La Guerra Del Vespro Siciliano Vol 1 Un Periodo Delle Storie Si

Chapter 21

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In questo tempo la regina Costanza, chiamata da Pietro, fin quando pattuivasi il duello perchè restasse al governo in Sicilia, era venuta di Catalogna in Palermo co' minori figliuoli suoi, Giacomo, Federigo, e Iolanda[46]; seco recando cortigiano o consigliero quel Giovanni di Procida, che sulle memorie degne di maggior fede or la prima volta appar venuto in Sicilia, nè più se ne facea menzione dopo quegli antichi disegni tra esso, Loria, ed il re[47]. Vedendo dunque la figlia di Manfredi, e i giovanetti principi di vago e nobil {222} sembiante, la moltitudine esultava e plaudiva; soddisfatta alsì dalle novità, e dalle vittorie di terraferma. Ma tra i baroni e' l re nasceano molti sospetti. Perch'avendogli dato quei la corona, superbia in loro, e nel re dispetto del troppo beneficio, lavoravan tanto, che a' baroni non bastava guiderdone o favore, al re parea fellonia ogni picciolo scontento; e cominciava egli a giocare con suoi scaltrimenti per abbattere i più audaci. È probabile inoltre che cagionasse dispiacere la pattuita e mal osservata ristorazione agli ordini pubblici de' tempi di Guglielmo il Buono[48], di cui s'avean idee indefinite e pressochè favolose: onde tanto più ardentemente li vagheggiavano i popoli, tanto più diveniano difficili a soddisfarsi; nè Pietro era principe arrendevole, nè mantenitor di franchige che menomassero l'autorità regia. Pungea fors'anco i nostri invidia de' Catalani, e del non aver parte abbastanza ne' pubblici affari; onde alcun pensava non aver mutato la tirannide in libertà, ma la persona del principe e la nazione de' signori: i quali umori è naturale che da' baroni passassero anco ne' popolani più veggenti, nè ignoti restassero al re. Stando Pietro così sotto il castel di Geraci, avvenne che il dì otto aprile, preso uno spion de' nemici, rivelava pratiche del principe di Salerno in Sicilia. Confessò, dice il Neocastro, essersi indettato Gualtier da Caltagirone a dargli in balìa tutta l'isola, se alla partenza di Pietro per Bordeaux, mandasse {223} in alcun porto di val di Noto cinquanta galee con un grosso di cavalli francesi. Il quale Gualtiero, signor di Butera e d'altri feudi, possente sopra ogni altro in val di Noto, e famoso appo i narratori della congiura di Procida, al primo avvenimento del re avea chiesto d'andar tra i cento campioni al duello; ma poi deluso nelle sue ambizioni, o sospicando de' governanti, venne a tanta contumacia, che solo tra' siciliani baroni, per inviti che replicassegli il re, niegò di seguirlo in arme in Calabria. Ciò dunque a' detti della spia aggiugnea fede[49]. Saba Malaspina sol narra, che mandata la spia prima della forca a' tormenti, svelato avesse vaghe macchinazioni in Sicilia; e che questo indizio, riscontrato co' sospetti anteriori, conducesse a supporre una cospirazione contro la reina e i figliuoli, trattata con parecchi baroni da Palmiero Abbate, oriundo di Trapani, cittadin palermitano, ricchissimo in val di Mazara per terreni ed armenti, prode in arme, picciol di persona, grande di fama[50]. Del resto poco montano i nomi, e certo ritraesi nata nel baronaggio una trama, o supposta e spacciata da Pietro perchè la temea. In quel tempo stesso gli giunse la nuova dello arrivo della reina in Palermo; e andò in Calabria a trovarlo Piero fratel suo, ansioso tornandogli alla mente il solenne patto del duello; che il dì sovrastava; che {224} mai spergiuro non infamò il sangue regio d'Aragona; non si mostrasse egli primo a tutta cristianità mancatore e codardo. Stretto dunque a tornar di presente in Sicilia e affrettarsi al duello, fremendo Pietro si restò dalla impresa di Calabria; le terre occupate abbandonò; sciolse l'esercito: e lo stesso dì Gualtier da Caltagirone alfin veniva al campo di Solano: tardo consiglio in vero a purgar sì gravi sospetti[51].

A dì quattordici aprile, con le genti e il vasto bottino, Pietro valicava lo stretto. Il ventidue la reina co' figli, chiamata da Palermo, con lui si trovò a Messina[52]. Dove adunati a parlamento il dì venticinque i sindichi delle città, per ordinare lo stato prima ch'ei si partisse dall'isola, con assai dimostrazione di affetto, il re lor presentava que' suoi carissimi pegni, e: «Partir, dicea, m'è forza da questa terra, che amo quanto la stessa mia patria. Io vado innanti a tutta cristianità a confondere il superbo nostro nimico; a vendicare il mio nome nel giudizio di Dio. Perchè tutto io ho commesso alla fortuna per amor vostro, o Siciliani; e nome, e persona, e regno, e l'anima stessa. Nè men'incresce già, vedendo coronata l'impresa dall'onnipossente man del Signore; il nimico lungi di Sicilia; inseguito e prostrato in terraferma; ristorate le vostre leggi e franchige; voi crescenti a ricchezza, a gloria, e prosperità. Lasciovi una flotta vincitrice, capitani provati, fedeli ministri, la reina vostra e i nipoti di Manfredi. Questi giovanetti, la più cara parte delle mie viscere, io v'affido, o Siciliani, nè tremo per essi. Anzi, com'aspri e dubbi sono i casi della guerra, ecco novissima guarentigia a' vostri dritti: Alfonso avrassi alla mia morte Aragona, Catalogna e Valenza; Giacomo, secondo figliuol mio, mi succederà sul {225} trono di Sicilia. La reina e Giacomo terranno finch'io sia lungi le veci di re. E voi docili serbatevi al paternale impero; forti contro i nimici, e sordi alle insidie di chi cerca novità per vendervi ad essi.» Poi volto ad Alaimo: «Sian tuoi figli, disse, la mia consorte, i miei figli! e voi qual padre onoratelo[53].» Assentiva il parlamento la successione di Giacomo, proposta forse dal re, perchè il parlamento e la nazione voleanla; non soffrendo che l'antico reame ridivenisse provincia d'altro più lontano, e ubbidisse a gente straniera. Così riparato alla principal cagione di scontento, volle anche rafforzarsi della virtù e gloria di Alaimo. Il creò gran giustiziere[54]; ma gli altri maggiori ufici die' a suoi fidati: fatti Ruggier Loria grande ammiraglio[55]; Giovanni di Procida gran cancelliere, e il catalano Guglielmo Calcerando vicario, forse nel comando dell'esercito; e anco l'armò cavaliere. Gli ufici minori accomunò ancora tra Catalani e Siciliani: volle che in tutto il maneggio dello stato nulla senza saputa della regina non si comandasse. Ciò ordinato, cavalcò via da Messina il ventisei aprile; e prima investì Alaimo delle signorie di Buccheri, Palazzolo e Odogrillo; e baciatolo affettuosamente, gli donò il suo {226} proprio destrier da battaglia, la spada, l'elmo, e lo scudo[56].

Con questi ordinamenti Pietro a tempo racchetò la nazione, e potè senza pericolo, pria ch'ei lasciasse l'isola, assicurarsi con pronti fatti de' pochi tuttavia discredenti e {227} immansueti. Volle mostrar da vicino la regia autorità per le terre più affette a Gualtier da Caltagirone. Però comanda che l'infante ed Alaimo il seguan tosto; ed ei va a Mineo il ventotto aprile: dove intendendo essersi gridata già a Noto la ribellione, a stigazion di Gualtiero, da Bongiovanni di Noto, Tano Tusco, Baiamonte d'Eraclea, Giovanni da Mazzarino, Adenolfo da Mineo e altri molti, aspetta Alaimo e il figliuolo; consultane con essi di sopraccorrere su i sollevati senza dar loro tempo a ordinarsi; e avvia que' due a Noto; ei cavalca per Caltagirone a trovar dritto Gualtiero. L'irresoluto non l'aspettò; ma borbottando co' suoi che non sosterrebbe il sembiante di questo principe, cortese a lui sì, ma soperchiatore e pessimo nella signoria, si ridusse nella forte terra di Butera. Il re vedendolo dileguare e spregiandolo, senz'altro indugio fu a Trapani ad affrettare il viaggio[57].

Alaimo intanto spegnea senza sangue i ribelli. All'entrar di maggio appresentatosi a Noto con Giacomo, lascia il giovanotto poco lungi dalla città; egli fattosi con quattro uomini soli alla serrata e non difesa porta, e abbattutala, al popol grida a gran voce, che corra all'incontro del re. E il popolo, aggreggatoglisi intorno a que' detti, docilmente correva a salutare l'infante; perchè se il nome di Gualtiero e' l romor de' suoi seguaci il sommossero un istante, non potea per anco bramar gagliardamente nuove mutazioni di stato; nè senza forte volere il popol resiste a grandi nomi ed opere risolute. Indi ognuno abbandonò Bongiovanni, che minacciando era accorso; ma forza gli fu arrendersi ad Alaimo, e gittargli ai pie' le sue armi. Tano Tusco fuggendo è preso, e alla tortura svela ogni cosa[58].

Ignorando questi eventi, Gualtiero se ne stava in Butera, armato come in ribellione, e spreparato d'animo e di guardie {228} come in piena pace; quando il tre maggio con grossa scorta l'infante ed Alaimo vi cavalcarono: e fermatosi a riva il fiume Giacomo con le genti, Alaimo ascese il poggio; sforzò le porte senza contrasto, come a Noto; ed entrando esortò anco la moltitudine a farsi innanti a Giacomo con dimostrazioni di lealtà e di gioia. Onde i terrazzani, i quali a Gualtiero non eran sì devoti, ma li tenea sospesi spargendo partito il re, ita sossopra in Sicilia la dominazione d'Aragona, ora al nome di Alaimo, al saper sì presso l'infante, non pensarono ad altro che a fargli onore; e maledicendo Gualtiero e sue fole, chi affollavasi alle porte, e chi si calava da' muri, e tutta la moltitudine scendendo al fiume per quella pendice si sparse. Alaimo non s'arrestò che non trovasse prima Gualtiero. Smonta al palagio; entra: e da sessanta masnadieri toscani tutti armati a mensa sedeano con Gualtiero, banchettando e bravando, allorchè il fier vecchio fattosi innanti, franco salutò la brigata. Ammutolirono per maraviglia e dubbiezza: pendean tutti dal lor signore, che nulla si mosse; appoggiò la guancia sulla mano, il gomito sul desco; e affisava il volto d'Alaimo senza fiatare, se sbigottito o minaccioso non sel sapeva egli stesso. Alaimo si pentì quasi del troppo osare. Tacque un attimo; e risoluto: «Che vaneggi, o Gualtiero? gli disse. E tu al più vil de' tuoi mercenari stenderesti la mano, renderesti il saluto; ed Alaimo cavaliero, Alaimo amico, nelle tue stanze così raccogli! Or più che non pensi amico io vengo. Vedi in chi ti affidavi! Vedi i tuoi vassalli precipitarsi incontro all'infante Giacomo, e menarlo a trionfo! Su, vien meco a fargli omaggio ancor tu, mentre ti avanza un altro istante a campar da ruina certissima[59].» Tentennò Gualtiero: chiedea sicurtà che nol menerebbero oltre i mari al conflitto de' cento; al che rinfacciavagli {229} Alaimo: averlo ambito egli stesso a malgrado del re, che non chiedeva da lui nè braccio nè consiglio: e infine l'irresoluto si piegò a simulate dimostrazioni d'onore. L'infante, senza credergli, l'accolse benigno; parendogli abbastanza avere spento le prime scintille di aperta ribellione, ed evitato o differito quella di barone sì possente. Mostratosi indi a Palermo, sopraccorre a Trapani, ove ansioso aspettavalo il re. Lieto ei fu del successo. Ordinò punirsi di morte i capi della congiura di Noto; strettamente vegliarsi Gualtiero[60]: e il dì undici maggio, raccomandati novellamente ad Alaimo i suoi e 'l reame, sciolse da Trapani con una nave e quattro galee. Seco addusse, campione, al combattimento di Bordeaux, Palmiero Abbate, per gratificare, scrive lo Speciale, al suo zelo e guerriera indole; e Malaspina dice, per catturarlo in bel modo, a cagione de' raccontati sospetti di stato[61].

NOTE

[1] Bart. de Neocastro, cap. 50.

Montaner, cap. 65, parla del rammarico dimostrato dal re per non aver potuto combattere coi Francesi.

D'Esclot, cap. 95, attesta il medesimo, e che marciò con Pietro alla volta di Messina tutta la gente sua e quella del regno di Sicilia.

[2] Bart. de Neocastro, cap. 43 e 87, e dal cap. 91 si scorge la età di Macalda. Il d'Esclot, che le è favorevole quanto nemico il concittadino di lei Neocastro, la dice, cap. 96, _molt bella e gentil e molt prous et valent de cor e de cos e llarga de donar_; e aggiugne che valesse quanto un uom d'arme, e con trenta cavalieri andasse battendo la città. Ho seguito il Neocastro che dovea saper meglio de' fatti di costei, e la dice in Catania nel tempo dell'assedio di Messina.

[3] Bart. de Neocastro, cap. 50, 51, 52, narra il proposito di Macalda con una strana chiarezza: _illa enim flammam urentem gerebat inclusam, quam sub quodam taciturnitatis velamine quærebat si posset...... comprimere, credens inde suis circonvencionibus juvenem excitare, etc._

Tutto al contrario il d'Esclot, cap. 96, afferma che com'ella vide il re in Messina, _que null temps nol havia vist, fon molt enamorada axi com de senyor valent e agradable, no gens per mal enteniment_. Ma s'accorda meglio co' fatti la malignità del Neocastro.

[4] Bart. de Neocastro, cap. 53.

Nic. Speciale, lib. 1, cap. 18.

D'Esclot, cap. 96.

Montaner, cap. 65.

Cron. sic. della cospirazione di Procida, pag. 274.

Quanto a' Giudei non è dubbio che in Messina e in molte altre città della Sicilia, fossero in gran numero e considerazione per le industrie e i commerci. Le nostre leggi del tempo, per non dir di tante altre memorie, ne fanno spesso menzione. E si ritrae che in Messina i Giudei, al par che i cristiani, fossero molto addetti all'industria delle tintorie, da un diploma del 24 gennaio 1292, che leggiamo presso il Testa, Vita di Federigo l'Aragonese, docum. XV.

[5] Bart. de Neocastro, cap. 53.

D'Esclot, cap. 98.

Saba Malaspina, cont., pag. 384.

Nic. Speciale, lib. 1, cap. 18.

Montaner, cap. 65, 66, 67, 68, 69.

Anon. chron. sic., cap. 41.

Giachetto Malespini, cap. 212.

Gio. Villani, lib. 7, cap. 75.

Cron. sic. della cospirazione, pag. 274.

Ho seguito a preferenza il Neocastro e gli altri due primi, che narrano con poco divario questi fatti.

Non attesi al Villani e al Malespini che portano bruciati da' nostri da 80 legni nimici, perchè Saba Malaspina e gli scrittori di parte nostra non l'avrebbero pretermesso; e Montaner accenna questo incendio (cap. 65) ma come avvenuto sulla spiaggia di Messina, che è forse quello de' principî dell'assedio (Veg. cap. VII del presente lavoro). Il Montaner in questa impiastra tre fazioni: la caccia data alle 70 navi, la presura delle 22, e il saccheggio di Nicotra, seguito nel 1284; che è nuovo argomento della poca esattezza di questo autore, il quale scrivendo vecchio e molti anni appresso, confondea nella sua memoria l'ordine e le particolarità de' fatti.

[6] Questa porta più non esiste, sendosi da quel canto ampliata la città.

[7] Bart. de Neocastro, cap. 53.

Saba Malaspina, cont., pag. 385.

D'Esclot, cap. 98.

Montaner, cap. 74, il quale porta questa liberazione in altro tempo, e la abbellisce con una munificenza incredibile; facendo dispensare camicia, farsetto, brache, cappello, cintura, coltello catalanesco, e un fiorin d'oro per ciascuno, a 12,000 prigioni.

[8] Bart. de Neocastro, cap. 54.

Diplomi dell'8 e 15 febbraio 1282 (cioè 1283, contandosi l'uno appo noi dal 25 marzo), docum. X ed XI; il secondo de' quali è citato ancora dal Gallo, Annali di Messina, tom. II, pag. 135, con un altro privilegio del 20 aprile, che abolì tutti gli statuti e le leggi di re Carlo.

Forse a questo o altro simil diploma allude il Fazello (Deca 2, lib. 9), che il dice conservato infino a' suoi tempi; e il Pirri, Sicilia sacra, Not. ecc. catan. ann. 1283 che cita il parlamento e il diploma.

Che Pietro avesse abolito i dritti de' marinai è detto anco chiaramente nel capitolo 44 di re Giacomo, Cap. del regno di Sicilia.

[9] _Aliquantulum._

[10] Diploma del 29 settembre 1282, docum. IX.

[11] Diploma del 2 ottobre 1282, citato nell'Elenco delle pergamene del r. archivio di Napoli, tom. I, pag. 244, e anche in parte trascrittovi nella nota che continua infine a pag. 246.

[12] Saba Malaspina, cont., pag. 395.

[13] Elenco delle pergamene sud., tom. I, pag. 247.

[14] Saba Malaspina, cont., pag. 384.

Bart. de Neocastro, cap. 54.

D'Esclot, cap. 97.

Cron. della cospirazione di Procida, pag. 274.

Veggasi anche Montaner, cap. 67 e seg. Il soggiorno di re Carlo a Reggio per tutto questo tempo, è confermato dalla data de' citati diplomi e dei seguenti altri: Reggio penultimo ottobre, undecima Ind. Ibid. 26 novembre, undecima Ind. Ibid. 1, 5 e 6 dicembre, undecima Ind. Nel r. archivio di Napoli, registro segn. 1283, E, fog. 1, 1 a t. e 4.

[15] Bart. de Neocastro, cap. 54.

Nic. Speciale, lib. 1, cap. 23, 24.

Saba Malaspina, cont., pag. 385, 386, 387.

D'Esclot, cap. 99.

Montaner, cap. 72.

Raynald, Ann. ecc. 1283, §. 5.

Diploma di re Carlo, in Muratori, Ant. Ital. Med. Ævi, tom. III, pag. 651. Sul quale e su i due diplomi citati qui appresso, ho corretto lo errore di alcuni storici, che dicon fatta la sfida da re Pietro. Del rimanente la più parte di quegli scrittori si riscontra appunto co' diplomi.

I nomi degli ambasciadori di Pietro son portati variamente. Certo che vi fosse il giudice Rinaldo dei Limogi messinese, perchè, oltre l'attestato d'alcuno istorico nostro, leggiamo il suo nome ne' diplomi. Notisi che il d'Esclot diversifica in qualche circostanza. Secondo lui, due famigliari di Carlo vestiti da frati portavano a Pietro parole d'ingiurie: egli si pose a ridere, e mandò con loro per ambasciatori, suoi cavalieri onorati e d'alto affare, per intender da Carlo se i due finti frati ne avessero avuto mandato; e saputo di sì, questi legati fermarono il duello, e tornarono in Messina con gli inviati di Carlo per ordinarne le condizioni. Montaner al contrario dice il grande sdegno di Pietro al sentirsi dar quelle accuse. Io ho seguito ne' particolari piuttosto Speciale, Malaspina, e 'l Neocastro; nè è mestieri notar tutte le minute differenze degli altri cronisti.

[16] Da una scritta che ti trova nel r. archivio di Napoli, reg. segnalo 1268, A, fog. 35, si vede che fosse tra' cortigiani di re Carlo, Rinaldo Villani da Siena milite.

Un altro diploma del 28 aprile (forse 1268) che si legge nel medesimo archivio, reg. segn. 1268, O, fog. 30 a t., comanda a' regi inquisitori d'investigare i carichi dati pe' fatti di Corradino a Giovanni Villano da Aversa milite.

Non mi preme il ricercare se costoro fosser della medesima famiglia, e se tra i mallevadori di Carlo fosse stato un Pugliese o un Toscano. Perciò me ne rimango a queste semplici notizie.

[17] I diplomi leggonsi presso:

Rymer, Atti pubblici d'Inghilterra, tom. II, pag. 226 a 234.

Muratori, Ant. Ital. Med. Ævi, tom. III, pag. 655.

Martene e Durand, op. cit., tom. III, pag. 101.

Lünig, Codex Ital. Dipl., tom. II, pag. 986 e 1015.

Registro di Carlo I, segn. 1280, B, fog. 151 a t., citato dal Vivenzio, Ist. del regno di Napoli, tom. II, pag. 353.

E infine li cita Michele Carbonell, Chroniques de Espanya, ed. 1567, affermando trovarsi gli originali negli archivi di Barcellona, de' quali egli era il conservatore; e similmente Feliu, Anales de Cataluña, lib. 11, cap. 17. Negli archivi del reame di Francia ho veduto io ancora in buona forma un di questi diplomi: e dal gran numero di copie che se ne trova, si può ben conchiudere che si volle dare a quest'atto la maggiore pubblicità che fosse possibile.

Perfettamente rispondono a questi diplomi:

D'Esclot, cap. 100, che porta anco esattamente i nomi de' cavalieri mallevadori.

Montaner, cap. 72, 73.

Saba Malaspina, cont., pag. 388, 389.

Nic. Speciale, lib. 1, cap. 25.

Bart. de Neocastro, cap. 54.

Geste de' conti di Barcellona, cap. 28, nella Marca Hisp. del Baluzio.

Chron. S. Bert. in Martene e Durand, op. cit., tom. III, pag. 763; ed altri che lungo sarebbe a noverare, or più or meno esatti.

[18] D'Esclot, Montaner, Neocastro, Speciale nei luoghi citati.

[19] Nangis, vita di Filippo l'Ardito, in Duchesne, H. Fr. S., tom. V, pag. 541.

Breve di papa Martino, in Raynald, Ann. ecc., 1283, §. 8.

Gio. Villani, lib. 7, cap. 86.

[20] Saba Malaspina, cont., pag. 386.

[21] Ibidem, pag. 389, 390.

Bart. de Neocastro, cap. 55, 56.

Nic. Speciale, lib. 1, cap. 19.

Bernardo d'Esclot, cap. 102, il quale aggiugne la valente ritirata di 30 almogaveri restati in terra, e le straordinarie prove d'un condottiere di questa gente.

Ramondo Montaner, cap. 20, narra diversa e strana questa fazione, e vi fa uccidere il conte di Alençon, da lui detto di Lauço, il quale morì alcuni mesi appresso nel campo di Santo Martino, e non in questa fazione. E veramente ei fu uno dei capitani che consigliarono nel cominciar del seguente anno 1283 il tramutamento del campo da Reggio al piano di Santo Martino, come si scorge da un diploma del principe di Salerno, cavato dal r. archivio di Napoli, e citato da D. Ferrante della Marra. Discorsi, Napoli, 1641, pag. 46, a t.

Veggasi anche l'altro diploma del 20 aprile 1283, citato al cap. X di questo lavoro.

Nelle Geste de' conti di Barcellona, cap. 28, si dice ferito nelle fazioni di Calabria il conte Pietro d'Alençon, e mortone qualche tempo appresso.

[22] Che il conte Federigo Mosca nominato dal Neocastro fosse conte di Modica, si ritrae da Surita, Annali d'Aragona, lib. 4, cap. 27, e da' nostri noiosi scrittori delle genealogie nobili.

[23] Saba Malaspina, cont., pag. 390.

Bart. de Neocastro, cap. 56.

[24] Diploma dato di Parigi a 20 giugno 1282, col quale Carlo principe di Salerno promettea di comporre amichevolmente questa faccenda. Negli archivi del reame di Francia, J. 511. 2.

[25] Diploma del 1303, ibid. J. 512. 24, nel quale sono noverati vari debiti di Carlo II con la corte di Francia, e in primo luogo queste 15,000 lire tornesi pagate a 18 giugno decima Ind. 1282.

[26] D'Esclot, cap. 101.

[27] Nangis, loc. cit., pag. 541.

Giachetto Malespini, cap. 217.

Gio. Villani, lib. 7, cap. 62, 85.

Saba Malaspina, cont., pag. 385, 392.

Cron. an. sic. della cospirazione, pag. 266.

Annali genovesi, in Muratori, R. I. S., tom. VI, pag. 580.

Vita di Martino IV, in Muratori, R. I. S., tom. III, parte 1, pag. 610.

Chron. s. Bert. in Martene e Durand, Thes. Nov. Anec. tom. III, pag. 764.

Montaner, cap. 70, toltone l'errore della uccisione del conte d'Alençon.

[28] Breve dato di Montefiascone, 9 dicembre 1282, in Raynald, Ann. ecc., 1282, §. 27.

[29] D'Esclot, cap. 100.

Montaner, cap. 73, 77, 78.

[30] Questo diploma leggesi nel citato Elenco delle pergamene del r. archivio di Napoli, tom. I, pag. 248.

Montaner, cap. 73.

D'Esclot, cap. 100.

Saba Malaspina, cont., pag. 395.

[31] Bart. de Neocastro, cap. 54. Questi porta la partenza di re Carlo a 2 novembre, ch'è manifesto errore secondo gli allegati diplomi. Pur non è da toglier fede nelle altre cose al Neocastro, il quale, come in paese nemico, potea ben errare in qualche particolare, e conoscere appieno gli altri fatti.

[32] Bart. de Neocastro, cap. 57.

Saba Malaspina, cont., pag. 391. Il consiglio dei principi e capitani nominati di sopra, si scorge dal diploma citato qui innanzi a pag. 213, al proposito del conte d'Alençon.

[33] Nic. Speciale, lib. 1, cap. 21.

[34] Neocastro, Speciale, Malaspina ne' luoghi citati. Il primo porta questo permesso come dato dal principe di Salerno.

La ritirata del principe di Salerno al pian di Santo Martino leggesi anco in d'Esclot, cap. 102.

[35] Nic. Speciale, lib. 1, cap. 20.

[36] Nic. Speciale, lib. 1, cap. 21.

Saba Malaspina, cont., pag. 391.

Bart. de Neocastro, cap. 59.

Montaner, cap. 75.

[37] Bart. de Neocastro, cap. 61.

[38] Saba Malaspina, cont., pag. 390, 391, 396.

D'Esclot, cap. 67, 79, 103.

Montaner, cap. 62, 64.

Da questi autori si vede che almugaveri non era nome di nazione, ma sì di milizia, come oggidì si direbbe: granatieri, cacciatori, ec.