La Guerra Del Vespro Siciliano Vol 1 Un Periodo Delle Storie Si
Chapter 12
Le leggi dell'imperator Federigo II, contro le eresie portano una ventina di nomi diversi d'eretici; tra i quali v'hanno i paterini. In un diploma suo dato di Padova il 22 febbraio duodecima ind. si spiega così l'origine di quel nome di paterini: _Horum sectæ veteribus vel ne in publicum prodeant non sunt notatæ nominibus, vel quod est forte nefandius, non contentu, ut vel ab Arrio Arriani, vel a Nestorio Nestoriani, aut a similibus similes nuncupantur; sed in exemplum martyrum qui pro fide catholica martiria subierunt, Patarenos se nominant, velut expositos passioni_. In Luca Wadding, Ann. Minorum, tom. III, p. 340, §. 13.
[75] Dante Alighieri, De Vulgari Eloquio, lib. 1, cap. 12.
[76] Nic. Speciale, lib. 1, cap. 3.
[77] Bart. de Neocastro, cap. 13.
Nic. Speciale, lib. 1, cap. 3.
[78] Nic. Speciale, lib. 1, cap. 2 e 4.
Epistola de' Siciliani a papa Martino, nell'Anonymi Chr. sic., cap. 40, l. c.
Bart. de Neocastro, cap. 13.
Docum. VII.
[79] Vita di Martino IV, in Muratori, R. I. S., T. III, pag. 609.
Mss. della vittoria di Carlo d'Angiò, in Duchesne, Hist. fr. script., tom. V, pag. 851.
Cron. del Mon. di S. Bertino, in Martene e Durand, Thes. Anecd. tom. III, pag. 762.
Francesco Pipino, Chron. lib. 4, cap. 29, in Muratori, R. I. S., tom. IX.
CAPITOLO VI.
Nuovi oltraggi de' Francesi in Palermo. Festa a Santo Spirito il dì 31 marzo: sommossa: eccidio feroce per la città. Gridasi la repubblica. Sollevazione di altre terre. Adunanza in Palermo, e partiti gagliardi che prende. Lettere de' Palermitani ai Messinesi, i quali seguon la rivoluzione. Ordini pubblici con che si regge la Sicilia, e si prepara alla difesa. Opinione sulla causa prossima di questa rivoluzione.--Marzo a giugno 1282.
I Siciliani maledissero e sopportarono infino a primavera del milledugentottantadue. Nè gli appresti di guerra in Ispagna si vedean forniti; nè in Sicilia, se alcun era che li sapesse, potea aver luogo a prossime speranze. Stavan sul collo al popolo gli smisurati armamenti di re Carlo contro Costantinopoli: l'isola imbrigliavano da quarantadue castelli regi, posti o in luoghi foltissimi, o nelle città maggiori[1], e più numero che ne teneano i feudatari francesi[2]: raccolti e in sull'arme gli stanziali: pronte a ragunarsi a ogni cenno le milizie baronali, ch'erano in parte di suffeudatari stranieri. E in tal condizione di cose, che i savi meditando e antiveggendo non avrebbero eletto giammai ad un movimento, gli officiali di Carlo prometteansi perpetua la pazienza, e continuavano a flagellare il sicilian popolo.
La pasqua di resurrezione fu amarissima per nuovi oltraggi in Palermo; capitale antica del regno, che gli stranieri odiarono sopra ogni altra città, come più ingiuriata e {115} più forte. Sedeva in Messina Erberto d'Orléans vicario del re nell'isola: il giustiziere di val di Mazzara governava Palermo; ed era questi Giovanni di San Remigio, ministro degno di Carlo. I suoi officiali, degni del giustiziere e del principe, testè s'erano sciolti a nuova stretta di rapine e di violenze[3]. Ma il popolo sopportava. E avvenne che cittadini di Palermo, cercando conforto in Dio dalle mondane tribolazioni, entrati in un tempio a pregare, nel tempio, nei dì sacri alla passione di Cristo, tra i riti di penitenza e di pace, trovarono più crudeli oltraggi. Gli scherani del fisco adocchian tra loro i debitori delle tasse; strappanli a forza dal sacro luogo; ammanettati li traggono al carcere, ingiuriosamente gridando in faccia all'accorrente moltitudine: «Pagate, paterini, pagate.» E il popolo sopportava[4]. Il martedì appresso la pasqua, cadde esso a dì trentuno marzo[5], una festa si celebrò nella chiesa di Santo Spirito. Allora brutto oltraggio a libertà fu principio; il popolo stancossi di sopportare. Del memorabil evento or narreremo quanto gli storici più degni di fede n'han tramandato.
A mezzo miglio dalle australi mura della città, sul ciglion del burrone d'Oreto, è sacro al Divino Spirito un tempio[6]; del quale i latini padri non lascerebber di notare, come il dì che sen gittava la prima pietra, nel secol dodicesimo, per ecclisse oscuravasi il sole. Dall'una banda {116} il dirupo e il fiume; dall'altra corre infino a città la pianura, la quale in oggi ingombrasi per gran tratto di muri e d'orti, e un chiuso, negro di cipressi, tutto scavato di tombe, e sparso d'urne e di lapidi rinserra la chiesa con giusto spazio in quadro; cimitero pubblico, che si costruì al cader del decimottavo secolo, e la dira pestilenza del milleottocentotrentasette, esiziale a Sicilia, in tre settimane orribilmente il colmò. Per questo allor lieto campo, fiorito di primavera, il martedì a vespro, per uso e religione, i cittadini alla chiesa traeano: ed eran frequenti le brigate; andavano, alzavan le mense, sedeano a crocchi, intrecciavano lor danze: fosse vizio o virtù di nostra natura, respiravan da' rei travagli un istante, allorchè i famigliari del giustiziere apparvero, e un ribrezzo strinse tutti gli animi. Con l'usato piglio veniano gli stranieri a mantenere, dicean essi, la pace. A ciò mischiavansi nelle brigate, entravano nelle danze, abbordavan dimesticamente le donne: e qui una stretta di mano; e qui trapassi altri di licenza; alle più lontane, parole e disdicevoli gesti. Onde chi pacatamente ammonilli se n'andasser con Dio senza far villania alle donne, e chi brontolò; ma i rissosi giovani alzaron la voce sì fieri, che i sergenti dicean tra loro: «Armati son questi paterini ribaldi, ch'osan rispondere»; e però rimbeccarono ai nostri più atroci ingiurie; vollero per dispetto frugarli indosso se portasser arme; altri diede con bastoni o nerbi ad alcun cittadino. Già d'ambo i lati battean forte i cuori. In questo una giovane di rara bellezza, di nobil portamento e modesto[7], con lo sposo, coi congiunti avviavasi al tempio. Droetto francese, per onta {117} o licenza, a lei si fa come a richiedere d'armi nascose; e le dà di piglio; le cerca il petto. Svenuta cadde in braccio allo sposo; lo sposo, soffocato di rabbia: «Oh muoiano, urlò, muoiano una volta questi Francesi!» Ed ecco dalla folla che già traea, s'avventa un giovane; afferra Droetto; il disarma; il trafigge; ei medesimo forse cade ucciso al momento, restando ignoto il suo nome, e l'essere, e se amor dell'ingiuriata donna, impeto di nobil animo, o altissimo pensiero il movessero a dar via così al riscatto. I forti esempi, più che ragione o parola, i popoli infiammano. Si destaron quegli schiavi del lungo servaggio: «Muoiano, muoiano i Francesi!» gridarono; e 'l grido, come voce di Dio, dicon le istorie de' tempi, eccheggiò, per tutta la campagna, penetrò tutti i cuori. Cadono su Droetto vittime dell'una e dell'altra gente: e la moltitudine si scompiglia, si spande, si serra; i nostri con sassi, bastoni, e coltelli disperatamente abbaruffavansi con gli armati da capo a piè; cercavanli; incalzavanli; e seguiano orribili casi tra gli apparecchi festivi, e le rovesciate mense macchiate di sangue. La forza del popolo spiegossi, e soperchiò. Breve indi la zuffa; grossa la strage de' nostri: ma eran dugento i Francesi, e ne cadder dugento[8].
Alla quieta città corrono i sollevati, sanguinosi, ansanti, squassando le rapite armi, gridando l'onta e la vendetta: {118} «Morte ai Francesi!» e qual ne trovano va a fil di spada. La vista, la parola, l'arcano linguaggio delle passioni, sommossero in un istante il popol tutto. Nel bollor del tumulto fecero, o si fece dassè condottiero, Ruggier Mastrangelo, nobil uomo: e il popolo ingrossava; spartito a stuoli, stormeggiava per le contrade, spezzava porte, frugava ogni angolo, ogni latebra: «Morte ai Francesi!» e percuotonli, e squarcianli; e chi non arriva a ferire, schiamazza ed applaude. S'era il giustiziere a tal subito romore chiuso nel forte palagio: e in un momento, chiamandolo a morte, una rabbiosa moltitudine circonda il palagio; abbatte i ripari; infellonita irrompe: ma il giustiziere le sfuggì, che ferito in volto, tra le cadenti tenebre e 'l trambusto, inosservato montando a cavallo con due famigliari soli, rapidissimo s'involò. Intanto per ogni luogo infuriava la strage; nè posò per la notte soppraggiunta; e rincrudì la dimane; e l'ultrice rabbia non pure si spense, ma il sangue nemico fu che mancolle[9]. Duemila Francesi furono morti in quel primo scoppio[10]. Negossi ai lor cadaveri la sepoltura de' battezzati[11]; ma poi si scavò qualche carnaio ai miserandi avanzi[12]; e la tradizione ci addita la colonna sormontata di ferrea croce[13], che pose in un di quei luoghi la pietà cristiana, forse assai dopo il tempo della {119} vendetta. Narra la tradizione ancora, che il suon d'una voce fu la dura prova onde scerneansi in quel macello i Francesi, come lo _shibbolet_ tra le ebree tribù; e che se avveniasi nel popolo uom sospetto o mal noto, sforzavamo col ferro alla gola a profferir _ciciri_, e al sibilo dell'accento straniero spacciavanlo. Immemori di sè medesimi, e come percossi dal fato gli animosi guerrieri di Francia non fuggiano, non adunavansi, non combatteano; snudate le spade, porgeanle agli assalitori, ciascuno a gara chiedendo: «Me, me primo uccidete»; sì che d'un gregario solo si narra, che ascoso sotto un assito, e snidato coi brandi, deliberato a non morir senza vendetta, con atroce grido si scagliasse tra la turba de' nostri disperatamente, e tre n'uccidesse pria di cader egli trafitto[14]. Nei conventi dei minori e dei predicatori irruppero i sollevati; quanti frati conobber francesi trucidarono[15]. Gli altari non furono asilo: prego o pianto non valse; non a vecchi si perdonò, non a bambini, nè a donne. I vendicatori spietati dello spietato eccidio d'Agosta, gridavano che spegnerebber tutta semenza francese in Sicilia; e la promessa orrendamente scioglieano scannando i lattanti su i petti alle madri, e le madri da poi, e non risparmiando le incinte: ma alle siciliane gravide di Francesi, con atroce misura di supplizio, spararono il corpo, e scerparonne, e sfracellaron miseramente a' sassi il frutto di quel mescolamento di sangui d'oppressori e d'oppressi[16]. Questa carnificina di tutti gli uomini d'una {120} favella, questi esecrabili atti di crudeltà, fean registrare il vespro siciliano tra i più strepitosi misfatti di popolo: che vasto è il volume, e tutte le nazioni scrisservi orribilità della medesima stampa e peggiori; le nazioni or più civili, e nei tempi di gentilezza, e non solo vendicandosi in libertà, non solo contro stranieri tiranni, ma per insanir di setta religiosa o civile, ma ne' concittadini, ma ne' fratelli, ma in moltitudine tanta d'innocenti, che spegneano quasi popoli interi. Ond'io non vergogno, no di mia gente alla rimembranza del vespro, ma la dura necessità piango che avea spinto la Sicilia agli estremi; insanguinata coi supplizi, consunta dalla fame, calpestata e ingiuriata nelle cose più care; e sì piango la natura di quest'uom ragionante e plasmato a somiglianza di Dio, che d'ogni altrui comodo ha sete ardentissima, che d'ogni altrui passione è tiranno, pronto ai torti, rabido alla vendetta, sciolto in ciò d'ogni freno quando trova alcuna sembianza di virtù che lo scolpi; sì come avviene in ogni parteggiare, di famiglia, d'amistà, d'ordine, di nazione, d'opinion civile o religiosa.
La ferocità del vespro, togliendo ai mezzani partiti ogni via, fu pur salute a Sicilia. Quella insanguinata notte medesima del trentuno marzo, tra la superbia della vendetta, e lo spavento del proprio audacissimo fatto, il popolo di Palermo adunato a parlamento si slancia di lunga più innanti: disdice il nome regio per sempre: statuisce di reggersi a comune, sotto la protezion della romana Chiesa. Alla quale deliberazione il mosse quel mortalissim'odio {121} contro re Carlo e suoi governi; e la rimembranza del duro fren degli Svevi; e per lo contrario quella sì gradita della libertà del cinquantaquattro; e l'esempio delle toscane e lombarde repubbliche; e il rigoglio di possente cittade, che infranto da sè stessa il giogo, nella propria virtù s'affida. Il nome della Chiesa s'aggiunse a disarmar l'ira papale, o piuttosto a tentar l'ambizione, o ad onestar la ribellione sotto specie che scacciando il pessimo signore immediato, non si violasse lealtà al sovrano onde quegli teneva il regno. Ruggier Mastrangelo, Arrigo Barresi, Niccoloso d'Ortoleva cavalieri, e Niccolò di Ebdemonia, furono gridati capitani del popolo, con cinque consiglieri[17]. Al {122} baglior delle faci, sul terreno insanguinato, tra una romoreggiante calca d'armati, con la sublime pompa del tumulto s'inaugurò il repubblican magistrato; e i suonatori dìer nelle trombe e nei moreschi taballi; e migliaia di voci gioiosamente gridarono «Buono stato e libertà!» L'antico vessillo della città, l'aquila d'oro in campo rosso, a nuova gloria fu spiegato; e ad ossequio della Chiesa v'inquartaron le chiavi[18].
A mezza notte Giovanni di San Remigio si restò dalla rapida fuga a Vicari[19], castello a trenta miglia dalla capitale; dove a fretta e furia picchiando, la gente del presidio avvinazzata nelle medesime feste che avean partorito tanta strage in Palermo, a stento riconobbelo; e ammettendolo, stralunava a veder il giustiziere fuor di lena, insanguinato, senza stuolo, a tal'ora venirne. Tacque allor Giovanni: la mattina a dì appellava alle armi i Francesi tutti de' contorni, agguerrita gente, e vera milizia feudale; e, rotto il silenzio, confortavali a scansare e vendicar forse il fato dei lor compagni. Ed ecco l'oste di Palermo, che a cercar del fuggente s'era mossa co' primi albori, entrata sulla traccia, a gran passo a Vicari giugne. Accerchiò confusamente la terra: bruciava di slanciarsi, e non sapea veder modo all'assalto: perciò diessi a minacciare, e intimar la resa; profferendo salve le persone, e che Giovanni e sua gente, poste giù le armi potessero imbarcasi per Acquamorta di Provenza. Essi sdegnando tai patti, e spregiando l'assaltante bordaglia, fanno impeto in una sortita. E al primo {123} l'arte soldatesca vincea; e sparpagliavansi i nostri: se non che entrò nella battaglia una potenza maggiore dell'arte, il furor del vespro, rinfiammatosi a un tratto nelle sparse turbe, che arrestansi, guardansi in viso: «Morte ai Francesi, morte ai Francesi!» e affrontatili con urto irresistibile, rincacciano nella rocca laceri e sgarati i vecchi guerrieri. Vana prova indi fu de' Francesi a riparlar d'accordo. Sconoscendo tutta ragion di guerra, i giovani arcadori di Caccamo saettarono il giustiziere affacciatosi dalle mura; e lui caduto, avventossi la gente tutta all'assalto; occuparon la fortezza; trucidarono tutti i soldati; i cadaveri gittarono in pezzi ai cani e agli avvoltoi. Tornossi l'oste in Palermo[20].
Intanto volando strepitosa la fama di terra in terra, fu prima in que' contorni Corleone a levarsi, come principale di popolazione e importanza, e anco per cagion de' molti lombardi nimici al nome angioino e guelfo[21], e degli insoffribili aggravî che le avea portato la vicinanza de' poderi del re. Questa città, soprannominata poi l'animosa, gittandosi certo con grande animo appresso alla capitale, mandavale oratori Guglielmo Basso, Guglielmo Corto, e Guigliono de Miraldo, ad offrir patti di unione, fedeltà e fratellanza tra le due cittadi; scambievole aiuto con arme, persone, e danaro; reciprocità de' privilegi di cittadinanza, e della franchigia di tutte gravezze poste su i non cittadini. Ignoriamo or noi se venne da' reggitori repubblicani di Palermo o dai patriotti di Corleone il pensiero della lega, ma a chiunque si debba, esso per certo dà a veder preponderante in que' primi principî l'elemento municipale, e sostituito alla connessione feudale il legame federale {124} de' comuni, che fu il vessillo sotto il quale la rivoluzione del vespro occupò tutta l'isola. Convocato il popol di Palermo, assente a una voce que' patti; e per suo comando, i capitani e 'l consiglio della città giuranti sul vangelo co' legati di Corleone a dì tre aprile, e stendonsi in forma d'atto pubblico[22]; promettendo anco Palermo aiutar l'amica città alla distruzione del fortissimo castel di Calatamauro[23]. Intanto un Bonifazio eletto capitan del popolo di Corleone, con tremila uomini uscì a battere il paese d'intorno: dove fur messi a ruba e a distruzione i poderi del re; domati all'uopo della siciliana rivoluzione gli armenti che si nudriano con tanta cura per l'esercito d'Oriente; espugnate le castella dei Francesi; saccheggiate le case; e tanto spietata corse la strage, che al dir di Saba Malaspina, parea ch'ogni uomo avesse a vendicar la morte d'un padre, d'un fratello o d'un figlio; o fermamente credesse far cosa grata a Dio a scannare un Francese[24]. Così {125} propagavasi in pochissimi dì il movimento per molte miglia all'intorno, da medesimità di umori, prepotenza d'esempio, e vigor de' sollevati. Ebbe pure in parecchi luoghi una sembianza, che inesplicabile sarebbe a chi volesse non ostante il detto di sopra trovar ordimento e cospirazione in codesti tumulti. Perchè le popolazioni di gran volontà mettevano al taglio della spada gli stranieri, ma dubbiavan poi a disdire il nome di re Carlo[25]. Per altro pochi giorni tentennarono, che le rapì quell'una comun passione, e la forza dei ribelli: onde a mano a mano chiarironsi anch'esse, scelsero i condottieri di loro forze a combattere i Francesi, scelsero lor capitani di popolo; e questi alla capitale inviarono, la cui riputazione le avea fatto sì audaci, e tutte in essa or affidavansi e speravano[26].
Raccolto in Palermo questo nocciol primo dei rappresentanti della nazione, ispirolli quel valor medesimo onde in una breve notte erasi innalzato a grandezza di rivoluzione il tumulto palermitano. Rincoravanli col brio dei maschi petti la plebe, mescolata de' sollevati di tutte le altre terre, che discorrea la città raccontando impetuosamente d'uno in uno i durati oltraggi e la vendetta, e alto gridando: «Morte pria che servire a' Francesi.» Onde appena congregato il parlamento de' sindichi della più parte di val di Mazzara, assentiva il reggimento a repubblica sotto il nome della Chiesa, «Evviva, romoreggiava il popolo interno, evviva! libertà e buono stato;» e tutti ad osar tutto accendeansi, quando Ruggier Mastrangelo, a rapirseli sì innanzi che potesser dominare gli eventi, risoluto sorgeva ad orare in questa sentenza:
«Forti parole, terribili sagramenti ascolto, o cittadini, ma all'operare niun pensa, come se questo sangue che si versò, compimento fosse di vittoria, non provocazione a {126} lotta lunga, mortale! E Carlo, il conoscete voi, e i manigoldi suoi mille, e vi trastullate a dipingere insegne! Lì in terraferma le genti, le navi pronte alla guerra di Grecia; lì brucian di vendetta i Francesi; entro pochi dì su noi piomberanno. Trovin porti schiusi allo sbarco; trovin l'aiuto de' nostri vizi; ed ecco che si spargono per la Sicilia; gl'incerti popoli sforzano con l'arme; ingannanli co' nostri odî malnati; seduconli a promesse; li strascinano a tutt'obbrobrio di servitù, e a impugnar contro noi l'armi parricide. Libertà o morte or giuraste; e schiavitù avrete, e non tutti avrete la morte: chè stanchi alfine i carnefici, serbano a lor voglie il gregge de' vivi. Siciliani! ai tempi di Corradino pensate. Sterminio ne sarà lo starci; l'oprare, gloria e salvezza. Col nerbo di nostre forze, bastiamo a levar tutto infino a Messina il paese; e Messina or no, non sarà dello straniero: comuni abbiano legnaggio, e favella, e glorie passate, e ignominia presente, e coscienza che la tirannide e la miseria delle divisioni son frutto. Insanguinata la Sicilia tutta nelle vene degli stranieri; forte nel cuor dei suoi figli, nell'asprezza de' monti, nella difesa de' mari, chi fia che vi ponga pie' e non trovi aperta la fossa? Il Cristo che bandìa libertà agli umani, ei che ispirovvi questo santo riscatto, ei vi stende il braccio onnipossente se da uomini or voi vi aiutate. Cittadini, capitani dei popoli, io penso che per messaggi si richieggan tutte le altre terre di collegarsi con esso noi nel buono stato comune: che con le armi, con la celerità, con l'ardire s'aiutino i deboli, si rapiscano i dubbiosi, combattansi i protervi. A ciò spartiti in tre schiere corriam l'isola tutta a una volta. Un parlamento generale maturi i consigli poi, unisca le volontà, e decreti gli ordini pubblici; chè Palermo, ne attesto Iddio, Palermo non sogna dominio; ma la comun libertà cerca, e per sè l'onor solo de' primi perigli.»
«E il popolo di Corleone, ripigliò Bonifazio, seguirà {127} le sorti di questa generosa città, della Sicilia ornamento e presidio. Tremila suoi prodi Corleone qui manda, a vincere o morir con voi. Sì, ma se morir dovremo, cada insieme chiunque patteggi per lo straniero nell'ora del sicilian riscatto. Ruggiero, animoso tu nella pugna, savio tu nel consiglio, la parola di salvezza parlavi. Orsù tradisce la patria chi tarda; prendiamo l'armi, ed andiamo.[27]»
«Andiamo andiamo!» risposegli tonante la voce del popolo[28]: e con meravigliosa prestezza cavalcarono i corrieri, s'adunarono gli armati, e in tre schiere spediti mossero. L'una a manca ver Cefalù, l'altra a dritta su Calatafimi prese la via, la terza s'addentrò nel cuor dell'isola per Castrogiovanni[29]: e le insegne spiegavano del comune, con le chiavi della Chiesa dipinte intorno intorno; e la fama precorreale, e il desio degli animi. Indi senza contrasto ogni terra disdisse il nome di re Carlo; con una concordia bella, se non era anco nello spargimento del sangue francese. A' Francesi dieron la caccia per monti e selve; li oppugnarono ne' castelli; perseguitaronli in cento guise, con tal rabbia che ai campati dalle mani dei nostri venne in odio la vita, e dalle più munite rocche, dagli asili più riposti si dier nelle mani del popolo che chiamavali a morte; taluno dall'alto di una torre si lanciò. In qualche luogo per vero furono, per virtù loro o fortuna, {128} scacciati soltanto, spogli sì d'ogni cosa; e rifuggiansi questi a Messina[30]. Ma avrà eterna fama il caso di Guglielmo Porcelet, feudatario o governatore di Calatafimi, stato giusto ed umano tra lo iniquo sfrenamento de' suoi. Nell'ora della vendetta e nei primi impeti, giunta a Calatafimi l'oste di Palermo, non che perdonar la vita a Guglielmo e ai suoi, lo confortò e onorò molto, e rimandollo in Provenza: il che mostri come il popolo degli eccessi suoi n'ha ben d'onde[31].