La Guerra Del Vespro Siciliano Vol 1 Un Periodo Delle Storie Si

Chapter 11

Chapter 113,584 wordsPublic domain

Carlo venne in Italia, e per ammenda Vittima fe' di Corradino, e poi Ripinse al ciel Tommaso per ammenda. DANTE, _Purg_., c. 20.

e il comento di Benvenuto da Imola, che accredita il sospetto dell'avvelenamento. Io l'ho posto in dubbio, non trovando noverato questo tra i misfatti di Carlo dagli scrittori che non glien'avrebbero perdonato punto, come sono il Neocastro, lo Speciale, Montaner, D'Esclot. Ma dall'altro canto la innocenza non mi par dimostrata sì netta, come crede il cav. Froussard nella dissertazione su Pietro Glannone, e 'l regno di questo Carlo I.--Atti dell'Academia di Lucca, tom. VIII.--Il sig. Froussard si lascia trasportar dalla gloria militare di Carlo, fino a scagionarlo de' vizi suoi più noti. Chiama ambizioso e superbo, ma non crudele, colui che facea mozzare i piè a' disertori, arder vivi i presi in battaglia, e marchiar colla moneta rovente gli accorti cittadini che non passassero al valor edittale i suoi carlini d'oro. Nel modo stesso siamo assai lontani dell'accettare l'apologia del Froussard per la iniqua condannagione di Corradino.

[15] De regimine principum ad regem Cypri, san Tommaso d'Aquino, opusc. 20, nel tom. XVII della ediz. Venezia, 1593.

[16] Muratori, Gibbon, Raynald, loc. cit.

[17] Saba Malaspina, cont., p. 336 e 337.

[18] Saba Malaspina, cont., pag. 336.

Mss. della vittoria di Carlo I di Angiò, pubblicato in Duchesne, Hist. Franc. Script., tom. V, pag. 850.

Joannes Iperius, Chron. monast. S. Bertini, in Martene e Durand, Thes. Anecd., tom. III, p. 754.

D'Esclot, cap. 64.

Raynald, Ann. ecc. 1272, §. 19, e 1277, §. 16.

Giannone, Ist. civ., lib. 20, cap. 2.

E i diplomi citati nel catalogo delle pergamene del r. archivio di Napoli, tom. I, pag. 137, con la nota di monsig. Scotto; e tom. II, pag. 151 e 225.

Tra questi son da notarsi il diploma del 26 dicembre 1294, alla citata pag. 151, per pagamento di once 800 all'anno a questa Maria, _dicte quondam domicelle de Hierusalem_; e l'altro del 21 agosto 1292, dal quale si ricava, con un certo divario dall'attestato de' cronisti, che il primo accordo con Carlo d'Angiò s'era fatto per 400 lire tornesi e 10,000 bizantini saraceni d'oro all'anno; che la corte di Napoli tardò i pagamenti; che Maria n'ebbe ricorso al papa; e che così si prese una via di mezzo a pagarla, con molto suo discapito.

[19] Saba Malaspina, cont., pag. 337.

[20] Il suo nome anzi di salire al pontificato, era Giovanni Gaetani di casa Orsina.

E veramente fui figliol dell'Orsa, Cupido sí per avanzar gli Orsatti, Che su l'avere, e qui me misi in borsa. DANTE, _Inf_., c. 19.

[21] Muratori, Ann. d'Italia, 1277 a 1280.

Raynald, Ann. ecc., 1277 a 1280.

Saba Malaspina, cont., pag. 338.

[22] D'Esclot, cap. 64.

Questa impresa d'Acri ci attestan anco moltissimi diplomi del r. archivio di Napoli, dati a 3, 4, 12 e 28 febbraio 1278, e molti in marzo, aprile, maggio, giugno, luglio e agosto seguenti: registro segnato 1268, A, fog. 136, 138, 71 a t. 130, 141, 142, 78, 84, 144 a t. 135 a t. 85, 86, 87, 99, 100, 165. Ma resta in dubbio se tutti quegli armamenti, dei quali non è espresso lo scopo, fosser volti alla impresa di Siria, o se parte si volea serbare alla custodia di Sicilia e di Puglia; su di che veggasi il seguito di questo medesimo capitolo.

[23] Ricordano Malespini, cap. 204.

Gio. Villani, lib. 7, cap. 54.

Cronaca sic. della cospirazione di Procida, in di Gregorio, Bibl. arag. tom. I, pag. 254.

[24] Da tutti gli storici contemporanei, e meglio dai fatti si ritrae ciò manifestamente.

Si ricordino ancora i versi di Dante:

Però ti sta che tu se' ben punito, E guarda ben la mal tolta moneta Ch'esser ti fece contro Carlo ardito. _Inf_., c. 19.

[25] Saba Malaspina, cont., pag. 339.

[26] Credeasi allora che i figli maschi di Manfredi fossero morti, perchè Carlo d'Angiò li tenea in carcere, forse con grandissimo segreto, accreditando la voce della morte, per toglier qualunque speranza ai partigiani di casa sveva. I figli di Manfredi eran bambini quando Carlo prese il regno; nè egli si volle bruttare di quattro assassinî di tal sorta, d'altronde non utili, e ben suppliti da una prigionia segretissima e sepolcrale. Così gli storici contemporanei portano spenta la discendenza maschile di Manfredi, e sol di lui rimasa Costanza, e la seguente sorella Beatrice, che fu liberata nel 1284 per la vittoria dell'armata siciliana nel golfo di Napoli. La diplomatica, la quale sovente corregge le tradizioni istoriche, ci ha mostrato che vivessero a lungo dopo la morte di Manfredi i suoi figliuoli Arrigo, Federigo ed Enzo. Alcuni istorici napoletani trassero dagli archivi di quel reame dei diplomi per gli alimenti che forniansi in carcere a quegli sventurati principi sotto il regno di Carlo II; e il Buscemi nella vita di Procida ne pubblicò uno dato di Melfi il 30 giugno settima Ind. (1294), nel quale, forse per errore di chi l'avea copiato da' registri di Napoli, l'ultimo de' giovanetti è chiamato Anselmo in vece di Enzo. Io mi sono avvenuto rifrustando que' registri in due documenti, che sembranmi più importanti perchè attestano che i detti principi vivessero insino al 1299, e che allora si ordinasse di escirli dalla prigione, e liberi mandarli a Carlo II con un cavaliere. Ciò avvenne al tempo che Giacomo di Aragona aiutava gli Angioini contro il fratello Federigo e i Siciliani, e appunto pochi giorni anzi la sua vittoria del Capo d'Orlando; talchè sarebbe da congetturarsi che il re di Napoli volle far cosa grata a Giacomo, ch'ei cercava in tutti i modi a tenersi amico ed ausiliare. Ma par che quest'atto di generosità tosto si fosse dileguato, e che fossero tornati in altra prigione i figli di Manfredi. Giacomo andò via da Napoli poco men che nemico: e Carlo non avrebbe osato turbare il governo di Federigo in Sicilia con questi altri pretendenti, che poteano ben sollevare contro di lui lo stesso reame di Napoli.

I due citati diplomi del 1299 leggonsi, Docum. XXIX e XXX.

[27] Ved. Surita, Ann. d'Aragona.

Blanca, Comment. rer. Aragon.

Mariana, Storia di Spagna.

Robertson, Vita di Carlo V. Introd. sez. 3, note 31, 32.

[28] Montaner, cap. 20, vivamente rappresenta che i re di Aragona viveano assai familiari co' loro sudditi, con giustizia ed affabilità. Ma in fatto sotto questo linguaggio accenna le libertà del paese, dicendo che ognuno era sicuro della proprietà e persona: e perciò «i Catalani e gli Aragonesi sono più alti di cuore, vedendosi così trattati a lor modo; e nessuno può esser valente uomo di guerra se non è alto di cuore.» Aggiugne, che ognuno a suo piacere fermava per via i re, e parlava ad essi, o li invitava a nozze, o desinari, e ch'essi sovente albergavano nelle case private.

[29] D'Esclot, cap. 68, 69, 70.

Geste de' conti di Barcellona, cap. 28, nella Marca Hispanica di Baluzio, ed. 1688.

[30] Montaner, cap. 10, 13, 14.

D'Esclot, cap. 65, 67, 74.

Geste de' conti di Barcellona, loc. cit.

[31] Bart. de Neocastro, cap. 16.

Veggansi anche, Montaner, cap. 37.

Saba Malaspina, cont., pag. 342.

Geste de' conti di Barcellona, cap. 28, loc. cit.

[32] Saba Malaspina, cont., pag. 340 a 342.

Per vero egli non scrive il nome di Corrado Lancia, ma solo di Loria e Procida, e, aggiugne, altri usciti italiani. Ma ritraendosi dal Montaner la grande riputazione di Corrado a corte d'Aragona per armi e consiglio appunto in questo tempo, non è dubbio che quel nobile siciliano avesse partecipato in tutti i disegni.

[33] Diploma negli archivi della corona aragonese, citato dal Quintana, Vidas de Españoles celebres, Paris, 1827, tom. I, pag. 93.

[34] Bart. de Neocastro, cap. 87.

Nel r. archivio di Napoli, reg. di Carlo II segnato 1291, A, fog. 88, si legge un diploma dato il dì 8, forse di gennaio 1275 o 1276, ch'è un attestato del servigio feudale prestato a Capua da Riccardo Loria per sè, Giacomo, Roberto, Ruggiero, e due donne tutti della stessa famiglia, che aveano diviso tra loro i castelli di Loria, Lagonessa e Castelluccio in Basilicata.

Ruggier Loria fu nipote di Guglielmo d'Amico, primo marito di Macalda Scaletta. Villabianca, Sicilia nobile, part. 2, lib. 3, pag. 528 e 529.

[35] Montaner, cap. 18, 19, 30, 31.

[36] Di Gregorio, Annotaz. alla Bibl. aragon., tom. 1, pag. 249 e 250.

Ved. altresì il Giannone, Ist. civ. e Buscemi. Vita di Giovanni di Procida, e i documenti da noi citati nel cap. XV, intorno i beni del Procida.

È noto il marmo della chiesa di Salerno, dato il 1260, pubblicato dal Summonte, e trascritto dal Gregorio, Bibl. arag., tom. I, pag. 249, dal quale si hanno i titoli di Giovanni di Procida, e ch'ei facesse costruire quel porto. Un altro pregevol monumento per Giovanni di Procida ha trovato il mio concittadino Francesco Saverio Cavallari, egregio artista, zelante e infaticabile nel ricercare, abilissimo nel delineare, e intelligente nello illustrare gli antichi monumenti d'arte, non solo per tutta la Sicilia, ma sì in parte della terraferma italiana. Nella cappella di san Matteo della cattedrale di Salerno, sotto la effigie del santo in mosaico, il nostro artista s'accorse di una picciola figura in ginocchio ch'ei ritrasse diligentemente, in pie' della quale si leggono questi due versi:

_Hoc studiis magnis fecit pia cura Johannis De Procida, dici meruitque gemma Salerni._

A' documenti fin qui pubblicati per dimostrare l'alto stato ch'ebbe Giovanni di Procida presso Manfredi, aggiugnerò la notizia d'un altro che si legge nel r. archivio di Napoli, reg. 1269, D, fog. 9. È un diploma di Carlo I dato il 22 giugno tredicesima Ind. (1270), nel quale se ne cita un di Manfredi del 25 agosto ottava Ind. (1265), dato per _Joannem de Procita_, e indirizzato a Risone Marra intorno l'uficio di maestro segreto e portulano di Sicilia. Questo diploma conferma che Giovanni fu cancelliere di re Manfredi.

[37] Ho veduto tra' Mss. della Biblioteca reale di Francia, nel volume segnato 6,069. V. un manoscritto latino del secolo XIV che porta il titolo: _Incipit liber philosophorum moralium antiquorum et dicta seu castigationes Sedechie, prout inferius continetur, quas transtulit de greco in latinum magister Johannes de Procida_. È una raccolta o compendio delle massime che correano sotto i nomi di Sedecia, Hermes, Omero, Solone, Pitagora, Diogene, Socrate, Platone, Aristotile, Alessandro, Tolomeo, Gregorio, ec., e finisce con un capitolo, intitolato _Sapientium dicta_. Io la credo piuttosto una compilazione che una traduzione. Il titolo di _magister_ mi accerta della identità della persona dell'autore col nostro G. di Procida, il quale non par che guadagni in fama letteraria quanto ha perduto in fama politica. È qui da ricordare qual fosse la corte di Federigo imperatore e di Manfredi. Federigo, educato fin dalla sua fanciullezza in Sicilia era perito negli idiomi tedesco, francese, latino, greco, arabo; poetò in volgare; amò gli studi filosofici; dettò un opuscolo di storia naturale; e promosse gli studi in tutta l'Italia. A lui forse si deve il pronto sviluppo della lingua illustre d'Italia. Manfredi fece alcune aggiunte al libro di Federigo, scrisse versi italiani, favorì molto i letterati e gli studi. Sul particolare delle lettere greche e dello studio de' filosofi greci, noi sappiamo che Bartolomeo di Messina per comando dell'imperatore voltò dal greco in latino l'etica d'Aristotile, e un libro su la cura de' cavalli, e che Moisè da Palermo nello stesso tempo scrisse una somigliante traduzione d'un libro d'Ippocrate. Veg. Tiraboschi, Stor. lett. d'Italia, tom. IV; di Gregorio, Discorsi. Dopo ciò si comprendrà più facilmente come Giovanni di Procida fosse avviato a questi studi; e senza dubbio si riferirà al ministro di Federigo, di Manfredi e di Pietro e Giacomo d'Aragona la citata raccolta di sentenze degli antichi filosofi.

[38] Petrarca, Itinerario Siriaco.

Gio. Villani, lib. 7, cap. 57.

Boccaccio, De casibus virorum illustrorum, lib. 9, cap. 19.

Veg. altresì il cominciamento della istoria anonima della cospirazione del Procida, tralasciato dal di Gregorio nella sua Biblioteca aragonese, che leggesi tra' citati Mss. della Bibliot. com. di Palermo, Q. q. e si trova pubblicato nell'opera di Buscemi, doc. n.4.

[39] Diploma del 29 gennaio 1270 per la inquisizione de' beni confiscati a una lunghissima lista di ribelli, tra i quali si legge Giovanni di Procida.

Diploma dato di Capua del 3 febbr. 1270, pel quale Carlo I die' un sussidio, su i confiscati beni dotali, a Landolfina moglie di Giovanni di Procida da Salerno, come non partecipe della colpa del marito, «il quale per alto tradimento commesso, come dicesi, contro la maestà nostra, allontanossi dal regno.» Questi diplomi cavati dal. r. archivio di Napoli conservatisi ne' Mss. della Bibliot. com. di Palermo, Q. q. F. 70, e sono stati pubblicati dal Buscemi, nella Vita di Procida, docum. 2 e 3.

Quantunque sembri favola che l'ingiuria alla moglie fosse cagione della fuga del Procida, non è improbabile che durante il suo esilio la moglie, per nome Landolfina di Fasanella, avesse dato ascolto allo amore di alcun barone della corte di Carlo; e che da ciò fosse nato quello episodio nel romanzo storico (tale io il credo) di Giovanni di Procida. Traggo questo concetto da tre diplomi: 1º. quello or ora citato del 3 febbraio 1270 pel sussidio a Landolfina; 2º. un altro della stessa data che le accordò salvocondotto e sicurezza a dimorare in Salerno, che leggesi in fine della presente opera, docum. I; 3º. un altro che fe' pagar dall'erario regio once cento prestate a Landolfina da un Caracciolo, che è citato ne' Discorsi di don Ferrante della Marra, Napoli, 1641, pag. 154, ed è tratto come i precedenti dal. r. archivio di Napoli, reg. segnato 1269, C, dove quelli si leggono a fog. 118 e 214, e questo a fog. 211.

[40] Surita, Ann. d'Aragona, lib. 4, cap. 13.

[41] Saba Malaspina, cont., pag 340 a 342.

[42] Montaner, cap. 37, 44.

[43] Montaner, cap. 40.

Bernardo d'Esclot, cap. 76.

[44] D'Esclot, loc. cit.

Montaner, cap. 38, 39.

Geste de' conti di Barcellona, cap. 28, loc. cit.

[45] Montaner, cap. 38, 42. L'asserzione contraria si legge in un manifesto di re Carlo I recato da Muratori, Ant. Ital. Dissert. 39, tom. III, pag. 650; e ve n'ha un cenno nel Memoriale dei podestà di Reggio, Muratori, R. I. S., tom. VIII, p. 1155.

[46] Montaner, cap. 36.

[47] Ibid., cap. 41.

Veggansi ancora per questi particolari Bart. de Neocastro, cap. 16; Cron. del mon. di S. Bertino; Surita, Ann. d'Aragona, ec.

[48] Alcuni han creduto legger questo nei versi di Dante:

E guarda ben la mal tolta moneta, ec. _Inf._, c. 19.

Nell'appendice, io tento d'accostarmi ad una migliore spiegazione di questo luogo della Divina Commedia.

[49] Gio. Villani, lib. 7, cap. 57, 59, 60.

Ricordano Malespini, cap. 206 a 208.

Cron. anonima della cospirazione di Procida, loc. cit., pag. 249 a 263.

Ferreto Vicentino, in Muratori, R. I. S. tom. IX, pag. 952 e 953.

Cronica di frate Francesco Pipino, lib. 3, cap. 11, 12, in Muratori, R. I. S. tom. IX, pag. 686.

[50] Tolomeo da Lucca, lib. 24, cap. 4, in Muratori, R. I. S. tom. XI, pag. 1186-87.

Pachymer, lib. 6, cap. 8, parla di una grande alterazione nella moneta d'oro fatta in questo tempo dal Paleologo, per fornir sussidi agli _Italiani_.

Che i Genovesi mischiassersi molto a favore di lui, l'attesta Caffari negli Annali di Genova, Muratori, R. I. S. tom. VI, pag. 576, ove è detto che i Genovesi mandarono una galea a posta al Paleologo per avvertirlo degli armamenti di re Carlo.

[51] Veg. l'appendice.

[52] Saba Malaspina, cont., pag. 342 a 345.

Montaner, cap. 44, 45, 46, 47.

[53] Questi preparamenti son taciuti dagli storici contemporanei, che anzi accagionan Carlo di soverchio disprezzo. Ma ne' registri della sua cancelleria trovansi date nel 1278 delle provvisioni che non si possono in alcun modo attribuire all'impresa di Soria. Perchè, lasciando i molti armamenti navali citati in questo capitolo, pag. 85, nota 2, che possono anche parer troppi, considerate le poche forze che in fatto andarono in Asia, leggiamo evidentemente ciò che ho detto nel testo, in due diplomi, l'un del 13 marzo sesta Ind. 1278, e l'altro del 6 agosto medesimo anno, r. arch. di Napoli, reg. di Carlo I segnato 1268, A, fog. 95 e 89.

Quel di marzo risguarda le galee destinate alla custodia delle marine di Principato e Terra di Lavoro; l'altro è per le provvedigioni di miglio nei castelli di Sicilia.

Il re comandava di aumentarle dal 1 settembre vegnente in questo modo:

Fortezza di Messina da salme 112½ a 240 di Scaletta 20 » 48 di Milazzo 45 » 100 di San Marco 30 » 99 di Odogrillo 27 » 55 Castel di Siracusa 27 » 57 Palagio di Siracusa 9 » 60 Castel superiore di Taormina 27 » 77 Castello inferiore 22½ » 50 di Agosta 10½ » 57 di Cefalù 85½ » 325½ Palagio di Palermo 18 » 200 Castell'a mare di Palermo 29 » 100 di Licata 40 » 90 di Monteforte 27 » 104 di Vicari, che non avea provvedigione » » 50 di Caronia » » 27 di Castiglione » » 30 di Lentini » » 100 di Marineo » » 100 di Geraci » » 60 di San Filippo » » 100 di Caltanissetta » » 30 di Santo Mauro » » 30 di Avola » » 30 di Caltabellotta » » 30

Varie cose sono da notarsi in questo documento. La prima che non si vittovagliavano tutte le fortezze regie di Sicilia, ma a un di presso due terze parti delle medesime, tralasciandone molte sì in monte e sì in maremma. La seconda che per la provvedigione si preferiva il miglio al frumento; o per lo minor caro, o per lo minore rischio di ribollire e guastarsi. Lo stato delle fortezze regie sei anni innanzi si legge in un diploma del 3 maggio 1272 cavato anche dal r. archivio di Napoli e pubblicato dall'er. Michele Schiavo nelle memorie per la storia letteraria di Sicilia, tom. I, parte 3, pag. 49 e seg. In questo leggonsi oltre i notati nel diploma del 1278 che or ora trascrissi, i castelli di Rametta, San Fratello, Nicosia, Castrogiovanni, Mineo, Licodia, Modica, Garsiliato, Calatabiano, Corleone, Sciacca, Girgenti, Carini, Termini, Favignana, Camerata; ma vi mancano quelli di Odogrillo e Castiglione, e il castel disottano di Taormina. Si scerne di più dal diploma del 1272, che erano affidati alcuni a castellani col soldo di due tarì al giorno, altri a castellani scudieri col soldo di tarì uno e grana quattro, e vi erano _consergî_ col medesimo stipendio, e servienti con grana otto al giorno. La maggior forza de' servienti, o vogliam dire soldati a pie', era nei 1272 nelle fortezze di Messina, Castrogiovanni, Cefalù, e Nicosia. Ma nel 1278 par che si volesse adunare più gente in quelle di Cefalù, Palermo, Messina, Monteforte, Milazzo, Lentini, Marineo, San Filippo; nè la posizione geografica basta a spiegare questa mutazione di disegni militari. Forse gli umori delle popolazioni, lo stato delle fabbriche di queste fortezze, e altre circostanze meno a noi note vi contribuirono, e l'essersi dato in feudo (che di tutte non fu certamente) alcuna di quelle terre.

[54] Saba Malaspina, cont., pag. 342 a 345.

Montaner, cap. 44, 45, 46, 47.

[55] Ric. Malespini, cap. 208.

Cron. sic. della cospirazione di Procida, pag. 261.

[56] Saba Malaspina, cont., pag. 345.

[57] Saba Malaspina, cont., pag. 346.

Ric. Malespini, cap. 207, e gli altri contemporanei citati dal Muratori, Ann. d'Italia, 1281.

[58] Saba Malaspina, lib. 6.

[59] Chron. Mon. S. Bertini, in Martene e Durand, Thes. Anecd., tom. III, pag. 762.

Saba Malaspina, cont., pag. 349, 351.

Gio. Villani, lib. 7, cap. 58.

[60] Surita, Annali d'Aragona, lib. 4, cap. 13 e 16.

[61] Cron. sic. della cospirazione di Procida, l. c., pag. 262.

Ric. Malespini, cap. 208.

Gio. Villani, lib. 7, cap. 60.

Montaner, cap. 42, con qualche diversità. Al capitolo 49 porta come data da Pietro al conte di Pallars quella risposta del mozzar la mano sinistra se sapesse il segreto.

[62] Bart. de Neocastro, cap. 13.

[63] Raynald, Ann. ecc. 1281, §. 25, e 1282, §§. 5, 8, 9, 10, e nota del Mansi al §. 13.

Tolomeo da Lucca, in Muratori, R. I. S., tom. XI, pag. 1186.

La scomunica del Paleologo si legge altresì nella cronaca di Eberardo, pubblicata dal Canisio, antiche lezioni, tom. I, pag. 309.

[64] Gio. Villani, lib. 7, cap. 57.

Saba Malaspina, cont., pag. 350.

Il trattato di Carlo I con Venezia fu stipulato a 3 luglio 1281, e si trova negli archivi di Francia, citato dal Buchon, Recherches et matériaux pour servir à une histoire de la domination française aux XIIIe, XIVe et XVe siècles, dans les provinces démembrées de l'empire Grec. Première partie, p. 42.

[65] Saba Malaspina, cont., pag. 350.

[66] Gio. Villani, lib. 7, cap. 57.

Ric. Malespini, cap. 206.

Cron. sic. della cospirazione di Procida, pag. 251.

[67] Docum. VII.

[68] Saba Malaspina, cont., p. 352.

[69] Nangis, in Duchesne, Hist. fr. script., tom. V, pag. 357 e seg.

Muratori, Ann. d'Italia, 1282.

[70] Muratori, ibid.

[71] Saba Malaspina, cont., pag. 338, 339.

Le parole della profezia son queste: _Tempus adhuc videbit qui vixerit, quod Scarabones ejicient de regno Gallicos et in multitudine, etc._ Io ho creduto che _Scarabones_ suoni in italiano masnadieri, saccardi, soldati irregolari; perchè questa parola, che non si trova nel glossario del Du Cange, è identica a _Scaranii_, _Scaramanni_, _Scamari_, _Scarani_, _Scarafonus_, vocaboli che vengono dalla radice _Scara_ (_acies_, _cuneus copiæ militares_), o piuttosto da _Scara_, una delle angherie feudali, onde si dicevano _Scaranii_, ec. i famigliari de' magistrati, i fanti incaricati della riscossione di alcuni balzelli, e in generale gli armigeri della più disordinata e spregevole maniera di milizia. Indi l'italiano _scherani_.

[72] Diplomi dell'8 novembre 1280, 21 aprile e 27 giugno 1281 nel catalogo delle pergamene del r. archivio di Napoli, tom. I, pag. 218, 222 e 227.

[73] Saba Malaspina, cont., pag. 350, 351.

[74] Ibid. pag. 355.

Anonymi Chr. sic., loc. cit., pag. 147.