La Guerra Del Vespro Siciliano Vol 1 Un Periodo Delle Storie Si

Chapter 19

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La Cronaca siciliana, in Gregorio, Bibl. aragon., tom. I, pag. 270, dice espressamente che, per l'assenza degli arcivescovi di Palermo e Morreale, Pietro _non fu coronatu si non chiamatu di lu populu_.

E quanto alla dipintura della cappella di Santa Maria l'Incoronata, oltre che lo stile, per quanto io ne sappia vedere, non è del secolo XIII, e molto meno appartiene a quel tempo la forma de' caratteri, mi par manifesto che essa sia piuttosto rappresentazione simbolica, che di un fatto vero e reale. Perchè son dipinti nell'alto dell'incoronazione Pietro e Costanza; quando si sa dalla Istoria, che Costanza venne in Sicilia nel 1283, mentre Pietro era in Calabria; e che queste due persone reali non si trovaron giammai insieme in Palermo. Di più, in cima del dipinto si vede l'addogato giallo e rosso di casa d'Aragona inquartato colle aquile sveve, che fu la divisa di Federigo II, re di Sicilia, ma non mai di Pietro suo genitore. Per queste ragioni io credo l'affresco fattura degli ultimi del secol XIV; e che forse si volle con esso figurare il coronamento di Pietro e di Costanza, perchè realmente non era stato giammai, e parea bene riparare questa interruzione e mancanza nella serie dei re legittimi coronati in quella cappella. Certo egli è che questo dipinto, non contemporaneo e con due anacronismi, non è tal monumento da aggiugner fede al fatto taciuto o negato dai cronisti nazionali e dal d'Esclot.

D'altronde è naturale che Pietro cominciando a camminare con molto riguardo verso la corte di Roma, si rimanesse dall'aizzarla con questa altra cerimonia, che si potea volgere a carico di lui in sacrilegio. E per vero il papa ne' suoi processi contro Pietro, ricordando di avergli vietato di nominarsi re di Sicilia e di servirsi del suggello reale con tal nome, e accagionandolo fin delle più minute colpe, non toccò mai del coronamento; nè abbiamo memorie di scomunica al vescovo che il coronò, quando ci restano quelle fulminate contro i prelati che fornirono tal cerimonia con Giacomo e Federigo.

Ognun vede che dopo questa disamina su i contemporanei e i monumenti, non mi trattengo a parlare di ciò che scrivono del coronamento di re Pietro il Surita, il Pirri, il Fazzello, il Maurolico, e gli altri moderni.

[34] Si legge questo documento nell'Anon. chron. sic., cap. 40, e altrove; ed è accennato in Raynald, Ann. ecc. 1282, §. 19.

Il Pirri, tom. I, pag. 150, non saprei su quale autorità, dice mandata la lettera con Pietro Santafede arcivescovo di Palermo. Per lo contrario io crederei piuttosto che quell'arcivescovo fosse stato tutto di parte angioina. È valido argomento a supporlo dimorante in Napoli in questo tempo, un diploma dato di Napoli a 2 maggio duodecima Ind. (1284), in quel r. archivio, reg. seg. 1288, A, fog. 117, dal quale si vede che tra gli altri danari tolti in prestito dalla corte angioina, v'ebbero once 200 dagli esecutori del testamento _venerabilis patris quondam Petri Panormitani archiepiscopi_.

[35] Saba Malaspina, cont., pag. 379.

[36] D'Esclot, cap. 91.

Montaner, cap. 64, dicon ciò; il primo de' Palermitani, il secondo de' Messinesi.

[37] Nic. Speciale, lib. 1, cap. 16.

[38] Montaner, cap. 62.

D'Esclot, cap. 92, dice data la posta a Randazzo.

[39] Nic. Speciale, lib. 1, cap. 16 e 17.

Bart. de Neocastro, cap. 45.

Anon. chron. sic., cap. 41.

Saba Malaspina, cont., pag. 379.

D'Esclot, cap. 92.

Montaner, cap. 61 e 63.

Giachetto Malespini, cap. 212.

Gio. Villani, lib. 7, cap. 70.

Cron. della cospirazione di Procida, pag. 271.

Ho scritto secondo il d'Esclot i nomi degli ambasciadori, de' quali alcuno è diverso in altri autori de' citati di sopra.

Il consiglio di affamar Carlo mandando la flotta aragonese, è dato a Giovanni di Procida dal Malespini, dal Villani, e dalla Cronaca della cospirazione.

[40] D'Esclot, cap. 92.

Bart. de Neocastro, cap. 45.

[41] Bart. de Neocastro, ibid.

Saba Malaspina, cont., pag. 380.

[42] D'Esclot, loc. cit., descrive l'albergo dato in una chiesa, senza letti, nè coltri, se non che trovaron fieno a ufo; e la imbandigione di sei pani bruni, due fiaschi di vino, due maiali arrosto, e un caldaio di minestra.

[43] Questa prima ambasceria è rapportata dagli scrittori contemporanei in vario modo, ma tutti tornano a questo: che stando Carlo d'Angiò all'assedio di Messina, Pier d'Aragona, già salutato in Palermo re di Sicilia, mandava a ingiungerli che subito si partisse dall'isola; e Carlo fremente per dispetto, ritorcea su lui questa intimazione con molte minacce.

Niccolò Speciale, lib. 1, cap. 17, Bartolomeo de Neocastro, cap. 45 e 49, Montaner, cap. 61, Bernardo d'Esclot, cap. 92 e 93, dicon di sola ambasciata, senza riferire le lettere. Secondo essi la somma delle ragioni di Pietro era: il dritto della moglie e de' figli, e la elezione de' Siciliani; onde a lui appartenendo il reame, facea avvertito Carlo a sgombrarlo, e levarsi dalle offese di Messina. Poco scrivon della risposta di Carlo; forse non amando a ripetere ingiurie contro il re di Aragona.

Saba Malaspina, cont., pag. 379 a 381, porta una epistola, ch'ei dice breve e non è. Al magnifico uomo Carlo re di Gerusalemme e conte di Provenza, Pietro d'Aragona e di Sicilia re. Trovandone in Barbaria a guerreggiar contro infedeli, vennero oratori di Sicilia ad esporre la tirannide che li opprimea. Perchè questo reame appartiene alla consorte e a' figli nostri, non potemmo ricusare il nostro aiuto alla Sicilia. Qui saputo l'assedio di Messina, mandiamo a richiedervi che lo sciogliate; e, indugiando, muoveremo con le nostre forze. Questo è il compendio dell'epistola. Somiglianti parole mettonsi in bocca agli ambasciadori. Carlo risponde loro a voce: maravigliarsi della non provocata offesa del re d'Aragona; a sè appartenere il reame per concession della Chiesa; Pietro usurpane il titolo per false ragioni; ma troppo ei si affida in sè e in sua gente, se viene in arme contro a noi. Mostreremgli adesso com'ei s'è gittato a impresa da stolto.

Nella cronaca del monastero di San Bertino, Martene e Durand, Thes. Nov. Anec., tom. III, pag. 763, a un di presso è riportata nell'istessa guisa la lettera di Pietro; se non che s'aggiugne la circostanza, che a lui guerreggiante in Barberia, la corte romana negò ogni aiuto; sulla qual ragione, come si ritrae da diverse memorie, egli facea molto assegnamento. La risposta di re Carlo fu aspra e villana; e conchiudea, che se Pietro avesse voluto conservare ombra di riputazione, non avrebbe dovuto cacciar fuori il capo dalla sua spelonca. Vedrebbesi al fatto, se questo giovane sarebbe tanto audace da sostener i prodi Francesi pronti a combatterlo.

In sensi non molto diversi, ma in tenore più breve, si leggono le due epistole nella Cronica di Rouen, presso Labbe, Bibl. manuscripta, tom. I, p. 380.

Nell'Anon. chron. sic., cap. 40, si legge al contrario una epistola di Carlo a Piero, e la risposta: lunghe oltremodo, intessute di frasi bibliche, e di ingiurie, tra le quali nuotano le reciproche ragioni, che sono a un di presso quelle accennate dianzi. Le stesse due epistole son trascritte da Francesco Pipino nella sua Cronaca, lib. 3, cap. 15 e 16, in Muratori, R. I. S., tom. IX.

Ma in Giachetto Malespini, cap. 212, Giovanni Villani, lib.7, cap. 71 e 73, e nella Cronica della cospirazione di Procida, pag. 271 e 272, trovansi in forma assai diversa le due lettere: intorno le quali poco io m'affaticherei, per la poca fede che do a quegli scrittori, se non fosse che leggonsi con alcune varianti nella raccolta degli atti pubblici d'Inghilterra per Rymer, tom. II, pag. 225, senza data.

La lezione del Rymer è questa; nella quale noterò le varianti del Malespini e del Villani, e quelle della Cronica siciliana che non si limitino alla diversità del dialetto:

«Piero d'Araona e di Cicilia re (Piero di Raona re di Cicilia--_Malespini_), a te Carlo re di Jerusalem et di Proenza conte.

«Significando (Significhiamo--_Malesp. Villani_) a te il nostro advenimento nell'isola de Cicilia sì come nostro giudicato a me per autorità di Santa Chiesa e di messer lo papa (papa Niccolaio e dei suoi frati cardinali--_Malesp._ e di lu santu apostolicu papa Nicola terzu--_Cron. sic. della cospirazione_) et de' venerabili Cardinali;

«Et poi (però--_Malesp. Villani_) comandiamo a te che veduta questa lettera ti debbi levare dall'isola con tutto tuo podere et gente:

«Sappiendo che se nol facesti (altramente--_Malesp._) i nostri cavalieri et fideli vedresti di presente in tuo dannaggio offendendo la tua persona e la tua gente.»

«Carolo per la Dio gratia di Jerusalem et di Cicilia re prence di Capoa, d'Angiò et di Folcachier et di Proenza conte, a te Piero d'Araona re et (conti di Barcellona--_Cron. sic._) di Valenza conte.

«Maravigliamoci molto come fosti ardito di venire in sul reame di Cicilia giudicato nostro per autorità di Santa Chiesa Romana;

«Et però ti comandiamo (e perzò ti cummannamu per l'autorità di nostru cummannamentu chi immantinenti viduti, _Cron. sic._) che veduta nostra lettera ti debbi partire dal reame nostro di Cicilia sì come malvagio traditore (tradituri o di presenti vidirriti lu meu adventu e di li nostri cavaleri li quali disianu trovarsi cu la tua genti--_Cron. sic._) di Dio et Santa Chiesa Romana:

«Et se nol facessi (E se ciò non farai ti disfidiamo, e di presente ci vedrete in vostro dannagio--_Malesp._) diffidiamti come nostro inimico et traditore; et di presente ci vedrete venire in vostro dannaggio però che molto desideriamo di vedere (voi e la vostra gente--_Villani_) noi et la nostra gente con le forze nostre.»

Or sulla prima di queste epistole è da notare che Pietro allega la sola fallace e ignota ragione della concessione di papa Niccolò terzo, non accennata da lui nel manifesto scritto d'Affrica a Eduardo, docum. VIII, nè ricordata da alcun documento, o memoria degna di fede; e che per lo contrario tace le buone e solide ragioni del dritto della regina Costanza, e della elezione dei Siciliani, e l'altra, ch'ei tanto metteva innanzi, dei denegati aiuti del papa contro gl'infedeli; le quali ragioni leggonsi nel detto manifesto, in Saba Malaspina, nella Cron. di S. Bert., e negli istorici siciliani e catalani più informati del linguaggio della corte aragonese in quest'incontro. Questa circostanza sola basta a mostrare apocrifa la lettera. È impossibile che Pietro passando sotto silenzio i veri suoi dritti si fondasse tutto in su quella vaga asserzione; e ciò contro il detto ai potentati d'Europa; e ciò nel primo atto in buona forma ch'ei mandava allo usurpatore; e ciò mentre papa Martino solennemente favoreggiava e sostenea costui, onde sarebbe tornata vana qualunque anteriore concessione di Niccolò III. Aggiungasi che se fosse stata vera questa lettera di Pietro, la corte di Roma non avrebbe lasciato di smentirlo; e che egli all'incontro, quando fu deposto dal reame d'Aragona appunto pel fatto di Sicilia, avrebbe protestato di certo, pubblicando la concessione di Niccolò III.

Tradiscon di più la risposta di re Carlo, quelle parole «malvagio traditore di Dio,» nostro inimico e traditore. Si ponga mente in prima, che nei diplomi autentici del duello dei due re, questi gravi sfregi non si leggono, ma che Piero fosse entrato nel regno di Sicilia contro ragione e in mal modo. E quando, fallito il duello, Carlo rinfacciava al nimico le ingozzate offese (diploma in Muratori, Ant. ital., tom. III, Dissertazione 39), faceasi con molta cura a spiegare, che per quelle parole «contro ragione e in mal modo» avesse voluto significare, il più cortesemente che si poteva in carteggio di re, l'accusa di traditore; che Pietro d'altronde avea compreso benissimo, e dettolo agli araldi che gli portaron la sfida. Egli è evidente che re Carlo, se avea già scritto letteralmente «malvagio traditore» in quella prima epistola, ricordava adesso queste parole, e non silloggizzava di averle adombrato in quel composto e misurato linguaggio.

A ciò s'aggiunga, che le due epistole son rese d'altronde sospette dalle varianti tra i testi di Rymer, Malespini, Villani, e della Cronica della cospirazione; e che a stento crederebbesi che due principi, l'uno francese, l'altro catalano, le scrivessero in volgare d'Italia; quando il carteggio tra' grandi, e gli atti pubblici dettavansi di quel tempo in latino, e si sa essere stati scritti in latino appunto e in francese i diplomi ne' quali fermossi poscia il duello. Per queste ragioni le tengo apocrife, come giudicarono il Raynald, Ann. ecc., 1283, §. 5, e il Muratori, Ann. d'Italia, 1282, che le disse fatture de' novellisti d'allora; l'uno e l'altro anche senza avere per le mani il manifesto di Pietro, nè la continuazione dell'istoria di Saba Malaspina. Nè importa che trovinsi nella collezione degli atti pubblici d'Inghilterra, quando nè erano scritte da quella corte, nè ad essa drizzate; onde ben potè avvenire, che per via degli ambasciadori mandati poi da Eduardo ai due re, o altrimenti, fosser capitate a corte d'Inghilterra le copie che giravano per l'Italia di que' supposti diplomi, ne' quali chiara si scorge l'impronta di mano guelfa.

Io penso che, se lettere si scrissero in quell'incontro, fossero ne' sensi riferiti da Saba Malaspina e dalla Cron. di S. Bert., che più si avvicinino a que' degli altri contemporanei, e ben ritraggono del manifesto di re Pietro ad Eduardo d'Inghilterra più volte ricordato di sopra.

Nei particolari dell'ambasceria di Pietro a Carlo ho seguito a preferenza il d'Esclot, che vien raccontandoli assai minutamente, in guisa da mostrarsene informato da vicino.

[44] D'Esclot, cap. 93.

Bart. de Neocastro, cap. 45 e 50.

[45] Nic. Speciale, lib. 1, cap. 17.

Montaner, cap. 62, il quale dice mandati in Messina dal re 2,000 almugaveri. Di questa milizia farem parola nel cap. IX.

[46] Gio. Villani, lib. 7, cap. 74, seguendo Giachetto Malespini, cap. 212, e portando com'esso il numero delle galee siciliane e aragonesi a sessanta. Questo è manifestamente esagerato secondo gli umori guelfi di que' cronisti; perchè si vedrà nel capitolo seguente come Pietro, dopo ch'ebbe armato le galee di Messina, non potè mettere in mare che cinquantadue galee.

Cron. della cospirazione di Procida, pag. 272, 273, con l'errore, che Loria fosse l'ammiraglio aragonese, e che Arrighino mostrasse non aver tanti legni da fronteggiare il nemico. Egli avrebbe detto una evidente bugia, essendo di gran lunga più forte l'armata di re Carlo, come si ritrae bene dal capitolo seguente.

[47] Saba Malaspina. cont., pag. 381 a 383.

Bart. de Neocastro, cap. 46.

Gio. Villani, lib. 7, cap. 75.

Cron. della cospirazione di Procida, pag. 273.

Fra Tolomeo da Lucca, Hist. ecc., lib. 24, cap. 6, in Muratori, R. I. S, tom. XI, pag. 1188.

Vita di Martino IV, in Muratori, R. I. S., tom. III, parte 1, pag. 608.

Il d'Esclot, cap. 93 e 94, accenna solo questo consiglio. Il Montaner, cap. 65 e 66, dice anco del timore di movimenti in Calabria, e forse nello stesso esercito angioino.

[48] Bart. de Neocastro, cap. 49.

[49] Bart. de Neocastro, cap. 47, 48.

[50] Bart. de Neocastro, cap. 49.

[51] Bart. de Neocastro, cap. 50.

Nic. Speciale, lib. 1, cap. 14.

Questi porta la fazione dell'arcivescovado pria dell'assalto generale; ma m'è paruto seguir piuttosto il Neocastro, che in ciò non avrebbe ragione ad alterare il vero.

Il Montaner, cap. 64, dice d'una sortita gloriosa degli almugaveri mandati dal re. Forse fu questa; ed ei tace la virtù de' Messinesi, come il Neocastro quella degli ausiliari.

[52] Le date del Neocastro si riscontran perfettamente con quella che si scorge da un diploma del 29 settembre 1282 (Docum. IX), dove Carlo attesta essersi ritirato da Messina il 26 settembre.

[53] Bart. de Neocastro, cap. 50.

Nic. Speciale, lib. 1, cap. 17.

Anon. chron. sic., cap. 41.

Saba Malaspina, cont., pag. 383, 384.

D'Esclot, cap. 94.

Montaner, cap. 65, 66.

Pao. di Pietro, in Muratori, R. I. S. Agg., tom. XXVI, pag. 8.

Giachetto Malespini, cap. 212.

Gio. Villani. lib. 7, cap. 75.

Cron. della cospirazione di Procida, pag. 273.

Questi due ultimi dicon lasciato da Carlo un grosso di genti in agguato per ferir ne' Messinesi che uscisser sicuri; di che essi accorgendosi, bandian pena del capo a chi andasse fuori della città. Il tacciono gli altri; anzi Malaspina, d'Esclot e Montaner dicono degli assalti dati alla coda dell'esercito che ripassava il mare; e 'l Neocastro aggiugne, che facean battere i contorni temendo appunto quell'insidia, ma non trovavano alcuno.

I particolari della ritirata non son tutti rapportati da tutti questi scrittori.

[54] Gio. Villani, lib. 7, cap. 64.

[55] Nic. Speciale, lib. 1, cap. 15.

[56] Bart. de Neocastro, cap 50.

[57] Montaner, cap. 43, dice che Messina non era allor murata; e si vede anche dagli altri fatti riferiti da noi al principio del cap. VII.

[58] Veggasi il giudizio delle operazioni militari di re Carlo, che fa Montaner a cap. 66 e 71, che io non ho seguito del tutto, perchè ridonda di preoccupazioni nazionali. Nondimeno è da attendere alla conchiusione del Montaner, che Carlo si portò con molta saviezza, nè potea fare altrimenti. Montaner era condottiero sperimentato; e la sua cronaca è piena di precetti militari, com'io credo, non ispregevoli.

CAPITOLO IX.

Andata di re Pietro a Messina. Macalda moglie d'Alaimo. Fazioni navali. Pietro libera i prigioni di guerra. Parlamento in Catania. Trattato del duello tra i due re. Primi affronti delle soldatesche in Calabria. Carlo parte lasciando le sue veci al principe di Salerno. Almogaveri. Vittorie di Pietro in Calabria. Vien la reina Costanza co' figli in Sicilia. Principi di scontento tra i baroni siciliani e il re. Parlamento in Messina; ove Giacomo è chiamato alla successione, e ordinato il governo. Movimenti repressi da Alaimo. Gualtier da Caltagirone. Partenza di Pietro per Catalogna. Ottobre 1282 a maggio 1283.

Levato l'assedio, prima cura de' Messinesi fu di riconoscere le campagne, se vi si coprisse agguato di cavalleria nemica; ma fatti certi che l'oste s'era pienamente dileguata, non soggiornarono a mandare oratori a Pietro a Randazzo, invitandolo a città; com'eran essi impazienti di salutare il re nuovo, obbligato loro della invitta difesa, ed essi a lui del soccorso. E Pietro, fatta acconcia risposta, ove si rammaricava pur della fortuna, che gli avesse tolto di provarsi con l'arme in mano contro il Francese, mosse immantinenti alla volta di Messina con tutta l'oste siciliana e spagnuola; battendo la via delle marine settentrionali, perchè volea prima scacciar da Milazzo una punta di mille Francesi, lasciata in quel castello per fretta della ritirata, o appicco a nuovi disegni. Posato a Furnari perciò con le genti, mandava il dimane Giovanni de Oddone da Patti a intimare a quel presidio la resa: il quale non isperando veruno aiuto, rassegnati col castello le armi e i cavalli, passava sotto sicurtà in Messina e in Calabria. Nella terra di Santa Lucia l'Aragonese albergò[1]. {201}

E qui prendiamo a narrare un fatto di femminil vanità o peggior debolezza, perch'ebbe seguito ne' casi dello stato, e dipinge al vivo re Pietro. Seconda moglie d'Alaimo fa Macalda Scaletta, disposata prima a un conte Guglielmo d'Amico, esule al tempo degli Svevi. Vedova di costui, dopo lungo vagare in abito da frate minore, e soggiorno men che onesto a Napoli ed a Messina, riavuti i suoi beni sotto il dominio di Carlo, maritossi Macalda ad Alaimo: si gittò gagliardamente poi nella rivoluzione dell'ottantadue, sconoscendo i beneficî dell'Angioino, o pensando che ogni rispetto privato dileguar si dovesse nella causa della patria; ma certo è da condannarsi per la tradigione de' Francesi di Catania, cui finse ricettare negli strepiti dopo il vespro, e poi li spogliò, e dielli in balìa al popolo. Governò indi Macalda quella città durante l'assedio di Messina[2]: ed or intesa la venuta di Pietro a Randazzo, affrettavasi a complire con esso. Superba nella baronale riputazione e nel gran nome del Leontino, appresentavasi al re con molta pompa, coperta a piastra e a maglia, trattando una mazza d'argento; e non ostante il suo quarantesim'anno, pur altrimenti pensava conquidere il re. Il quale, non badando ad amori in quel tempo, finse non la intendere; e di rimando davale cortesie; l'onorava assai nobilmente; con un corteo di cavalieri ei medesimo riconduceala all'albergo. Ma a ciò non fatta accorta Macalda, prese a seguirlo nel viaggio; e parvele il caso la fermata a Santa Lucia, onde con aria incerta e confusa veniane al re chiedendo ricetto, ch'erano occupati gli alberghi nè {202} altro luogo trovavasi nella picciola terra. Pietro, rassegnate a lei le sue stanze, passa ad altro albergo; e lì trova ancora, come a visitarlo, Macalda. Perciò schermendosi alla meglio, chiama nella stanza i suoi cavalieri, incomincia vacui ragionamenti: tra' quali pur domandava a Macalda qual cosa più temesse al mondo, e «La caduta d'Alaimo» ella rispondeagli; e richiesta qual fosse il suo maggior desiderio, «Mio non è, replicava, ciò che più bramo.» Ma il re sordo, pur moralizzava e novellava; e alfine gli si aggravaron gli occhi di sonno. A questa sconfitta la donna s'accomiatò, struggendosi tutta. E venuta in Sicilia la reina Costanza, Macalda mai perdonar non le seppe questa fedeltà dello sposo; e tanto crebbe nell'odio e nell'arroganza, che sè stessa e il canuto Alaimo precipitò[3].

Ripigliato la notte stessa il viaggio, al nuovo dì, che fu il due ottobre, su pei luoghi arsi e guasti dalla nimica rabbia, che nè contadino vi si scernea, nè armento, nè vestigia di côlti venivano a stuoli i Messinesi a incontrare il re. Il quale festevolmente raccoglieli, e ringraziali, e Alaimo sopra ogni altro: che ponselo al fianco, e in pegno d'amistà gli viene svelando i sospetti, che sulla fede sua e de' Sicilian tutti avea cercato stillargli un tristo vegliardo, Vitale del Giudice, presentatogli a Furnari, com'esule, spoglio al mondo d'ogni cosa, per amor, dicea, della schiatta sveva, cui furo nimicissimi un tempo quest'Alaimo, questi or sì caldi parteggiatori. Tra cotali parole {203} pervenuti alla città, col folto popolo si feano innanzi al re i sacerdoti, i cittadini più autorevoli, e la sinagoga de' reietti Giudei, per loro ricchezze or carezzati, or manomessi in quei secoli. Solo cavalcava Piero con tutti onori di monarca: le strade al suo passaggio trovava parate a drappi di seta e d'oro; il suolo sparso di verdi ramoscelli ed erbe odorose. Smontato subito al duomo, rende grazie a Dio, entra in piacevoli parlari coi cittadini, affabile e grato in ogni atto; e loda i monumenti della città, e richiede d'ogni minuta sua cosa. Passò indi alla reggia, raccolto dalle più nobili donne, tra le quali non mancò la Macalda: ed ella ed Alaimo sedean anco a mensa col re. A ciò seguiron le pubbliche feste, splendidissime per la ricchezza, liete per l'affratellarsi dei cittadini coi seguaci di Pietro. Sciolsersi i voti fatti al Cielo nel tempo dell'assedio; nè altro spirava il paese, dice Bartolomeo de Neocastro, che ilarità, pace, e sollazzo[4].