La Guerra Del Vespro Siciliano Vol 1 Un Periodo Delle Storie Si

Chapter 22

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I particolari della sussistenza e ordinamento irregolare di questi almugaveri si scorgono da Montaner, cap. 70, e da due diplomi del 7 marzo e 4 aprile 1299, docum. XXVI e XXVII, nel primo dei quali si vede la distinzione tra _stipendiarii_, _almugaveri_, et _malandrini_; nel secondo leggesi la divisione della preda _inter se, juxta eorum consuetudinem atque usum_. Nell'uno e nell'altro i cognomi ben mostrano che queste masnade fossero mischiate di Spagnuoli e Siciliani.

L'altro diploma del 27 dicembre, quarta Ind. (1290), docum. XXV, mostra la niuna disciplina degli almugaveri; per la quale il re di Sicilia espressamente li avea eccettuato dalla tregua fermata col nemico, non promettendosi che ubbidissero.

In somma il modo lor di combattere era il medesimo delle bande o _guerrillas_, segnalatesi nelle moderne guerre di Spagna, e la disciplina assai peggiore.

[39] Bart. de Neocastro, cap. 59.

Saba Malaspina, cont., pag. 391.

[40] Bart. de Neocastro, cap. 60.

Saba Malaspina, cont., pag. 395.

[41] Nic. Speciale, lib. 1, cap. 21.

[42] Saba Malaspina, cont., pag. 395, 396.

Nic. Speciale, lib. 1, cap. 22.

Bart. de Neocastro, cap. 61.

E con meno particolarità, d'Esclot, cap. 102.

[43] Saba Malaspina, cont., pag 395, 397.

[44] Montaner, cap. 70, 75.

Il quale scrittore porta con molta confusione e inesattezza questa prima guerra di Calabria, talchè inutile opera sarebbe a notar d'uno in uno i suoi errori.

Il d'Esclot, più accurato sempre, non dice che la fazion di Seminara. Ei passa sotto silenzio la cagione del sollecito ritorno di Pietro in Sicilia.

È da notare che, raccontando come gli almugaveri nell'infestar le Calabrie spingeansi fino agli alloggiamenti nemici, d'Esclot, a cap. 103, porta il seguente fatto. Preso da' nimici un almugavero, e portato al principe di Salerno, questi vedendol piccino, male in arnese, e orrido d'aspetto, sclamò che gente sì cattiva e selvatica non potea aver cuore. E l'almugavero replicava: ch'egli era l'ultimo di sua gente, ma pur si proverebbe col miglior cavaliere francese, a patto che vinto rimanesse a discrezione, vincitore avesse la libertà. Nella bizzarria dei tempi il principe assentiva. Talchè rese all'almugavero le sue armi, e fatto venire un valente cavalier francese, fuor le trincee si die' luogo al duello. Il cavaliero preso del campo si serra sull'almugavero; il quale schivando d'un salto la lancia, trasse al cavallo un fermo colpo di giavellotto alla spalla; e, abbattutolo, vien addosso al cavaliero, tagliali i lacci dell'elmo, e con la coltella già l'uccidea. Allora il principe donatagli una veste, libero il rimandò a Messina. E Pietro gareggiando in cortesia, rendea al Francese dieci prigioni anco vestiti, dicendo che così sempre darebbe dieci per un de' suoi.

[45] Saba Malaspina, cont., pag. 397.

Bart. de Neocastro, cap. 55 e 61.

[46] Bart. de Neocastro, cap. 62.

Anon. chron. sic., cap. 42.

Nic. Speciale, lib. 1, cap. 25.

D'Esclot, cap. 103, dice anche venuta la regina Costanza in aprile.

[47] Saba Malaspina, cont., pag. 397.

Montaner, cap. 59 e 99, il quale portando questo fatto dopo il giorno del duello, scordò certo il tempo del viaggio della regina per Sicilia, ma rammentava bene tutte le minuzie personali, e dice venuti con essa Giovanni di Procida e Corrado Lanza. Il Montaner fa menzione al cap. 97 e al 99, al proposito di questa venuta della regina Costanza in Palermo, di due nostri notissimi monumenti nazionali; la cappella del real palagio di Palermo, che esiste ancora in tutta la sua bellezza, ed era, dice il Montaner, una delle più ricche cappelle del mondo; e la sala verde dello stesso palagio ove teneansi i parlamenti.

Quivi, continua il Montaner, s'adunò un parlamento per la venuta della regina, ove Giovanni di Procida parlò per lei, e Matteo da Termini rispose a nome del parlamento: ma agli altri particolari non è da attendersi, scrivendo Montaner nel falsissimo supposto che ciò fosse stato dopo la partenza di Pietro, e dopo il duello.

[48] Si vedrà nel progresso di questo lavoro come la costituzione di Guglielmo il Buono fu la stella polare de' popoli di Sicilia e di que' di Puglia in quel tempo; e come i Napoletani l'ottennero nei capitoli di papa Onorio; i Siciliani in que' di re Giacomo.

[49] Bart. de Neocastro, cap. 61.

[50] Saba Malaspina, cont., pag. 397.

Palmiero Abbate nel 1272 fu castellano del castel di Favignana per Carlo I, come si vede in un diploma pubblicato dall'er. Michele Schiavo, Memorie per la istoria letteraria di Sicilia, tom. I, par. 3, pag. 49 e seg.

Tutti gli scrittori Trapanesi voglion Palmiero lor concittadino, i Palermitani lo contendon loro; gli uni e gli altri senza provarlo abbastanza. Nel testo io ho trascritto le parole di Saba Malaspina, senza tener punto nè poco alla cittadinanza palermitana di Palmiero Abbate; perchè la Sicilia è la mia patria, non questo o quell'altro muro, in cui infelicemente i Siciliani per l'addietro chiudeano i loro affetti nazionali.

[51] Bart. de Neocastro, cap. 62.

[52] Bart. de Neocastro, cap. 62.

D'Esclot, cap. 103 e 104, si riscontra appunto con queste date.

[53] Bart. de Neocastro, cap. 63, riferisce in questi sensi l'orazione di re Pietro al parlamento.

[54] Così il Neocastro e lo Speciale.

Ma forse Alaimo era stato eletto prima Maestro Giustiziere, perchè con questo titolo è sottoscritto nel diploma del 30 dicembre 1282, citato da noi a pag. 211.

[55] Diploma di re Pietro dato di Messina a 20 aprile 1283, pel quale Ruggier Loria è eletto ammiraglio di Catalogna e di Sicilia, pubblicato dal Quintana, Vidas de Españoles celebres, tom. II, pag. 176.

La data di questo diploma corrisponde bene a quelle portate dal Neocastro e dal d'Esclot, diligenti cronisti, i cui detti riscontrati co' documenti acquistano sempre maggior fede. Sembra per altro che il re prima di partire, abbia accordato solennemente e permanentemente i primi ufici dello stato a coloro cui li avea già affidato. Loria era stato già incaricato del comando della flotta, veg. p. 216, e forse Alaimo esercitava nello stesso modo l'autorità di gran giustiziere.

[56] Bart. de Neocastro, cap. 62, 63.

Nic. Speciale, lib. 1, cap. 25.

Montaner, cap. 75, 76, 99, 100.

D'Esclot, cap. 104, il quale dice che Pietro pria di partire nominò i suoi ministri e vicari per tutta l'isola, che ubbidissero alla reina e a Giacomo; e che raccomandò la moglie e i figli a' Siciliani, e in particolare a' Messinesi. Perchè questi ordinamenti di Pietro non son riferiti da tutti gli storici nella stessa guisa, io mi son tenuto al Neocastro, che forse si trovò presente e tra gli affari pubblici, e narra la cosa in quel modo ch'era necessario tenersi da re Pietro. Altri particolari ho cavato da Speciale e Montaner, l'ultimo de' quali porta le circostanze essenziali, sbagliando nel tempo e nel modo. Questi due scrittori dicon poi lasciato il regno di Sicilia a Giacomo per testamento del padre. Ma come nel testamento che noi abbiamo, e che d'Esclot anche riferisce con estrema diligenza, non si fa menzione del regno di Sicilia, così è mestieri che Pietro avesse fatto riconoscere Giacomo dal parlamento, nel modo che appunto riferisce il Neocastro, e accenna lo stesso Montaner.

Certo egli è che infino alla morte di Pietro l'autorità regia in Sicilia fu esercitata dalla regina Costanza, aiutandosi costei dell'opera di Giacomo, riconosciuto successore al trono. In fatti nel capitolo 2 delle leggi di Federigo II di Sicilia, è fatta menzione di concessioni della regina Costanza; e vari diplomi ci restan di lei, l'un de' quali dato di Palermo a 25 febbraio duodecima Ind. 1283 (1284 secondo il computo comune), si legge a pag. 87 nel Tabulario della cappella del reale palagio di Palermo, Palermo 1835. Il titolo è: «_Constantia D. G. Aragonum et Siciliæ Regina._»

Questa forma di governo finalmente si prova con un atto politico del tempo. Nel trattato fermato in giugno 1286, tra Pietro di Aragona e il re di Tunis, che è pubblicato dal Capmany, Memorias historicas del comercio de Barcelona, tom. IV, docum. 6, allo art. 40, si legge: «La qual pace noi Pietro per la grazia di Dio re d'Aragona e di Sicilia sopraddetto, accordiamo pel regno di Sicilia, per noi e per la nobile regina nostra moglie e per l'infante Giacomo nostro figlio, che dev'_essere erede dopo di noi nel detto regno_, dai quali la faremo fermare e accordare; e pe' regni nostri d'Aragona, di Valenza e di Catalogna, per noi e per l'infante don Alonzo nostro primogenito, erede dopo di noi ne' detti regni, ec.»

[57] Bart. de Neocastro, cap. 64.

[58] Bart. de Neocastro, cap. 65.

[59] Son riferite a un di presso queste parole da Bartolomeo de Neocastro.

[60] Bart. de Neocastro, cap. 66.

[61] Bart. de Neocastro, cap. 67.

Nic. Speciale, lib. 1, cap. 25.

Saba Malaspina, cont., pag. 398.

Della partenza di Pietro da Trapani fanno seccamente menzione il d'Esclot, cap. 104, e il Montaner, cap. 76.

CAPITOLO X.

Nuovi preparamenti degli Angioini contro la Sicilia. Capitoli del parlamento di Santo Martino nel regno di Napoli. Nuove intimazioni del papa a re Pietro e a' Siciliani: bando della croce: sentenza di deposizione di Pietro dal reame d'Aragona, e altre pratiche. Aperta ribellione di Gualtiero da Caltagirone. Vittoria dell'armata siciliana su la provenzale, nel porto di Malta, il dì 8 giugno 1283, e conseguenze di essa. Pratiche del papa a sturbare il duello. Andata di re Pietro in Catalogna e a Bordeaux: esito della scena del duello. Umori dei popoli del regno di Napoli. I nostri occupano alcune terre in val di Crati. Preparamenti di una nuova impresa sopra la Sicilia. Loria assalta con l'armata il regno di Napoli. Battaglia del golfo di Napoli il 5 giugno 1284, e presura di Carlo lo Zoppo. Sollevazione della plebe in Napoli. Maggio 1283 a giugno 1284.

In questo tempo il nimico apprestossi a una seconda prova contro la Sicilia; di che s'eran maturati i disegni a corte di Roma, quando Carlo, tornato di Calabria, appresentossi al papa e a tutto il sacro collegio a chiedere aiuti[1]. Tentar doveasi il colpo nella state dell'ottantatrè, per cogliere il destro dell'assenza di Pietro. A ciò preparavansi navi e armi, men poderose che l'anno innanzi, per diffalta di moneta, e perchè faceano assegnamento maggiore sugli animi de' popoli, simulando mansuetudine quand'era tornata vana la forza. Par che in Sicilia tenessero a questo disegno, secondo l'indizio della spia presa a Geraci, i principi di controrivoluzione testè detti. Al medesimo effetto or trattavasi più solenne e larga la riforma del mal governo in terraferma. E 'l papa suscitava i nemici di Piero; spaventava gli amici; e a sviar le forze di lui, principiava a minacciare il reame d'Aragona.

Re Carlo dunque nell'andar di Roma a Parigi, era soprastato {231} alquanti dì in Marsiglia; ove al suo vicario di Provenza avea commesso che, allestite in fretta venti galee, e armatele della miglior gente di mare di tutta Provenza, mandassele in Puglia, d'aprile o di maggio al più lungo[2]: ed ei medesimo poco appresso, tornato a Marsiglia, e trovate le galee munitissime di attrezzi e armi e ciurma al doppio dell'ordinaria, aveale affidato a Guglielmo Cornut e Bartolomeo Bonvin, marsigliesi; giurando Guglielmo che darebbegli morto o prigione l'ammiraglio nimico[3]. Il principe di Salerno al tempo stesso armava nel reame di Puglia novanta tra teride e galee, che a mezzo giugno si trovassero a Reggio[4]. Abbandonato egli avea nel corso d'aprile gl'infelici alloggiamenti di Santo Martino, ove per disagio e febbri consumavasi come in atroce pestilenza la gente francese; ch'eravi anco morto con grande compianto Piero conte di Alençon, e sì scarseggiavan le vittuaglie e lo strame. Presso Nicotra sulla marina il principe s'attendò, per esser più pronto all'imbarco: otto galee fe' racconciare in quel porto; tutto intendendo al passaggio sopra la Sicilia[5]. {232} Ma prima di mutare il campo avea tenuto nelle pianure stesse di Santo Martino un solenne parlamento, del quale è mestieri qui far parola.

Perchè ai «prelati, conti, baroni, cittadini e probi uomini,» in grande numero adunati (novella temperanza de' governanti angioini), chiedeva il principe i sussidj; e gli erano assentiti in merito della riforma, mal abbozzata già nei capitoli del dieci giugno dell'ottantadue, e peggio osservata; {233} della quale or trattandosi con quei grandi e rappresentanti della nazione, nuovi capitoli sancironsi e pubblicaronsi in questo parlamento medesimo, il dì trenta marzo milledugentottantatrè. Cominciavano con accettare apertamente in che orrendo servaggio e povertà fosse venuto il reame, per vecchia colpa, diceasi, dei tiranni Svevi, e fresca malizia de' ministri e officiali del re, tradenti il suo paternale buon volere. Larghissimi indi i favori conceduti e raffermi agli ecclesiastici, per lor averi, persone, case ed autorità; chè si corse fino ad accordare la franchigia delle tasse su lor beni ereditarj, e, strano capitolo in una riforma di abusi, si ordinò la punizion civile degli scomunicati. Gli aggravj che più ai baroni incresceano furon rivocati; moderato il servigio militare; disdetto ogni impedimento a' matrimonj delle figliuole, e alla scossione dei giusti aiutorj (quest'era il vocabolo) su i vassalli; ristorato il privilegio del giudizio de' pari; cessata la molestia dei servigi al fisco. A beneficio di tutta la nazione, il principe francò di dogane il trasporto delle vittuaglie da luogo a luogo nel regno; promesse coniar buona moneta; vietò le inquisizioni spontanee de' magistrati; menomò la taglia per gli omicidj non provati; consentì i matrimonj delle figliuole de' rei di fellonia; corresse gli abusi de' servigi, e le baratterie degli officiali, simul, il fisco non rivendicasse beni, altrimenti che per decisione di magistrato; non incorporasse le doti alle mogli degli usciti; nè gli artieri si sforzassero a racconciar le navi regie, nè la città a murar nuove fortezze; i giustizieri e altri ufficiali, usciti dalla carica, restasser nel paese quaranta dì a rispondere di mal tolto. Quanto alle collette e altre imposte generali o parziali, il principe bandì: godessero i cittadini del reame di terraferma tutte le franchigie e gli usi de' tempi di Guglielmo il Buono. Ma sendone oscure ormai le memorie, rimetteva in papa Martino descriver quelle consuetudini entro due mesi; comandava che due legati d'ogni giustizierato, a tale effetto si trovassero prestamente innanzi il papa: intanto nulla fornirebbero le città o provincie, nè anco in presto, fuorchè nei casi stabiliti dalle costituzioni. In ultimo, richiamò in vigore i recenti capitoli di re Carlo; {234} a vegliar la osservanza dei presenti, deputò inquisitori a posta in ogni città e terra. Questi nuovi frutti raccoglieano i popoli di terraferma dalla siciliana rivoluzione[6]!

Intanto papa Martino senza studiarsi ad occultar la fiera passione dell'animo suo, vibrava anatemi sopra anatemi contro Piero, e' ministri, e' guerrieri, e' Siciliani tutti. Da Montefiascone a diciotto novembre dell'ottantadue, dichiarolli involti nelle scomuniche comminate già prima; e a Pietro ricantò: sgombrasse di presente la Sicilia; non usurpasse il titolo, non esercitasse atto alcuno di re. Al Paleologo, scomunicato d'altronde, comandò per nuovi scongiuri di spezzar ogni legame con l'Aragonese. E, altro che minacciar non potendo, diè nuovi termini a obbedire; a Piero ed a' dimoranti in Italia, infino al due febbraio; al Greco e agli altri, infino ad aprile e a maggio: fornito il qual tempo, i trasgressori si rimarrebbero spogliati d'ogni feudo, possessione o diritto; sciolti lor vassalli dal giuramento; date le facultà e le persone in balìa de' fedeli che volessero occuparle, quest'era la formula, tolto il pericolo di mutilazione e di morte[7]. {235}

Ma poco appresso proruppe a comandar guerra e morte, non aspettato pure il decorso de' termini, «Sorga il Signore, esordiva da Orvieto a tredici gennaio milledugentottantatrè, sorga il Signore, giudichi la sua causa, per le offese che gli stolti vengongli recando ogni dì:» e sermonando del racquisto di Terrasanta, attraversato da Piero e da' Siciliani con molestar la Chiesa, «Iddio però, ripigliava, muova contr'essi a battaglia; e noi, per divina misericordia forti dell'autorità degli apostoli, esortiamo i cristiani tutti a levarsi per noi, per Carlo nostro figlio diletto; qual muoia nella impresa sciogliam dalle peccata, come se in guerra di luoghi santi[8].»

In fine, a diciannove marzo, fulminò da Orvieto l'altra sentenza. Rinfacciò a Piero i primi suoi armamenti in Catalogna; il passaggio sopra l'Affrica, con forze non pari a tanta impresa; i messaggi a' Palermitani per indurarli nella ribellione; le perfide ambascerie alla corte di Roma; la fraudolenta occupazione del reame di Sicilia. Ma la Sicilia, dicea, terra è della Chiesa; e anco feudo nostro l'Aragona, per l'omaggio prestato a papa Innocenzo terzo dall'avol di Pietro. Questo dunque sleale vassallo per tradigione deponghiam noi dal regno d'Aragona; altri ne investiremo a piacer nostro. Con ciò scomunicollo una terza volta: scagliò interdetto su quantunque città tenessero per lui[9]. Nella quale sentenza allegò Martino l'avviso dei cardinali; onde, se non mentì netto, cavillò; leggendosi nelle istorie del suo medesimo segretario, come parecchi fratelli del sacro collegio forte la dissentissero. Di ciò, segue il Malaspina, arduo sarebbe, e più da indovino che da fedel narratore, a scrutar la cagione: e anco toccando l'autenticità dei titoli del papa sopra Aragona, e {236} il suo diritto alla deposizione di Piero, si dilegua in ambagi, con meschin temperamento tra istorico e cortigiano[10].

Instava il papa inoltre a dissuadere Eduardo d'Inghilterra dal matrimonio della figliuola col primogenito di Pietro; costui dicendo persecutor di santa Chiesa; incesto il nodo per un quarto grado di consanguineità[11]. Sturbava per un vescovo suo fidato gli accordi tra l'Aragonese e la repubblica di Venezia, vogliosa dell'equilibrio del potere in Italia; onde parecchi suoi cittadini avean ricevuto messaggi di Pietro, e a lui mandatone[12]. Consentiva a Carlo differisse pure il pagamento del censo alla Chiesa[13]. Esortava nel reame di Castiglia i prelati, i Templari, i Gerosolimitani, e altre fraterie armeggianti a muover contro Sancio, presuntivo erede della corona, ribellatosi al padre, e collegato con re Pietro[14]. Liberava e preponeva al comando degli eserciti della Chiesa in Romagna il conte di Monteforte, quel sacrilego uccisore del principe Arrigo d'Inghilterra[15]. E come or tutte ritrar le brighe d'un tal potentato, stigato da ira di parte e vicin pericolo? Aspramente in vero travagliossi la pontificia corte in Italia a quel fortuneggiare di Carlo: smugneasi di danari per sovvenirlo[16]: vedea la Romagna corsa dal conte Guido da Montefeltro e sollevata; Roma più che mai immansueta[17]; {237} e, vero o non vero, si disse di pratiche di que' cittadini con lo stesso re di Aragona[18].

La tempesta preparata per cotal modo, cominciò a scaricarsi appena allontanato di Sicilia re Pietro, quando Gualtiero da Caltagirone ripigliando animo, levossi alfine scopertamente; assalì in Caltagirone i leali stretti a schiera sotto lo stesso stendardo del re; e sparso assai sangue, occupò la terra, destò per tutto val di Noto uno spavento di novità. Ma l'infante Giacomo, che percorrendo la region settentrionale dell'isola, giovanetto vivo e benigno, era stato per ogni luogo onorato come re, e con grande amore accolto, e giuratagli fedeltà, sapute in Palermo le rie novelle di Gualtiero, insieme co' suoi consiglieri sen turbò forte, ma forte provvide. A Guglielmo Calcerando vicario, e a Natale Ansalone da Messina giustiziere in quella provincia, fu scritto: andassero mansueti a Caltagirone; cautamente facesser gente e armi; poi d'un colpo di mano, per forza o per frode, prendesser Gualtiero. Fecerlo; chè pari allo stato non era animo nè senno in costui, nè la ribellione avea altre radici: e furono catturati con esso Francesco de' Todi e Manfredi de' Monti; sì prestamente, che l'infante cavalcando appresso i suoi spacci, non era giunto a Piazza che 'l seppe. Andò il ventuno maggio a Caltagirone: il dì appresso Gualtiero e i consorti, convinti dall'aperto sollevamento, e sì dalle confessioni {238} di Bongiovanni e Tano Tusco, furono dal gran giustiziere Alaimo condannati, e immantinenti nel pian di Santo Giuliano dicollati; gridando il popolo: ammazza, ammazza. Bongiovanni e l'altro morian sulle forche a Mineo. A dì venzette maggio, racchetata ogni cosa, entrava l'infante, applaudito e festeggiato, in Messina[19].

Dove fu mestieri allestir subito l'armata contro una prima fazione del nimico; il quale ignorando che la controrivoluzione fosse stata spenta sì tosto con arte e fortuna, si mostrava ne' mari di Sicilia in questa stagione. Perchè venute a Napoli di maggio le venti galee provenzali, e tolti secoloro assai cavalieri del regno e Francesi, e sette legni da ottanta remi, a Nicotra s'erano avviate a trovare il principe. Il quale vedendo così rassicurati i mari da' corsali siciliani, e mercatanti di Terra di Lavoro e Principato ricominciare a navigarvi, e recar vittuaglie alle sue stanze; e sentendosi già forte alle offese, per prima dimostrazione, mandò l'armata provenzale a girar intorno la Sicilia dal mar Tirreno e dall'Affricano, e, s'altra occasione non si presentasse, vettovagliare il castel di Malta, che i nostri sotto Manfredi Lancia, occupata l'isola, stringean d'assedio, e con macchine percoteano[20]. {239}

Ruggier Loria stavasi pronto nel porto di Messina con ventidue galee catalane e siciliane, quando ebbe avviso della nemica flotta da' suoi legni sottili, o da barche di Principato, che navigavano con frutta e vini furtivamente alla volta di Sicilia; le quali imbattutesi nella flotta provenzale presso Ustica, se ne liberavano fingendo esser indirizzate per Tunisi, e poi, volto il corso, approdavano a Palermo, a Messina e a Trapani[21]. Presupposta a quell'avviso la fazion de' nemici, la regina incontanente spacciò a Malta un legno da quaranta remi a comandar che lasciato l'assedio della rocca, s'afforzassero i nostri in città: e Loria, cercando la flotta di Provenza, die' ai venti le vele. D'Ustica la seguitò a Trapani e a Terranova, restando indietro sempre due giorni; onde com'ei toccò Gozzo, a Malta la seppe, che già avea sbarcato le genti, e investito, ancorchè invano, gli assedianti in città. Indi a mezza notte innanzi l'otto giugno milledugentottantatrè, salpando dal Gozzo, fu surto a traverso la bocca del porto di Malta, con le ventidue galee ordinate a scaglioni. Questa era la prima impresa che Ruggiero governava da ammiraglio: tra la sua gente e la provenzale s'aveva a contendere il primato ne' fatti di mare. Perciò, sdegnando assaltare il nemico sprovveduto, fa suonare a {240} battaglia tutti gli stromenti; manda un legno a sfidare Cornut; e accorgendosi come cento uomini francesi dal castello correano ad imbarcarsi, da non curante li aspetta. Fe' il nimico ammiraglio riconoscer le nostre galee; e più baldanzoso per falso avviso che fossero sol dodici, co' suoi ventisette[22] legni impaziente die' dentro, che appena facea l'alba.