La Guerra Del Vespro Siciliano Vol 1 Un Periodo Delle Storie Si
Chapter 15
Mentr'egli, in tal subito rovescio di fortuna, implorava soccorso di gente dalla madre patria, la corte di Roma aiutavalo di consigli, di danari forse, di preghiere al cielo, e di maledizioni su i ribelli senza misura[4]. Il dì dell'Ascenzione, Martino IV bandiva da Orvieto a tutta la cristianità: che niuno s'attentasse a favorir questa rivoluzione; i disubbidienti, se vescovi o prelati, sarebber deposti, se principi o signori, spogliati de' feudi e sciolti lor vassalli dal giuramento; cassate e annullate quante confederazioni si fossero fatte tra le città di Sicilia; aspramente ammoniti i Palermitani e gli altri capi del movimento, che tornassero sotto re Carlo; minacciati, a chi s'indurasse {148} nella fellonia, mille gastighi nell'avere, nella persona, e nell'anima[5].
Ma gli fu risposto con parole riverenti, e fermo proposito; sì che Martino, uditi gli oratori di Sicilia, replicò ch'e' facean come i manigoldi intorno a Cristo: «salutavanlo re dei Giudei, e davangli uno schiaffo[6].» E tal era alla corte di Roma, se non la prima ambasciata, certo una rimostranza indirizzatale dopo la sua ammonizione o dopo la prima scomunica, la quale rivolgesi ai padri coscritti, così chiama i cardinali, partecipi della piena potestà del pontefice, sedenti nel sacro collegio per tener le bilance della giustizia, e intendere all'util pubblico, spogliandosi d'ogni privato riguardo; e, con stile spesso ridondante, talvolta confuso, e più spesso vivo e poetico, duolsi che la romana corte favorisse gl'iniqui governi di Carlo d'Angiò, venuto dall'estremo Occidente fino alle spiagge della Sicilia, e comandasse ai Siciliani di tornar sotto la servitù d'Egitto e il giogo che aveano scosso per ispirazione e aiuto divino; barbarico giogo, che il papa non conoscea, e volea rimetterlo sul collo gonfio e insanguinato dall'averlo portato tanti anni. Con pari intemperanza di rettorica, mette a confronto le due genti francese e latina, esagera il biasimo dell'una, la lode dell'altra. «Costoro, dice, ci dovean reggere, costoro amministrar la giustizia! Chi sosterrebbe le loro mani pronte alle ingiurie e al sangue, i truci volti, i minacciosi aspetti, l'arrogante parlare, l'alito stesso? O morte, speranza de' tribolati, riposo ancora ai felici, ti sospiravano le anime nostre, impazienti d'esser tratte al cielo o all'inferno, finchè questi condannati nostri corpi nulla servirono al ben della patria! Non è ribellione, o padri coscritti, quella che voi mirate; non ingrata {149} fuga dal grembo d'una madre; ma resistenza legittima, secondo ragion canonica e civile; ma casto amore, zelo della pudicizia, santa difesa di libertà. Rivanghiamo la voragine de' nostri mali; traggiamo a riva l'alga corrotta nel profondo del mare. Ecco le donne sforzate al cospetto de' mariti; viziate le donzelle; accumulate le ingiurie, sì che par non resti luogo ad altre nuove: ecco le battiture su le spalle; le mani che s'alzano a percotere una faccia ritraente l'immagine del Creatore; gli omicidî; le prigionie; le rapine; il disprezzo; l'occupazion de' beni delle chiese; la brutal forza che comanda; il principe fatto solo arbitro de' matrimoni. Nè la corte di Roma ignorava, nè potea ignorar questi mali, notissimi alle genti più lontane. Avvi, o padri coscritti, un estremo furore della sventura, una forza di necessità, una reazione dell'umana libertà: e allora nessun eccesso di crudeltà è tanto immane, che non giovi con l'esempio, reprimendo i malvagi. Fu squarciato il corpo alle donne; furono uccisi i bambini anzi che nati: la storia il narrerà ai secoli più lontani; e così periscano i vizi prima di venire alla luce; si dissipi il veleno con la prole de' serpenti.» A queste empie parole non manca la sublimità della disperazione e della ferocia. «A voi, ripiglia l'ignoto autore, lasciando i cardinali e addentando il papa, a voi si volge ora il sermone; su voi voterò il calice. Fremono d'ogni intorno le guerre; minacciano i nemici; tremano le nazioni, lacerate dalle guerre civili e dalle straniere: son questi, o padre, i frutti delle opere vostre!» E qui tocca la connivenza alla sommossa di Viterbo, e tutti gli abusi di re Carlo in Roma; e ritrova non pochi torti a Martino; e gli ricorda che, seguendo un interesse di parte, menomasse l'autorità del pontificato; che i misfatti permessi perchè piacciono, portan poi i misfatti che spiacciono; ch'ei non dovea promuovere i suoi partigiani, e trascurar le altre faccende {150} della Chiesa; che i disordini consuman sè stessi: «la scure è alzata; accenna di percuotere; fate d'impugnarla voi stesso pria che tronchi l'albero alla radice.» Con queste, e molte altre parole è esortato papa Martino a mutar via, se gli preme la sua salvazione. Alle idee, allo stile, agli eccessi della passione, l'autore sembra chierico, non ignorante, e patriotta audacissimo. Niuno potrebbe o affermare o negare che tal rimostranza si mandasse a corte di Roma, quando si conobbe chiusa la via del perdono, e altro non restava che protestare fortemente. Ma se i governanti della Sicilia non scrissero in quelle parole, scrissero per certo in que' sensi: e in ogni modo il documento che ci resta è irrefragabilmente del paese e del tempo; ha la rovente impronta della rivoluzione; estinto quel fuoco, non si potea contraffare[7].
La corte di Roma, vedendo che i Siciliani nulla non rimoveansi da' loro proponimenti, tentò nuovi consigli. Deputò con autorità straordinaria il cardinal Gherardo da Parma pontificio legato nel regno[8]. «Mossi, dicea la bolla, da sviscerato amore alla Sicilia, e dolentissimi degli scandali con che il nemico dell'uman genere la vien turbando, te mandiamvi, o fratello, angiol di pace; e svelti tu, struggi, dissipa, sperdi, edifica, pianta; tutta usa l'autorità nostra ad onor di Dio e riformazion del reame[9].» L'accorgimento de' consigli sacerdotali trasparisce ancora da uno statuto promulgato di quel tempo da Carlo, dove accagionando del mal governo gli officiali inferiori, moderava i più grossi aggravî del fisco, dei magistrati, e di lor famigliari; e sì la crudeltà di alcuna legge, le usurpazioni {151} de' castellani nelle faccende municipali, e lor violenze nei contadi[10]. Lusinghe a' Siciliani eran queste; blandimenti ai popoli di Puglia e Calabria, che, dalla medesima signoria travagliati, non si muovessero all'esempio, ma grati e soddisfatti aiutassero il re. E per vero assai difficoltà nel raccorre quelle feudali milizie ebbe egli a vincere con la sua passione e potenza[11]. Aggiunsevi mille Saracini di Lucera, co' fanti e' cavalli di Firenze e d'altre città guelfe di Lombardia e Toscana; i Francesi, tra vassalli e stipendiati, furono il nerbo dell'esercito. Genova e Pisa mandaron galee; quelle del regno s'accozzaron tutte; altre ventiquattro chiamonne di Provenza il re, poichè la più parte delle preparate alla impresa d'Oriente era chiusa nel porto di Messina. Forniti inoltre uscieri, teride, trite quanti abbisognassero a traghettar le genti. Ordinò Carlo che si ritrovasser le genti a Catona, picciola terra di Calabria, posta sullo stretto di contra a Messina, ch'egli volea prima assaltare; e mandò innanzi quaranta galee, e gran copia di grani e altra vivanda, e ogni cosa bisognevole all'esercito. Quivi poi rassegnò pronti a servir sua vendetta da quindicimila cavalli e sessantamila pedoni, con cencinquanta o dugento legni, tra di trasporto e di corso[12]: macchina {152} enorme di guerra, che non parrà esagerata riflettendo esser Carlo apparecchiato di già a grande impresa, e aiutato da mezza Italia, dalla Francia e dalla corte di Roma; e che pria della lotta tra principato e baronaggio, e dell'uso delle bande stanziali che ne seguì, gli eserciti d'Europa si poteano adunar numerosi poco meno ch'ai nostri tempi, con un sol bando a' baroni per la cavalleria, e poca moneta per lo scarso stipendio de' pedoni. Un cardinale armato di censure e di piena balìa; un re uso a vittoria, indurato nelle battaglie; un esercito grossissimo, ansioso di vendetta, assetato di preda; un bollor francese, un'astuzia di Roma, un furor d'offeso tiranno, tutte l'arti di guerra, tutte l'arti di regno a conquider l'isola ribelle, minacciando si raggrupparono sulla estrema punta d'Italia.
Reina del Faro, siede tra due mari in faccia ad oriente, maestosa e lieta Messina; che a manca, il Peloritan promontorio sta contro il Tirreno; a destra, il braccio di san Ranieri sì ardito mette nel mare Ionio, rientrando come punta in falce contro la curva del lido, che un vasto cinge, e profondo, e da tutti venti sicurissimo porto. In mar bagnansi le falde de' colli, talchè parte non poca della città {153} s'appoggia su la pendice; donde il seno, lo stretto, l'opposta Calabria magnifico teatro spiegano alla vista. Largheggia un po' di pianura a settentrione; e più vasta ad ostro, amena per vigneti e ville: boscosi i poggi, e più di que' tempi ch'ai nostri. Non è mutata del resto la sembianza del paese, nè il sito della città, quantunque più d'una catastrofe l'abbia percosso; e poco men che spiantata da' tremuoti del millesettecentottantatrè, si sia murata nuova dalle fondamenta.
Questa nobil città gli animi e le braccia apprestava a difesa; più intenta a munirsi nel porto che altrove, perchè non s'aspettava sì pronto un esercito ad assaltarla di terra. Rispianano a settentrione la campagna, svelte le viti, e abbattuti gli sparsi casolari; del legname di questi risarciscono le mura; fabbrican macchine ed armi: oper non sì compiute, da non dovercisi affaticare e sudar poi nel maggior uopo. Ma salde catene di ferro, legate a travi galleggianti, gittavan a traverso l'imboccatura del porto, a chiuderlo contr'ostili navigli: il braccio di san Ranieri afforzavano d'eletta gioventù, sotto il comando di Niccolò Bivacqua, e Giacomo de Brugnali, stanziata nella chiesa del Salvadore, sulla estrema punta, ov'oggi è una fortezza del medesimo nome. E un buon augurio fu principio alla guerra, quando il due giugno, viste far vela da Catona quaranta nimiche galee, i Messinesi ne mandavano trenta allo scontro. I nemici non aspettandole, in fretta rifuggironsi a Scilla; e sbarcarono le ciurme, spiegandosi a lor protezione in battaglia i cavalli d'Erberto d'Orléans, e del conte di Catanzaro: ma la traversia che levossi, non la mostra del nemico, fu quella che rattenne i nostri, anelanti a dar dentro, e abbruciare le navi[13].
L'animo d'un frate siciliano ammiraron gli stessi nemici in quel tempo. Veniva re Carlo il dieci giugno alla Catona {154} con un grosso di genti; arrivavan da Brindisi ogni dì le allestite navi; e a tanto romor del nemico, i Messinesi struggeansi di saperne a punto le forze e i disegni. Allora a' preghi del consiglio della città, Bartolomeo da Piana de' frati minori, uom litterato, di specchiati costumi, e di gran nome, prese a esplorarli; non vile spiatore d'eserciti, ma cittadino, ch'all'uopo della patria affronti la mannaia, com'altri la spada. Nè furtivo, nè dimesso va dunque in Calabria il frate; dove addotto a Carlo: «A che da' miei traditori ne vieni?» brusco domandavalo il re. Ed ei più fermo: «Non io traditor, disse, nè terra di tradimento lasciai. Mosso da religione e coscienza vengo ad ammonir qui i frati minori, che non seguano queste tue ingiustissime armi. La Provvidenza ti commise un'innocente popolo, e tu lo lasciavi a dilaniare a lupi e mastini: tu indurasti il cuore alle querele, a' pianti: e allor noi ci volgemmo al Cielo; e il Cielo ne ascoltò, e ci fe' vendicare santissimi dritti. Ma se speri oggi vincendo chiamar ciò fellonia, sappi, o re, che indarno tant'armi a' danni de' Messinesi aduni. Torri hanno e mura, e forti petti rinfocati dal divin raggio di libertà; onde maggiori che uomini, ti aspettan pronti a morire. A Faraone tu pensa!» Per terror di lassù, o istinto d'accarezzar Messina, il re si ritenne dall'offendere il frate. Die' sfogo all'ira con ordinare una prima fazione: e Bartolomeo tornandosi a' suoi, narrava la potenza dell'oste, e le truci voglie di Carlo[14].
Contro Milazzo quell'assalto si drizzò, perchè traeane Messina le vittuaglie, che il parlamento avea deliberato di provvedersi; e mal s'era fatto tra l'universale sospezione e penuria. I conti di Brienne e di Catanzaro, Erberto d'Orléans, e Bertrando d'Accursio, capitani di questa fazione, aveano a bruciar le messi, dar guasto al paese, rapire gli armenti per uso dell'esercito, e occupar indi Milazzo: {155} i quali a dì ventiquattro giugno, con cinquecento cavalli e mille pedoni, sur una sessantina di barche salpavano dalla Catona. Contro tal forza, e cento altri legni che si vedean surti alla spiaggia, il capitan della città non volle mettere a rischio la sua poca armata, ma piuttosto sull'asciutto far testa. Frettoloso armò dunque cinque cento cavalli, e grosse bande di fanti; co' quali, poichè la flotta francese girava il capo, ei valicò i colli della Peloriade, e lunghesso la settentrionale riva, a Milazzo conducea le genti, come i nemici a quella volta pur via navigavano. Molte miglia da Messina si dilungan così i nostri; non usi all'andar in ischiera; trafelanti dal caldo, dalla via, dal peso dell'armi, ciascun dassè, sparsi chi a cercar ombre o acqua, chi a chiamare ad oste i contadini: quando presso il canneto di San Gregorio, alla fonte d'Aleta, il nimico vedendoli sì mal presi tra quelli scogli, d'un subito approda. Baldovino pensava sostare, e, raccolti gli sbrancati, mandare per rinforzo a città; ma dandogli sulla voce Arrigo d'Amelina per nimistade privata, tutti appigliaronsi al partito che parea più generoso. Audaci sì, ma radi e stanchi, investono il nimico: il quale ordinato e fresco, li sbaragliò al primo scontro. Quell'Arrigo stesso d'Amelina, Anfuso de Camulio, Bertoldo Alamanno, Pietro Cafici, cavalieri; Bartolomeo Mussone, Martin di Benincasa, Abramo d'Ambrosio, Niccolò Rosso, e di minor nome mille a un di presso, nella zuffa o nella fuga fur morti. Assai n'andar anco prigioni; tra' quali notan le istorie i nomi di Roberto de Mileto cavaliere, che perì ne' ceppi francesi, e d'Arrigo Rosso mercatante, ricattatosi per mille once d'oro dopo la fine dell'assedio[15]. {156}
Come la sconfitta si riseppe in città, il popolo infellonito da rammarico, e più stigandolo Baldovin Mussone, l'inesperto capitano che a discolparsi gridava tradimento, levasi a romore in cerca di traditori. Chiama al supplizio i partigiani de' Francesi, gli odiati de Riso: tratti Baldovino e Matteo dalla rocca di Matagrifone, ove li avea chiuso da pria, li mette in pezzi; Giacomo decollato per man del carnefice; strascinati i cadaveri per la città; senza tomba gittati; con tanto eccesso d'ira, che gli amici non osavano pur piagnerli, e i congiunti a mala pena si sottrassero. La moltitudine intanto, come se quelle morti fosser vittoria, {157} scordata già l'infelice fazione, girava tripudiando intorno le mura della città, e per le strade gavazzava. Ma in brev'ora il popolo stesso a una voce, persuadendol forse i più savi, deposto d'uficio il Mussone, gridò capitano Alaimo da Lentini, nobil di sangue, nobil di fama, vecchio robusto e animoso, espertissimo in guerra. Fu somma ventura di Messina e di tutta l'isola. Ei, preso appena il comando, con più alto militare argomento ordinò le difese della città, riparò, sopravvide, indefesso addestrò il popolo all'armi[16]. Catania e i comuni tutti del vasto tratto di paese da Tusa ad Agosta, il crearon anco, ignorasi se prima di Messina o appresso, lor capitano di popolo[17].
Nei preparamenti d'ambo i lati un altro mese volgeasi: poscia con tutto il pondo dell'oste il re mosse a dì venticinque {158} luglio[18]. Le salmerie, le vittuaglie, i cavalli, indi le genti imbarcò; ultimo egli ascese la sua nave superbamente parata di porpora, che parea tenere in pugno le sorti del mondo; e con tutto ciò, schivato quel formidabil porto di Messina, fe' porre a quattro miglia ver mezzodì, alla badia di Santa Maria Roccamadore; nuovamente sperando trar lungi i cittadini alla pugna. Ma Alaimo affrenò l'intempestivo ardore, che s'era pur desto. Deluso dunque, attendavasi Carlo; e trucidar fea, dice Neocastro, i monaci della badia, che io nol credo, perchè taciuto dagli altri istorici, e dissonante dai consigli del re, che cominciarono con simular clemenza. Ben lasciò a marinai e soldati metter a guasto il paese, sperando che i Messinesi per salvar le facultà chiedessero accordo; ma fe' il contrario effetto. Come da Roccamadore infino al torrente di Cammàri sparve il ridente giardino, tagliati gli alberi, stralciate le vigne, saccheggiate masserie e canove, diroccate le case, quanto rubar non poteasi distrutto; e come il dì appresso, mutati gli alloggiamenti, lo sterminio s'avvicinò, i Messinesi che a niente guardavano fuorchè all'onore e alla libertà, con tanto maggior dispetto si fecero a provocar l'Angioino. Appiccan fuoco a settanta galee delle costruite contro i Greci; fabbrican armi delle ferrerie tratte dalle ceneri; {159} disfatte altre navi, ne riattano mura e steccati; il borgo di Santa Croce, posto a mezzodì ove in oggi è quel di Zaera, non potendol fortificare, abbandonano. Occupollo al terzo giorno re Carlo; da quella banda ponendo il campo, sì stretto alla città, ch'appena nel partiva il picciol torrente di porta de' Legni. Egli alberga nel munistero de' frati predicatori che sorgea sul poggio, da ciò chiamato vigna del re; e fa alzar su i comignoli una torricella di legno, per ispecolare dentro la città, e anco offenderla con macchine. Ma i Messinesi se n'avvidero appena, che dato di piglio a' mangani, a furia di pietre sconficcaron la torre[19]: e furon questi i primi saluti all'antico lor principe.
Or se la città debbasi assaltare impetuosamente pria che s'avvezzi al pericolo, o travagliar tanto d'assedio che stanca ed affamata s'arrenda, agitano tra loro i capitani, ristretti a consiglio. I più focosi diceano andarne, l'onor di tant'oste contro una plebe assiepata con legni e macerie, non muta: l'impeto vincer le guerre: a che tardare sì giusta vendetta? Dubbio altri opponea il successo dell'arme: grossa la città: presa d'assalto, metterebberla a sacco i ribaldi[20] del campo; e qual pro al monarca? Senza sangue certissimamente s'avrà per tedio o paura. A questo appigliossi Carlo, contro la sua natura feroce; perchè il vinse avarizia, e lusinga che Messina si lascerebbe prender sempre a lusinghe[21]. {160}
Perciò rimanendosi alla espugnazione dei posti più avvantaggiosi di fuori, il dì sei agosto movea possente stormo contro il monistero del Salvatore, chiave di quell'assedio, per tener la bocca del porto. Cento Messinesi il difendeano: i quali nè sbigottiti dal numero degli assalitori, nè scossi dal battito della prima affrontata, fieramente combattendo dalle soglie e da' muri, li ributtarono; tantochè Alaimo venia con freschi combattenti dalla città: e allora più aspra mescolandosi la battaglia, con morti ed onta si ritrasse alfine il Francese. A questa prima vittoria l'animo de' cittadini oltremodo si rinfrancò. Indi il dì otto, con pari fortuna fu combattuta maggior fazione al monte della Capperrina; il quale signoreggiando la città da libeccio, l'avea fortificato Alaimo di steccato e fosso e giusta guardia d'arcieri. Or avvenne ch'essi, come nuova milizia, quel dì a un rovescio di gragnuola e di pioggia spulezzaron da' posti; onde i Francesi e i Fiorentini, colto il tempo, pronti saliano per gli uliveti, e guadagnavan già l'erta. Seppelo Alaimo; comprese ch'a un altro istante era perduta Messina; e di tutto fiato si lanciò alla riscossa, traendo con sè il popolo: e urtò; e ripigliò il ridotto; e in faccia a' nemici affranti per molta strage, caduta già la notte, a lume di fiaccole risarcir fe' le barrate. La notte del Campidoglio fu questa a Messina. S'eran gli ufici ordinati per tal modo nella città, che scritti in drappelli, dì e notte s'avvicendasser gli uomini a vegliare in scolte e poste; girassero in pattuglie le donne. Ritentando i Francesi a notte scura l'assalto della Capperrina, superati chetamente i ripari, abbattonsi in una delle donnesche guardie. {161} Dina e Chiarenza, donnicciuole di cui l'istoria ingiusta ne tramanda appena il nome, salvaron allora la patria: e fu prima la Dina a gridare all'arme, scagliando insieme un masso che atterrò parecchi soldati; l'altra a martellare a stormo le campane: onde il romore si leva, si spande: «Alla Capperrina il nemico» altro il popol non sa, e nel buio, nel rovinio, non misura il periglio, sì il cerca. Sugli attoniti e delusi nemici piombò col suo fortissim'Alaimo; nè solamente rincacciolli, ma saltando fuor dal ridotto, borghesi i nostri e a piè, incalzavano fin sotto il padiglione di Carlo quei fanti vecchi spalleggiati da cavalli[22].
L'insperata virtù di codesti scontri miracol parve a' nemici, e a' nostri stessi: il che accrescea i miracoli veri e naturali. Donna in bianco paludamento sorvolar lunghesso le mura; stender soave un velo contro a' colpi, e ribatterli; innanti sue divine sembianze cascar l'animo agli assalitori; presi d'un ghiaccio volgersi in fuga; e saette inchiodarli, che il feritor non vedeasi; tribolato anco il campo di mortifera epidemia: tanto narravano i nemici soldati a' nostri, facendosi sotto le mura a parlamentare. L'attestavano con sacramento per lo Iddio adorato da tutti gli umani, i Saracini stessi di Lucera; e chiedeano una volta qual fosse la diva, e più diceano, se non che surto un subito allarme dileguaronsi. Pertanto tenacissima surse in Messina, sprone a fatti più egregi, la fede di quest'aita soprannaturale della Vergin Madre, nella quale teneansi inespugnabili. Sgombro poi che fu l'assedio, alla celestiale proteggitrice alzavano un tempio nel lieto nome della Vittoria: il miracol tramandossi di generazione a generazione, e la facile istoria il registrò[23]. {162}
Or narrinsi i miracoli umani: fornite le fortificazioni nel tempestar dell'assedio: fatto un popol di soldati: nè età, nè sesso provarsi imbelle: null'opra dura a niuno: vigilie, interminabil disagio, penuria sostenuti senza fiatare: uno scherzo la morte: e più, invidia e discordia incatenate: pensiero in tanta moltitudine un solo, far salva Messina. In pochi dì, là dov'era accostevole a scale, arduo drizzasi il muro; ove fiacco, si rassoda; ove il luogo nol comporta, steccati, argini di botti, fascine: a giusta distanza dalle cortine esteriori fabbricano un contramuro. E cavan fondamenta, e murano, e assestan travi, e insieme combattono, quanti son umani nella città; vincendo lor passione gl'infermi corpi, le schive usanze, le vanità degli ordini. Nobili, giuristi, mercatanti, artigiani, infima plebe, sacerdoti, e frati, e vecchi, e fanciulli all'opra tutti secondo lor posse; intenti ed ansiosi, dice Saba Malaspina, quale sciame ch'affatichi intorno a suoi favi. Donne cresciute in dilicatissimo vivere, d'ogni età, d'ogni taglia fur viste a gara sudar sotto il peso di pietre e calcina; e lì, tra il fioccar de' colpi, recarne a' lavoranti; girare per le mura dispensando pane e polenta, dissetandoli d'acqua, mescendo vini; e più di belle parole confortavanli: «Animo, cittadini! Nel nome della Beata Vergine, durate alle fatiche. Vi serbi alla patria Iddio. Egli il vede e difenderà Messina.» In questo gli altri Siciliani, eludendo l'oste pe' tragetti de' monti, aiutavano la città di gente, d'armi, e di vittuaglie. Crebbe la virtù de' Messinesi con l'uopo e coi rischi, durò tutto l'assedio, e più valida ogni giorno rendea la difesa[24]. {163}