con tempo, spesa, fatica, si potrebbe compilare. E pur mancando questo lavoro, parmi poter giudicare l'importanza di quelle municipalità nel secolo decimoterzo: in primo luogo dalla loro tendenza repubblicana, evidente ancorchè immatura; e in secondo dall'esistenza delle adunanze popolari, le quali son certamente l'elemento più forte di governo municipale, e poco importano del resto i nomi e gli ufici dei sindichi, giurati, borgomastri o somiglianti magistrati esecutivi. S'aggiunga a questo, che il di Gregorio cita i maestri de' borghesi ne' tempi normanni, e poi non ne fa più caso; e che il suo argomento, fondato su poche carte, potrebbe valere forse pei tempi nostri in cui la legge municipale è uniforme e universale, ma non per que' secoli in cui non v'erano che privilegi speciali, difformi l'un dall'altro, dati in tempi e in circostanze diverse. E ricordinsi infine le parole di Ugone Falcando egregio istorico del secol XII, che narrando la ripugnanza de' borghesi siciliani a soffrire i dritti pretesi da qualche novello barone francese, li chiama _cives oppidanos_, _cives liberos_; e nota espressamente ch'essi godeano libertà e franchige, _non juxta Galliæ consuetudinem_. Il vocabolo _cives liberos_, usato con tal significazione, ci rende certi della esistenza delle corporazioni municipali.

Perciò io tengo per fermo, che le nostre municipalità, avanzo de' tempi greci, romani, bizantini, e forse non distrutte da' Saraceni, i quali non aveano la smania di vestir tutto il mondo alla lor foggia, furono parte dell'ordine dello stato nei tempi normanni: che anzi, crescendo gli umori municipali in Sicilia sì come nella terraferma italiana l'imperator Federigo pensò ripararvi dall'una parte con le minacce, dall'altra con le concessioni: che, falliti i disegni repubblicani del 1254, le municipalità sotto Manfredi e Carlo d'Angiò continuarono ad essere un utile strumento di governo, massime nella riscossione delle entrate pubbliche, nell'armamento delle navi, de' fanti, e simili bisogni pubblici: che nella rivoluzione del vespro senza dubbio si levarono a maggior potenza, senza mutare perciò i loro ordini semplici e gagliardi: e che sotto gli Aragonesi la esclusione de' nobili dagli ordini municipali, e la istituzione dei giurati, furono senza dubbio grandi passi, ma non costituirono l'importanza del governo comunale, che stava nelle adunanze popolari. I giurati furono dapprima un tribunato, o un pubblico ministero, che vegliava alla retta amministrazione della giustizia nel proprio comune, e alla condotta degli uficiali regi; nè amministravano in quella prima istituzione le cose del municipio, ch'è stato per lo più un uficio insignificante, e, come dicono gl'Inglesi, «servente il tempo,» e stromento docilissimo del potere assoluto.

Oltre a ciò è noto, che nelle monarchie feudali le nazioni furon piuttosto aggregati di vari piccioli corpi politici, che comunanza di uomini regolata dall'azione diretta del governo. Il poter sovrano in molte parti dell'ordinamento civile non operava su gl'individui, ma su i loro rappresentanti: volgeasi a ciascun corpo di vassalli feudali per mezzo del barone, a ciascun corpo di borghesi per mezzo della municipalità. Ondechè, se in tutt'altra monarchia feudale de' secoli XII e XIII era ormai necessaria la esistenza delle municipalità, sembrerà impossibile che mancassero in Sicilia, ove la feudalità nacque sì moderata; ov'erano molte proprietà allodiali, grosse e superbe città, e perciò una vasta massa di popolazione su la quale il governo non avrebbe saputo agire senza il mezzo de' corpi municipali, massime in ciò che risguardasse la contribuzione ai bisogni, pubblici, sia con servigio personale, sia con moneta.

[4] Chron. Mon. S. Bertini, presso Martene e Durand, Thes. nov. Anec. tom. III, pag. 732.

[5] Questo è il medesimo cognome di Dante, che si scrivea _Aldigherius_ nel secolo XIV, come veggiamo nel comento di Benvenuto da Imola. Ma non v'ha alcuna memoria del comun lignaggio tra Leonardo Aldighieri e 'l poeta fiorentino.

[6] La narrazione di questa repubblica in Sicilia è cavata da:

Bart. de Neocastro, Hist. sic., cap. 2, 4, 5, 47, 87.

Saba Malaspina, in Caruso, Bibl. sic., v. 1, pag. 726 a 736, e 753, e in Muratori, R. I. S. tom. VIII.

Nic. di Jamsilla, in Muratori, R. I. S. tom. VIII.

Cronaca di Fra Corrado, in Caruso, Bibl. sic., v. 1, anni 1254 e 1255.

Appendice al Malaterra, in Muratori, R. I. S. tom. V, pag. 605.

Raynald, Ann. eccl., 1254, §§. 63 e 64, e 1256, §§. 30, 31, 32.

Breve di papa Alessandro IV ai Palermitani, dato a 21 gennaio 1255, tra' Mss. della Biblioteca comunale di Palermo Q. q. G. 2; pubblicato dal Pirri, Sic. sacra t. II, p. 806, dove si legge: _ut per convenciones et pacciones inter civitates et castra et alia loca tocius loci Siciliæ inhitas, nec non et per privilegia super iis eis concessa, vobis in Ecclesiæ romanæ devocione persistentibus et civitati vestræ nihilum in posterum præjudicium generetur_. Un altro breve di Alessandro al podestà, consiglio, e comune di Palermo, dato di Laterano l'8 gennaio an. 2º, li ammonisce alla restituzione del castello, rocca, e altri beni occupati da loro al vescovo di Cefalù. Ne' Mss. della Biblioteca com. di Palermo Q. q. G. 12; e citato dal Pirri, Sic. sacra, tom. II, pag. 806.

Breve dato di Napoli a 29 gennaio 1255, indirizzato a frate Ruffino de' minori, cappellano e penitenziere del papa, vicario generale in Sicilia e Calabria del cardinale Ottaviano legato.

Bolla data di Anagni a 21 agosto 1255, al medesimo frate Ruffino, che comincia così: _Eximia dilecti filii nobilis viri Roglerii Finectae fidelis nostri merita sic preeminent et prefulgent, etc._ Il papa, non sapendo abbastanza premiar questo Ruggiero Fimetta, gli concedeva in feudo Vizzini, Modica, Scicli, e Palazzolo, castelli che rendeano, dice la bolla, a un di presso dugento once all'anno.

Bolla del 27 agosto del medesimo anno al medesimo frate Ruffino. Concedesi in feudo a Niccolò di Sanducia, fratel cognato di Ruggier Fimetta e testè tornato in fede della Chiesa, il casale _Scordiæ Suitan situm in territorio Lentini_.

Questi tre diplomi, cavati da' registri Vaticani, Epistole n. 574 e 121, leggonsi in Luca Wadding, Ann. minorum, Roma, 1732, tom. III, pag. 387, 537 e 539.

Breve di Urbano IV, cavato da' diplomi della Chiesa di Girgenti, e pubblicato dal Pirri, Sic. sacra, tom. I, p. 704, nel quale si fa parola dell'imprigionamento del vicario frate Ruffino.

Di costui in fine dà notizia un altro breve del 13 novembre 1254, recato dal Pirri nello stesso luogo; nel quale diploma è notevole, che il papa concedea al vescovo di Girgenti alcuni dritti del regio fisco.

Il guasto dei poderi della corona in Caltagirone, si scorge da un privilegio in favore di quella città, dato da Manfredi, balio di Corradino; il quale è citato dal P. Aprile, Cronologia della Sicilia, cap. 27.