La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 2
Part 9
Fattosi giorno, chi si trova accampato tra i pantani, stretto di vittuaglia, e privo di ogni comunicazione coll'armata, alla incerta apprensione della oscura notte vede succedere la trista realtà di spaventoso sguardo. Lunghi cordoni di onde accavallate biancheggiano intorno al lido, valli e colline alla rinfusa sul mare; orizzonte ristretto dalle nubi, e la volta del cielo simile alla tinta livida dell'acqua. In piccolo spazio settecento navigli di ogni grandezza, tutti umili e dimessi: tutte le alberature ridotte a metà, tutti i fianchi paralleli, tutte le poppe opposte al vento, tutte le teste legate agli ormeggi: gusci oscuri, circondati da liste bianche di spuma, mosse e mutate in ogni senso. Ma al tempo stesso quei legni, chi più chi meno, dall'una o dall'altra banda a perpetuo contrasto si scuotono: talvolta li vedi sbandati fin quasi a trabocco; e improvvisamente sollevati di poppa fino a mostrarti la chiglia; e poi, arrizzati davanti, tutta presentarti la coverta, inondata d'acqua e di spume correnti giù dagli ombrinali. Fissa oltracciò lo sguardo, e vedi continuato contrasto di ciascun legno cogli ormeggi suoi, secondo le diverse forze spinte, e chiamate dell'onde, del vento e delle gomene. Eccoli barcolloni più volte alle bande; e poi bruscamente dare indietro, traendo fuori d'acqua tutta tesata la lunghezza dei canapi: eccoli all'improvviso farsi avanti verso il ferro, mollando i calumi; e poi barcollando e rifuggendo tesarli un'altra volta: sempre con durissime tentennate. Chi ha pratica, ed ha visto di simile, egli soltanto può distinguere il discorso tecnico dal romantico.
Dopo quindici ore di rabbiosa procella col vento sferratore di Tramontana, tra le continue strappate delle gomene, e il consentimento sforzato dei legni, cominciano le falle, e il gettito, e le grosse avarie. Sartie e manovre a pezzi, cime fileggianti in bando tutte da una parte a seconda del vento; alberi scavezzi a precipizio, palischermi infranti, murate e fianchi sdruciti, rottami sparti e trabalzati sulle onde. Chi si trova debole di corbame, o fiacco d'ormeggio, entra in distretta: a questo il canapo stremato si strappa; a quello le bitte e le coste gli vanno appresso. L'uno piomba nel fondo con tutta la gente; l'altro, miserabile spettacolo, irreparabilmente sferra, ed è gittato dai flutti a perdizione sulla costa. Lo sferrare in bocca dei marinari è maledizione assolutamente intransitiva, alla quale attivamente non si opera come nel salpare, ma si è soggetti come nel morire; e vale perdere i ferri, e la ritenuta delle gomene, e la conserva dei compagni; Esser portato a precipizio dalla violenza del vento e del mare. Via dunque di qua il maniscalco arcigno che sferra attivamente le bestie al travaglio; via il ringhioso pedante che sferra a rovescio la penna sulla carta; via le sferre di ogni altro prosuntuoso mestatore. Sferrano altrimenti i miseri marinari; e in men che si dice, il grosso mare e il vento rabbioso nelle secche e sugli scogli li percuote a certissimo naufragio. Vengono abbrivati, urtano nei bassi, cadono gli alberi, e lo scafo sbattuto dai marosi sul duro letto si apre, e va in pezzi. Della gente in quel momento, chi piomba nell'abisso per non uscirne mai più, chi resta maciullato dalle onde sugli scogli, e chi cade trafitto dalla scimitarra degli Arabi. Costoro guardano il lido avidi di strage, e non danno quartiere.
Ciò non pertanto la capitale sventura pareva rifugio ai miseri, stanchi dei travagli del mare. Tanto era grande lo spavento e la perturbazione! Scaduta la disciplina, molti volevano volontariamente investire in terra, mettendosi nelle stesse condizioni che altri per violenza pativa. La smania di levarsi dal pelago, la corrosione progressiva delle gomene, la difficoltà di sgottar la sentina, la disperazione di non potersi lungamente sostenere, massime alla cieca nella notte ormai vicina, condusse non pochi al tristissimo partito di tagliar le gomene, messo in non cale il divieto dei capitani[134]. Tanto che sull'ora di vespro più di cencinquanta bastimenti di ogni maniera e quindici galere erano sul lido miserabilmente infranti, non essendo più altro a vedere in quella parte, che rottami, alberi, bariglioni, tavole, corde, cenci, attrezzi, corredi, e uomini che di mezzo sorgevano per iscampare, e invece trovavano più pronta la morte, o tra i gorghi del mare, o tra gli acciacchi degli scogli, o sotto alle spade dei nemici[135].
In quella Andrea Doria non ismentì la fama di esperto ed intrepido marino: avrebbe potuto facilmente salvare sè stesso e l'armata nel porto vicino di Bugia; ma non volle mai abbandonare l'Imperatore e l'esercito, quantunque gli pesasse gravissima la perdita di quasi tutte le sue galere pel sollevamento della gente e pel taglio delle gomene, essendosi dovuto piegare al tristo espediente l'istesso Giannettino[136]. L'incauto giovane insieme con tanti altri sarebbevi restato morto, se l'Imperatore, vedendolo naufragato alla riva, e chiedere coi segnali il soccorso, non avesse mandato di gran fretta don Antonio d'Aragona con tre compagnie di Italiani a cavarlo fuori dalla rabbia degli Arabi e del mare[137]. Grazia singolarissima, usata a lui solo per riguardo dello zio: chè gli altri si lasciavano alla loro ventura, non forse altrimenti tutta l'armata si avesse a gittare in terra, e tutti i bastimenti a rovina, senza speranza di ritorno a nessuno.
Grandiosa tra tanto schianto comparisce alla vista di tutti la figura dell'Orsino, l'arte e la virtù dei Romani, la saldezza dei petti e dei legni, la bravura dei soldati e dei marinari. Essi fermi, intrepidi, intatti; essi riguardati con maraviglia, essi citati ad esempio[138]. La squadra di Malta, per colpa dei marinari, già era in procinto di naufragio: e i forsennati a colpi di scure avrebbero senza dubbio eseguito il tristo proposito di tagliare le gomene e di dare in terra, se il comandante di quella capitana, mostrando da una parte la disciplina dei Romani, e dall'altro la punta della spada sguainata, non si fosse opposto; minacciando risolutamente la morte al primo che di ciò si fosse ardito[139]. Pei fatti di Algeri, e per le lodi da tutti ripetute alla squadra romana, Ottavio Farnese, genero dell'Imperatore, formò primamente il disegno di appoggiare nella sua casa, come poi seguì, la compra di esse galere.
[29 ottobre 1541.]
L'Imperatore e gli altri accampati miseramente tra fossi e dirupi, abbattuti nell'animo alla vista continua di tante sciagure; perduta nel mare l'artiglieria d'assedio insieme coi barconi di rimburchio, dove l'avevano il giorno avanti discesa; corrotte o assorbite dal pelago le munizioni e le vittovaglie, si trovavano a mal partito. Carpire le radici salvatiche, macellare i cavalli, e pel fuoco raccogliere in giornèa le tavole dei bastimenti naufragati, bastava nel giorno seguente a nutricare di insolito pasto trenta mila uomini: ma non poteva durar lungamente. In quella veniva a Carlo una lettera di Andrea, portatagli a nuoto da intrepido marangone, assicurato anche meglio da un fodero di sugheri. Andrea scongiurava l'Imperatore a levarsi di là, se non voleva vedere tutti sommersi o massacrati; esortavalo a venirsene verso il capo Mattaffuso, dove sperava poterlo raccogliere, e rimenare in Europa. Carlo, perduta ogni speranza di conquista, accettò le conclusioni del Doria: dètte i segnali, e imprese la ritirata a piccole tappe in tre giorni, sempre combattendo cogli Arabi sul destro fianco ed alla coda.
[30 ottobre.]
La sera del ventinove essendosi calmato il vento, e potendo salpare i ferri verso il largo (ma non approdare al lido, dove l'onde infuriate tuttavia orribilmente frangevano), il Doria sparò il tiro dell'avviso, perchè nella notte ciascuno si riattrezzasse a dovere e si mettesse in punto di far vela al primo segno. La mattina del trenta prese il vento colle poche galere che gli restavano: e, sempre sostenuto dalla squadra romana, condusse il convoglio delle navi all'àncora nella cala del Mattaffuso, dove è sicura stallìa per tutti i venti, salvochè da Ponentemaestro. Le galere di Malta sotto colore di necessità si allontanarono[140]. Al contrario le nostre continuaronsi nell'assistenza degli afflitti, levarono le genti dalla spiaggia, servironle all'imbarco, le scortarono al porto di Bugia, tenuto allora dagli Spagnoli, quantunque sempre perseguitate dalla pertinacia delle tempeste, e dal sentimento delle altrui avarie. Solo disastro per noi un colpo di mare, che nelle acque di Bugia scoprì la poppa della Capitana nostra, e ne strappò l'immagine del Santo protettore[141]. Del resto fino all'ultimo, coll'arte e col magisterio dei marinari e degli ufficiali governandosi, evitarono le disgrazie più e più funeste nella ritirata di quell'armata: servirono l'Imperatore, assicurarono l'esercito. Indi per Biserta, la Favignana e le Eolie, se ne tornarono dolenti, altrettanto che onorati e salvi, al porto di Civitavecchia.
NOTE:
[133] BOSIO, 209, C: «_La tempesta ben pronosticata da Andrea Doria con la presupposta e tanto dai marinari temuta stella di san Simone e Giuda._»
IDEM, 182, C: «_Correndo colla cima di un vento e tempo fortunevole, prodotto dalla tempestosa stella di Tuttisanti._»
JOVIUS, 491, 29: «_Tandem aspirantibus Euris, Cæsar ad Baleares cursum direxit, divæ Catharinæ maligno sydere tranquillam nactus tempestatem._»
P. A. G., _Medio èvo_, II, 94, 96.
[134] RAYNALDUS, Ann., 1541, n. 64: «_Centumquadraginta navigia quadratis velis perierunt.... quindecim etiam triremes allisæ littori.... plures periissent nisi calamitas virtute vieta fuisset._»
MAMBRINO ROSEO, 270: «_Si perderono cento quaranta navi grosse, da quindici galere, altri piccoli vascelli, si affogarono infiniti marinari e galeotti._»
ANTONIO DORIA, _Compendio_ cit., 86: «_Ponendosi la notte del ventotto d'ottobre una gran fortuna in mare.... fece dare a traverso quattordici galèe, e molte navi: conquassando il resto dell'armata in modo che la rese inutile._»
[135] VILLAGAGNON cit., 601, lin. 13: «_Numidæ, viso naufragio, ad littus magno numero convenerant, ut quos fortuna in terram transportaret eos transfoderent. Utrum in terram elabi, an submergi præstaret, nescio._»
[136] BOSIO, 209, C:: «_Il Doria poteva salvare le galere a Bugia (essendo le perdute quasi tutte sue), ma da quella spiaggia movere mai non si volle._»
[137] ULLOA cit., 162, med. B: «_Giannettin Doria fu per perire.... la sua galèa diede nell'arena.... L'imperatore, acciocchè quel valoroso non fosse tagliato a pezzi sotto gli occhi di suo zio, mandò alla riva don Antonio d'Aragona con tre compagnie italiane.... per la venuta dei quali si salvò da tanto pericolo._»
[138] JOVIUS cit., _Hist._, lib. XL, p. 487, 24: «_Pari quoque perseverantia Virginii Ursini Anguillarii triremes, totidemque Rhodiæ (earum æmulatione) cuncta tempestatis incomoda feliciter pertulerunt._»
VILLAGAGNON cit., 603, lin. 8: «_Integri relicti ad Argeriam pauci: comitem Anguillarium immunem ibi._»
[139] BOSIO, 208, D: «_Il cav. Francesco de Azevedo, che comandava, minacciò levar la vita al primo che ardito havesse di più ragionare di imitare quelli che volontariamente a perdere si andavano.... con sua gran lode salvò quella galera._»
GIOVIO cit., nella nota precedente.
[140] BOSIO cit., 210, D: «_La capitana di Malta.... seguendola l'altre tre galere della Religione.... salutata nel passar oltre la galera imperiale, e con alta voce fattole sapere che da inevitabile necessità sforzata si era posta in viaggio per salvarsi._»
[25 aprile 1542.]
XXII. — Dopo l'aspro rovescio, papa Paolo maggiormente si strinse col Conte, prevedendo dai nemici molestie maggiori, e dagli amici maggiori richieste. Però a tenore dei capitoli lo avvisò di duplicare la forza dell'armamento, e di tenere al soldo nell'estate seguente sei galèe, lasciandogliene una fuor di linea a suo privato comodo: essendo che egli sempre continuava a tenerne quattro di sua proprietà, oltre alle tre consuete della Camera. Le ragioni e le spese di tale rinforzo sono espresse nella seguente costituzione, che volgarizzo col testo a fronte, perchè importante ed inedita[142].
«Paolo papa terzo a tutti i singoli, cui le lettere presenti saranno mostrate, salute ec. — Chiamati senza nostro merito per superna disposizione al regime dell'ovile del Signore, volontieri attendiamo secondo il dover nostro a provvedere tutto ciò che riguarda il buono stato e conservazione del medesimo, e a mettere efficacemente in opera i mezzi che occorrono, perchè la nostra greggia non vada a strazio tra gli artigli dei lupi rapaci. Certamente a tutti deve esser noto come il ferocissimo tiranno dei Turchi, venuto l'anno passato nel regno d'Ungheria alla testa di numeroso esercito, dopo lacrimevole strage di soldati cristiani, sotto le mura di Buda ha rotto il campo del carissimo in Cristo figliuolo nostro Ferdinando illustre re dei Romani e di Ungheria, che intendeva a ricuperare coll'armi quella piazza; e in vece il Turco vi si è maggiormente assodato: nè contento a ciò, appresta ora altri eserciti di terra ed altre armate di mare per entrare più avanti, e sottomettere il resto di quel regno, e forse anche la Germania e l'Italia. Vedendo dunque imminente il gravissimo pericolo di tutta la cristianità per le costui invasioni, e per la discordia dei nostri principi, tra i molti rimedî da noi pensati, abbiamo risoluto di aggiugnere tre galèe alle altre tre che sempre tiene la Sede apostolica, e fornirle secondo si conviene di gente, vettuaglie, e di armamenti necessari alla guerra, perchè formato in tal modo il nucleo di giusta squadra o possano da sè difendere la Spiaggia romana, o presentandosi l'occasione anche più lontano possano perseguitare e cacciare il nemico. La salute della maggior parte di questi nostri paesi principalmente dipende dalla esecuzione di tale divisamento. E perchè non possiamo noi sostenerne la spesa, nè col danaro dell'erario esausto, nè colle gabelle ordinarie assegnate ad altre spese, bisogna che da coloro caviamo il sussidio, alla cui salute provvediamo. Sperando adunque che tutti i sudditi nostri, persuasi del manifesto bisogno, sosterranno volentieri questo peso, noi per moto proprio, certa scienza e pienezza della apostolica potestà, per tenore delle presenti vogliamo e comandiamo che le città, terre e luoghi soggetti mediate o immediate alla sede apostolica, per sei mesi soltanto prossimi futuri, debbano mantenere e pagare ciascuno la sua quota, secondo la tabella che pubblicherà il diletto figlio Guidascanio Sforza diacono cardinale di sant'Eustachio e camerlengo, e tutti ugualmente debbano versare il danaro assegnato nelle casse e nei termini indicati dall'istesso Camerlengo. Nè alcun vi sia che presuma andare esente dal mettere la sua porzione sotto pretesto di qualsivoglia privilegio o immunità, ma tutti indistintamente siano tenuti a contribuire, decretando che in questo modo e non altrimenti si abbia a giudicare e a diffinire da qualunque giudice e commissario di qualsivoglia autorità rivestito, fosse pur cardinale della santa romana Chiesa, eccetera.
»Dato in Roma addì venticinque di aprile 1542, del nostro pontificato anno ottavo.»
In queste lettere si parla della discordia dei principi maggiori, si prevede la guerra tra loro, si dubita di ulteriori progressi del Turco, si accenna a qualche lontana spedizione, e si afferma la necessità di fare da sè, senza aspettarsi il soccorso altrui. Tutte sentenze, dalla prima all'ultima, confermate pei fatti. Il Conte colla squadra rinforzata, e la consueta compagnia dei gentiluomini della sua casa prese a difendere la Spiaggia. Ebbe per camerata e per allievo Giulio Podiani, patrizio reatino dei signori di Piediluco e di Poggiobustone, che poi vedremo crescere di autorità sul mare coi Farnesi e coi Fieschi[143]. Sbrattò da ogni parte i nemici, prese parecchi bastimenti piratici, e fece prigione quel giovane ladrone chiamato Scirocco; cui poi divenuto famoso ammiraglio, governatore di Alessandria, e gran faccendiero all'assedio di Malta, vedremo comandante a Lepanto dell'ala destra nell'armata dell'imperatore Selim[144]. In somma la Spiaggia romana nel quarantadue era da tutti i naviganti osservata, come sicura più di ogni altra tra le marine d'Italia sul Tirreno; e vi convenivano assai legni a comprare frumenti, di che era tutt'altrove gran caro[145]. Al tempo stesso papa Paolo, istantemente richiesto dal re Ferdinando, mandava in soccorso degli Ungari Alessandro Vitelli da Castello con tremila fanti romani, al cui valore i nostri scrittori e gli stranieri attribuirono gran parte della onorata difesa di Pest[146].
Francesco di Francia altresì e Carlo di Spagna ripigliarono la guerra tra loro. Dovevano i due emuli passar la vita consumandosi insieme a danno dei popoli, specialmente d'Italia, in continui contrasti, tramezzati da brevi e false amicizie. Per qualche tempo Francesco aveva lasciato di molestare il rivale, tenuto in rispetto dalla tregua stabilita per dieci anni all'Acquamorta nel trentotto, come è detto: ma dopo l'infelice spedizione d'Algeri, veduto il sinistro delle forze spagnuole, e tolto il pretesto dall'uccisione di Antonio Rincone e di Cesare Fregoso, suoi ambasciatori (che, passando di Lombardia verso Venezia, andavano a secreti maneggi in Constantinopoli), dichiarava rotta la tregua; e fin dalla primavera di quest'anno moveva guerra a Carlo in quattro punti lontani da noi, Fiandra, Piccardia, Rossiglione e Brabante: di che non dobbiamo occuparci.
NOTE:
[141] VILLAGAGNON cit., 603, lin. 9: «_Comitem Anguillarium noluit mare immunem esse apud Bugiam.... tanto enim furore in puppim involavit, ut ipsam puppim everterit, et sanctum Andream, qui puppi in signum erat appositus, præcipitem egerit: a cæteris autem, quos ad Argeriam ultus erat, manus continuit._»
[142] PAULIS PP. III. _Const. qua ad auxilium populi christiani contra Turcas tribus triremibus pontificiis tres novas addit, et subsidium ad sex menses imponit_. — ARCH. SECR. VAT., t. II. n. 353, ex archetipis brevium. — Copia tra le Schede Borgiane nel Museo di Propaganda, e copia presso di me.
«_Universis et singulis præsentes litteras inspecturis, salutem etc. — Paulus Papa III. — Ad curam dominici gregis, meritis licet imparibus divina dispositione vocati, ad ea ut debemus libenter intendimus per quæ cuncta ad ejus felicem statum salubriter dirigantur, et ne luporum rabie opprimatur opem et operam impendimus efficacem. Sane, sicut omnibus notum esse credimus, immanissimus Turcarum tyramnus anno præterito ad regnum Hungariæ cum numeroso exercitu personaliter veniens, exercitum charissimi in Christo filii nostri Ferdinandi Romanorum et Hungariæ regis illustris in obsidione civitatis Budensis, quam pro illa recuperanda tenebat, ingenti christianorum militum strage profligavit, ac ejus ditionem inibi stabilivit: et nunc iis non contentus ad penetrandum ulterius in dictum regnum et quod reliquum est dicti regni, et forsam Germaniam et Italiam occupandum novum terrestrem exercitum maritimamque classem præparat; et cum ex iis, et principum christianorum dissidiis magnum periculum reipublicæ christianæ immineat, decrevimus, præter alia per nos excogitata remedia, tribus triremibus apostolicæ Sedis tres alias addere, illasque prout res postulat militibus ac commeatibus aliisque ad belli usus necessariis munire, ut justæ classis numero expleto, vel per se oram maritimam tueantur, vel si res postulabit longius etiam hostem propulsent atque persequantur. Quod nostrum consilium, in quo maximæ partis harum regionum consistit salus, cum ex pecuniis ærarii nostri quod hoc tempore exhaustum est, nec ex vectigalibus quæ ordinariis impensis ordinata sunt, explicari nequeat, necesse est ut ab iis subsidia exquiramus quorum saluti consulimus. Sperantes igitur quod omnes manifestum periculum hujusmodi recognoscentes onus hoc libenti animo sustinebunt, motu proprio, et ex certa scientia, et de apostolicæ potestatis plenitudine tenore præsentium volumus et ordinamus quod civitates, terræ, et loca Sedi apostolicæ mediate vel immediate subjecta sex triremes hujusmodi, pro sex mensibus proxime futuris tantum, pro rata, juxta taxam per dilectum filium Guidonem Ascanium Sfortiam sancti Eustachii diaconum cardinalem Camerarium nostrum faciendam munire et sustinere, et pecunias ad id necessarias in locis et terminis per dictum Camerarium statuendis, solvere teneantur. Nec aliquis ad evitandam solutionis portionem, eum pro rata subsidii hujusmodi tangentem, vigore cujusvis privilegii vel exemptionis tenore se tueri possit, sed omnes indifferenter contribuere teneantur. Decernentes sic, per quoscumque judices et commissarios, quavis auctoritate fungentes, etiam S.R.E. cardinales judicari et diffiniri etc._
»_Datum Romæ die XXV aprilis MDXLII, Pontif. nostri anno VIII._»
[143] MEMORIÆ RHEATINÆ, Mss. nell'Archivio Capitolare, p. 87: «_Julius Pojanus, Hectoris filius, Jacobi nepos, adolescens undeviginti annorum a Paulo III Pont. Max.... universæ expeditionis navalis et maritimæ generalis dux constitutus erat: quo in munere præclare se gessit, ita ut.... captivum duxit Sirocum, piratam ejus temporis famosum et immanem._»
ANTONIO COLARIETI, _Degli uomini più distinti di Rieti per scienze, lettere_, ed arti, in-8. Rieti, 1860: «_Giulio Podiani da Paolo III posto a capo della spedizione navale contro i corsari, in cui fece prigione Scirocco, uno dei primi pirati di quei tempi._»
[144] BOSIO cit., III, 577, B: «_Sirocco rais, uomo diligente colla galeotta sua a Costantinopoli...._» 634, C: «_Tornato Sirocco rais coll'ordine di finire l'impresa di Malta...._»
P. A. G., _Lepanto_, 212, 224.
[145] ADRIANI cit., 96.
[146] RAYNALDUS, _Ann._, 1542, n. 36.
MAMBRINO ROSEO, III, 289.
CAMPANA cit., I, 84, B, med.
ANTONIO DORIA, _Compendio_, 31.
[1543.]
XXIII. — Più da vicino ci tocca la lega scoperta al principio di quest'anno tra Francesco e Solimano ai danni di Carlo; o per dir meglio a rovina del cristianesimo e di tutti noi, ed a perpetua infamia di lui Francesco e dei suoi complici, non di tutta la nazione francese, come sempre ho detto e ripetuto imparzialmente dei nostrani e degli stranieri, quando ho dovuto biasimare gli oltraggi alla fede, e al pubblico bene della civiltà e della religione. Tanto nell'odio contro Carlo era accecato colui, che per vendicarsene chiamava Barbarossa a molestare gli stati del rivale in Italia: e Carlo il cattolico, per non essere da meno di Francesco il cristianissimo, faceva lega con Arrigo d'Inghilterra, famoso pel ripudio della sorella di sua madre, e per le rivolture religiose[147]. Così vie meglio agli occhi di ciascuno deve rilevare il non far troppo conto delle belle parole, ma di tenersi ai fatti.
[Marzo 1543.]
Per queste ragioni di guerra tra casa di Francia e casa d'Austria, coi Turchi di mezzo sulle nostre marine, avvenne un'altra occultazione del conte dell'Anguillara. Tutta la casa Orsina correva a parte francese, e tutta la Colonnese a parte spagnola: questi gelosi di quelli, ambedue dei Doria, e così via via. Catena di miserie domestiche per le altrui comodità. Quindi non potendo più il Conte combattere i Turchi senza offendere i Francesi uniti con loro, prese congedo; e menandosi appresso le quattro galere di sua proprietà, se ne andò a Marsiglia, dove quel Re lo accolse con molte carezze, e gli dètte l'Ordine di san Michele, e lo fece luogotenente generale di tutte le sue armate di mare[148]. A questi tempi, e durante il congedo, voglionsi ridurre i doni fatti e ricambiati tra l'Orsino e Barbarossa, di che tutti i biografi parlano; e specialmente le dieci tavolette liscie coi veri ritratti dei dieci sultani in miniatura: cose da non esser noverate tra le più felici della sua vita. E bene se n'ebbe esso stesso a pentire (come molti altri andativi prima e dopo), disgustato dei sospetti del re Francesco e della gelosia dei cortigiani. Anzi non potendo mai tanto parer musulmano, quanto costoro avrebbero voluto, patì prigionia, ed ebbe a gran ventura il ritornarsene.
NOTE: