La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 2

Part 8

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Non trovo che il conte dell'Anguillara abbia toccato parte dei guadagni; nè punto me ne dolgo o maraviglio, tale essendo la condizione perpetua della marineria romana, combattere per debito, non per mestiero, per onore, non per guadagno. Soltanto mi meraviglio e dolgomi che niuno degli scrittori ligi ad Andrea l'abbia voluto nominare a questo proposito[122]. Il silenzio di costoro, contro la testimonianza di tutti gli altri, prova soltanto quella parzialità, che mi auguro abbia a essere emendata da qualcuno de' dotti e virtuosi scrittori genovesi, i quali per loro gentilezza fan conto delle cose mie, e non lasciano cadere a vuoto i miei desiderî. Dunque il conte Gentile se ne tornò con molto onore a Civitavecchia, e fece feste in Roma, come se ne facevano in ogni parte dai popoli cristiani con fuochi, spari e dimostrazioni di pubblica esultanza per vedersi liberati da potente e capitale nemico.

NOTE:

[114] RAYNALDUS, _Ann._, 1539, n. 31: «_Cum Barbarossa Cattaro urbi inhiaret a Matthæo Bembo præfecto, effusa globorum procella, repulsus est._»

MAMBRINO ROSEO, 137, 138.

MATTEO BEMBO, _Lettere al card. Pietro Bembo suo zio, con le risposte del medesimo e del Doge intorno a questa difesa: tra le lettere dei Principi_, in-4 Venezia, 1562, da p. 133 a 143.

[115] MAMBRINO ROSEO, 251: «_Avvenne che il principe Doria in Messina, il secondo dì del mese di maggio in quest'anno 1540, mandò incontro a Dragut Giannettino Doria con ventuna galèe ben armate.... Il Conte dell'Anguillara era con Giannettino._»

BOSIO, III, 191, E: «_Ordinò l'Imperatore che per quell'anno 1540 il principe Doria ad altro attendere non dovesse che a perseguitare et estirpare i corsali.... Dragutto preso._»

ANTONIO DORIA, _Compendio_, 84: «_In questi tempi Dragutto fu preso con nove de' suoi vascelli, il quale fu poi riscattato con danari._»

[116] L. FLORUS, _Histor. Rom._, III, VI.

[117] BOSIO cit., III, 192 (nomina tutte le galèe raunate e spedite alle diverse parti).

[118] MARCO GUAZZO cit., 273: «_Il conte dell'Anguillara era con Zannettino colle sue galere._»

MAMBRINO ROSEO cit., 252: «_Il conte dell'Anguillara, che era con Giannettino, era trascorso oltre, et haveva con quattro galere assaltato le due di Dragut._»

BOSIO cit., 192, D: «_Dal conte dell'Anguillara furono prese le due galere che Dragut a guardia della preda lasciate haveva._»

[119] BOSIO cit., 192, C: «_Dragut se n'era andato all'isola della Capraja._»

ALFONSO ULLOA, _Vita di Carlo V_, in-8. Venezia, Valgriso, 1566, p. 160, B, lin. 33: «_Giannettin Doria prese Dragut rais, corsale, a l'isola di Capraria de' Genovesi._»

MAMBRINO ROSEO cit., 251: «_Dragut dall'isola di Corsica.... era andato all'isola di Capraja. Giannettino seguendolo sempre, senza abbandonarlo di vista lo giunse in una spiaggia di mare, dove aveva tratta la preda in terra._»

[120] MARCO GUAZZO cit., 273: «_Il conte dell'Anguillara andò colle sue galere contro quelle che facevano la guardia alla preda._»

BOSIO cit., 192: «_Furono prese dal Conte dell'Anguillara le due galere.... Mamì rais veduto venirgli sopra il Conte si diede a fuggire pei vicini boschi.... dove poi fu fatto schiavo._»

MAMBRINO ROSEO cit., 252: «_Il conte dell'Anguillara.... trascorso oltre, haveva assaltato le due galere di Dragut che erano fermate alla spiaggia.... Mamì-rais abbandonò la preda.... e furono tutti presi._

[121] GUAZZO cit., 273: «_Fra le galèe di Dragut ve n'era due già prese alla Prèvesa, l'una Moceniga, e l'altra Bibbiena._»

MAMBRINO ROSEO, 251: «_Dragut aveva lasciato in guardia della preda due galere, che erano quelle che i Cristiani perderono alla Prèvesa._»

[122] CAPPELLONI cit., 90. Tace.

SIGONIO, 211. Zitto.

BONFADIO, 155. Mosca!

ANTONIO DORIA, 84. E buci!

[22 giugno 1540.]

XIX. — Dall'altra parte Giannettino ai ventidue di giugno entrava trionfalmente nel porto di Genova con una schiera di legni acquistati, una lunga infunata di prigionieri, e Dragut alla catena[123]. Il quale, come trasognato, non credeva a sè stesso di avere in un tempo solo perduta la roba, la libertà e la riputazione. Caduto in tanta bassezza, consumavasi di rabbia, nè ammetteva consolazione che dare gli volessero gli altri compagni: anzi dolendosi con loro non potè tanto tenersi che non gli uscissero parole ingiuriose contro Giannettino, dicendo sua pena principale essere la viltà d'un imberbe ed ignoto vincitore. Le quali parole riferite, come succede, a Giannettino, che non si teneva nè per fanciullo nè per oscuro, il fecero montar sulle furie, tanto che gli pose il piè sul mustaccio, e ordinò al comito di legarlo al remo, e di farlo vogare alla pari con tutti gli altri galeotti. Più mansueto trattò con lui il cavalier Giovanni Parisotto della Valletta, che doveva poi divenire celebre grammaestro di Malta. Il quale, chiamandolo per nome, secco secco alla soldatesca gli disse: Capitan Dragut, usanza di guerra. E l'altro, riconosciutolo subito per professo di Malta, sul medesimo tono: Signor cavaliere, mutazion di fortuna.

[Ottobre 1540.]

E così successe, come ebbe detto il pirata. Perciocchè l'anno seguente il cavalier della Valletta cadde prigione del Zoppo di Candia alle seccagne di Barberia: e colà egli schiavo si incontrò un'altra volta con Dragut rimesso in libertà e in grandezza, e divenuto principe più di prima. Di che dobbiamo esser tenuti alla generosità di Andrea Doria, e della Principessa sua moglie, e dell'imperator Carlo V; i quali tutti insieme accordarono il riscatto del ribaldo per tremila cinquecento ducati[124]. E costui divenuto più niquitoso per le ingiurie, più cauto pei disastri, e più sitibondo di sangue e di vendetta, tornò peggio che peggio a spremer lacrime da chiunque aveva riso nel vederlo prigioniero. Crebbe per molti anni in ribalderia, si fece beffe del vecchio Andrea, gli dette i brividi sul letto di morte, sconfisse Giannandrea alla prima comparsa sul mare, e impresse il suo nome come simbolo di rovina per tutti i lidi del Mediterraneo infino alla punta di Malta, che tuttavia lo ricorda. Ne avremo lungamente a parlare.

Tutti i contemporanei, senza eccezione, biasimarono di tal fatto Andrea. Tra i moderni non pochi si ostinano a rinfacciargli l'avarizia, come se tremila ducati di più o di meno disformassero il cassetto d'un principe suo pari. Altri vorrebbe spiegare la cosa pel desiderio di volgere coll'esempio generoso i Turchi agli usi e costumanze di buona guerra: follìa, che non poteva capire nella testa di Andrea, conoscitore solennissimo delle differenze che passano tra milizia e pirateria. Io penso tra me che egli abbia voluto provvedere al contraccambio in caso simile, al quale i giovanetti suoi nipoti ed esso stesso erano continuamente esposti: e penso questo argomento più di ogni altro e con tutte le possibili conseguenze essere stato destramente maneggiato dall'istesso Dragut, e fatto sentire alla Principessa, massime nell'udienza con tanto studio richiesta ed ottenuta da lui in Genova per averla favorevole, come l'ebbe, alla sua liberazione.

NOTE:

[123] CESARE CAMPANA, _Vita di Filippo II_, in-4. Vicenza, 1608, lib. XIV, p. 59: «_Giannettino se ne tornò come trionfante in Genova, facendoci molto solenne intrata il giorno di ventidue del mese di giugno._»

[124] ULLOA, 160: «_Dragut per via della moglie del principe Doria ottenne la libertà, havendo pagato una buona somma di danaro. Nel che si fece grandissimo errore_, ec.»

BRANTÔME, _Mémoires des capitaines étrangers de son temps_. in-16. Leida, 1666, II, 45: «_Fut une grande honte pour ceux qui le laisserent aller.... encore luy Dragut, dis-je, qui avoit fait tant de maux à la chrestienté, et estoit prest et suffisant d'en faire d'avantage._»

MAMBRINO ROSEO, 252: «_La Principessa mandò Dragut al marito in Messina.... il Principe lo mandò all'Imperatore.... egli glielo rimandò a dietro.... Il Principe lo liberò con taglia, e fu questa liberazione sì dannosa ai Cristiani, che ne patirono maravigliosa rovina, perchè divenne il più crudele e dispietato corsale._»

BOSIO cit., III, 192, D: «_Fu la liberazione di Dragut molto biasimata, e riuscì alla cristiana repubblica dannosa._»

[Marzo 1541.]

XX. — Tre mesi dopo Dragut ripigliava il mare da padrone: e il vicerè di Napoli, spaventato dai continui rubamenti e disastri che si udivano per opera sua, chiamava all'armi le galere del Regno, e volgeva l'occhio a quelle di Roma, implorandone l'assistenza[125]. Altrettanto di clamore usciva dalle province marittime di Spagna, infestate dai seguaci di Barbarossa per modo così pertinace, che i popoli oppressi arrivarono al segno di tassare sè stessi di somme enormi per fare le spese di un'altra spedizione contro i pirati di Algeri, come si era fatto contro quelli di Tunisi. Ed avendo Carlo V promesso agli Spagnuoli di pigliare quella briga, licenziata la dieta di Ratisbona, dove si era indarno adoperato per comporre insieme i cattolici coi protestanti, si dispose a venire in Italia per sorvegliare da presso gli armamenti che i suoi ministri di Milano, di Sardegna, di Sicilia e di Napoli facevano, ammassando da ogni parte danaro, gente, munizioni, vittuaglie e navigli per la guerra d'Africa. Se Carlo coi Veneziani di vero senno avesse abbattuto il Turco alla Prèvesa, non avrebbe avuto il flagello dei pirati in Spagna, nè le ruine dei giannizzeri in Ungheria. La mala propagine fin dalla radice aveasi a cavar di Costantinopoli, anzichè perdere l'opera e il tempo a cimarne qua e là le foglie per le riviere della Libia.

[Giugno 1541.]

Al Papa scrisse Carlo di suo pugno mostrandogli il desiderio di avere in compagnia le galèe romane, e di abboccarsi seco quando passerebbe da Lucca per andare a imbarcarsi nel golfo della Spezia. Perciò il conte dell'Anguillara con grandissima sollecitudine allestiva in Civitavecchia le tre galere della guardia, e le quattro sue proprie, sapendo che avrebbe avuto di camerata Ottavio Farnese, nipote di sua Santità e duca di Camerino, con eletta schiera di gentiluomini romani grandemente desiderosi di trovarsi coll'Imperatore e col Duca alla grande impresa[126]. Nominerò tra questi il conte Francesco di Bagno, il capitan Lucidi di Subiaco, Tito Cansacchi d'Amelia, Arrigo Orsini di Roma, Marcantonio della Porretta, il capitan Aurelio da Sutri, con altri molti veterani che avevano combattuto nella guerra del sale contro i Baglioni nell'Umbria, e contro i Colonnesi in Campagna di Roma: aggiungendovi il capitan Giulio Podiani, i Paluzzi, i Delfini, i Naro, i Massimi, gli Altieri, gli Albertoni, i Capizucchi, i Savelli, i Boccapaduli, i Cesarini, i Particappa, i Maddaleni, i Capodiferro, i Mochi, i Frangipani, i Gabrielli, i Berardi, i Pagani, i Cavalieri, ed altrettali, che valevano al pari di chicchefosse per quei tempi nel maneggio della spada[127].

[Agosto e settembre 1541.]

Sciolsero questi signori all'entrante di agosto da Civitavecchia e fecero capo alla Spezia: di là il duca Ottavio passò a Milano incontro al suocero che veniva da Trento, e stette con lui tra le feste dei cortigiani, e seguillo dalla Lombardia a Genova e a Lucca. In questa città agli otto di settembre per la via di terra era venuto papa Paolo, a dispetto dei medici, i quali a lui vecchio sconsigliavano il viaggio pei calori della stagione. Poco dopo con sessanta galere sbarcava alla spiaggia di Viareggio l'Imperatore: ed alli dodici nella cattedrale di Lucca incontravansi insieme Paolo e Carlo. In somma le feste di Milano, i negozî di Genova, e il colloquio di Lucca, menarono le cose tanto in lungo che il principe Doria sperava non si dovesse più per quest'anno pensare ad Algeri. Lo stesso diceva papa Paolo, e tutti gli uomini assennati, massime per le infelici notizie che venivano fresche delle guerre di Ungheria, per le quali di là si richiedeva la presenza e l'ajuto dell'Imperatore. Ma Carlo, tenacissimo de' propositi e soverchiamente fiducioso nella sua fortuna, non volle ascoltar consigli di niuno, e prese congedo per Algeri.

[18 ottobre 1541.]

Presso la Spezia a' diciotto di ottobre Carlo montò sulla ricchissima galèa imperiale di trenta banchi che il Doria teneva per lui. La quale, perchè era remigata da cinque uomini ad ogni remo, alcuni usavano chiamare con isfoggio di classicismo Cinquereme: ma devo ripetere, che dalla ricchezza, dalla grandezza e dai cinque rematori infuori, non aveva nulla di essenziale diversità dalle altre galere, secondo le consuete forme di costruzione altrove descritte. Presso la reale a mano destra sorgeva la capitana di Roma, col conte dell'Anguillara, Ottavio Farnese e quegli altri signori che ho nominati[128]; a sinistra la capitana di Malta, indi per ordine le altre capitane di Genova, di Napoli e di Sicilia, meno quella di Spagna, che aspettava colle sue conserve alle Baleari. L'istesso giorno di martedì diciotto del mese di ottobre salparono dalla Spezia: indi si ripararono dal fortunale di Ponentelibeccio a capo Corso. Discesero a Bonifazio, e per quelle bocche ad Alghero: di là a porto Maone, e finalmente addì ventiquattro d'ottobre tutta l'armata dètte stupenda e terribil vista innanzi alla città d'Algeri.

[24 ottobre 1541.]

Erano insieme attelate nella linea principale di fronte settanta galèe, cioè diciotto di Spagna, venti del Doria, dodici di Napoli, dieci di Sicilia, sette di Roma e quattro di Malta, con al centro l'Imperatore e le altre capitane imbandierate e in armi: a tergo trecento navi da carico, piene di soldati, di munizioni e di artiglieria; e appresso altrettante navette minori di sussidio e di complemento per trentamila uomini da sbarco delle tre nazioni. Colonnelli delle fanterie italiane, Camillo Colonna di Roma e Agostino Spinola di Genova: capitan generale il marchese del Vasto[129].

Non prenderò a descrivere la inospita costa d'Algeri, dove tante mutazioni sono avvenute del tempo nostro, molto più che non avrò a fermarmi lungamente alla sua vista. L'attacco di Algeri per Carlo V può dirsi tragedia di un atto solo. Quindi basterà accennare che l'armata sorgeva distesa nel golfo, a piccola distanza dalla città, tra il capo di Mattaffusso da levante e il capo di Cassino da ponente, sopra fondo di fango nero e tenace. Ferma sugli ormeggi passava senza alcuna novità due giorni, ordinati al riposo delle fanterie, in gran parte deboli e mareggiate dalla fastidiosa navigazione, prima di esporle in terra a fronte dei nemici: molto più vedendosi attorno il mare tuttavia grosso e frangente sul lido, quantunque il vento si fosse calmato.

Dentro alla piazza non era gran presidio: quasi tutti i pirati, memori del successo di Tunisi, avevano coi loro legni già preso la fuga. Restavano solamente ottocento turchi veterani, e cinque mila mori assoldati, oltre la numerosa cavalleria dei Beduini per la campagna. Il governatore supremo dell'armi Assan-agà, rinnegato sardo, allievo ed amico intimo di Barbarossa, disegnava menare in lungo più che si potesse la fazione; confidando nell'entusiasmo di quei popoli, nell'esempio di altre simili invasioni sfallite agli Spagnuoli, e principalmente nei rovesci della stagione che si potevano facilmente prevedere. Con questo Assano si faceva beffe dell'araldo, che gli portava l'intimazione della resa a nome di Cesare.

[26 ottobre 1541.]

All'alba del ventisei incominciava lo sbarco dell'esercito a levante della piazza, così: le galèe entravano sotto alle grosse navi, riceveano alla scala le fanterie colle sole armi manesche, poscia i soldati medesimi cogli schifi delle galere e sotto la protezione del loro cannone, saltavano in terra, ordinandosi sul lido, mano mano che arrivavano, per mantenere il terreno occupato. Sul mezzodì, ingrossatisi già gli squadroni fino a ventimila uomini, l'Imperatore istesso poneva piede in terra e montava a cavallo, e disponeva l'accampamento e le prime operazioni contro la piazza; seguendolo appresso i capitani e gentiluomini della sua casa militare a poco a poco che venivano in terra i destrieri e le barde. Il barchereccio da carico doveva convogliare appresso le bagaglie, i viveri, le munizioni, le artiglierie. Operazioni condotte sempre combattendo contro gli Arabi; i quali di galoppo a briglia sciolta con badalucchi continui ed assalimenti repentini molestavanci dovunque paresse loro di poterci offendere. Opportunamente però, e qui lo ricordo per la storia dell'artiglieria, si era provveduto al modo di contenere gli insulti dei cavalli nemici, assegnando a ciascun corpo delle nazioni diverse tre pezzetti da campagna; i quali maneggiati a dovere producevano effetti stupendi. Nulla meglio del cannone, al quale non erano assueti, faceva imbizzarrire e fuggir via le mandre dei Beduini[130]. Con quest'ordine occuparono le alture, e passarono la prima notte all'addiaccio. Trista notte per le privazioni, per la pioggia continua e pel freddo.

[27 ottobre 1541.]

Compivasi lo sbarco delle fanterie la mattina del ventisette, e già metteansi dentro terra al lungo trasporto delle salmerie e delle provvisioni, intanto che l'esercito marciava arditamente per investire la piazza. Continue le avvisaglie, gli agguati, i combattimenti con molta bravura e poco frutto. Le masse a stento si difendevano. La pioggia avea disteso un guazzo di fanghiglione tenace per la campagna, dove i picchieri non potevano agiatamente maneggiare l'armi d'asta, nè i cavalli caricare; e gli archibugi, allora tutti a miccio, stavano come inutile ingombro nelle mani dei soldati: guasta la polvere, bagnate le corde, spenti i fuochi[131]. Si noti il fatto non certamente di piccolo momento per la diffusione del fucile a ruota, come appresso dirò. Nondimeno si ebbero ad ammirare diversi tratti di singolar bravura per parte dei nostri. Un cavaliero ardì avanzarsi infino alla porta di Algeri, e lasciarvi confitto per segno il pugnale: un altro di grande statura e di forze gagliarde afferrò un turco per un braccio, e, trattolo giù da cavallo, l'uccise in terra a colpi di stocco: il capitan Lucidi della squadra romana, tuttochè ferito, non si peritò di farsi incontro ed assalire a corpo a corpo colla spada il più terribile e grande combattitore nemico e distenderlo morto ai suoi piedi[132]. Così passò la giornata del ventisette.

NOTE:

[125] DOCUMENTI _sulla storia del regno di Napoli_, pubblicati da FRANCESCO PALERMO nell'_Arch. Stor. It._, in-8. Firenze, 1846, IX, 113: «_Marzo 1541. Le galere di Sua Santità arrivarono qui tre dì sono, e credo che si andranno a unirse con le altre; ed oggi sono ite a Castellammare per vino._»

[126] LUIS DE SALAZAR Y CASTRO, _Glorias de la casa Farnesa_, in-4. Madrid, 1716, p. 74: «_Octavio Farnese saliò a recibir Carlos V, su suegro, con una gran comitiva de cavalleros italianos.... y luego accompagnò al Cesar en la infeliz jornada de Argel._»

MAMBRINO ROSEO cit., 264: «_L'Imperatore fu incontrato da Ottavio Farnese suo genero, con una gran comitiva di nobili cavalieri italiani._»

JOVIUS cit., 474, 28: «_Imperator.... Octavium Farnesium, miræ indolis adolescentem, cum insigni comitatu obviam habuit.... ad ponendum militiæ rudimentum in Cæsaris soceri sui contubernio._»

IDEM, 479, 21.

[127] JOVIUS cit., 484, 24; 485, 14: «_Ex his Lucidus romanus.... Franciscus Balneus, Titus item Amerinus, et M. Ant. Porretanus._»

ADRIANI cit., 118, G: «_Il capitan Aurelio da Sutri, soldato e familiare del conte dell'Anguillara, con Arrigo Orsino._»

ANTONIO COLARIETI, _Degli uomini più distinti di Rieti per scienze, lettere, ed arti_, in-8. Rieti, 1860: «_Giulio Podiani da Paolo III posto a capo della spedizione navale contro i corsari._»

I BIOGRAFI della casa Farnese, Francesco Sansovino, Salazar y Castro, Bonaventura Angeli, Alfonso Loschi, Flaminio da Latera, il de Lazzari, e il ch. Amadio Ronchini non dicono di più: e quest'ultimo, tanto noto archivista di Stato a Parma, con sua lettera del 23 maggio 1873, scrivevami: «_Sono dolente di non aver nulla, propio nulla per soddisfare alle sue domande._»

[128] BOSIO cit., 203, B: «_Avendo l'Imperatore posto alla banda dritta la capitana del Papa, comandata da Virginio Orsino, conte dell'Anguillara._»

SOMMARIO _di Storia lucchese_, nell'ARCH. ST. IT., in-8. Firenze, 1847, p. 424.

[129] RAYNALDUS, _Ann._, 1541, n. 64: «_Cohortes italicas quibus præerat Camillus Columna et Augustinus Spinula._»

MAMBRINO ROSEO cit., 266.

BOSIO cit., III, 202, D; 205, C; 207, C.

[130] MAMBRINO ROSEO, 267: «_La fanteria divisa in tre schiere sì come era di tre nazioni.... assegnati a ciascuna di esse tre pezzi di artiglieria.... con quest'ordine marciavano._»

BOSIO, 205, C: «_Haveva ciascun di questi squadroni tre pezzi d'artiglieria da campagna, per ispaventare gli Arabi, i quali continuamente all'usanza loro traccheggiando, or quinci or quindi l'esercito assaltavano._»

[131] NICOLAUS VILLAGAGNONUS, _De expeditione ad Argeriam. Inter Selecta_ CLAUSERI _de rebus Turchicis_, in-fol. Basilea, 1556, p. 599, lin. 32: «_Nobis imbres sclopetorum usum ademerant._»

JOVIUS cit., 484, 16: «_Jam a pluvia extinctis funiculorum ignibus, lagunculisque sulphurei pulveris madefactis, sclopettorum usus penitus ereptus._»

MAMBRINO ROSEO, 269: «_I Mori adoperavano le balestre già dismesse in Italia.... e i fanti italiani non potevano per quella pioggia adoperare gli archibusi._»

BOSIO cit., 207, B: «_La grande acqua haveva spente le corde degli archibugi, e bagnata e guasta la polvere delle fiasche.... in quel piano, fango viscoso a mezza gamba...._» 208, A: «_Il tempo di pioggia rende gli archibusi inutili._»

ANTONIO DORIA, _Compendio_ cit., 87: «_Ai soldati per la grossa pioggia s'erano spenti i micci degli archibusi e quasi tutti i fuochi._»

[132] JOVIUS, 484, 24: «_Lucidus Romanus præferocem Maurum cominus congressum, quamquam saucius, interfecit._»

XXI. — Più calzante al nostro proposito viene il discorso che abbiamo a fare intorno alla marina, tutta turbata l'istessa sera del ventisette. Il sole tramonta sotto il velo di densa caligine. Non colori brillanti di crepuscolo, non azzurro ranciato di cielo, nè chiarezza lucente di mare: ma tinte fosche, aria umida, acqua torbida, e dal lato boreale una lontana parata di nugoloni oscuri, pesanti, immobili in prima sera; e poscia mano mano sorgenti e torreggianti più e più in alto, senza altra luce che qualche guizzo di baleno. Il piloto impensierito pronostica da quella parte il vento furioso di Tramontana, traversia funesta del rivaggio; e ansiosamente cerca tra nube e nube il punto ortivo della temuta stella, già nota ai miei lettori[133]. Osservato diligentemente e con segni sinistri il tramonto del sole e la levata della stella, sibila e risquittisce il fischietto del comito e del nocchiero: e tutti i marinari dalla tolda a riva son pronti per la manovra di mal tempo alla sicurezza delle navi e delle galèe. Vedete da ogni parte ammainare le antenne e i pennoni, sghindare di gabbia, arridare gli stragli e le sartie; e giù in coverta chiudere le boccaporte, parare i portelli, trincare le artiglierie, mettere le tende a pendio; ed altri in mezzo colle barche assicurare gli ormeggi, filare i calumi, attrezzare i pennelli: crescere di fuori nel mare gomene, ferri, gherlini; e di dentro bozze, paglietti e trinche sulle bitte. Intanto avanza la notte, e insieme la furia del vento, la gonfiezza del mare e l'oscurità del cielo: cadono rovesci di pioggia obliqua tra lampi paurosi, e scrosci di folgori, e scoppî di tuoni, ripercossi da tutti i monti nel bujo. Le onde corrono infuriate verso la costa, gittansi rapidissime sugli scogli, saltano alle creste, e ricadono come torrenti spumosi. Odi ronfìo profondo di mare, e fischio rabbioso di vento, e vedi quanto v'ha di più terribile nella confusa battaglia degli elementi. Là in mezzo apprende il marino a vincere il sentimento del terrore, e a pigliar pratica del suo mestiero.

[28 ottobre 1541.]