La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 2
Part 5
Intanto le due armate si appressano, già sono vicine a un miglio, quando sul mezzodì il vento che infino a là tanto bene ha portato l'armata cristiana tutta unita, navi e galèe, cade del tutto e si fa malaccia con qualche rifolo dall'istesso quartiere. Tutti richiamano le tre ore perdute nella consulta. La piccola distanza di un miglio si potrebbe superare coi remi in dieci minuti: ma le navi resterebbero indietro, e le galèe andrebbero sole. Perciò il Principe mettesi in giolito: tanto assegnatamente, che alcune navi più destre e veliere, fatti i coltellacci e scopammari, e raccolta ogni bava minima di vento, pur gli passano avanti.
Primo di tutti il galeone del Condulmiero, coperto di cotone da cima a fondo, tira alla punta dell'ala di Tabach, e lo provoca in modo, che costui si risolve di farlo assalire da una falange di galere, perchè lo caccino a picco. Comincia pertanto la detta falange a trarre contro il galeone; e il Condulmiero nullamente risponde, aspettando di mettersela tutta vicina. E come si trova tanto da presso da avere ogni colpo per sicuro, lancia la prima fiancata a cartocci di scaglia, e scopa via d'attorno quanti Turchi si mostrano; sì che ai pochi rimasti in vita pare un'ora ogni istante che tardano a fuggire[58]. Animato da questo successo, il Condulmiero si prepara a conciare per simigliante maniera tutta l'ala di Tabach; e già il galeone di Franco Doria si mette in punto di fare altrettanto sull'ala di Salèch; e tutta l'armata cristiana, soldati, marinari, spagnuoli ed italiani (se ne togli alcuni silenziosi politiconi), tutti chiedono che si debba non solo arrancando, ma volando, se fia possibile, investire l'armata nemica: tutti vedono di aver cinquanta galèe di vantaggio, alcune navi già innanzi, e le altre vicine[59]. All'incontro Andrea, mantenendo le riserve assunte dal principio, fa dare qualche palata, e tra la maraviglia di tutti colle sue galèe piglia un giro di lungo circuito dalla sinistra attorno alle navi verso il largo del mare[60]. Forse che Giannandrea coll'istessa arte non allargossi a Lepanto?
[27 settembre 1538. 3º s. bonaccia.]
Barbarossa intende benissimo quella lentezza e quegli aggiramenti lontani, e ne piglia conforto. Spera che i Cristiani se ne andranno senza far nulla. E non volendoli provocare, anzi parendogli già troppo di essere stato le tre ore a fronte di armata tanto superiore, comincia a dare lento lento alcune palate indietro, tirandosi verso terra. In quel punto lo sdegno divampa dai petti generosi, in ogni brigata si mormora del Doria, e i due generali di Venezia e di Roma con velocissimi palischermi corrono a trovarlo, pregandolo e scongiurandolo che dia il segno della battaglia, levi in alto il grande stendardo, e non perda occasione tanto propizia e desiderata[61]. Andrea in gran sussiego risponde buone parole più all'uno che all'altro: e gli esorta ambedue di ritornarsene a bordo, e di osservare attentamente di là a mano a mano i segnali.
[27 settembre 1538. 5º s. Scirocco fresco.]
Un ora prima del tramonto ridonda a un tratto il vento favorevole da Scirocco: beneficio solenne per tutta l'armata cristiana[62]. Già le navi in massa ripigliano l'abbrivo, già si avanzano per investire i nemici; e le galèe anche senza l'uso delle vele e dei remi, per sola spinta del vento ne' corpi agilissimi, da sè son venute tanto vicino, che i marinari possono distinguer bene i colori, le vestimenta, e i paurosi sembianti dei Turchi[63]. I Cristiani di ogni nazione e di ogni parte ripetono: battaglia, battaglia. E vedendosi con tanti vantaggi di numero, di forza, di navi e di vento; all'incontro il nemico avvilito, fuggiasco, presso a terra, accertano con pronto conflitto di sbaragliarlo. Ma che? In quel procinto Andrea, senza dir motto ad alcuno, e senza far segni, contro ogni ragione di milizia, e fuori della espettazione di amici e nemici, scioglie le vele, piglia il vento, mette il timone alla banda, si allarga alquanto a ponente, e poi con tutte le sue galere, e vento in poppa se ne fugge a Corfù[64].
NOTE:
[51] JOVIUS cit., 372, 18: «_Turcicæ namque triremes quatuor, cum expeditis totidem triremibus egressæ eludendo rursus intra fauces se recepere._»
BOSIO cit., III, 178, E: «_Uscir si videro sei galere disalborate dalla bocca dell'Aria.... e poco dopo altre sei.... gli andò incontro il Simeone colle quattro galere della Religione e due del Papa.... Dopo ne uscirono altre quattro.... il Patriarca Grimani le fece ritirare._»
ANTONIO DORIA, _Compendio_ cit., 74: «_Barbarossa uscito con parte delle sue galere a scaramuzzare.... Andato Andrea con tutta l'armata, et parendoli di non tentare l'entrata, et di star fori inutile, deliberò partirsi._»
[52] JOVIUS cit., in-fol. Basilea, 1578, p. 373: «_Navigiorum omnis generis quæ remis aguntur centum quinquaginta.... leviores vero myoparones.... Mediæ aciei cohærebant cornua tanto ordine ut alas extendentis aquilæ speciem præberent.... Mirabundus Auria...._»
BOSIO, 179, C: «_Andò Barbarossa con sì bella e ben intesa ordinanza che con maraviglia ne fu non poco dall'istesso principe Doria laudato. Tutta l'armata rappresentava la figura d'un'aquila, che le grandi ali spiegasse._»
DE HAMMER, X, 513: «_Ssalih-reis, Tabâch-reis._»
[53] PARUTA cit., 61: «_Si tornò di nuovo a consultare.... all'hora il Doria disse: Bisogna per certo pensarci bene.... perdute queste forze è disperato ogni soccorso._»
CESARE CAMPANA, _Vita di Filippo II_, in-4. Vicenza, 1605. Parte I, deca II, p. 37, b: «_Quivi si ebbe lungo e prudente consiglio di quanto si havesse a fare._»
[54] ULLOA ALFONSO cit., 157: «_Si dice per cosa certa che il Cappello, vedendo gli nimici, desideroso di combattere, disse al Principe.... che egli era presto.... gli desse la vanguardia.... si porrebbe volentieri ai primi pericoli._»
[55] MAMBRINO ROSEO cit., 228: «_Il patriarca Grimani e il generale dei Veneziani sollecitano il Doria al combattere._»
[56] BOSIO cit., 180: «_Avendo ogni galera il suo luogo in conformità dell'ordine che, in una carta particolarmente descritto, si era mandato a ciascuna galea per ordine del Principe._»
PARUTA, 63: «_Volle il Doria colle sue galere porsi dinanzi agli altri, tenendo il luogo dalla parte del mare; al Cappello assegnò la battaglia, e nella retroguardia il Grimano._»
[57] ANTONIO DORIA, _Compendio_ cit., 76: «_Barbarossa, veggendosi andar sopra le navi a vele piene, hebbe terrore._»
[58] ULLOA cit., 157, fin.: «_Dal galeone furono disserrate tante cannonate che fece ritirare i Turchi non senza gran danno._»
[59] PRUDENCIO SANDOVAL cit., 184, b.: «_Los de la liga quieren batalla.... nunca hombres estuvieron con mayor gana de pelear, que los de la liga aquel dia.... pedian batalla Vicente Capello y el Patriarca.... No queria pelear Andrea de Oria sin las naves._»
[60] ULLOA, 157: «_Il Doria.... facendo un lungo circuito, senza venire alle mani coi nemici, faceva maravigliare ognuno._»
MARCO GUAZZO cit., 239: «_Il Principe un'altra volta addietro e di fuori delle navi ritornossi._»
VERDIZZOTTI cit., 660: «_La vera cagione dei ritardi del Doria era quella stata sempre. Non voleva combattere. Nè tardò molto a manifestarlo chiaro._»
PARUTA cit., 68: «_Il Doria risoluto, come mostrarono tutte le osservazioni sue, di non commettersi al rischio della giornata._»
[61] PARUTA cit., 67: «_Il general Cappello ed il patriarca Grimano gridarono ad alta voce che non si perdesse omai più tempo.... E al Doria disse: Andiamo, signore, ad urtare i nemici che fuggono; il tempo e le voci dei soldati ne invitano, la vittoria è nostra, io sarò il primo ad investire._»
MARCO GUAZZO, 239: «_Il general Cappello andato dal Prence disse: Che facciam noi? Chè non investiamo nei nemici?_»
[62] MARCO GUAZZO, 240: «_Nell'hora che il sole si preparava per tuffarsi, un nembo con alquanto di vento levossi.... per andare a vela a Corfù._»
ULLOA, 158: «_Nembo col vento di Scirocco._»
PARUTA, 68.
[63] BOSIO cit., III, 480, D: «_Barbarossa si era già tanto avvicinato, che dalle galere delle Religione si discernevano i colori delle giubbe e dei vestimenti dei Turchi._»
[64] PRUDENCIO SANDOVAL cit., 185: «_Andrea de Oria.... sin concierto ni respecto echò le buelta dè Corfù, hacia do corria el viento; haviendo perdido aquel dia la honra y fama que de buen capitan tenìa._»
BOSIO cit., 180, D: «_Il Principe fece dare il timone alla banda contro l'aspettazione degli amici e dei nemici, declinando dal dritto cammino, allargandosi in mare._»
MAMBRINO ROSEO cit., 229: «_Infame fuga dell'armata cristiana.... Il Principe si rivoltò verso Ponente coll'armata dilungandosi ogni ora più dalla drittura.... e se ne andò a Corfù._»
ULLOA, 157: «_E così il principe Doria, capitano di tanta esperienza, quel giorno non valse nulla, perdendo l'occasione migliore che mai ebbe di lode e fama con grande accrescimento della cristiana religione.... L'Imperatore non aveva colpa._»
[27 settembre 1538. Il tramonto. Scirocco fresco.]
XII. — Alla vista di tale ontosa e inaspettata fuga, l'armata, navi e galèe, Veneti, Spagnuoli e Romani, caddero nella confusione, abbandonati senza governo; infino a che questi e quelli, e poi tutti furono di avviso di dover seguire lo stendardo del grande Capitano[65]. Ma nel far vela, e nel poggiare al largo, i navigli si investirono e intricarono tra loro, che se Barbarossa gli avesse caricati, come doveva, cadevano tutti irreparabilmente nelle sue mani. Ma al Pirata non sembrava possibile nè tanto errore, nè così solenne perfidia: sospeso però dell'animo in molti pensieri, temendo strattagemmi, e non volendo arrischiare battaglia, dette tempo ai nostri di allargarsi e di rannodarsi alquanto. Ma poscia reso sicuro del fatto, e orgoglioso dell'inaspettato trionfo, ordinò la caccia, traendo a furia grida di vergogna e colpi di cannone dietro alle spalle dei fuggenti. E non avendo mai la reale del Principe osato voltar faccia, nè contrabbattere, niuno si ardì sparare un sol pezzo per sua difesa. Indi cresciuto tra i Cristiani il disordine ed entrato il timor panico, si dierono a correre a chi più poteva verso Corfù, e quasi venti galere fino in Puglia: e quanti vi ebbero navigli tardi alla vela, o sbandati, tanti furono assaliti e presi dai Turchi.
Qui devo sostenere alquanto per sovvenire, almeno colla voce, alla tredicesima delle nostre galèe, armata in Ancona, e condotta dal cavalier Giambattista Dovizî, detto l'abate di Bibbiena. Il legno, tanto forte per la bravura e pel numero dei combattenti, quanto fiacco di rematori, ebbe danno dai compagni nel procinto della ritirata, e rimase addietro. Assalito da due galeotte, le ributtò tuttaddue; e sarebbe scampato pel valore del capitano e delle genti, se non fosse venuto Dragut con altri quattro contro lui solo. Il Bibbiena si difese da disperato, le ciurme istesse presero l'armi coi soldati, e combatterono alla vista di tutti più di mezz'ora. Finalmente al tramonto del sole la galèa fu presa, quando non vi ebbe quasi più alcuno in vita a difenderla. Sotto gli occhi di Andrea i Turchi abbatterono lo stendardo del Papa, ne incatenarono il capitano, tolsero ogni cosa[66]. La riscossa verrà coll'armi dal nostro conte Gentile, come in alcun luogo diremo.
In somma sul far della sera i Turchi avevano in poter loro una galèa di Venezia, una di Roma, e cinque navi di Spagna, non ostante l'eroica difesa de' loro fortissimi capitani e soldati lasciati in abbandono[67]. Ardevano in mezzo al mare le navi da carico, e il famoso galeone del Condulmiero, che aveva sul mezzodì così bene incominciata la battaglia, abbandonato da tutti e traforato da molte palle, si credeva comunemente perduto, infino a tanto che tutto lacero e sanguinoso dopo tre giorni non fu ricondotto dall'intrepido capitano in Corfù.
[27 settembre 1538. La notte. Scirocco fresco.]
Finalmente venuta la notte dopo l'infelicissima giornata, che ci portò tutti i danni della sconfitta senza niuna prova di battaglia, il principe Doria volle che non si accendessero i fanali, ma celatamente si navigasse di ritorno a Corfù, dove si aveva a decifrare la sua conquista di tutta la Morèa con Patrasso e Castelli. Tutto ciò crebbe animo ai barbari, e dette loro occasione di insolentire maggiormente, dicendo con amaro sarcasmo essere stati nascosti i lumi per coprir meglio tra le tenebre la fuga e la paura[68]. Derisi adunque dai barbari, e fuggendo al bujo tutta la notte, confusi e taciturni volgeano loro malgrado lo sguardo alle cornute punte della luna ottomana, e vedeanla sopraccapo crescere minacciosa e terribile[69]. Imperciocchè i Turchi infino a quel punto timidi e quasi disperati sul mare, non pensando mai di attribuire ad altrui difetto così grande successo, ma ascrivendolo soltanto alla propria bravura, si levarono indi in poi a tragrande superbia, e divennero quanto mai petulanti, arrogantissimi, e solenni dispregiatori del nome cristiano[70].
Quella notte Andrea corruppe il sentimento morale della marineria per tutta la cristianità, togliendole la fiducia e la coscienza della propria virtù. Quella notte certi politiconi dell'equilibrio musulmano (i quali per interesse faceano grande assegnamento sul braccio del Turco come sopra leva sufficiente a contrappesare questo e quello) cominciarono a dar voce che i Turchi erano invincibili per mare. Tenetelo a memoria: e ne vedrete le conseguenze tra i cortigiani della Porta e di Spagna per altri trent'anni e più, fino alle acque di Lepanto; dove Giannandrea avrebbe ripetuto in sesto minore la medesima manovra dello zio, se avesse avuto l'istessa autorità. Andrea previde le conseguenze e gli fu forza di piangere. Ma quelle lacrime non tolsero i disastri, nè discolparono la sua condotta, nè estinsero il fuoco della discordia continuamente rattizzato dai suoi parziali per volerlo difendere a scapito dei Veneziani, come se questi per esser presti alla fuga, in vece dei mattaffioni e delle garzette avessero serrate coi giunchi le vele. Il metodo si usava da tutti, e si usa ancora per buoni effetti, non per fuggire[71]. La causa è vinta, quando l'avversario non ha altro argomento che sospetti assurdi, e ridicole recriminazioni, come queste.
NOTE:
[65] ANTONIO DORIA, _Compendio_ cit., 77: «_Andrea Doria diede la volta.... Andrea schivò la battaglia la seconda volta.... Barbarossa veduto fuggire le galee cristiane._» (Nel punto della fuga tutti combinano, anche Antonio, parzialissimo di Andrea. Però la sua confusione manifesta nel racconto a salti e pieno di ambagi, tra le quali ne metto una sola per saggio, dove dice: «_Restando a ponente più verso la terra di Leucata._» Questo è impossibile, perchè Leucada guarda per traverso ponente, e chi le resta più a ponente sta più verso mare, non più verso terra.)
[66] AMMIRATO cit., 661: «_Restaronvi prese due galere; una veneta di Francesco Mocenigo ucciso d'archibugiata, ed una pontificia dell'ab. Gio. Batta Bibiena, che fu fatto schiavo._»
MAMBRINO ROSEO cit., 229: «_Furono prese due galere di Cristiani; l'una dall'abate Bibbiena.... e l'altra di Francesco Mocenigo.... le quali combatterono con mirabile difesa._»
[67] ULLOA cit., 157, b. med: «_Barbarossa prese due galere.... e la nave di Luigi di Figueroa spagnolo, et alcune altre navi da carico, le quali furono abbruciate._»
SANDOVAL cit., 184: «_Los Turcos combatieron tres naos en que iban españoles, y tomaron la del capitan Villegas de Figueroa, natural de Ocaña._»
[68] SANDOVAL cit., 185: «_Barbaroxa dixo en español muchas veces, y todas riendo a carcaxadas, O como Andrea de Oria mata a las linternas por no ver por donde huye!_»
[69] DE HAMMER cit., X, 517: «_Le imprese di Barbarossa.... furono prosperose solo per la inattività del Doria._»
ANTONIO DORIA cit., 52. — V. vol. I, p. 342.
[70] MIGUEL CERVANTES, _Don Quixote_, in-8. Ambères, 1673, I, 451: «_A quel dia de Lepanto.... se desengaño el mundo, y todas las naciones del error en que estaban, creyendo que los Turcos eran invencibles por la mar._»
LEOPOLD RANKE, _The ottoman and Spanish empire_, in-4. Londra, 1843, p. 23: «_The Turks ruled the Mediterranean in war and piracy ever since that day of 1538.... They believed that the christians would never venture again to stand before them in open fight. This superiority endured till the year 1571._»
[29 settembre 1538.]
XIII. — Le infauste notizie dell'armata corsero rapidissime da Ancona e da Brindisi a Venezia ed a Roma, e le due città presero aspetto di tale costernazione, quale si vede nei giorni più acerbi di pubblico infortunio. Da una parte l'insolenza cresciuta ai barbari e ai pirati, dall'altro l'avvilimento delle armi proprie, il discapito della società e della religione, tutti vedevano; e insieme l'onore delle armi, il sangue dei cittadini, il pubblico danaro, le navi, le milizie gettate in una voragine di guerra e di spesa inutile, anzi vituperosa e per gli indugi e per la fuga del principal condottiero. Tutti cercavano la causa del disastro, pochi la capivano, niuno ardiva scriverla[72]. Ma un fatto tanto grave, con tanta cura preparato, e costantemente seguìto anche dai successori per tanto tempo, deve avere una ragione stabile, arcana, alta, che non mette a pericolo i mancatori, anzi gli assicura e li rende più cari ai padroni e più potenti tra i cortigiani: dunque la ragion di stato. Con lungo studio ho cercato io di spiegare a me stesso questo fatto: ed ora per debito di storico, dovendo ragionevolmente stabilire le cause e gli effetti dei grandi successi, ad esempio dei posteri, ed a giusta retribuzione di lode e di biasimo, cui spetta, grande o piccolo, nostrano o straniero; massime trattandosi di personaggio per tanti titoli commendevole, al quale la pubblica opinione non attribuisce altro che bravure, e da me stesso tante volte lodato, presento ai lettori la sostanza di ciò che han detto in questo caso i suoi difensori, i suoi nemici e gl'imparziali. Si vedrà che tutti, volendo o non volendo, menano alla medesima conclusione, come il lettore dalla precedente esposizione dei fatti deve prevedere.
L'ira e le accuse dei contemporanei contro Andrea non ricorderò io colle parole della plebe rabbiosa, ma colle scritture notissime ed assennate di Scipione Ammirato e di Paolo Paruta, ambedue lodati dal Tiraboschi; e più il Paruta dal Pallavicino, come «Storico egregio tra gli italiani, non meno per candore di sincerità che di stile, e per limpidezza di pietà che di prudenza». Il primo parlando della pubblica indignazione, che veniva crescendo come si moltiplicavano le lettere private, nelle quali minutamente si narravano i fatti e biasimavasi Andrea, dice[73]: «Non vi fu accusa, non vi fu detrazione contro il Doria, che avventata non gli fosse. La sovranità del comando conservavalo in rispetto, altrimenti gli sarebbero corsi in faccia gli sputi universali: tanto era grande la rabbia.... Il mancar di fede è colpa da non rimettersi, nè da gastigarsi mai abbastanza.» Il senator Paruta scende ai particolari, ed enumera ad una ad una le accuse comuni e le voci che allora correvano[74]. La privata amicizia di Andrea con Barbarossa, la venuta di una galeotta piratica al suo bordo presso la Prèvesa, gli interessi suoi nel mantenimento della pirateria, l'avversione contro i Veneziani, la tinta di nero data alle antenne per arcano segno di secrete intelligenze, l'ambizione della propria grandezza, il timore di mettere a rischio la sua persona, l'avarizia delle sue sostanze e galèe, dalle quali dipendeva tutto l'esser suo pel bisogno che aveva l'Imperatore del suo servizio. Indi soggiugne cosa di gran momento e inaspettata, scrivendo: «Nè più degli altri astenevansi da queste accuse gli Spagnuoli: anzi il marchese d'Agialar, ambasciatore di Cesare in Roma, pubblicamente detestava le operazioni del Doria; mostrandosi in ciò forse più ardente per levare quel carico, che da tale successo potesse nascere, all'Imperatore; quando fosse nato sospetto essere ciò eseguito di ordine e di commissione di lui.» Dunque per quanto sia grande il susurro popolare, la destrezza dei ministri e la cautela degli scrittori, una cosa in fondo si rivela dalle parole dei contrari: cioè corso libero a tutte le accuse, salvo al sospetto di infedeltà combinata tra Carlo ed Andrea.
Tra gli imparziali metto il fiore dei dotti e religiosi uomini, e primo il cardinal Pallavicino, con queste parole[75]: «Della Lega seguirono successi inferiori alle speranze, bastando ad Andrea Doria mandare a vuoto gli sforzi dell'inimico senza combattere, eziandio che la vittoria apparisse molto più verosimile della sconfitta: poichè dall'una si prometteva egli leggier vantaggio del suo principe, e dall'altra gli prevedeva grandissimo detrimento. Il qual consiglio gli partorì l'odio appresso i collegati e l'infamia appresso la moltitudine.» Dunque non si procede conforme alle esigenze della cristianità e del comune vantaggio dei collegati, ma a seconda dei privati interessi di Cesare. Ciò conferma con poche e circospette parole il cavalier Giacopo Bosio nella storia dell'Ordine suo, dicendo[76]: «Avvegnachè il principe Doria in quella giornata nell'opinione di molti dall'acquistata riputazione sua non poco cadesse, ne assegnò egli nondimeno all'Imperatore ragioni tali, che per sicurezza degli stati suoi di lui soddisfattissimo rimase.» Con maggiore intrepidezza, e per zelo di religione, leva la voce Odorigo Rainaldo dell'Oratorio, continuatore del cardinal Baronio, e storico ufficiale di Roma, negli Annali ecclesiastici, scrivendo[77]: «In verità io mi vergogno di raccontare nell'anno presente i fatti dell'armata cristiana.... Mancò al dover suo Andrea Doria, anche nel momento di combattere, quando si vedeva più certa la speranza di vincere; quantunque sollecitato a battaglia dai generali di Venezia e di Roma. Esso al contrario, facendo sul mare inutili giravolte e più vana ostentazione di arte marinaresca, prese finalmente il turpe partito della fuga, e se ne andò deriso dai barbari, che gli ciuffarono sette bastimenti tra navi e galèe, e ne fecero falò in mezzo al mare.... Furono sparse voci sinistre intorno alla sua condotta; ma dicono che Andrea non ne facesse niun conto: perchè egli riduceva la somma delle cose al comodo di Cesare. Il quale, avendo accapigliato i Turchi contro i Veneziani, non aspettava altro che vedere quest'ultimi stremati di forza e di sostanza, per gittarsi sopra di loro, e spogliarli del dominio di terraferma.» In questo modo gli imparziali rincalzano l'argomento: e dalle basse regioni delle ingiurie personali montano alle sublimi ragioni di stato, dove assicurano l'assunto della infedeltà fuor di controversia. Ma perchè sarebbe ingiustizia condannare chicchessia senza udirne le difese, volgiamoci ai due che hanno scritto di proposito in favore di Andrea.