La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 2

Part 7

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Arrivarono queste lettere alle mani di Andrea quando Barbarossa, superbo di averci superato senza combattere, per maggior segno di disprezzo eraci venuto innanzi alla rada di Corfù, sbravazzando e sparando più tosto per mostra che per disfida. Sapeva bene il tristo che non avrebbero gli alleati così presto, nè tanto facilmente combinato tra loro di condurre fuori l'armata, senza che esso non si fosse potuto prima a suo talento ritirare. La qual cosa andò a punto pel verso da lui preveduto: perchè quantunque i maggiori capitani altatamente parlassero pieni d'indignazione, dicendo che non si poteva più oltre lasciare impunita tanta baldanza, nè tollerare tanto oltraggio; con tutto ciò prima che si congregasse il consiglio e si discutessero le solite difficoltà; prima che si imbarcassero le fanterie, e prima che i Veneziani in ciascuna galèa ricevessero i venticinque, imposti a ogni modo da Andrea, andò tanto tempo, che Barbarossa fatte le viste di aver troppo e inutilmente aspettato, erasi già tolto dal canale, ed aveva ripreso il viaggio verso il fatal suo covo dell'Arta[101]. Non devo lasciar passare il settimo giorno d'ottobre di quest'anno senza affrettarne coi voti un altro che ne cancelli la trista memoria: non senza trarre un gemito sull'avvilimento del nome cristiano, e un applauso alla pazienza dei Veneziani. I quali, accettando nelle predette circostanze il supplemento dei venticinque, dimostrarono con suprema evidenza al mondo e per tutti i tempi futuri la loro sommissione ad ogni privata molestia, tanto solo che potessero procacciare pubblico vantaggio alla cristianità ed alla patria[102].

NOTE:

[100] _Messer Giovanni._ Questi è Monsignor Ricci, fratello dello scrivente, e tesoriero dell'armata papale, che agli ordini del Patriarca provvedeva da Venezia e da Ancona al sostentamento e munizioni dell'armata medesima.

[101] RAYNALDUS, _Ann. eccl._, 1538, n. 26: «_Auria in portu Corcyræ se continuit, frementibus cæteris ducibus nec ferentibus ad tantum dedecus abjici christianam virtutem. Cumque Andreas pudore victus pugnæ tandem assentiretur, tamdiu prolata est consultatio ut Barbarossa, parta contentus gloria, in Ambracium sinum se receperit._»

[27 ottobre 1538.]

XVI. — Tutto inutile: Barbarossa ai sette d'ottobre si era allontanato, e l'armata cristiana batteva inutilmente le acque intorno alle isole vicine. Non le restava altro partito che ricominciar da capo sulle fauci dell'Arta, o espugnar la Prèvesa, o entrare nell'Arcipelago, come proponevano coloro che desideravano ardentemente levarsi dal viso la vergogna. Si adunò più volte il consiglio: e finalmente esclusi coll'arte solita i disegni più nobili e generosi, convennero di imprendere cose minori; volgere le spalle, lasciare il pensiero dell'armata nemica, rimettersi per le acque dell'Adriatico, ed attaccare la fortezza di Castelnuovo, tenuta allora dai Turchi, dentro al primo cerchio delle bocche di Cattaro, a sinistra di chi entrando la cerca, luogo assai conosciuto in Dalmazia, sporgente tra le terre dei Veneti e dei Ragusei, e per ciò stesso preso e ripreso più volte dai Cristiani e dai Turchi. Ogni nuova occasione giova a mostrarci vie meglio il valore dell'armata cristiana, e le offese perpetue contro i capitoli della lega per parte dei ministri di Spagna.

Venuta l'armata nell'interno del golfo, e sbarcate senza contrasto le genti e l'artiglieria, mentre i soldati intendevano ai lavori d'assedio, i marinari molestavano la piazza dalla parte del mare, volendo dividere l'attenzione e le forze del presidio. Ma per essere troppo angusto quel luogo, e ingombro di scogli veglianti alla riva, nè convenendosi tenere poche galèe ferme là sotto all'insulto del cannone turchesco, disposero i capitani nostri di mandarle a quattro a quattro: così che, la prima quadriglia, dopo battuto il castello con tutta l'artiglieria, dovesse dar volta, e aprire il passo alla quadriglia seguente per fare altrettanto; e in questo modo di mano in mano mantener vivo il fuoco, e continuo il movimento[103]. Manovra (se vi ricorda) di felicissimi effetti a Corone e alla Goletta: manovra che qui in Castelnovo, subito cominciata, ci darà finita la fazione.

La mattina del ventisette d'ottobre le galèe assegnate al tornèo, messe a scaglioni secondo le distanze, aspettano impazientemente il segno per correre all'arringo. Squilla la tromba, e voga innanzi a tutti la squadretta veneta, e appresso la romana. Giunta la prima a brevissima distanza, sprizzano venti lampi e volano altrettante palle di ferro, tra nugoli di fumo e tuoni risonanti tra le montagne ed il mare. Ma in quella che il primo stuolo provasi a sciare ed a volgere, ecco sopravvenire abbrivata il secondo con tanta prestezza, che, non potendo gli uni comodamente retrocedere, nè volendo lasciarsi investire dagli altri, continuansi ambedue a correre avanti. Arrancano i Veneti, ed appresso i Romani, tanto che insieme a gara percotono degli speroni nelle muraglie del Castello. Eccoti in un punto unite otto galere al piede d'un solo baluardo. I marinari ne pigliano buon augurio e senza altrimenti consultare, saltano in terra, l'uno all'altro prestando ajuto e sostegno di pertiche, di funi, di ramponi e di scale. Beato colui che prima degli altri può mettersi alla prova! In somma di soprassalto con prestissima battaglia di mano, in mezzo a infinite archibugiate di nemici e di amici, tramezzate da qualche colpo di cannone, la piazza non così tosto è tentata che presa[104]. Il giorno seguente, secondo il corso della stessa fortuna, si rende a patti la rôcca del monte. Splendido fatto d'arme compiuto dai soli marinari, quasi a conferma di quanto in alcun luogo ho detto intorno all'eccellenza di questa sopra tutte le altre milizie. Grande là sotto la mortalità dei nostri per la vicinanza e l'ostinazione del conflitto voluto vincere ad ogni costo; morto il terzo dei capitani di Roma, Cesare Giosia da Fermo[105]: essendo gli altri due capitani, il Londano ed il Raimondi, caduti onoratamente alla Prèvesa.

NOTE:

[102] BOSIO cit., 182, A: «_Avendo accettato nelle galere veneziane venticinque Spagnoli per ciascuna.... e giunti essendo al Paxù a sette d'ottobre, trovarono che Barbarossa si era ritirato all'Arta._»

[103] MARCO GUAZZO cit., 247: «_Le galèe a quattro a quattro dovevano battere Castelnuovo, e poi voltarsi e dar luogo alle altre quattro.... ma dopo le prime le altre quattro con tanta valorosità giunsero, che insieme andarono ad urtare nel detto Castello._»

[28 ottobre 1538.]

XVII. — Doveva la piazza di Castelnovo, secondo i capitoli della lega, restare nel dominio dei Veneziani; e il general Cappello, lieto di poter dare alla patria sua qualche compenso delle fatiche e del dispendio, col trattato alla mano ne faceva al principe Doria formale richiesta[106]. Al contrario l'egregio e fidato ministro di Carlo V, che non falliva mai al debito suo verso il padrone, ne pigliava possesso al nome di Spagna, metteva alla porta le milizie di san Marco, e se ne tornava contentissimo in Sicilia, lasciando al governo delle armi nella piazza il mastro di campo don Francisco Sarmiento con quattromila fanti Spagnoli, di quei famosi veterani che in gran parte si erano trovati al sacco di Roma, e tutti recentemente avevano fatto ribellione e crudeltà inaudite in Milano[107]. Notate il passaggio: dai venticinque ai quattromila, e dai bastimenti di guerra alle piazze d'armi. Non negavano mica la ragione dei Veneziani: tutto al contrario! Ma stessero quieti, e la piazza sarebbe consegnata loro in futuro[108]. Lo scherno per arrota al tradimento.

[Novembre-dicembre 1538.]

Partitosi il Doria, anche il patriarca Grimani prese congedo dal general Cappello con dimostrazione di benevolenza tanto grande, quanto era stata la soddisfazione mutua dal principio alla fine, e perenne la concordia tra loro, senza pur un'ombra di offensione. Il Patriarca disarmò in Ancona le galèe prese a prestanza; e venne per la via di terra in Roma, dove le sue parole, più che da altri, ebbero la conferma dal conte dell'Anguillara. Il quale, tenutosi sempre da parte nelle querele levantine e con grande riserva, rimenate avendo le galèe a Civitavecchia, sosteneva al Vaticano i diritti conculcati della sacra alleanza: biasimatore acerrimo dei falli commessi durante la campagna. E' vedeva da una parte crescere la superchieria turchesca e l'oltracotanza piratica, e dall'altra vedeva la rovina dei popoli e della religione. Perduta ogni speranza di buoni effetti colle armi congiunte della cristianità.

[Aprile 1539.]

Quale sorta di amicizia fosse cotesta dei ministri spagnuoli inverso gli alleati, giudichi chiunque ne ha patito di simile, non chi ne ha goduto. Basti che il lettore si renda sicuro per l'evidenza del fatto di Castelnovo essere stati violati i capitoli, e rotta la lega, tradito il cristianesimo dai ministri cesarei.

Ondechè i Veneziani, senza mai disarmare durante l'invernata, aspettarono il mese di marzo dell'anno seguente: e poi che ebber veduto chiaro e disteso sempre l'istesso inganno dalla parte medesima, e i Cesariani al solito menare in lungo le provvisioni dell'armamento, pensarono di provvedere ai casi loro, e volsero l'animo a quella pace che aver potevano meno dannosa e meno vergognosa della guerra. Prima per intramessa di Luigi Gritti fecero tregua di tre mesi colla Porta: poi la prolungarono ad ogni scadenza[109]. Durissime le condizioni, tenaci i rifiuti, due anni di prove, e finalmente un trattato gravoso a' venti di ottobre 1540.

Intanto i falsi amici correvano a processione in Venezia, sconsigliavano la pace, parlavano di onore, di giustizia e di cristianità; e spargevano tra i popoli le notizie dei loro consigli e delle loro premure. Francesco di Francia (l'alleato dei Turchi) voleva comparire zelante anche esso agli occhi della gente semplice! Più di tutti zelante Carlo d'Austria mandava a Venezia il marchese del Vasto a scusarsi e scolparsi, promettendo di voler mettere pei Veneziani la vita e gli stati suoi, eserciti e armate, e soccorsi inauditi: tutto pel tempo a venire[110]. Erano parole troppo diverse dai fatti. Qui cade in concio un proverbio che mi ricorda aver letto la prima volta in una grammatica per imparare la lingua spagnuola[111], e potrebbesi volgere così: Buone parole e tristi fatti gabban tutti, e savî e matti. Nel vero costoro intendevano giuntare senza lor carico, con sottile artificio, in ogni parte i Romani, i Veneti, i Maltesi, il Cristianesimo e tutti, contrapponendo alle promesse lusinghiere le opere sleali. Mi si conceda raccoglierne la somma, e mostrare in conclusione l'antitesi con che sostituivano alle parole di soccorso il fatto dell'abbandono, alla prontezza di marzo le lungaggini di settembre, all'unione in Levante le gazzarre in Provenza, alle galèe ottantadue il numero quarantuno, alla bravura dei Veneziani la soperchieria dei venticinque, all'abbattimento dei Turchi la consunzione dei Cristiani, alla guerra viva le misere scaramucce, alle grandi battaglie la fuga vergognosa, alla consegna di Castelnovo l'occupazione violenta di quattromila Spagnoli, alle conquiste in Levante le minacce in Terraferma, all'amicizia la servitù. Sia pur che il numero infinito degli stolti si lasci pigliare dall'apparenza delle belle parole; non per questo dovranno i savî tenergli bordone, anzi maggiormente intendere alla sostanza della verità, schifare gl'inganni e conoscere gli uomini (secondo i dettami della sapienza) dalle opere loro. Io ho messo qui insieme i detti ed i fatti, perchè ormai ciascuno pigli da sè il posto che gli compete; e da sè giudichi le vicende del mondo, senza accezione di persone, sian grandi e piccoli d'ogni paese: cosa non potuta sempre fare libera e apertamente dai trapassati, quando i mancatori erano possenti e temuti; nè sempre voluta fare dai moderni per vani puntigli di onor nazionale inteso a rovescio, o per riverenza in tutto a chi non fu lodevole in tutto. Prima gli eterni principî della morale colla loro verità e giustizia, e poi il resto delle persone coi loro difetti e colle loro malizie[112].

[Giugno 1539.]

Ora, per finire questa materia, devo ricordare gli ultimi due atti della guerra nel trentanove, prima che fosse conchiusa la pace tra i Veneti e Solimano. Torniamo a Castelnovo, dove sulla fine di giugno si presenta Barbarossa con tutte le forze dell'imperio turchesco, per ricuperare al suo signore la piazza perduta. I quattromila fecero egregia e valorosissima difesa: ma voluti tenere contro legge e contro natura in Levante, dove il padrone da lontano non li poteva soccorrere, alla fine caddero il dì sette d'agosto nelle mani dei Turchi: i quali senza pietà gli tagliarono quasi tutti a pezzi, e i pochi superstiti posero al remo nelle galere, come testimonî della final conclusione della strana alleanza[113].

Poscia l'istesso Barbarossa col medesimo esercito e colla medesima armata, vie più animoso per la recente vittoria, andò quivi presso a volersi pigliare la città di Cattaro tenuta dai Veneziani, e vi pose assedio pari e più duro che non a Castelnovo. Ma era riserbato al governatore di quella piazza Matteo Bembo, ed a quei spregiati marinari coi loro soldati, romagnoli, marchiani e dalmatini, senza bisogno degli altri venticinque, il dare a Barbarossa tale percossa, che il barbaro lacero e sanguinoso dovette esser contento di andarsene lungi dalla città e dal golfo, senza ardirsi mai più di ritentare quella prova[114]. Perduto adunque Castelnovo dagli Spagnoli, e salvato Cattaro dai Veneziani, finisce l'epopèa della prima grande alleanza nel secolo sestodecimo contro i Turchi. Per la seconda ci rivedremo agli scogli di Lepanto. Ma per la terza del secolo seguente sarà meglio comprovato come a pubblico beneficio della società e della religione tra Roma, Vienna, Venezia e Varsavia allora soltanto poteva durare intemerata la lega per sedici anni fino al trattato di Carlowitz, quando non entravano di mezzo i mestatori dell'Escuriale.

NOTE:

[104] ANDREAS MAUROCENUS cit., 535.

MARCO GUAZZO cit., 247.

MAMBRINO ROSEO cit., 230.

SANDOVAL cit., 184.

[105] MAMBRINO cit., 230: «_Vi morì Boccanera.... con Cesare Giosia da Fermo, valorosi soldati ambedue...._»

MOROSINI cit., 535: «_Cæsar Josias firmanus et Buccanigra hispanus, cohortium præfecti, ceciderunt._»

[106] RAYNALDUS, _Ann. eccl._, 1538, n. 26: «_Cum vero Castrum novum ex fæderis legibus Venetis deberetur, tamen Auria veteranas cohortes hispanas præsidiarias, ad quatuor millia, oppido imposuit: quod ægerrime tulit Senatus venetus._»

SANDOVAL cit., 185: «_Andrea de Oria y Fernando Gonzaga metieron Españoles en los castillos, contradiziando Vicente Capelo que los pedia per virtud del concierto._»

Vedi sopra la nota 10.

[107] ULLOA cit., 158: «_Andrea Doria mise in Castelnovo quattro mila Spagnoli di quelli che si trovarono al sacco di Roma e nelle altre guerre d'Italia._»

BOSIO cit., 182, D: «_Quattro mila Spagnoli lasciati in Castelnovo in gastigo degli abbottinamenti e delle crudeltà fatte poc'anzi in Milano._»

MAMBRINO, 200.

GUAZZO, 273.

[108] ANTONIO DORIA, _Compendio_ cit., 78: «_Ancorchè il generale di Vinitiani richiedesse che gli fosse consegnato Castelnovo, secondo le conventioni della lega, nondimeno vi fu lasciato Francesco Sarmiento con tre mila Spagnoli, dicendo Andrea e Ferrante di levargli innanzi alla primavera._»

[109] RAYNALDUS, _Ann._, 1539, n. 31: «_Veneti indignati quod Auria, violato fædere, superiori anno hostis delendi sprevisset occasionem, Solymanum de pace postularunt._»

[110] PARUTA cit., 115: «_Biasimarono molti di comprar la pace così cara.... ma considerato lo stato delle cose, e le più vere ragioni, si rimasero tutti quieti, e fu lodata la prudenza._»

ULLOA, 158, b: «_Carlo mandò il marchese del Vasto a Venetia a dolersi con essi loro delle cose successe, significando che egli non n'haveva colpa alcuna.... promettendo di metter per loro la vita e gli stati suoi se bisognassero._»

MURATORI, _Annali_, 1539, princ.: «_L'Imperatore e il Re di Francia per comparire zelanti del bene della cristianità verso la gente credula spedirono a Venezia.... facendo sperare possenti soccorsi._»

[111] ANTOINE FABRE, _Grammaire pour apprendre la langue espagnole_, in-4. parvo, 1627. Venezia, presso Giovanni Guerigli, p. 283, linea ultima: «_Buenas palabras y ruynes hechos engañan a sabios y a locos._»

[112] CARLO V approva i disordini di Andrea, v. sopra nota 80.

FILIPPO II approva i disordini di Giannandrea, v. sopra nota 25.

Al modo stesso e nella stessa sentenza consentono i documenti che del continuo vengono alla luce per opera di solerti e diligentissimi collettori dagli archivi di Spagna, d'Italia, di Germania e del Belgio; di che si potrebbe tessere lungo catalogo noverando soltanto i più recenti dal Navarrete al de Leva, e dall'Heine al Gachard.

[113] BIZARUS cit., 508: «_Barbarossa Castronovum terra marique acerrime obsessum.... hispanis omnibus aut trucidatis aut ad transtra triremium relegatis expugnavit._»

PETRUS PAULUS GUALTERIUS, Mss. cit., _sub die decimanona augusti MDXXXIX_: «_Nunciatum est Romæ Turcos die septima hujus mensis augusti expugnasse Castrumnovum, occiso præsidio quod ibi a Cæsare tenebatur._»

[1540.]

XVIII. — Rimettiamoci attorno ai nostri porti e alla difesa delle spiagge, dove ci si ripresenta, come prima, alla testa delle sette galèe il conte Gentil Virginio Orsini con ordini pressantissimi di Paolo III contro le infestazioni del pirata Dragut. Costui, degno allievo prediletto di Barbarossa, ci è venuto due volte innanzi nel nostro cammino, prima fra la Prèvesa e Santamaura, comandante la vanguardia dell'Aquilone, e poscia rapitore della galèa del Bibbiena. Ora, scioltosi di ogni legame dell'armata ottomana, mena guerra piratica per conto proprio con venticinque o trenta bastimenti da remo, a rovina dei commerci e delle riviere di Spagna e d'Italia. Conseguenza dell'orgoglio cresciuto ai Turchi per gli inutili sforzi della lega dei Cristiani. La navigazione per tutto l'anno trentanove era stata interrotta nel Mediterraneo, con tanta crudeltà e arsioni di terre, e prede di navigli, e schiavitù di gente, che le doglianze dei popoli mossero l'Imperatore a ordinare lo schianto di costui. Indi lettere al Papa e al Grammaestro per ottenere il rinforzo delle galèe di Roma e di Malta; e commissione al principe Doria di non attendere ad altro se non a perseguitare Dragut, e ad estirpare gli altri pirati dal Mediterraneo.

[Aprile 1540.]

Per questo Andrea, non più aggirato nè aggiratore tra la diversità delle parole e dei fatti, non più tra capitoli espressi ed ordini secreti, ricomparisce quel valentuomo ch'egli era; e piglia l'assunto da senno, e in guisa da condurlo a buon termine[115]. Pronto fin dal mese di aprile in Messina, aggiugneva alle galèe sue quelle di Napoli e di Sicilia e di Spagna, e le quattro di Malta e le sette di Roma, ottantuna in tutto; e ne faceva cinque squadre per diversi paraggi, da stringere in mezzo Dragut, secondo l'esempio di Pompèo nella guerra famosa contro i pirati della Cilicia[116]. Erasmo Doria con dieci galèe alla guardia delle Baleari; Giannettin Doria e il conte dell'Anguillara in Corsica e Sardegna con ventuna galea[117], don Federigo di Toledo con undici innanzi alle isole del golfo napolitano, il conte di Requesens con diciassette e i Maltesi a ponente della Sicilia, e il principe colle ventidue consuete per la costa di Barberia. Tutti gli squadroni fecero degna prova, ed ebbero segnalati vantaggi: ma l'onor supremo e il maggior guadagno della gran caccia toccò alla squadra di Giannettino e del Conte, ciascuno colla sua bandiera e le sue galere, che erano quattordici genovesi col primo, e sette romane col secondo[118].

[2 giugno 1540.]

Visitarono insieme le coste di Sardegna, e finalmente ebbero avviso che Dragut, dopo aver dato il guasto alle riviere della Corsica, era stato veduto con undici vele trapassare le bocche di Bonifacio, e dirigersi alla Capraja, isoletta dei Genovesi, allora quasi disabitata[119]. Lo seguirono in quella parte, e udirono le cannonate che egli tirava contra la torre di tramontana. Per questo stando più vigilanti, con buone guardie, e pigliando lingua da quei che fuggivano con piccoli legnetti, e dai pescatori, vennero a sapere che i pirati eransi levati di là, e rivolti alle alture di capo Corso; e finalmente alla deserta cala della Girolata, che è sulle coste occidentali dell'isola presso alla Cinarca e quasi nel mezzo, dove facevano baccano, gavazzando e dividendo a ciascuno la parte che gli veniva di preda e di schiavi. Costume perpetuo dei barbareschi il mettersi subito alla partizione delle prede, tanto per quietare gli ingordi appetiti, quanto perchè meglio ciascuno pigliasse nel viaggio la particolar cura delle cose sue. Costume eziandio perpetuo lo scegliere per tale bisogna gli ascosi recessi di qualche isola deserta, dove non avessero a temere nè concorso di bastimenti da guerra, nè stormo improvviso di abitatori.

Lietissimi i nostri girarono l'isola, e addì due di giugno 1540 di buon mattino posero gli agguati a ponente per assicurarsi il beneficio dei venti consueti nella stagione dal secondo e dal terzo quadrante. Oltracciò Giannettino mandò innanzi verso la cala il solo Giorgio Doria con sei galere ed una fregatina, perchè fattosi scoprire allettasse il nemico alla caccia, e lo traesse dove le altre quindici galèe stavano soppiatto ad aspettarlo. Veduti i pochi di Giorgio, il Pirata temerario chiamò all'armi; e lasciando due soli bastimenti alla guardia del bottino, si spinse contro di lui, che a maraviglia infingevasi di fuggire, tirandosi appresso i pirati verso l'agguato. Corsero qualche tempo i legni barbareschi, in numero di nove, contro i sei di Giorgio, infino a che questi con un tiro diè il segno, e comparvero agli occhi stupefatti di Dragut le altre quindici galèe di Giannettino e del Conte, che venivangli risolutamente incontro col vantaggio del vento. Virò costui subito subito di bordo, e prese a fuggire: ma i nostri avendolo sottovento, e forzando di vela, non potevano mancare di investirlo per poppa. E già il Pirata, sentendosi alle calcagna più e più da presso i cacciatori, si teneva perduto, quando disperatamente pensò volgere la faccia, e provare se colle armi potesse meglio provvedere allo scampo. Eccolo dunque dare alla banda, venire al vento, mainare le vele, e mettersi a remo: eccolo a suon di trombe approntarsi ferocemente al conflitto. Ma non gli fu dato nè anche il tempo di cominciare: conciossiachè a pena voltato, Giannettino col cannon di corsia gli assettò tale un colpo, che incontratosi di imbroccare nella ruota di prua, gliela strappò quasi dal calcagnolo, sfondandogli la galera. In quel punto di confusione, ed egli che scendeva nello schifo, e gli altri legni che perdevano la speranza, circondati nell'impeto dell'abbrivo, restarono tutti uncinati e presi, da due infuori che prima degli altri avean preso la fuga.

Intanto che Giannettino incatenava Dragut e rimetteva i sei legni predati, il conte dell'Anguillara seguiva innanzi verso la cala, dove si vedevano le due galere dei barbareschi di guardia al bottino; e pigliavasele ambedue senza colpo ferire, essendosi Mamì capitano di quella guardia gittato in terra con tutti i suoi, abbandonata ogni cosa alla riva, colla speranza di salvarsi nei boschi vicini[120]. Ma poco gli valse la fuga; perchè inseguito dai vincitori, e cacciato dalla fame nel termine di due settimane con tutta la sua brigata venne in potere dei vincitori. Splendido successo senza niuna perdita dei nostri: mila ducento Cristiani liberati dalla schiavitù, altrettanti Turchi fatti prigioni, cattivato il terribile Dragut, in catena l'ajutante Mamì, presi nove bastimenti nemici. Tra quelli due lasciati alla cala l'Orsino riconobbe e ricuperò intatta la galèa del Bibbiena, che avevamo perduta due anni prima nello scontro del ventisette settembre alla Prèvesa, come si è detto[121].