La Guerra Del Vespro Siciliano Vol 1 Un Periodo Delle Storie Si
Chapter 29
Diploma dato di Brindisi il 26 ottobre tredicesima Ind. Giovanni di Salerno è eletto capitan generale _ad guerram_ contro i ribelli e nemici di Scalea. Comandasi di aiutarlo a' giustizieri di Basilicata, Principato e val di Crati, agli uomini di quelle province, ed a Riccardo di Chiaramonte, ibid., fog. 51, a t.
Diploma dato di Brindisi il 26 ottobre per destinarsi un capitano in Maratea, avendo i nemici occupato Scalea e i luoghi vicini, ibid., fog. 51, a t.
Diploma dato di Brindisi a 8 novembre tredicesima Ind. Il giustiziere di Basilicata per mezzo di Bellono Bello da Messina, notaio e familiare del re, gli avea domandato quale eseguir prima tra tanti suoi ordini; cioè di raccorre la moneta della sovvenzione, d'aiutare Riccardo Chiaramonte, ec. Carlo scrivea che pensasse alla moneta, e differisse il resto, ibid., fog. 52.
Diploma dato di Brindisi il 14 novembre per mandarsi 100 salme di frumento a Maratea, che soffriva la penuria, oltre le scorrerie e gl'insulti de' nemici, ibid., fog. 52, a t.
[30] Bart. de Neocastro, cap. 83 e 84.
Nic. Speciale, lib. 1, cap. 30.
Montaner, cap. 117, il quale porta con anacronismo questa correria dopo il passaggio di Giacomo in Calabria, e la confonde con le altre che Loria fece di quel tempo in Levante.
Del resto la descrizione geografica di questi istorici, si riscontra con quante oggidì n'abbiamo più accurate. Quest'isola è detta anche Zebiba, e tolse il nome o il diè, a quella qualità d'uva che chiamiam così in Sicilia. Giace a 34° 10' di latitudine sett. e 9° di longitudine orientale dal meridiano di Parigi. La cinge una sirte di qualche dieci miglia di raggio, e da 3 a 7 braccia di profondità, che si stende a guisa d'istmo infino al continente, e potea una volta passarsi a guazzo. Plinio scrive che i barbari ruppero un ponte che la congiungea alla terraferma. Produce quest'isola ulive, fichi, uva, e il famoso loto de' Greci antichi.
[31] Ciò non fu immediatamente dopo la conquista, perchè fino al gennaio 1285, i suoi titoli erano: ammiraglio di Aragona e di Sicilia, signor di Castiglione, Francavilla, Novara, Linguaglossa e Tremestieri. Da un diploma del 25 gennaio 1285, nei Mss. della Biblioteca comunale di Palermo Q. q. G. 1, pag. 147.
[32] Bart. de Neocastro, cap. 85.
[33] Bart. de Neocastro, cap. 86.
[34] Queste riflessioni nascono dalla esamina di tutti i fatti sparsi nel presente capitolo, e in particolare da que' d'Alaimo, e dell'eccidio de' prigioni in Messina, e del giudizio contro il principe di Salerno. Pei sospetti di pratiche angioine in Sicilia, veggasi ciò ch'è detto di sopra a pag. 277, nota 5. Confermali il Nangis nella vita di Filippo l'Ardito, Duchesne, Hist. franc. script., tom. V, pag. 544, ove si legge: _Sed quia Siculi principem Salernae Carolum quem captum tenebant, de urbe Messanae ad quoddam castellum Siciliae transtulerant, volentes cum ipso, sicut sibi dictum fuerat, reconciliari, timens Siculorum infidelitatem, etc._ I quali umori poteano esser veri, ancorchè il Nangis apertamente errasse nella cagione del tramutamento del principe di Salerno da Messina a Cefalù, che fu appunto la contraria.
Veggasi anche Saba Malaspina, cont., pag. 420 e 421; e il Neocastro, cap. 86, 88, 89.
[35] Bart. de Neocastro, cap. 86.
[36] Montaner cap. 95.
[37] Bart. de Neocastro, cap. 87.
[38] Bart. de Neocastro, cap. 88.
[39] Secondo il catalano Montaner, cap. 113, 114, i governanti di Sicilia, liberata la minutaglia dei prigioni della battaglia di Napoli, domandavano al re a Barcellona: che far de' nobili, che del principe? e convocavano di lì a due mesi, per dar tempo alla risposta, un parlamento a Messina. S'ebbero incontanente lettere del re, segretissime, fuorchè alla regina, a' figli e all'ammiraglio; ma tutto che s'oprò fu dettato da quelle. Indi adunato il parlamento de' nobili, sindichi delle città, e Messinesi a pien popolo, Giacomo tornava a mente i fatti di Manfredi e Corradino, quasi chiedendone vendetta nel sangue dell'unico figliuolo di re Carlo: onde tutti il chiamarono a morte, e la sentenza fu distesa; ma Giacomo inaspettatamente, per campare il principe di Salerno, lo fè imbarcare alla volta di Catalogna: il che prova quanto mal ricordavasi il fatto Montaner, e quanto volea inorpellarlo a lode di Giacomo. Saba Malaspina, cont., pag. 420, 421, scrive ancora del parlamento in Messina, supponendo che gli usciti napoletani persuadessero la regina a quella vendetta; perilchè chiamati dall'isola tutta i nemici più fieri del nome francese, fu posto il partito; ma contrastandolo i Messinesi, il parlamento scioglieasi a tumulto; e gli esuli sfogavano con ammazzare quanti colsero de' prigioni. Questo scrittore aggiugne, che Giacomo fieramente nimicava parecchi nobili per aver negato di andare al parlamento, o di condannare il principe; tra i quali Alaimo di Lentini, famoso e caro per tutta Sicilia, onde per torlo dal centro delle sue forze, a tradimento l'addusse in Palermo, e poi in Aragona il tramandò. Il Neocastro, cap. 87, 88, non dice di parlamento in Messina, ma in Palermo, adunato dopo il tumulto contro i prigioni in Messina. Dalle quali testimonianze si vede dubbio se prima dell'ammazzamento de' prigioni ci fosse stato un parlamento in Messina; ma risaltan sempre scolpitamente gli umori e le cagioni che io scrivo nel testo.
[40] _Multorum quoque viscera, quae crudeli gladio nonnulli delectabantur exules aperire, ignis subiecti torrent in pruina, et iam assata in naturali cupiditate famelica lambunt, et immittunt etiam in crudelem stomacum velut cibum, etc._
[41] Bart. de Neocastro, cap. 88.
Saba Malaspina, cont., pag. 420, 421.
Giachetto Malespini, cap. 224.
Gio. Villani, lib. 7, cap. 96.
Ricobaldo Ferrarese, in Muratori, R. I. S., tom. IX, pag. 142.
Francesco Pipino, ibid., cap. 18.
[42] Bart. de Neocastro, cap. 88, 89.
Francesco Pipino, in Muratori, R. I. S., tom. IX, cap. 18.
Giachetto Malespini, cap. 224.
Gio. Villani, lib. 7, cap. 96.
Epistola di Alfonso a Eduardo, data il 4 gennaio 1289-90, in Rymer, Atti pubblici d'Inghilterra, tom. II.
[43] Bart. de Neocastro, cap. 88, 89, 91.
[44] Bart. de Neocastro, cap. 96.
[45] Leggasi in Bartolomeo de Neocastro, cap. 109.
[46] Veggasi l'itinerario posto di sopra, e a pag. 280, i diplomi dati di Cotrone e di Brindisi pe' disertori.
[47] Raynald, Ann. ecc., 1283, §. 15.
Saba Malaspina, cont., pag. 419.
Diploma dato di Brindisi a dì 8 novembre tredicesima Ind. (1284), dal quale si vede che Stefano Angelone avea dato un castello su i confini del contado di Molise ai traditori, tra i quali era Corrado d'Antiochia. Nel r. archivio di Napoli, reg. seg. 1283, A, fog. 8.
[48] Saba Malaspina, ibid.
[49] Raynald, Ann. ecc., 1284, §. 16.
[50] Saba Malaspina, cont., pag. 417.
[51] Veggasi il docum. XXIII.
Diploma dato di Brindisi il 6 settembre tredicesima Ind. (1284) a Riccardo Milite e a' Saraceni di Lucera. «Per appagare il vostro desiderio vi diciamo esser giunti salvi in Brindisi, e soggiornarvi sani ed ilari; intendendo virilmente e potentemente alla confusione de' nemici e ribelli siciliani. Si custodiscan bene le corazze e gli archi d'osso dei Saraceni che sono stati al nostro esercito, e si aspetti la nuova impresa.» Nel r. archivio di Napoli, reg. 1283, A, fog. 161, a t.
[52] Malaspina, loc. cit., e i seguenti documenti:
Diplomi dati di Cotrone dal 21 al 24 agosto duodecima Ind. (1284) e di Brindisi dal 2 al 27 settembre tredicesima Ind. (1284), che i feudatari chiamati al servigio militare potessero riscuotere sovvenzioni, ossia _aiutori_ da' lor vassalli. Nel r. archivio di Napoli, reg. seg. 1283, A, fog. 9.
Altro dato di Brindisi il 2 ottobre, col quale si comanda di portar legname per la riparazione dell'armata. Ibid., fog. 46, a t.
Diploma dato di Brindisi il 2 ottobre tredicesima Ind. Proponendosi nella vegnente primavera tornare in Sicilia con armata ed esercito, ordina che nessun uomo di mare esca dai porti del regno, ma che tutti aspettino per servire nell'armata. Ibid., fog. 177, a t.
Diploma dato di Brindisi il 7 ottobre tredicesima Ind. È una lettera circolare perchè si fabbrichi gran quantità di quadrella di uno e due piè. Ibid., fog. 6, a t.
Altro diploma dato di Brindisi il 9 ottobre tredicesima Ind., per farsi subito 50 mila saette per archi, ben astate, ferrate, e impennate di penne d'avoltoio. Ibid., fog. 46.
Altra circolare data anche di Brindisi il 10 ottobre, perchè s'adunasse copia di frumento e d'orzo pe' bisogni dell'esercito. Ibid., fog. 7.
Altra circolare data di Brindisi il 20 ottobre, per munirsi con estrema cura le fortezze di viveri per un anno. Ibid., fog. 7, a t.
Altra data di Brindisi il 21 ottobre, per farsi biscotto. Ibid., fog. 38, a t.
Altra del 15 novembre, per biscotto, Ibid., fog. 47, a t., e altre disposizioni al medesimo effetto, fog. 46 a 58.
Diploma dato di Barletta il 25 novembre tredicesima Ind., per vari arnesi fabbrili necessari all'esercito. Sarebbe importante a chi volesse illustrare l'arte militare di quel tempo. Ibid., fog. 48.
Altra circolare data di Melfi il 1 dicembre, per vittovagliarsi le fortezze. Ibid., fog. 8, a t.
[53] Diploma dato di Brindisi a 5 settembre tredicesima Ind. (1284). È una circolare ai giustizieri perchè prendan moneta per ogni verso, e subito la mandino al re, pei suoi _ardua et immensa negotia_. Nel r. archivio di Napoli, reg. seg. 1283, A, fog. 6.
Diploma dato di Brindisi il 15 settembre tredicesima Ind. È la scritta del ricevuto di once 1,400 da mercatanti di Pistoia, la più parte in fiorin d'oro alla ragione di 5 per oncia, per conto dell'imprestito di once 28,890, fatto a Carlo principe di Salerno dalla santa sede, sulle decime ecclesiastiche destinate all'impresa di Terrasanta. Ibid., fog. 162.
Veggasi anche un altro diploma dato di Brindisi a 10 novembre tredicesima Ind. È una lettera circolare con disperata chiesta di danari, pe' tanti bisogni, e massime per la riparazione della flotta che nella vegnente primavera, con l'aiuto di Dio, passerebbe sopra i ribelli di Sicilia. Ibid., fog, 8.
[54] Docum. XXIII.
[55] Saba Malaspina, cont., pag. 417, 418, 419. Anche Ricobaldo Ferrarese, in Muratori, R. I. S., tom. IX, pag. 142 e 252. Nic. Speciale, lib. 1, cap. 29, e lib. 6, cip. 10; Francesco Pipino, in Muratori, R. I. S., tom. IX, pag. 695, e parecchi altri attribuiscon la morte di re Carlo al dolore e dispetto di que' casi della guerra di Sicilia.
[56] Saba Malaspina, cont., pag. 421.
Tolomeo da Lucca, Hist. ecc., lib. 24, cap. 11; in Muratori, R. I. S., tom. XI.
Un diploma di Carlo I dato di Melfi il 14 dicembre tredicesima Ind., provvide alle spese per lo viaggio della regina. Nel r. archivio di Napoli, reg. 1283, A, fog. 8, a t.
[57] Bolla di Martino, in Raynald, Ann. ecc., 1285, §. 3.
[58] Saba Malaspina, cont., pag. 422.
Giachetto Malespini, cap. 223.
Bart. de Neocastro, cap. 90.
Gio. Villani, lib. 7, cap. 95.
Montaner, cap. 118.
Cronache del Regno di Napoli, editore Perger, tom. I, pag. 31 e 58. Quivi si dice la morte di Carlo nel 1284, contando gli anni dal 25 marzo.
Nic. Speciale, lib. 1, cap. 29.
Ferreto Vicentino, in Muratori, R. I. S., tom. IX, pag. 955; e la più parte degli altri contemporanei.
L'istituzione di Filippo l'Ardito a tutore delle contee di Provenza e d'Angiò si legge nel docum. XXIV. Dopo ciò ho creduto mettere in dubbio la tradizione de' citati scrittori che portano lasciato a dirittura il regno a Carlo Martello. Carlo I non volle certamente dividere il regno dalle contee, perchè lasciò anche queste a Carlo Martello nel caso della morte di Carlo lo Zoppo. Non sembra dunque probabile ch'egli avesse stabilito due ordini diversi di successione, chiamando Carlo Martello al regno appena uscisse di minorità, e alle contee solamente dopo la morte del padre in prigione. Dall'altro canto può darsi che Carlo I credesse provvedere abbastanza al governo della Provenza e dell'Angiò durante la prigionia del signor naturale, con quello espediente di fare un tutore delle contee piuttosto che del conte; ma non giudicasse nè legittimo nè sicuro partito di lasciar la corona reale a un prigione, o vôto il trono fino alla sua liberazione. La riconosciuta sovranità suprema della corte di Roma, e il non trovarsi preveduto il caso nella legge dell'investitura accresceano forse la difficoltà: nè è impossibile che Carlo non potendole scegliere, le abbia saltate rimettendosene al papa. Io non ho voluto supplire con l'analogia alla mancanza del fatto; ed ho lasciato in dubbio i termini della sostituzione di Carlo Martello, come restarono negli atti de' governanti di Napoli fino alla liberazione di Carlo II.
La età di Carlo I erroneamente rapportata dalla Cronaca d'Asti, in Muratori, R. I. S., tom. XI, pag. 164, si ricava dal P. Anselme, Hist. généalogique et chronologique de la Maison royale de France, tom. I, cap. 14, pag. 191.
La elezione del conte di Squillaci si conferma dal diploma 1º del tom. II dell'Elenco delle pergamene del r. archivio di Napoli, notato qui appresso; la condizione della scelta d'Artois leggesi in Raynald, Ann. ecc., 1285, §. 5.
[59] Gio. Villani, lib. 7, cap, 95.
[60] Nic. Speciale, lib. 1, cap. 29.
[61] Geste de' conti di Barcellona, cap. 26, nella Marca Hispanica del Baluzio.
[62] Raynald, Ann. ecc., 1285, §§. 5, 6, 7, 8, bolla del 14 febbraio.
[63] Elenco delle pergamene del r. archivio di Napoli, tom. II, diplomi dalla pag. 1 a 43, e annotazione 1 alla pag. 2.
[64] Raynald, Ann. ecc. 1285, §. 3, bolla del 9 febbraio.
[65] Chron. Mon. S. Bertini, in Martene e Durand, Thes. Nov. Anecd., tom. III, pag. 765.
Nangis, Vita di Filippo l'Ardito, in Duchesne, Hist. franc. script., tom. V, pag. 543.
Vita di Martino IV, in Muratori, R. I. S., tom. III, pag. 611.
Francesco Pipino, lib. 4, cap. 21, in Muratori, R. I. S., tom, IX, pag. 726.
[66] Nangis, loc. cit.; Francesco Pipino, loc. cit.
[67] Raynald, Ann. ecc., 1285, §. 9.
[68] Bart. de Neocastro, cap. 90.
[69] È attribuita a un abate Gioacchino. Francesco Pipino, loc. cit., lib. 4, cap. 20.
[70] Dal Torso fu, e purga per digiuno Le anguille di Bolsena e la vernaccia. DANTE, _Purgat._, c. 24.
e ciò che nota in questo luogo Benvenuto da Imola.
Francesco Pipino, lib. 4, cap. 21, in Muratori, R. I. S., tom. IX, pag. 726, il quale rapporta i due versacci:
_Gaudeant anguille quod mortuus est homo ille. Qui quasi morte reas excoriabat eas._
Della morte di questo pontefice e non della cagione, dicono ancora Giovanni Villani, lib. 7, cap. 106. Ricobaldo, loc. cit., ec.
[71] Raynald, Ann. ecc., 1285, §. 12.
[72] Raynald, Ann. ecc., 1285, §. 14.
Tolomeo da Lucca, Hist. Ecc., lib. 24, cap. 13, in Muratori, R. I. S., tom. XI.
[73] Nangis, loc. cit., pag. 544.
Raynald, Ann. ecc., 1285, §. 16.
[74] Raynald, ibid.
[75] Raynald, ibid., §. 23, breve del 1º agosto 1285.
[76] Raynald, Ann. ecc., 1285, §. 43, e seg.
[77] Raynald, Ann. ecc., 1285, §§. 29 a 51.
[78] Ibid., §. 53.
[79] Giannone, Istoria civile del regno di Napoli, lib. XI, cap. 1.
[80] Bart. de Neocastro, cap. 98.
CAPITOLO XII.
Opere della corte di Roma contro Pietro d'Aragona. Concessione di quel reame a Carlo di Valois. Protestazioni e pratiche di Pietro. Contese di lui con le Corti di Aragona. Lega di que' baroni; grande esercito e armata che apparecchiansi in Francia. Invasione del Rossiglione, poi della Catalogna. Straordinaria fortezza e perseveranza di re Pietro; assedio di Girona. Morìa nel campo francese. Pietro ripiglia le offese. Fazioni di mare. Loria con l'armata siciliana riporta segnalata vittoria su i Francesi. Ritirata di re Filippo, e sua morte. Carlo lo Zoppo mandato prigione in Catalogna. Morte di Pietro. 1282-1285.
La guerra sopra Aragona, pensata al primo fallir dell'impresa di Sicilia, per avviluppar Pietro in tal briga nel suo antico reame, che lasciasse la difesa del nuovo, si macchinò poco men che tre anni, tra Carlo, papa Martino e Filippo l'Ardito. Di leggieri crederò a Martino, che parecchi baroni francesi stigavano a quella il re, dicendo insopportabili ormai le offese di Pier d'Aragona, e vergogna al sangue reale e a tutta la nazion francese, se non ne pigliasse vendetta[1]; perchè par che il risentimento della strage del vespro tutto si fosse volto contro il re d'Aragona, quando si vide ch'ei ne raccoglieva i frutti, e incalzava e sfregiava sempre più la casa d'Angiò, e facea scorrer nuovo sangue francese ne' combattimenti di Calabria. Le arti de' grandi infiammaron certo il sentimento pubblico; menando tanto romore del duello; gridando Pietro codardo perchè lo schivava, e traditore perchè avea assalito Carlo in Sicilia senza disfida. D'altronde la corte di Francia, sollecitata e piaggiata assiduamente da casa d'Angiò[2], e allettata dall'onore di ristorarla in Italia, ben potea desiderare una impresa, che insieme promettea larghi {309} acquisti oltre i Pirenei. La nazione, pronta per indole alla guerra, v'era anco sospinta dalle condizioni sociali, e dall'uso alle crociate: chè perfetta crociata fu questa, sì alle bandiere, e sì all'intento de' crocesegnati, divenuto sì basso e profano nel secolo decimoterzo. È notevole che nel trattare tal impresa detta sacra e suscitata dalla corte di Roma, si manifestò ne' consigli di Filippo una insolita gelosia e diffidenza contro lei, un desiderio a spillare i danari ecclesiastici, un accorgimento e contegno di cui Martino si maravigliò, si adontò, ma gli fu forza sopportarlo. I principî d'ordine monarchico, prevalsi nel regno di san Luigi e messi già in opera contro la feudalità, si sollevavan contro la potenza papale; e preparavano la lotta di Bonifazio con Filippo il Bello.
Il primo divisamento in Francia fu di muover la guerra senza frasi: volean le decime delle rendite ecclesiastiche, ed eran pronti a pigliare le armi: il vescovo di Dol e Raoul d'Estrées, maresciallo di Francia, portarono al papa questa ambasceria di Filippo sul fin dell'anno ottantadue. Ma quegli rispose che volea meglio colorire la cosa; aspettar che Pietro persistesse nella occupazione della Sicilia fino a un termine dato; e poi con forme di giustizia e gravi sentenze compilar l'atto della disposizione del regno d'Aragona: e così fece, scrive egli, con molta prestezza, fidando in Dio e nella Francia, che fosse pronta sempre ad eseguir con le armi il giudizio della corte di Roma[3]. Ad accrescere il premio, mise fuori un'altra bolla che spogliava Pietro del reame di Valenza[4]. Volle impedire l'ingrandimento della Francia nella guerra che si dovea sostener col suo sangue, dichiarando contro il voto di parecchi {310} cardinali[5] che concederebbe que' reami a un de' figliuoli di Filippo l'Ardito, a scelta del re o della santa sede s'ei tardasse, eccetto il primogenito sempre. Nè lasciò occasione d'allungar la mano nei patti fondamentali della nuova dinastia; pretendendo immunità ecclesiastiche larghissime, omaggio e censo a Roma[6]. A trattar queste e le altre condizioni dell'impresa, avea già inviato legato pontificio Giovanni Chollet, cardinal di Santa Cecilia; che venne a corte di Francia con Carlo d'Angiò innanti il dì del duello[7]; e con quell'autorità, scrive Montaner[8] che dalla terra annoda e scioglie ne' cieli, annullò i giuramenti della lega di Filippo con Pier d'Aragona. Durò assai più fatica a vincer le opinioni de' consiglieri del re, dette di sopra e accettate da' prelati e baroni, che componeano il parlamento, non scaduto per anco a mera corte di giustizia, e rappresentante, com'or direbbesi, gl'interessi della nazione, o delle classi privilegiate che se ne arrogavano il nome.
Nè credo confondere i nomi e le idee d'oggidì con quei del secol decimoterzo, se dico che non solo la corte di Francia volle far patti accorti con Roma, ma che anco il parlamento non amava gittar su la nazione tutto il peso d'una guerra che a lei nulla giovava, ma a Carlo d'Angiò, alla {311} corte di Roma e ad alcun de' figli di Filippo l'Ardito. Perchè nel primo disegno detto dinanzi si chieser le sole decime per tre anni in quel ch'era allora il reame di Francia; ma trattandosi l'investitura come voleala il papa, si domandarono le decime per tutta cristianità, o almeno per quattro anni nella più parte del territorio francese d'oggidì; e le prime annate dei beneficî ecclesiastici nuovamente provveduti; i legati pii, e altri sussidi; oltre le indulgenze, l'autorità della commutazione de' voti; e alcune condizioni che mantenessero la dignità del re verso la corte di Roma; e si sostennero le libertà ecclesiastiche de' popoli d'Aragona: ma soprattutto si pretesero tai favori del papa sia che il parlamento consigliasse il re, sia che lo sconsigliasse, che è a dire se la nazione concorresse o no alla impresa in favor del figliuolo del re. Adirossene il papa; rispose a Filippo il nove gennaio dell'ottantaquattro, chiamando scandalosa l'inchiesta delle annate dei beneficî; orribile a udirsi quella delle concessioni nel caso che il parlamento sconsigliasse; assurda l'altra delle decime in tutta cristianità; e in bel modo rimproverò Filippo e il parlamento di mala fede, d'incostanza, d'ignavia, d'abbandonar la santa sede e la casa d'Angiò, di macchiare il nome francese e dar argomento alle lingue de' suoi nemici. Ma, come fa chi ha maggior voglia, cominciò a piegarsi alle stesse inchieste di cui lagnavasi[9]; mandò al legato, in tante lettere diverse, l'assentimento alle varie condizioni; e gli commise che persistendo il re, gli cedesse[10]. Queste concessioni e le arti del legato conseguiron l'intento.