La Guerra Del Vespro Siciliano Vol 1 Un Periodo Delle Storie Si

Chapter 14

Chapter 143,747 wordsPublic domain

D'Esclot, cap. 81.

Annali Genovesi, in Muratori, R. I. S. Tom. VI, pag. 576.

Giachetto Malespini, cap. 209.

Gio. Villani, lib. 7, cap. 61.

Cron. anonima della cospirazione di Procida, loc. cit, pag. 264.

Nello Speciale si legge l'insulto del Francese altrimenti, e con troppa chiarezza: _temerarius illam in.... titillavit_.

Veggansi ancora gli altri contemporanei citati nell'appendice.

[9] Bart. de Neocastro, cap. 14 e 15.

Saba Malaspina, cont., pag. 355.

Veggansi ancora Montaner e d'Esclot ne' luoghi citati.

Il palagio di Palermo era una importante fortezza, come si scorge dal diploma del 6 agosto 1278, citato sopra a pag. 99, nota 2.

[10] Bart. de Neocastro, cap. 22.

La Cron. anonima della cospirazione dice tremila, a pag. 265.

[11] Bart. de Neocastro, cap. 15.

[12] Fazello, Istoria di Sicilia, deca 2, lib. 8, cap. 4.

Ai tempi del Fazello si mostravan di queste sepolture presso la chiesa di San Cosmo e Damiano.

[13] Questa colonna restò lungo tempo in piazza Valguarnera; e oggi, rimossa dal centro, si vede nell'angolo orientale dell'isolato del convento di Sant'Anna la Misericordia. È assai rozza, nè gli artisti la credono del secolo XIII. Ma ciò non dee toglier fede alla tradizione; perchè la colonna potè essere alzata, o rinnovata molto tempo appresso.

[14] Saba Malaspina, cont., pag. 355.

[15] Cron. anonima della cospirazione di Procida, loc. cit., pag. 264, ove leggesi: «_Andaru, a li lochi di frati minuri, e frati predicaturi, e quanti ci ndi truvaru chi parlassiru cu la lingua francisca li aucisiru 'ntra li clesii._» Ciò si riscontra con la tradizione dell'uccider cui parlava con l'accento straniero.

[16] Saba Malaspina, cont., pag. 355 e 356.

Cron. anon., loc. cit., pag. 265.

Bart. de Neocastro, cap. 14.

Chron. S. Bert. in Martene e Durand, Anec., tom. III, pag. 762.

Gio. Villani, lib. 7, cap. 61.

Ricobaldo Ferrarese, in Muratori, R. I. S., tom. IX, pag. 142.

Franc. Pipino, ibid., pag. 686.

Giachetto Malespini, cap. 209.

E gli altri citati nell'appendice.

[17] Bart. de Neocastro dice Mastrangelo capitano con parecchi consiglieri. Questi furono, Pierotto da Caltagirone, Bartolotto de Milite, notaio Luca di Guidalfo, Riccardo Fimetta milite, e Giovanni di Lampo. I quali nomi e quei degli altri tre capitani di popolo, si leggono nel diploma riportato, Docum. IV.

Questo diploma, inedito e poco o niente conosciuto, ci mostra anche il principio della federazione tra le nascenti repubbliche siciliane, e la forma del novello governo municipale di Palermo.

Il bajulo, negli ordini normanni e svevi, era il magistrato d'ogni comune, con giurisdizion civile, e carico della riscossione delle entrate regie, e di quella che in oggi si dice amministrazione civile. Nell'esercizio della giurisdizione l'assisteano uno o più giudici. Su le faccende più rilevanti, deliberavano talvolta i cittadini adunati a consiglio. Nella rivoluzione, preso dal popolo il poter politico, la parte esecutiva s'affidò a quegli stessi capitani di popolo che l'imperator Federigo avea vietato tanto severamente, e ad alcuni consiglieri. In fatti la proposta della lega con Corleone è fatta a questi nuovi magistrati, stando presenti soltanto il bajulo e i giudici; ma questi ultimi poi nella stipolazione dell'atto federativo che contenea anche reciprocità di franchige dalle tasse municipali, non restarono spettatori oziosi, nè intervennero per la sola forma come il notaio e i testimoni, ma insieme col capitano e i consiglieri, e tutti a nome e per mandato del popolo, fermarono i patti, e giuraronli. Anzi i loro nomi sono scritti immediatamente dopo que' de' capitani e prima de' consiglieri. Donde è chiaro che nell'affidarsi il novello potere a' nuovi magistrati, si lasciò agli antichi il maneggio della parte amministrativa, perchè era tempo da pensare ad altro che a riforme di questa natura.

Del capitan del popolo di Palermo dopo il vespro, d'Esclot non dice il nome, ma che fu un cavaliere savio e valente. Saba Malaspina nomina il Mastrangelo, che forse fu il principale, ed ebbe tutta la riputazione. Montaner lo confonde con Alaimo da Lentini.

[18] Bart. de Neocastro, cap. 14.

Anon. Chron. sic., pag. 147.

Nic. Speciale, lib. 1, cap. 4.

[19] Il castel di Vicari in fatto si legge tra le fortezze regie di Sicilia nel citato diploma del 6 agosto 1278.

[20] Bart. de Neocastro, cap. 15; e con errori la Cron. anon. sic., a pag. 264.

[21] Veggasi il diploma del 20 febbraio 1248, citato qui appresso, cap. 13.

[22] Veggasi il documento IV. Corleone era città di molta importanza. Oltre le tante memorie che ne dà l'istoria, non è superfluo notare che addimandavasi di Corleone un antico ponte su l'Oreto, del quale gli avanzi ritengono l'antico nome, e si veggono a mezzo cammino a un di presso tra i novelli due ponti della Grazia e delle Teste. Si ricordi che nella distribuzione di moneta del 1279 (Docum. III), Corleone fu tassata poco men che il terzo di Palermo, e quasi al paro di Trapani. Questo rincalza la testimonianza del Malaspina pe' 3,000 nomini che Corleone mandò in oste pochi giorni dopo il vespro.

[23] Castello a dieci o dodici miglia da Corleone, tra i comuni di Contessa e Santa Margherita; e or i contadini il chiamano Calatamaviri. Se ne veggono le rovine sulla sommità di un poggio di base triangolare, inaccessibile da due lati, aspro ed erto del terzo, che sta a cavaliere alla strada tra quei due comuni, a manca di chi dal primo vada al secondo. Due ordini di grosse mura cingeano per tutta la larghezza quella sola costa accessibile del monte; sorgea sulla cima una torre, della quale restan le vestigia, e sì delle case sparse ne' due ricinti. Entro il secondo v'ha una cisterna capace, ben costruita, e ben conservata. Da tai ruderi si può anche argomentare la importanza di questa fortezza, che tenea in molto sospetto i vicini.

[24] Saba Malaspina, cont., pag. 356.

[25] Bart. de Neocastro, cap. 18.

[26] Saba Malaspina, loc. cit.

[27] Questi discorsi di Ruggiero e Bonifazio son portati da Saba Malaspina, cont., pag. 356 a 358, non sappiamo se per uso istorico, o perchè ei li seppe veri. In ogni modo mi è parso conservarli; e molte inutili frasi n'ho tolto, poco o nulla aggiuntovi del mio.

[28] Saba Malaspina, cont., pag. 358.

Di questa mossa parla anche d'Esclot, cap. 81, con minore esattezza nei particolari, ma sano giudizio dell'intento; scrivendo come que' di Palermo rifletteano che non uscirebber salvi da questa rivoluzione, se non procacciando il medesimo effetto per tutta l'isola.

Anche Montaner, cap. 43, accenna questo progresso della rivoluzione; ma al solito suo con molti errori.

[29] Anon. chron. sic., pag. 147.

[30] Saba Malasplna, cont., pag. 358.

Nic. Speciale, lib. 1, cap. 4.

La uccisione progressiva de' Francesi è anche riferita dal Montaner, cap. 43.

[31] Bart. de Neocastro, cap. 15.

[32] Gio. Villani, lib. 7, cap. 61.

[33] È pubblicata questa epistola dall'Anon. chron. sic., pag. 147 a 149, nella Bibl. arag. del Gregorio, tom. II; dal Lünig, Codex Italiæ diplomaticus, tom. II, n. 49, ma con errore di data; e in altri libri.

Mi è parso pregio dell'opera trascrivere nel docum. V questa epistola, importantissima per l'argomento e per lo stile.

Essa fu tenuta in molto pregio in que' tempi, e si trova in molte collezioni epistolari. Avvene una copia nella Bibl. reale di Francia, MS. 4042, ch'è un volume di epistole di Pietro delle Vigne, del card. Tommaso da Capua e d'altri. È seguita immediatamente dalla prima bolla di scomunica di Martino IV, e da una risposta a quest'atto del papa, indirizzata a' cardinali, che io pubblico al docum. VII.

L'autenticità di questo documento per altro è convalidata dal d'Esclot, cap. 81, il quale ne porta una parafrasi, sovente con le medesime parole del nostro originale; se non che la data, certo erronea, è del 14 maggio.

Gio. Villani, lib. 7, cap. 61, dice ancora di tali pratiche «di quegli di Palermo contando le loro miserie per una bella pistola, e ch'elli doveano amare libertà, e franchigia, e fraternità con loro.»

Bart. de Neocastro a cap. 19 e 20 foggia a suo modo, lontanissimo da ogni verosimiglianza, e l'epistola e la risposta, con quella che gli pareva arte oratoria, e quel che gli pareva amor della sua patria.

[34] Bart. de Neocastro, cap. 15.

Anon. chron. sic. pag. 147.

Fazzello, deca 2, lib. 1, cap. 2, racconta una battaglia tra queste navi messinesi e le palermitane, capitanate da Orlando de Milio esule di Palermo. Seguendo il mio proposito di non prestar fede che ai contemporanei, ho taciuto questo fatto, niente certo e brutissimo.

[35] Bart. de Neocastro, cap. 24.

[36] Bart. de Neocastro, ibid.

[37] Saba Malaspina, cont. pag., 358.

[38] Bart. de Neocastro, cap. 24.

[39] Anon. chron. sic., pag. 147.

D'Esclot, cap. 81, porta troppo brevemente la rivoluzione di Messina, e non senza inesattezze.

[40] Bart. de Neocastro, cap. 24, 25, 30.

I nomi di quei giudici si ritraggono da un diploma del 10 maggio 1282, ne' Mss. della Bibl. com. di Palermo, Q. q. H. 4, fog. 116, trascritto dal tabulario della chiesa di Messina. Ivi si legge l'intitolazione:

_Tempore dominii Sacrosanctæ Romanæ Ecclesiæ et felicis communitatis Messanæ anno I. Residente Capitaneo in Civitate Messanæ nobili viro domino Baldoyno Mussono una cum suscriptis judicibus civitatis ejusdem, etc._ Or questo _una cum_, fa comprendere che i detti giudici, nome che allor davasi a tutti i legisti, fossero compagni nel governo al capitano, cioè i consiglieri de' quali parla il Neocastro, ch'era un d'essi appunto.

[41] Da tutte le memorie del tempo appare, che questa famiglia de Riso da Messina fu nobile, e potente, e piena d'uomini valorosi, ancorchè sventuratamente si fossero gittati al tristo cammino di parteggiare contro la patria. Di ciò fu punita severamente questa schiatta: spentane la più parte; gli altri condotti a mendicare un pane da' nemici del lor paese. De' tre fratelli di cui fa menzione il Neocastro, per nome Riccardo, Matteo, e Baldovino, questi ultimi furono morti a furia di popolo in Messina di giugno 1282; il primo dicollato sopra una galea alle bocche del golfo di Napoli dopo la battaglia del 6 giugno 1284, nella quale avea portato le armi contro i suoi concittadini. Giacomo e Parmenio loro nipoti, de' quali anche parla il Neocastro, e Arrigo, Niccoloso, un altro Matteo, Squarcia, Scurione, e Francesco, di cui veggonsi i nomi in parecchi diplomi, si rifuggirono in terra di nimici, e da loro ebbero sussidi, ufici lucrativi, e aspettativa di feudi. Mi par bene porre qui una lista di documenti risguardanti questa famiglia.

1274.--Niccoloso de Riso era giustiziere in Bari. Diploma del 27 maggio quinta Ind. (1277), r. archivio di Napoli, reg. segnato 1268, A, fog. 29, a t.

1286, 9 luglio.--Diploma di re Giacomo di Sicilia. Concede a Guglielmo Conto, e a Venuta da Messina alcuni beni di maestro Palmiero (forse Parmenio) de Riso, fellone, e di Niccoloso de Riso figliuolo del fu Corrado; il qual Niccoloso era stato preso nella battaglia del porto di Malta, ed era prigione tuttavia. Pubblicato dal di Gregorio, Bibl. arag., tom. II, pag. 500.

1287, 15 gennaio.--Sussidio di once dodici all'anno, dato da' governanti di Napoli alla famiglia di Parmerio de Riso uscito di Sicilia. Elenco delle pergamene del r. archivio di Napoli, tom. II, pag. 21.

1292, 8 luglio.--Sussidio di once due al mese ad Arrigo de Riso, che per fedeltà al re avea perduto ogni cosa. Ibid., pag. 94.

1298, 29 settembre e 10 ottobre.--A Squarcia de Riso, giustiziere d'Apruzzo oltre il fiume di Pescara. Ibid., pag. 207.

1299, 19 marzo.--Diploma di Carlo II, pel quale è conceduto _Squarcie de Riso Messane militi dilecto familiari et fideli suo_ il castello e terra _Sancti Filadelli situm in valle Demonis_ (San Fratello) in luogo di quel di Sortino datogli _olim serviciorum tuorum intuito_, ma non occupato dalle armi regie. Reg. del r. archivio di Napoli. 1299, A, fog. 48, a t. 1299, 9 aprile.--Per consegnarsi della moneta dalla zecca di Napoli ad Arrigo de Riso da Messina fedele del re, ec. Ibid., fog. 31, a t.

Detto, ultimo aprile.--_Mattheo de Riso militi statuto super recollectionem presentis donj in Aversa._ Ibid., fog. 66.

Detto, 2 maggio.--_Henrico de Riso de Messana militi_, per altre faccende di re Carlo. Ibid., fog. 66.

Detto, 5 maggio.--Assegnata una rendita di 30 once all'anno in dote a Cecilia de Riso, figliuola di Squarcia, in merito della fedeltà di costui, e dei gravi danni sostenuti ne' suoi beni. Ibid., fog. 55, a t.

Detto, 9 giugno.--Accordate cent'once in dote alla figliuola di Scurione de Riso milite, ch'era esule e soffrente per lealtà.---Ibid., fog 90, a t.

Detto, 23 giugno.--Conceduta a Squarcia de Riso la terra di Melise in val di Crati. Ibid., fog. 96.

Detto, 14 luglio.--Conceduta a Matteo ed Arrigo de Riso militi, e a Francesco de Riso da Messina la terra di Geremia in Calabria. Ibid.

[42] Son le parole stesse del Neocastro voltate in italiano, e in qualche luogo abbreviate.

[43] Bart. de Neocastro, cap. 25, 26.

Alcuni istorici de' secoli appresso affermarono che Erberto fosse stato ucciso a Messina. La verità della testimonianza di Bartolomeo de Neocastro è confermata da vari diplomi, che mostrano Erberto vivente e al servigio di Carlo, dopo la rivoluzione di Messina. Leggonsi nel r. archivio di Napoli, il primo nel reg. 1283, A, fog. 81, ch'è dato di Napoli il 21 giugno duodecima Ind. (1284); l'altro a fog. 50 dato di Cotrone il 19 agosto dello stesso anno; e tra il fog. 15 e il 18 parecchi altri indirizzati a questo Erberto giustiziere di Principato, o riguardanti lui stesso.

[44] Saba Malaspina, cont., pag. 358.

[45] Bart. de Neocastro, cap. 27, 28, 29, 30.

Conferma che Teobaldo de Messi sia stato castellano del castello di Messina, appunto come dice il Neocastro, un diploma del 21 marzo 1278; dal quale anco si vede che al presidio di quella rocca eran posti cavalieri e fanti oltramontani, pagati i primi alla ragione di un tarì d'oro, gli altri di grana otto al giorno. R. archivio di Napoli, reg. segnato 1268, A, fog. 143.

Sembra che vi fossero stati, ancorchè pochissimi, oltre la famiglia Riso altri partigiani de' Francesi.

In un diploma di Carlo I dato il 20 settembre duodecima Ind. (1283) è ordinato al capitano di Geraci di fornir sei once d'oro a Francesco de Tore da Milazzo, che per seguire il re avea perduto tutti i suoi beni in Sicilia; il qual danaro si dovea togliere da' beni de' traditori in Geraci. Dal r. archivio di Napoli, reg. 1283, A fog. 56, a t.

Un altro diploma del 24 settembre 1299 accordava l'uficio di giudice in Girgenti, al momento che quella città si ripigliasse pel re, ad Arrigo d'Agrigento, esule e spogliato d'ogni cosa per amor del re. Reg. 1299-1300, C. fog. 70, a t. Ma resta in dubbio se costui fosse uscito fin dall'82, o ribellato nel 99.

Per un altro del 19 maggio tredicesima Ind. (1300) Carlo II raccomandava a Roberto guerreggiante in Sicilia, di rendere ragione a Benincasa da Paternò, spogliato de' suoi beni per fedeltà al re. Il padre di costui anche fedele, e perciò preso da Corrado Capece, avea venduto, per riscattarsi, alcuni beni dotali senza assentimento della moglie e de' figli, che or li voleano rivendicare. Ibid., fog. 368.

[46] Anon. chron. sic., pag. 147.

Nic. Speciale, lib. 1, cap. 4.

[47] Lib. 7, cap. 61.

[48] _Quod Siculis placuit, sola Sperlinga negavit_, ho inteso dire cento volte da quei che amano i motti latini. Il popolo con maggior vivezza suol dire solamente: «Sperlinga negò.» E questo proverbio parmi testimonianza istorica sì valevole da correggere gli scrittori contemporanei che tacquero il caso di Sperlinga; i nazionali per non perpetuare una memoria spiacevole, gli stranieri per non saperla. Il docum. XIII. mostra che alcuni soldati di Carlo si eran lungamente difesi nel castel di Sperlinga, il che sarebbe stato difficilissimo senza la volontà degli abitanti.

[49] Anon. chron. sic., pag. 147.

Nic. Speciale, lib. 1, cap. 4.

Saba Malaspina, cont., pag. 358 e 359.

[50] _Eriguntur in terris populares rectores, et capitanei fiunt in plebibus ad Gallicos persequendos, etc._ Malaspina, cont., pag. 336.

[51] Diploma del 3 aprile 1282, docum. IV.

Bart. de Neocastro, cap. 27, 37, 41.

Saba Malaspina, cont., pag. 356, ec.

[52] Annali genovesi, in Muratori, R. I. S., tom. VI, pag. 576. Ivi si legge: _Et missis sibi invicem nuntiis, conjuraverunt se ad invicem._

Saba Malaspina, cont, pag. 358.

Bolla di Martino IV, in Raynald, Ann. ecc., 1282, §§. 13 a 18. Per questa son disciolte le confederazioni per avventura fatte tra i comuni di Sicilia ribelli. È notevole che si parla sol di comuni di Sicilia, anche nelle ammonizioni a tornare all'ubbidienza, e nelle minacce di gastighi; quando il divieto d'aiutar questi ribelli è fatto largamente a principi, conti, baroni, e comuni esteri. Novella prova dell'indole tutta popolare della rivoluzione del vespro, e della condizione de' ribelli, che già si sapea a corte di Roma il 9 maggio, data della bolla.

D'Esclot, cap. 81, e Saba Malaspina, loc. cit., suppongono che le altre città di Sicilia avessero giurato ubbidienza al comune di Palermo. Tra quelle non fu per certo Messina: e i diplomi citati nel corso di questo capitolo, e tutte le altre autorità portano piuttosto a confederazione, che a dominio di Palermo. Forse l'avea di fatto, non di dritto, come prima nella rivoluzione, come antica capitale, e più forte di popolo.

[53] Troviam del nome di Lamanno o Alamanno molti uomini e di parte nostra e di parte angioina nelle memorie di questi tempi. Il docum. XIII mostra che un Alamanno era il castellano di Sperlinga assediata da' nostri, e un altro dello stesso nome tra i guerrieri del presidio. Un diploma del 9 febbraio 1278 dal r. archivio di Napoli, reg. 1268, A, fog. 63, a t., è indirizzato a Guidone di Alemania giustiziere di Capitanata. Un Bertoldo Alemanno si legge tra i guerrieri di Messina fatti prigioni nel combattimento di Milazzo a 12 giugno 1282, veg. il capitolo seguente. Raimondo Alemanno nel 1287 fu con Giacomo all'assedio di Agosta, veg. il cap. 13.

Per altro è probabile ch'esistessero diverse famiglie di tal cognome, preso, com'era solito in que' tempi, dalla patria di questo o quell'altro Alemanno che veniva ad abitare in Italia.

[54] Saba Malaspina, cont., pag. 358.

[55] Dal Surita, Annali d'Aragona, lib. 4, cap. 18, sappiamo che Bartolomeo de Neocastro, in una sua storia in versi, riferiva essere stati dal parlamento generale che si tenne in Messina, eletti sei uomini al governo provvisionale dell'isola in questo tempo. Gli altri storici non ne fanno motto; nè lo stesso Bartolomeo nella sua cronaca in prosa. Indi non mi è parso per questo sol barlume allontanarmi dalle altre memorie tutte. Forse Neocastro mal espresse l'uficio de' capitani delle province; forse Surita mal comprese quel gergo latino, che se è oscuro in prosa, peggio dovea invilupparsi in poesia. Chi ami più minuti ragguagli di questo perduto poema o racconto, vegga il di Gregorio, Bibl. aragon., tom. I, pag. 11 e 12.

[56] Bart. de Neocastro, cap. 18.

Gio. Villani, lib. 7, cap. 63.

Giachetto Malespini, cap. 210.

[57] Bart. de Neocastro, cap. 50.

[58] Diploma del ..... 1282 dal tabularlo della chiesa di Messina ne' Mss. della Bibl. com. di Palermo, Q. q. II. 4, fog. 117. Questo è dato certo di luglio o agosto, perchè vi si legge il nome di Alaimo capitano della città, e la decima Ind. Vi son contrassegnati come testimoni Gualtiero da Caltagirone, Bonamico, Natale Ansalone, e altri nomi noti in queste istorie.

[59] I parlamenti tenuti in Palermo si son citati sopra, e un altro se ne leggerà nei capitoli seguenti. Quel che deliberò gli appresti alla difesa fu tenuto in Messina, come si può congetturare da un luogo di Saba Malaspina citato qui appresso; e da un altro della perduta istoria in versi di Bartolomeo de Neocastro, del quale fa menzione Surita, negli Annali d'Aragona, lib. 4, cap. 18.

[60] Saba Malaspina, cont., pag. 359 e 360.

[61] Diploma del 15 agosto 1282, recato dal Gallo, Annali di Messina, tom. II, pag. 131.

Atto del 10 maggio 1282, cavato dal tabulario della chiesa di Messina, ne' Mss. della Bibl. com. di Palermo, Q. q. H. 4, fog. 116.

Diploma del..... 1282, ibid., fog. 117.

Fors'anco si scrisse negli atti l'anno primo della repubblica, seguendo l'uso della corte di Roma e di tutti gli altri principati del tempo, ove si notava la indizione e l'anno del principe, e anche talvolta del feudatario, piuttosto che l'anno dell'era volgare.

[62] Paradiso, canto 6.

[63] Veggasi l'appendice.

CAPITOLO VII.

Dolore e rabbia di Carlo all'annunzio della rivoluzione. Ordina la passata in Sicilia, con l'esercito disposto alla guerra di Grecia. Bolla del papa contro i ribelli; risposta loro, e legazione del cardinal Gherardo da Parma. Preparamenti di Carlo, e de' Messinesi. Rotta dei nostri a Milazzo. Sbarco di re Carlo. Principî dell'assedio. Pratiche del cardinale entrato in Messina. Assalti minori. Stormo generale contro la città. Respinti i Francesi. Tentata la fede d'Alaimo capitano del popolo di Messina. Aprile a settembre 1282.

A corte del papa, ebbe Carlo dall'arcivescovo di Morreale l'annunzio della siciliana strage; che il colpì di presentimento di ruina, e fè nascere in quel superbissimo animo, prima dell'ira stessa, una disperata rassegnazione; ond'ei si volse tutto umile al cielo, e fù udito pregare: «Sire Iddio! dappoi t'è piaciuto farmi avversa la mia fortuna, piacciati che il mio calare sia a petitti passi[1].» Sopraccorse ansando a Napoli; e trovate le nuove del progredimento della ribellione, diessi a furor bestiale, senza serbar contegno alcuno di re. A gran passo misurava le stanze; forsennato, muto, torvo agli sguardi, rodendo un bastone come cane in rabbia; finchè prese a sfogarsi in parole: andrebbe, sì, gli parea mill'anni, andrebbe in Sicilia a schiantar città, a bruciar contadi, a sterminare con orrendi supplizi tutta la ribalda generazione; lascerebbe quello scoglio spopolato, ignudo, esempio della giustizia d'un re, terrore alle età più lontane. E i Siciliani, certo innocenti, ch'erano in Napoli per cagion di commerci, furon costretti a nascondersi o fuggire. Intanto {147} egli mettea insieme i soldati scritti per l'impresa di Grecia; facea rassegne, esortava, preparava, e attendea impazientissimo gli altri avvisi; che tutti furon sinistri, finchè venne quell'ultimo della rivoluzione di Messina, che il fece prorompere a nuovi eccessi di rabbia[2]; ma nel fondo del cuore, l'agghiacciò. Spacciò incontanente al re di Francia, dettata certo da lui stesso, una lettera che mal cela l'animo sconfortato e abbattuto: essere rivoltata la Sicilia; sovrastar grandi mali se non vi si correa con grosso esercito; piacesse al re di Francia mandar subito cinquecento uomini d'arme col conte d'Artois, o altro valente capitano, e fornir le spese, delle quali sarebbe ristorato senza ritardo[3].