La Guerra Del Vespro Siciliano Vol 1 Un Periodo Delle Storie Si
Chapter 16
Perseverando siffattamente i cittadini, e stando fermo Carlo nel disegno di ridurli senza battaglia, s'aprì una pratica per mezzo del cardinal Ghepardo, ch'entrovvi, richiedente o richiesto (varian su di ciò le istorie),[25] e carico certamente di clemenze del papa e del re; ma uom non era da maneggiarle con inganno. Il preso reggimento portò che i cittadini l'accogliessero con onori di principe, come legato del pontefice; onde fu condotto tra' plausi alla cattedrale; appresentategli le chiavi della città, e da Alaimo il baston del comando. Pregavanlo prendesse lo stato nel nome della santa romana Chiesa; desse un reggitore alla città; a questi pagherebbero i tributi debiti al sovrano; ma lungi, lungi i Francesi; dalla terra della Chiesa li scacciasse per Dio. A che Gherardo, secondo suoi mandati, rispondea: gravissime lor peccata; pure la Chiesa richiamarli con affetto di madre; a lui commesso di riconciliar {164} Messina col suo re, e lietamente il farebbe; ma non parlasser di patti, che non n'è luogo tra sudditi e monarca; sperassero in Carlo, magnanimo, clemente, il quale perdonar saprebbe alla città, serbare i gastighi a' soli efferati omicidi; vano architettar altre pratiche; ubbidissero, e ne rimarrebber contenti. «Messina, conchiudea, s'affida nel grembo della Chiesa; in suo nome la risegno io a re Carlo.» E Alaimo: «A Carlo no,» con voce di tuono proruppe, e gli strappava il baston del comando: «No, padre, vaneggi: i Francesi mai più, finchè sangue e spade avrem noi!» Somiglianti parole in suon di varie voci scoppiarono dalla moltitudine; alla quale invan replicava Gherardo, invan essa a lui: perilchè cessando il negoziato a pien popolo, deputaronsi trenta de' più notevoli cittadini, a cercare in ragionar più queto, qualche strada agli accordi.
Venian proponendo patti al re disdicevoli, a Messina pericolosissimi, e peggio al rimanente della Sicilia: perdonasse Carlo alla città; gli bastasser l'entrate de' tempi del Buon Guglielmo; nè soldato nè ministro francese in Messina mettesse pie'; la si reggesse per uom latino a scelta dal re: dai quali termini il legato non valse a rimuoverli un passo. Onde, o ch'ei se ne riferisse al re, e questi ricusasse tutt'altri patti che di resa a discrezione, com'alcuno scrive; o che il cardinale conoscesse la mente di Carlo sì addentro da non averla a ricercar nuovamente, risoluto ei disdisse l'accordo; con isdegno grandissimo de' cittadini. E tra i popolani più ardenti, che fremeano e schiamazzavano a tal niego, alcuno drizzandosi a Gherardo il rimbrottò[26]: «Vedi candor di pastori che consiglianti ignudo {165} porgere il collo al manigoldo perch'abbia clemenza! Quante ore dura la clemenza di Carlo? Lungi da noi cuor di selce, torti ingegni, insidiose lingue: voi ne vendeste al Francese; ci riscattammo con l'arme noi; ed or che vi offriamo temperata signoria della bella Sicilia, la schifa Martino, e si fa mezzano al Francese, non vicario del Cristo di mansuetudine e amore. Oh temete, temete la giustizia del Cristo! E tu riedi al tiranno angioino, per dirgli che nè lioni nè volpi mai più entreranno in Messina!» Allibito al minaccevole aspetto del popolo, frettoloso uscia Gherardo; scomunicata pria la città; e ingiunto a tutti chierici che in tre dì ne sgomberassero; ai rettori del comune, che in quaranta dì comparissero a corte del papa[27].
Tacqui d'una epistola di Martino, che Giachetto, il Villani, e la Storia della cospirazione portan come letta da Gherardo a' Messinesi, non riferita punto dagli scrittori degni di maggior fede, e zeppa d'ingiurie, fuor dal sonante stile della romana curia, da' concetti della bolla che deputava Gherardo, e dall'oprar tutto del papa e di Carlo in que' primi tempi. Fabbricata la giudico perciò da' detti autori, che mal intrecciano, com'altrove notai, queste istorie del vespro. Nè meglio regge l'altro supposto[28], che Gherardo suggerisse a Carlo d'assentir l'accordo con Messina, {166} e violarlo, insignorito che fosse della città; perocchè s'ai Messinesi spiacque nel caldo di loro speranze la ripulsa del legato, ammirava tutta la Sicilia poi, com'afferma Speciale, quel suo onesto e franco negoziare; talchè se l'ebbe in rinomanza di santo[29].
Com'ei scornato e mesto fe' ritorno al campo, tanto furor prese i soldati, assetati della vasta preda della città, che, non aspettato comando, tumultuosi diero a stormeggiar le mura: e venner indi con più agevolezza respinti[30]. Bella prova anco feano i nostri ne' minori ma ordinati assalti rinnovellati poscia ogni dì; perchè Carlo, vedendo che per sole minacce non si piegava la città agli accordi, volle farle sentir più viva la punta del coltello alla gola. Ma ne seguì l'effetto contrario; perchè la vigilanza de' nostri deludea tutt'ingegni dell'inimico; il loro saettame l'affliggea di morti e ferite; la fortuna favorevole in ogni fazione a' cittadini dava a' loro animi la sicurezza della vittoria; ne togliea la speranza ai soldati di Carlo. E invano il re, fatte venir le genti da Milazzo, poneale a campo nel borgo di San Giovanni, ov'oggi, estesa la città oltre l'antico cerchio, è il Priorato e indi il borgo di San Leo, e così l'accerchiava da settentrione e da mezzogiorno, ove il terreno parea più comodo alle offese; lasciando libero solo l'aspro colle guardato dal castel di Matagrifone. Questo a' Messinesi fu nulla; se non che temendo pei difficoltati sussidi qualche stremo di penuria, mandaron via, duro ma inevitabil partito, la minutaglia più inetta all'arme; la quale tapinando per le campagne, cadde, inutil preda, in man dei nemici. Con molto lor sangue ritentavan essi poi con forti impeti, il dì quindici agosto la Capperrina, il due settembre le mura a settentrione. Ributtati sempre, sfogarono risarchiando con nuove scorrerie il contado; {167} steser fino alle chiese le mani ladre; manomisero i sacerdoti; trascinarono al campo il sacro arredo, la croce, la effigie della divina madre, e li barattarono vilmente[31]: atti d'impotente furore, che dovean mostrare a' più veggenti come Carlo disperasse già dell'impresa.
Acerbe novelle conturbavano l'animo di Carlo: venuto d'Affrica con forte stuolo di navi Pier d'Aragona; cintagli in Palermo la corona del reame; gli animi de' Siciliani avvalorarsi; adunarsi le forze; riguardare all'assediata città, che non fiaccavasi nè per insulto di guerra, nè per fame. A un assalto pertanto si deliberò, universale ed estremo[32]. Era il quattordici di settembre. Allo schiarire del dì, appresentossi l'oste a cerchio, dal piano, dal monte in ordinanza, con macchine e infiniti ordegni; splendenti in lor armature cavalcano per le schiere i baroni; Carlo esorta i suoi a combatter no, sclamava, ma a far macello de' vili borghesi. A un tempo l'armata con una tramontana gagliarda, a golfo lanciato investia la bocca del porto; ed era primo in fila uno smisurato naviglio, pien d'uomini e di macchine, guernito di cuoia contro i fuochi, il quale col possente urto spezzasse {168} la catena. Ma questa Alaimo avea con maravigliosa cura affortificato. Schieravansi dentro dalla catena quattordici galee armate di strenua gioventù, e tramezze sei navi cariche di mangani e altri ingegni; fuori, s'ascondean tese sott'acqua, grosse reti che rompessero il momento degli ostili navigli: sorgea sulla riva un ridotto di forte legname; e in quello munitissimi d'arme i combattenti più feroci.
Quivi la prima zuffa appiccossi. Difilandosi la maggior nave sopra il ridotto d'Alaimo, impigliasi nelle reti, con sassi e dardi tempestanla i nostri, le gittano i fuochi, le squarcian le vele; e mentre pur tenea la battaglia, saltato il vento a ostro, tutta sdrucita e sgomenata fu forza che si ritraesse, e la flotta con lei. Il perchè tutta la virtù de' difenditori alla parte di terra fu volta; ove terribile e diverso tante turbe portavan l'assalto. Qui a far breccia drizzano i gatti[33] contro la muraglia, o sottentrano a zapparla da pie'; qui ov'è più bassa, appoggian le scale, approcciano le cicogne[34]; gli altri stuoli co' tiri delle saette fan prova a cacciar dallo spaldo i Messinesi. Ed essi rispondeano virilmente con un grandinar di ciottoli e frecce; versavan olio e pece bollente su i più innoltrati: gittavan massi e fuoco greco alle scale. Nell'ondeggiar della sorte in sì accanita {169} lotta, ascesero alquanti sul muro; ma non n'ebber che diversa la via della morte, non bersagliati da lungi, spacciati da petto a petto co' brandi. Alaimo sfavillante in volto, corre per ogni luogo, agli steccati, agli spaldi, ov'è maggior l'uopo, ove più aspro il pericolo; sopravvede i movimenti del nimico, regge tutta la difesa, rifornisce gli stanchi co' freschi guerrieri, supplisce l'arme, esorta, e combatte. Con esso i condottieri, i cittadini di maggior nome adopran tutti secondo la prova estrema e disperata: in tutto il popolo è una virtù. «Viva Messina e libertà;» e torna la lena a' petti, e s'addoppia il vigore alle braccia, e non è chi curi di colpi e di morte. Nel fitto nembo de' tiri vedeansi le donne sopraccorrer franche, piene i grembiali di sassi, cariche di saette a fasci, di fiaschi e cibi a ristorare i forti fratelli. E quali mostrando lor bambini in braccio, ricordavano che li sgozzerebbe quello spietato straniero; e che vedrebbero rapite le sacre vergini, contaminati i casti letti, strage e vergogna, e spianata Messina, se fino al l'ultimo fiato non si pugnasse. Così infiammati i nostri da' più santi affetti dell'animo, i nimici da avarizia e paura de' duci, travagliavansi da mattino a vespro; ma la furia dello assalto indarno contro la nobil cittade si consumò. Stendeasi a pie' delle mura spaventosa ghirlanda di fracassate macchine, spezzate armi, cadaveri mutili e abbronzati atteggiati in ogni più strana convulsione di morte; e fu maggiore assai il macello de' Francesi che degli Italiani dell'oste, perchè, noti alle insegne, men li bersagliavano i nostri. Il re sul limitare della chiesa di Santa Maria, rodeasi di rabbia agli impotenti assalti, quando un dottor Bonaccorso[35] l'imberciò dalle mura con bel tiro di {170} mangano. Cadderne due cavalieri francesi, fattisi innanti in quell'attimo per caso, o eroic'atto; e il re lasciava precipitosamente il luogo, perdendo nell'avversa fortuna quell'indomito suo coraggio. Alfine visto ch'anelanti e sanguinosi d'ogni dove piegavano i suoi e il tristo dì volgeva a sera, fece suonare a raccolta. Un grido rintronò a questo per tutta la corona de' muri; e impetuosamente i cittadini saltando fuora, inseguiano i ritraentisi come in rotta, motteggiavanli e ammazzavanli; che infin sotto gli occhi del re spogliarono i cadaveri. E seguiva in città un abbracciarsi a vicenda, un lagrimar di gioia, un tripudio cui null'altro al mondo agguaglia. Alaimo, l'eroe di Messina, ricordava le geste, rendea merto a' più valorosi a nome della patria, e tra i più valorosi alle donne, delle quali alcuna riportò onor di ferite in quella tenzone. Poco lutto a queste gioie si mescolò, per aver pugnato i nostri da' ripari. La notte uno stuolo condotto da Leucio arrisicatissimo combattitore, con nuova strage si saziò dei nemici, sorprese gli assonnati, i desti contenne con la paura, e tornossi carico di bottino.
Indi quanta esultanza nella città, rammarico e spavento lasciava quel sanguinoso giorno nel campo. Qual toro sgarato, dice il Neocastro, gittossi Carlo a giacere, men da fatica che dal cruccio dell'animo: e girava intorno lo sguardo, e vedea scoramento; ripensava a Messina, alla Sicilia, a Piero, e maggiori dispetti il dilaniavano. L'assalto non rinnovò più mai; ma con forti posti occupò le uscite; pose i mangani a scagliar contro le porte una tempesta di sassi[36]. Scese anco il superbo a tentar la fede {171} d'Alaimo, senza comprendere che da tanta altezza di virtù non si precipita al più schifo ed esecrando vitupero della tradigione. Offrivagli occultamente: perdonata ogni colpa a Messina, fuorchè a sei de' più facinorosi; a lui diecimila once d'oro, rendita di annue once dugento, onori e dignità a suo grado: mandavagli pergamena bianca col suggello reale: Alaimo scrivesse. E Alaimo, fattagli fiera risposta, tornava ad esortare i cittadini; tornava a provveder le difese: e a rallegrar la plebe afflitta dallo stretto blocco, apriva i granai occultati da antiveggenza nei primi tempi. Del resto non si patì penuria; sovvenendo anco la pescagione, sì abbondante che Bartolomeo de Neocastro l'appone a miracolo[37]. Messina vincitrice rideasi ormai dell'assedio, quando l'avvenimento di Pier d'Aragona l'accelerò a lietissima fine.
NOTE
[1] Gio. Villani, lib. 7, cap. 61, 62. Queste son le parole, ch'egli mette in bocca a re Carlo.
Cron. della cospirazione di Procida, loc. cit. pag. 265.
Giach. Malespini, cap. 210.
[2] Bart. de Neocastro, cap. 31.
Nic. Speciale, lib. 1, cap. 5.
[3] Docum. VI. La rivelazione di Messina era accaduta il 28 aprile; il 9 maggio Carlo scrisse questa lettera a Filippo l'Ardito. Abbiamo nella citata raccolta di Rymer, tom. I, part. 2, pag. 204, l'avviso che Ferrante di Castiglia dava a re Eduardo d'Inghilterra il 26 maggio della rivoluzione di Sicilia, ma senza particolareggiare i fatti.
[4] Saba Malaspina, cont., pag. 361.
Gio. Villani, Giachetto Malespini, e Cron. della cospirazione di Procida, ne' luoghi citati di sopra.
[5] Bolla in Raynald, Ann. ecc. 1282, §§. dal 13 al 18.
[6] _Ave rex Judeorum, et dabant ei alapam; ave rex Judeorum, et dabant ei alapam._ Gio. Villani, lib. 7, cap. 63.
[7] Docum. VII.
[8] Saba Malaspina, cont., pag. 361, Villani, Giachetto Malespini, e la Cron. della cospirazione nei luoghi citati.
[9] Raynald, Ann. ecc. 1282, §. 20.
La bolla è data d'Orvieto a 4 giugno 1282.
[10] Capitoli del regno di Napoli, 10 giugno 1282. _Post corruptionis amara discrimina_, pag. 26 e seg.
[11] Saba Malaspina, cont., pag. 367.
[12] Gio. Villani, lib. 7, cap. 64, 65.
Paolino di Pietro, in Muratori, R. I. S., tom. XXVI, pag. 88.
Anon. chron. sic., cap. 39.
Saba Malaspina, cont., pag. 367, 368, 381.
Geste de' conti di Barcellona, cap. 28, loc. cit.
Nic. Speciale, lib. 1, cap. 5.
Cron. della cospirazione di Procida, loc. cit., pag. 270.
Montaner, cap. 43.
Bart. de Neocastro, cap. 32.
D'Esclot, cap. 82.
Annali di Genova, in Muratori, R. I. S., tom. VI, pag. 576.
Diversamente essi riferiscono il numero dell'oste. Barlolomeo de Neocastro, magnificator delle lodi messinesi, porta 24 mila cavalli e 90 mila fanti. Speciale novera soltanto le navi a 300. L'Anonymi chron. sic. dice solo: _cum magno, immo cum maximo exercitu_. Il Villani dà a Carlo «più di 5 mila cavalli e popolo senza numero», e 130 legni grossi, senza contar gli altri di servigio. Saba Malaspina, cont., pag. 381, 60 mila fanti dopo le stragi dell'assedio. Montaner 15 mila cavalli, e 100 navi, e fanti senza numero. D'Esclot 15 mila cavalli, 150 mila fanti, e 80 tra teride e galee, senza i legni minori, nè le grosse navi. Il frate autore delle Geste de' conti di Barcellona, a cap. 28, nella Marca Hispanica del Baluzio, dice 14 mila i cavalli di re Carlo. Scrivean 60 mila fanti e 22 mila cavalli gli Annali di Genova, aggiugnendo _ut comuniter fertur ab omnibus_. In questo luogo degli Annali di Genova è da notare che, certo per error di copia o di stampa, si dice portato quest'esercito dal _Dictus vero rex Petrus_, quando il capitolo parla dell'Angioino, e dello sbarco a Santa Maria di Roccamadore; e di re Pietro avea già narrato l'arrivo a Trapani, e tante altre particolarità da non lasciar luogo a dubbio. La Cron. an. sic. porta 15 mila cavalli.
[13] Bart. de Neocastro, cap. 31.
[14] Bart. de Neocastro, cap. 32 e 34.
[15] Bart. de Neocastro, cap. 33, 35, 36.
Nic. Speciale, lib. 1, cap. 5.
Gio. Villani, lib. 7, cap. 66.
Dei quali il primo porta 500 cavalli e 5,000 fanti su 35 tra teride e galee; il secondo con maggiore verosimiglianza, 1,000 uomini su 60 navi; e l'altro 800 cavalieri e più pedoni.
Saba Malaspina, cont., pag. 373, porta 500 cavalli e 1,000 pedoni, ma riferisce questa fazione come avvenuta dopo il cominciamento dell'assedio di Messina. In questo s'accordan con esso Gio. Villani, e la Cron. della cospirazione, loc. cit., pag. 266.
A me è parso, quanto al tempo, seguir Neocastro e Speciale, sì per esser nazionali, e sì perchè non è probabile che i Messinesi quando furono assediati da tanto esercito, volessero o potessero mandar gente alla difesa di Milazzo.
I documenti che è venuto fatto di trovare ai tempi presenti, aggiungono molta fede all'autorità del Neocastro e dello Speciale, attestando irrefragabilmente molti particolari riferiti da loro. Tale il riscatto di Arrigo Rosso, di cui il Neocastro. Si ritrae dal diploma ch'io pubblico nel docum. XII, e da un altro dato di Avellino il 26 marzo 1284, che al par di moltissimi altri citerò senza pubblicarlo, per non raddoppiar la mole di questo libro, che non è codice diplomatico. La somma di tal diploma del 26 marzo, tratto come il primo dal r. archivio di Napoli, reg. 1283, A. fog. 125, a t. è questa: «per misericordia» abbiam liberato Arrigo Rosso da Messina, preso nel conflitto di Milazzo: egli ha domandato quetanza dall'amministrazione della Segrezia di Calabria che un tempo maneggiò, ed ha offerto a ciò mille once: accettiamo il danaro, e accordiam la quetanza.
Ma notisi che l'ordine della liberazione è dato il 29 marzo, e la quetanza per le mille once il 26, nella quale si dice, per salvar le apparenze, essersi già messo in libertà il prigioniero. Il ripiego fu trovato naturalmente perchè non volea confessarsi riscatto per un cittadino non preso, come credeano gli angioini, in giusta guerra, ma ribelle colto con le armi alla mano.
[16] Bart. de Neocastro, cap. 36 e 37.
Nic. Speciale, lib. 1, cap. 5.
[17] Diploma del 15 agosto 1282, in Gallo, Annali di Messina, tom. II, pag. 131.
Diploma del ..... 1282, nei Mss. della Bibl. com. di Palermo, Q. q. H. 4, fog. 117.
Si ritrae che questo nobil uomo era stato nel 1274 giustiziere in Principato e terra Beneventana, da un diploma di agosto 1274, pubblicato dal sacerdote Buscemi nella vita di Giovanni di Procida, docum. 4, sopra una copia ms. della Bibl. com. di Palermo, cavata dal r. archivio di Napoli; nella quale è l'errore: _Alaymo de Lentini militi Justitiario Principatus et Terræ Laboris_ in vece di _Terre Beneventane_, come dice l'originale, ch'io ho riscontrato nel registro segnato 1273, A, fog. 267 a t.
In un altro diploma del r. archivio di Napoli, reg. segnato 1270, B, fog. 9, a t. in data del 29 ottobre 1279, per alcune prestazioni alla chiesa di Messina, si legge al margine: _Alaymo de Lentini et sociis secretis Sicilie_. Donde si conferma che Alaimo era nobile uomo, adoperato ne' maggiori ufici dello stato, e ricco da prender in affitto quel della Segrezia. Un altro diploma del penultimo febbraio 1278, r. archivio di Napoli, reg. 1268, A, fog. 141, è indirizzato a Giovanni di Lentini milite, consigliere e famigliare del re: e questo Giovanni si vede portulano e procuratore di Sicilia in molti altri diplomi dello stesso anno 1278, reg. citato, fog. 96, 137, 138, ec.
[18] Bart. de Neocastro, cap. 38.
Gli Annali di Genova, in Muratori, R. I. S., tom. VI, pag. 576, portan lo sbarco a 3 agosto, forse confondendolo col cominciamento degli assalti.
Gio. Villani, lib. 7, cap. 65, seguendo Giachetto Malespini, cap. 211, dice a 6 luglio.
Saba Malaspina, cont., nota come le ciurme si dessero a mangiar le uve già mezzo mature per la bella esposizione del luogo; il che ne' primi di luglio non potea certo avvenire.
E ciò sempre più mi conferma della poca fede che meritino il Villani e i suoi guidatori, o seguaci in queste istorie del vespro.
D'Esclot, cap. 82, dice senza data lo sbarco a _Santa Maria de Rocha-Mador_.
[19] Bart. de Neocastro, cap. 38.
Nic. Speciale, lib. 1, cap. 5 e 7.
Saba Malaspina, cont., pag. 368 e 369.
D'Esclot, cap. 82.
Il Neocastro dice, che in questa torricella si ascondeva un _pantaleone_. Forse era nome proprio di quelli che si davano alle macchine, come oggidì alle navi e alle campane. D'Esclot, cap. 42, e Buchon, nota, pag. 597, ed. 1840.
[20] Ribaldi si diceano i saccomanni, o i soldati più vili. Questa voce appunto in sua latinità adopra lo Speciale.
[21] Nic. Speciale, lib. 1, cap. 6.
Saba Malaspina, cont., pag. 369-70.
Giachetto Malespini, cap. 211.
Gio. Villani, lib. 7, cap. 68.
Cron. della cospirazione di Procida, loc. cit., pag. 268.
Fra Tolomeo da Lucca, Hist. Ecc., lib. 21, cap. 6, in Muratori, R. I. S., tom. XI.
[22] Bart. de Neocastro, cap. 39. Si noti che qui e in altri luoghi io talvolta riporto le parole medesime dello storico contemporaneo, là dove mi sembrano più vivaci.
Gio. Villani, lib. 7, cap. 68.
[23] Bart. de Neocastro, cap. 40.
Rocco Pirri, Sicilia Sacra, tom. I, pag. 407.
[24] Nic. Speciale, lib. 1, cap. 7.
Saba Malaspina, cont., pag. 372.
Gio. Villani, lib. 7, cap. 6º.
Giachetto Malespini, cap. 211; i quali due trascrivono il principio della canzone:
Deh com'egli è gran pietate Delle donne di Messina, Veggendole scapigliate Portando pietre e calcina. Iddio gli dea briga e travaglia A chi Messina vuol guastare, ec.
Bart. de Neocastro, cap. 42, narrando un assalto dato alla città, fa menzione degli stessi particolari.
Gli aiuti delle altre città confermansi da un diploma del 15 agosto 1282, in Gallo, Annali di Messina, tom. II, pag. 131, nel quale si legge il titolo: _Tempore dominii sacrosanctae Romanae Ecclesiae, et felicis Communitatis Messanae anno primo. Nos Alaimus de Leontino, Miles, Capitaneus civitatum Messanae, Cataniae, et a Tusa usque ad Aguliam Augustae; consilium et comune praedictae civitates Messanae, etc._
Per questo fu accordata ai cittadini di Siracusa nel comune e distretto di Messina, la franchigia delle dogane, dritti di pesi e misure, e altre gravezze, in merito d'aver mandato giusta forza di cavalli e di fanti, nel presente assedio _dell'ingente esercito_ di re Carlo, e d'aver tenuto fede a Messina.
[25] Bart. de Neocastro tien la prima di queste opinioni; Giachetto Malespini, seguito dal Villani e dalla Cron. an. sic., la seconda; Saba Malaspina, senza dir nè l'uno nè l'altro, porta il fatto della venuta del cardinale a Messina.
[26] Saba Malaspina, cont., pag. 371, scrive _quidam Antropi cives archipopulares_. Alla interpretazione dell'_Antropi_ indarno mi sono affaticato. L'egregio mio amico G. Daita, professor di eloquenza in Palermo, giovane d'alto ingegno e molta perizia nelle lettere latine, pensa che con quella voce, che in greco suona _uomo_, Malaspina volesse significar filantropi, o veramente scaltri, bravi, uomini di tutta botta. Io aggiognerei che forse l'_Antropi_ (che si vede così con la prima lettera maiuscola nel testo pubblicato dal di Gregorio) potrebbe essere nome proprio di qualche famiglia.
[27] Bart. de Neocastro, cap. 41.
Saba Malaspina, cont., pag 370-71.
Gio. Villani, lib. 7, cap. 66 e 67.
Giachetto Malespini, cap. 211.
Cron. della cospirazione di Procida, pag. 267.
Nic. Speciale, lib. 5, cap. 9.
La risposta d'Alaimo, e le rampogne de' Messinesi al legato quando si ruppe il trattato, l'ho cavato in gran parte da Neocastro e da Malaspina.
[28] Gio. Villani, lib. 7, cap. 66.
[29] Nic. Speciale, lib. 5, cap. 9.
[30] Saba Malaspina, cont., pag. 371.
[31] Bart. de Neocastro, cap. 41.
Saba Malaspina, cont., pag. 371-72-73.