La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 2

Part 6

Chapter 63,645 wordsPublic domain

Udiamo il Sigonio discolparlo così[78]: «Noi non cerchiamo di investigare le cose occulte, gli ordini dati in secreto, gli intimi pensamenti dei principi, e le oscure volontà degli uomini.... Per voler di Dio il Doria non fu favorito dalla fortuna, perchè tutti confessano che il vento mancò.» A mezzodì pel desinare, signor Carlo, mancò il vento; non all'asciolvere, nè alla merenda, quando Andrea lo sciupò prima in consigli inutili, e poi in fuga vergognosa. Col vento fresco di Scirocco in poppa sciolse le vele, fece orecchie di lepre alla marinaresca, si allargò dai Turchi, fuggì verso Corfù e piantò i Cristiani in confusione. Menollo il vento. E voi ravvolgetevi quanto che sia per quella notte senza lumi, abbarcate cose occulte, secrete, intime e oscure quantunque vi pare, che noi vediamo i fatti più chiari delle parole; anzi per la medesima filatessa di scuse non ricerche vediamo più che altro manifesta l'accusa. E quanto alla temerità di interpretare a rovescio la volontà di Dio... Passiamo all'altro, commensale di Andrea e segretario dell'Altissimo, il quale al modo istesso non trovando nè per mare nè per terra scuse sufficienti alla difesa; e non sapendo dove che siamo noi piantar chiovello da carrucolare il convincimento nostro, si volge al cielo dove ci ha lasciati il collega suo, ed esclama[79]: «Il grande Iddio, che vide la strage che si faceva quel giorno di sangue umano, se due sì potenti armate combattevano alla Prèvesa, levò di animo.... che si combattesse.... Di maniera che qualunque esaminerà quel successo (dirittamente giudicando) confesserà che fosse permissione divina che quelle due armate non si azzuffassero insieme.» Caschi adunque il diritto di guerra e pace, esultino i codardi, tremino i prodi, si rompano i giuramenti, si tradiscano le alleanze. Chi potrà trovarci biasimo? Sono permissioni divine! Vedi il sistema delle discolpe personali come mena alla negazione dei principî eterni della giustizia, e quindi quanto importi alla storia di mettergli il freno. Non sono mai mancati, nè mai saranno per mancare nè sofismi, nè bestemmie, nè ciurmerie al fine d'imporre alla moltitudine e di mettere gli stolti in confusione. Ma quei che hanno l'intelletto sano non possono non vedere che, quando i difensori per scusare i falli di un uomo intorbidano le massime supreme della morale, della difesa e delle battaglie; e di più mettono in compromesso a favore dei Turchi la provvidenza divina, secondo gli umori del loro cervello; in somma quando spiegano dall'alto al basso coperchioni tanto fatti, e' deve esserci sotto gran magagna da nascondere.

Ora esaurite le testimonianze imparziali, e pesate le accuse e le difese, non sarò io giudice singolare a proferire la sentenza: ma volentieri seguirò la formola del magistrato e legislatore supremo Carlo V imperatore, alla quale senza appello tutti devono colla debita riverenza sottomettersi. Pensate in quel primo fervore quanta gente intorno a Carlo per dire, per sapere, per consigliare: gli ambasciatori dei principi, l'oratore di Venezia, il nunzio del Papa, i grandi di Spagna, i ministri, gli ammiragli, cento ronzoni pel gabinetto: ed egli, non volendo mettersi in contradizione con alcuno, aveva pronta per tutti una sola risposta, che ci ha conservata nei precisi termini il Cappelloni segretario del Principe. Diceva Carlo, semprechè alcuno parlava dei successi della Prèvesa[80]: «Per mia fede, Sua Santità in quell'impresa ha mancato. Io ho mancato, et i Vinitiani mancarono; et niuno ha fatto il debito suo, se non il principe Doria.» Dunque erano d'accordo: e Andrea ha obedito agli ordini di Carlo. Ecco tutto.

Che maraviglia dunque se Andrea diviene sempre più grande, più accetto al padrone, più potente alla corte? Carlo non naviga se non lo porta Andrea, non entra in Genova senza alloggiare in casa d'Andrea, non move foglia, nè fa alleanza, senza metterci alla testa Andrea. Soltanto il Doria conosce e soddisfa al debito suo. Lo stento dell'arrivo, la metà del contingente, la molestia del rinforzo, l'infingimento dei consigli, il rifiuto di combattere, la fuga innanzi al nemico, l'abbandono degli alleati, il trionfo degli infedeli sono tutti doveri di Andrea; tutti servizi resi all'Imperatore. Carlo è soddisfattissimo per comodo suo: così può tenere abbasso Venezia per mezzo del Turco, abbasso Milano per l'impotenza dei Veneziani, basse le Sicilie per la paura dei pirati, bassa Roma pel bisogno del soccorso, basso il Turco per la minaccia della lega; ed alto solamente Carlo e la sua corte. In somma gli Austriaci di Spagna volevano che il Turco ci fosse per contrappeso ai Veneziani, i Borboni di Francia che ci fosse per contrappeso agli Austriaci, altri che ci sia per contrappeso ai Moscoviti. In ogni tempo la stessa politica dell'equilibrio, ordinato soltanto al proprio interesse ed alla altrui depressione, ha tenuto Maometto in Europa. Carlo, Filippo, Francesco e Sempronio han sempre fatto e faranno la medesima cosa, e per le stesse ragioni. Dunque stian cheti gli eccentrici difensori dell'Escuriale (non dico del muro, ma delle persone in quella cerchia appostate) a proposito di queste faccende dei Turchi. Filippo ha seguìto la politica tradizionale della sua casa, incominciata dal bisavolo alla Cefalonia, e continuata dal padre alla Prèvesa. Ciò risulta dalla catena dei fatti, dal raziocinio, dai documenti: e quanto più se ne pubblicano, tanto meglio si conferma questa verità, che è l'unica chiave per entrare nel laberinto di cotali maneggi, senza di che non si capirebbe più nulla.

NOTE:

[71] BOSIO cit., III, 181, E.

SANDOVAL cit., 185.

BRANTÔME, _Capit. étrang. Leida_, 1666, II, 45.

MAMBRINO ROSEO cit., 231.

LETTERE DE' PRINCIPI, Venezia, 1561, p. 132.

[72] CIVILTÀ CATTOLICA, del 4 settembre 1875, p. 515: «_Ferdinando d'Aragona aveva nelle sue mani il Consiglio supremo delle Indie; e guai allo scrittore che si fosse osato allora dar lodi al Colombo, in onta alla volontà ed ai risentimenti di cotesto Consiglio!_» (Sempre l'istessa prepotenza, tanto nella lode che nel biasimo, secondo la ragione o meglio l'ingordigia di stato.)

[73] SCIPIONE AMMIRATO, _Storie fiorentine_, in-fol. Firenze, 1641, parte II, 661.

[74] PAOLO PARUTA, _Storia di Venezia_, in-4. 1717, lib. IX, p. 70.

[75] CARD. SFORZA PALLAVICINO d. C. d. G. _Storia del Concilio di Trento_, in-fol. Roma, 1666, lib. IV, n. 30, p. 91.

[76] CAV. JACOMO BOSIO, _Storia della sacra religione et illustrissima milizia di San Giovanni Gerosolimitano_, in-fol. Roma, pel Facciotto, 1602, III, 181, D.

[77] ODORICUS RAYNALDUS, _Congr. Orat. Annales Ecclesiastici post. card. Cæsarem Baronium_, in-fol. Roma, Anno 1538, n. 26: «_Quid porro a sociali classe gestum sit hoc anno, pudet referre.... Defuit Andreas Auria.... ductis mari variis gyris et navalis peritiæ inani ostentatione, demum turpem fugam, ridente Barbaro, capessivit.... Cumque adversi rumores spargerentur, ferunt.... eos contempsisse, cum omnia revocaret ad commodum Cæsaris, qui turcico bello implicitos Venetos, a præpotente hoste viribus et opibus exhauriendos, terrestris imperii urbibus expoliare posset._»

[78] CARLO SIGONIO, _Vita e fatti di Andrea Doria_, tradotti in volgare da POMPEO ARNOLFINI, in-8. Genova, 1598, p. 210.

[79] CAPPELLONI LORENZO, _Vita e gesti di Andrea Doria_, in-8. Genova, 1565, p. 79, 89.

[80] CAPPELLONI cit., p. 79.

[30 settembre 1538.]

XIV. — Qui cade in concio di contrapporre agli studiati artifizî delle ingordigie politiche una lettera scritta proprio di quei giorni da un giovane venturiero dell'armata romana: il quale avvegnachè non potesse entrare tanto addentro nei fatti e nei giudizî di quella giornata, e qualche volta anticipi e posticipi come gli viene alla penna l'ordine dei fatti, nondimeno con schiettissima semplicità, non disgiunta da qualche arguta ironìa di sale romanesco, ripete i parlari di tutti, e mostra pur di sapere da sè alcuno arcano e pauroso secreto da non potersi confidare nè allo scritto, nè alla cifra: ma da essere riservato a bocca quando che sia. Ecco la lettera inedita, che pubblico colle stesse scorrezioni, delle quali chiede scusa per più ragioni esso stesso lo scrittore, Miniato Ricci da Corfù addì 30 settembre[81]:

«A monsignor Parisani, tesoriero di N. S.

»Non ho scripto a Vostra Signoria Reverendissima più tempo fa, pensando de voler tornare costà più presto che non è stato. Et il mio tardare l'ha causato la venuta del signor principe Doria, et il mio desiderio di vedere l'armata turchesca, e di che modo si combatte in mare: essendo che in terra havevo veduto per l'ultima alla Prèvesa. Et così spettando, venne quello glorioso Messìa[82], che fu alli otto del presente. Che per honor della Christianità fusse piaciuto a Dio che non se fusse per quest'anno partito da Genova: che haveria riportato molto più honore in quelle bande de Ponente, che credo fora de queste di Levante, per quest'anno. La causa bisogna la dica abbreviata per non far volume. Et haveria dire a bocca[83]; sendo che la vergognia me fa restare de qua.

»Vostra Signoria Reverendissima ha da saper come alli 25 del presente partissimo dal canale de Corfù in tre battaglie, come il signor principe haveva ordinato. Cento quarantuna galèra, et sessanta o più navi[84], fra le quali erano tre galeoni che portavano più di quattrocento cinquanta bocche d'artiglieria di bronzo, nel qual numero sono più di cento cannoni[85]. Et andassimo quel dì sopra il canal della Prèvesa, largo tre miglia. Et surgessimo tutti, con vento tutta la notte assai fresco. Et perchè nel canale ovvero golfo della Prèvesa era l'armata turchesca, non possette riuscire il disegno di far smontare le genti, come s'era disegnato. Perchè per gente che andarono la notte a riconoscere fu giudicato esser di troppo gran pericolo per più rispetti, che non accade il contarli.

»La mattina del ventisei partissimo di lì, dipoi di haver alquanto scaramucciato et tratte molte cannonate coll'armata turchesca, cioè con venticinque galere, quali intravano et uscivano dal golfo[86]: et pigliammo la volta di capo Ducato per andare in golfo di Lepanto. E così camminassimo tra il giorno e la notte fino a trenta miglia, perchè bisognò remurchiar le navi per carestia de vento. La mattina de' ventisette, a ore dieci in circha[87], sorgessimo molte galere sotto l'isola di Santamaura per spettar che tutta l'armata se drizzasse verso capo Ducato, quale andava vagando per certo vento che ne dava in faccia. Et stando noi surti così dove stava il signor Principe, et il nostro et il veneto Generale, et molti altri signori, fu scoperta l'armata del Turco, quale era uscita dalla Prèvesa. Perchè causa non lo so, ancorchè li judicii siano varii: perchè molti dicono che Barbarossa voleva andare in Barberia, molti che ne veniva a disturbare l'andare a Lepanto, e molti judicii. Dove per questi signori fu determinato, de poi molte discussioni[88], se dovesse tornare alla volta dei nemici. Et benchè l'opinione del reverendissimo Patriarca non fusse de tornarci, tuttavolta per obbedire ce tornò; con ordine del signor Principe che sua Signoria reverendissima fosse retroguardia, Veneziani battaglia, et lui antiguardia. Et così dessimo alquanto de spazio alle navi, quali avevano un poco de vento[89], acciò potessero intrare in prima. Et così dui delli sopraddetti tre legni, molto agili di vele, andarono alla volta dell'armata: la quale poichè l'ebbe veduti tornare indietro, ancora lei si fece innanzi. Et come piacque al vento, li sopraddetti dui legni andorono tanto innanzi che cominciorono a tirare alli nemici, et li nimici a loro. Dove tutta l'armata stava di tanto buona volontà et de tanto grande animo de combattere, che non pareva che cento quaranta legni che haveva Barbarossa fossero stati se non tante fregate. E spettando tuttavia che se desse segnio de dar dentro. Abbenchè in questo mezzo, per ordine di sua Excellentia, eravamo usciti del primo ordine, et andati tutti in una battaglia. Et dipoi per il medesimo ordine mettessimo tutte le navi sopra del vento.

»Et stando così con questa speranza tuttavia andassimo largandoci verso li nimici, et loro stringendosi verso la terra. Di sorte che (per li nostri buoni ordini!) ne guadagnarono il vento: et se messero d'una tanto bella ordinanza verso di noi per spettarci, che se fossero stati lanzichinecchi saria stato troppo; non tanto esser galere. Et così ne tirorno molti e molti pezzi d'artiglieria alle nostre galere et alle navi, quali erano tutte arrivate, e restate a lor dispetto in bonaccia[90]. Et stando così loro verso terra, e girando noi in mare veleggiando, se drizzorno ad alcuni navigli che erano restati indietro, fra li quali furono de veduta mia tre navi grosse; ancorchè molti dichino quattro o sei. E combattendo l'una più di quindici galere, avendole dato assai botte, nè mai havendo possuto salir sopra, havendole buttato l'albero colle vele a terra, per volerla prendere ce buttarono fuoco: et questo perchè cinquecento Spagnuoli che ce stavano sopra se portorno tanto bene che non se può dir più. E certo se gli archibusi ammazzan loro, come li loro han fatto de li nostri, si judica che molti più siano morti di loro in quel combattimento.

»In mezzo a questo le altre galere combatterono dui altre navi, quali al medesimo feceno grandissima difesa; pure all'ultimo furono prese: perchè uno contro trenta è impossibile a durar, chè tutti non sono galioni. Presso queste tre navi se trovano dui galere: una del Papa assai male in gambe per fuggire, rispetto alli homini che non sono nè pratichi nè atti a questo offitio o per dir meglio exercitio[91]: et l'altra de' Venetiani, più atta a fuggire della nostra: ma al combattere la nostra meglio di quella, come per l'experientia si è visto. Perchè essendo la nostra prima assalita da dui galiotte, le rebbuttò. Et saria scampata, se altre quattro galere non l'havessero sopraggiunta. Dove combattè mezz'ora o più gagliardamente: et all'ultimo restò pregiona la galera, et tutti li homini morti. Questo se sa per vista delle navi che erano più presso; et per uno scampato a nuoto sotto una galèa turchesca, quale tornando poi verso le navi, quello si dispiccò, e intanto con voti eccetera se salvò in una nave. L'altra de' Venetiani, per quello se vedde, se judica siano più prigioni che morti: perchè non fece troppa difesa.

»In questo tempo tutti pensavamo che se dovesse dar dentro alli nemici: perchè pensavamo il Principe havesse lassato sbattere li Turchi con le navi, et che poi con le galere se dovesse investire. La qual cosa non fu fatta. Et forse la causò un nembo di tempesta che venne, che ne fece un gran disturbo[92].

»Per la qual cosa, per venire alla conclusione, essendo ventiquattro hore[93]; et essendo insieme cento trentanove galere et tutte le navi, honoratissimamente ce ne demmo a fuggire! lassando dui galere, tre navi, et forse più, et molti altri vascelli in man di Turchi. Et che è più, lassammo tutte le navi a seccho, che non havevano vento. Et vedemmo bruciar dui navi. Et la fuga fu tanto honorata, senza che li nemici ci venissero direto, che fino a quest'hora mancano molte galere, quali s'intende sono andate in Puglia, che sarà stata una fuga di ottanta miglia: et in questa fuga sono intervenute una delle nostre, sei o otto del Principe, et altrettante o più de Venetiani. E questo, come ho detto, senza che li nemici ne seguitassero un passo: ma la tanto gran paura che era intrata addosso alli uomini[94]. Tutti dicono essere stati li ultimi a fuggire, et che avevano li nemici alle spalle, et che sono stati seguìti quindici miglia. Oltre che alcuni dipoi d'haver corso per dette ottanta miglia più che di passo hanno dato in terra per sospetto d'altre galere che vedevano pur delle nostre. Alcuni hanno tratto d'artiglieria a scogli, pensando fussero galere[95]. Alcuni lungata la via trenta o quaranta miglia discostandosi uno dall'altro, ogniuno per sospetto. Et come è piaciuto a Dio, semo tutti in Corfù. Et dalle dui galere in poi, nessuna ha havuto male nissuno, salva una di Rodi, che una botta mazzò otto homini. Sicchè vostra Signoria reverendissima ha inteso come ce troviamo. Basta che a judizio de tutta l'armata, la quale se sa che semo più de settanta mila homini, è stato ed è molto inculpato e biasimato quello, il quale ha avuto il carico di questa impresa[96]. Et certo ha perso in un punto quello che non ha acquistato in molti anni.

»Et io non saprei dire quale fusse la causa che non se sia fatta questa giornata: se non forse che quelli che stanno in cielo et all'inferno hanno havuto paura di tanta gente, quanta in quel dì justamente doveva sopraggiungere sopra l'una et l'altra porta in un tratto, non li togliesse il dominio[97]. Che certamente ogniuno judica che campandone di cinque due, fusse assai: stante che essendo tra l'uno e l'altro più di cento trenta mila, saria stata pur troppo grossa la mortalità. Et io non judico che sia stata altra la causa: perchè avendo la fortuna mostrato una tanta immortalità d'un Principe, et una tanta grandissima vittoria di Cristiani, come ne mostrava; et non havendo saputo pigliarla, non saperia dire altrimenti da quel che ho detto.

»Certifico bene Vostra Signoria Reverendissima che mai li Christiani ebbero tal ventura, nè haveranno, de esser tanto vicini a una armata di nemici, come sono stati, et haver più certa vittoria, che havevano[98].

(Seguono alcune righe in cifra, senza chiave, e niun deciframento nell'Archivio.)

»Io tra il disagio che se patisce a scrivere, et haver hanco prescia, non sarò più lungo. Et la prego che, se dell'altre sarà più scorrettamente scritta, oltrechè per l'ordinario è mio costume, adesso è forza sia molto più, rispetto al luogo: et per questo mi perdoni più dell'ordinario. Et alla sua bona gratia humilmente me raccomando, insieme col signor Cavaliero[99], quale anchora lui non havendo possuto mostrare il desiderio che tiene di far honore alli padroni, sta desperato.

»Et perchè so che Vostra Signoria Reverendissima ama messer Giovanni[100], la supplico voglia fare opera che non venga in queste parti: chè me pare intendere che egli debba venire. Et certo finirà la vita sua, se egli viene. Io saria tornato: ma per vergogna son risoluto vedere il fine, o vero la partita del Principe, quale a mio judicio penso sarà presto.

»Da Corfù a dì ultimo de settembre 1538, mezzanotte.

»Di V. S. Rma.

»Umilissimo Servitore »Miniato Ricci.»

NOTE:

[81] ARCHIVIO RICCI IN ROMA: Volume intitolato _Cardinal Ricci, istrumenti, ordini, bilanci e lettere_. t. X, p. 138. — Lettera di messer Miniato Ricci a monsignor Parisani, tesoriere in Roma. Data da Corfù ai 30 settembre 1538.

[82] _Il glorioso Messia._ Ecco lo stentato arrivo, il lungo ritardo, ed il nomignolo di beffa ad Andrea.

[83] _Dire a bocca!_ Tanto era il dispotismo possente e temuto! Vedi appresso per la cifra, nota 98 e pel silenzio la prec. 72.

[84] _Il numero_ ribatte collo specchio dato alla nota 47, salvo le avvertenze ivi premesse.

[85] _Cannoni_, più che trenta pezzi da cinquanta per galeone, e più che cento di calibro minore.

[86] _Scaramucciato._ Tocca di volo il badalucco alle fauci dell'Arta per disfida languida, come è detto. Cinque o sei schermugi di quattro e sei legni per volta.

[87] _Ore dieci._ Secondo l'orologio italico, equivalgono alle quattro ore dopo la mezzanotte, e il vento in faccia di Grecolevante.

[88] _Molte discussioni._ Ecco le noje del lungo Consiglio che fecero perdere le tre ore e il vento.

[89] _Un poco di vento._ Dopo il Consiglio, anche questo giovanetto ingenuo trova il vento favorevole di Levante scirocco, e porta le navi a contatto dei nemici, con tanto animo che i legni di fila dell'avversario erano stimati per nulla.

[90] _La bonaccia_ dal mezzodì alle cinque pomeridiane. Parla della nave del capitan Hermosilla, che valorosamente si difese. L'autore narra per anticipazione alcuni combattimenti avvenuti dopo.

[91] _Una galèa del Papa._ Parla eziandio per anticipazione della galèa del cavalier di Bibbiena: _male in gambe_, cioè nel palamento, con pochi rematori, come è detto. L'autore non parla per veduta, ma per detto di un marinaro scampato.

[92] _Un nembo._ Qui si mostra nella sua semplicità il novello marino, perchè quel nembo di Scirocco sarebbe stato il gran beneficio e avrebbe condotto navi e galere in massa contro il nemico, disordinato, se da chi lo capiva fosse stato colto al detto fine, e non rivolto alla fuga ed al disturbo degli amici.

[93] _Ventiquattro ore._ Il tramonto e la fine della giornata, come alla nota 62. Scirocco fresco.

[94] _Paura._ Descrive il timor panico propagatosi alla inattesa manovra di Andrea; e la sospensione di Barbarossa nel principio della fuga: chè dopo realmente diè caccia alla coda, dove non era il Ricci.

[95] _Artiglieria a scogli._ Qualche iperbole, secondo il solito, messa fuori da belli ingegni.

[96] _Quello._ Non ardisce nominare il peccatore, sapendo con chi è legato. Ma prevede che non perderà niente nè in un punto, nè in molti anni di là; ma soltanto nella estimazione degli altri di qua.

[97] _Dominio in cielo et all'inferno._ Tratto di spirito, messo in giro fin da quel giorno, e poscia afferrato per inquartarlo a proposito nelle difese di Andrea.

[98] _Mai tal ventura._ Qui mettesi in cifra, e parla sul sodo, ed è importantissimo il suo discorso scritto dopo tre soli giorni dal famoso scontro. Egli medesimo si avvede di entrare addentro nella spinosa materia, perchè continua in scrittura arcana, non mai più intesa da altri. Devono essere sentenze udite all'armata a carico di supremi personaggi.

[99] _Il Cavaliere._ Dal contesto presente e da tante altre lettere, dove espressamente è nominato, dico il cav. Giovanni Maria Straticopulo dell'Ordine di Malta, comandante di fanale sulle galèe del Papa, del quale sovente parla il Varchi nelle _Storie fiorentine_, ed il Bosio nelle _Maltesi_, 88, B; 99, B; 107, A.

[7 ottobre 1538.]

XV. — La partenza del Doria non andò così presta, come il Ricci desiderava. Dopo tanta vergogna bisognavagli pur qualche prova di rilevarsi, di riprendere la perduta riputazione, e di rimettere su la speranza, perchè gli alleati durassero volontieri alla lunga senza guerra e senza pace. Di che saviamente giudicando il Senato veneziano, ed uso a reprimere i movimenti inconsiderati delle passioni per servire al bene pubblico, facendo anche ragione di non doversi dare appiglio ad Andrea di farsi più nocivo, quando tuttavia riteneva nelle mani il supremo comando di tutta l'armata, gli scrissero lettere consolatorie: e tacendo con prudente trapasso ciò che allora non doveva esser detto, lo chiamarono capitano avveduto, ed eccellente marino, dal quale alla fine tutti aspettavansi alcuna segnalata rivincita, prima che la stagione lo chiamasse al riposo.