La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 2

Part 4

Chapter 43,587 wordsPublic domain

Prima di udire i pareri di quei signori scendiamo al porto sotto la fortezza di Corfù, e vediamo ciò che si può consigliare e imprendere in quest'anno coll'armata della lega così oramai raccolta come si trova; e appunteremo sulla carta in breve compendio il novero dei legni, delle artiglierie e delle genti, perchè a un batter d'occhio ciascuno possa riconoscerne la forza. Nei numeri io mi tengo al minimo, e sempre sulla testimonianza degli autori e dei documenti che per tutto questo libro vengo citando. Per esempio, al patriarca Grimani non darò più di ventisette galere, dovendo supporre che di fatto ne abbia disarmate quattro, come egli scriveva di voler fare per interzarsi: similmente escludo dal novero i legni minori, cioè le fregate e i brigantini nostri e d'ogni altro; ma sempre ritengo le quattro galèe del conte dell'Anguillara, che alcuni mettono in disparte. Ai Veneziani assegno il minimo, dicendo galèe settantadue; perchè il compimento delle altre dieci, e un numero anche maggiore essi tenevano altrove in distaccamenti diversi per la guardia e scoperta nel golfo e nelle isole; e assegno loro venti navi, compreso il famoso galeone, non potendosi ammettere numero minore senza impedire il servigio e l'approvvigionamento delle galèe. Una nave sola e grossa, chiamata la Cornara, assegno al Grimani[46]; quantunque egli nelle sue lettere parli di più navette e schirazzi, e della nave Malipiera al servigio dell'armata papale. Al Doria assegno le trenta navi, che bastavano al trasporto delle infanterie; e quarantuna galea, come trovo distinte a parte a parte le sue proprie e le seguaci. Ho voluto altresì tener conto della maniera diversa di questi e di quelli nel noverare le artiglierie; dandone dieci o undici pezzi a coloro che tanti ne solevano portare; e dandone sette o cinque solamente agli altri che stavano contenti al numero minore. Nelle navi metto sottosopra trenta pezzi per ciascuna, quantunque compresavi l'artiglieria minuta ne portassero di più. Rematori interzati calcolo almeno cencinquanta per galèa; soldati settantacinque pei Veneziani, e cento per ogni altro; marinari cinquanta per ciascuna nave o galèa. Con queste regole, che possono essere provate e riprovate da chiunque, compongo la tavola generale che metto nella nota[47].

[10 settembre 1538.]

Ci troviamo adunque dinanzi bella e fiorita armata: centoquaranta galèe di battaglia, cinquanta navi grosse, trentasette mila tra soldati e marinari, dumila e cinquecento cannoni, e capitani eccellentissimi come il Doria, il Cappello, il Gonzaga, l'Orsino, il Simeoni, il Giustiniani e tanti altri. Entriamo con essi in Consiglio; e chiunque abbia fior di senno, un po' di pratica, e qualche lettura, giudichi ciò che possiamo aspettarci. Primo di tutti il General veneziano, senza niuna querimonia dei disordini precedenti, saluta il Doria: e, levando le mani, ringrazia Iddio di poter vedere unita l'armata cristiana, per numero e per forza capace di qualunque impresa. Indi richiede che si debba uscire, cercare l'armata nemica, e conquiderla. Don Ferrante Gonzaga volge il discorso assegnatamente alla Prèvesa, non solo per guadagnare quella importante fortezza, ma anche per chiudere dentro al golfo l'armata nemica, nella speranza di pigliarsela tutta a salvamano, come pochi anni avanti erasi fatto nello stagno di Tunisi. Il patriarca Grimani non chiede altro favore che di esser messo alla vanguardia: e per le recenti prove fatte in quei rivaggi, promette condurre gli alleati a sicura e segnalata vittoria. Gli altri a una voce ripetono battaglia e vittoria.

Il solo Andrea Doria si contrappose a tutti, e non comparve più quegli che infino allora era stato. Uomo eccellente, gran marino, di alto senno, e di cuor magnanimo, fedele a chiunque lo aveva assoldato senza offenderlo, benemerito di papa Clemente, vittorioso a Corone, degno di somma lode per tutto il quarto dei miei libri intitolato al suo nome; in somma lo abbiamo messo e tenuto in grande onore, secondo il merito suo e il dover nostro. Ma ora la fede dei trattati, la salute di tutti gli stati d'Italia, e la suprema necessità civile e religiosa del cristianesimo nel secolo decimosesto, mi costringono a compiangere la sua e la nostra sventura, ripensando mestamente quanto miglior comparsa avrebbe fatta quest'anno in Levante sotto miglior padrone. Il Doria veniva fresco fresco dall'Acquamorta, bene indettato coll'astutissimo Carlo e co' suoi consiglieri, donde traeva soldi ed onori col patto di tenere a segno i Veneziani ed ogni altro. Perciò nel consiglio del dieci di settembre, in vece di mettere animo, fecesi con grande sfoggio di teoriche marinaresche a sciorinare le infinite difficoltà delle battaglie navali, aggiungendovi i sinistri delle traversìe, delle correnti, dei venti e delle tempeste equinoziali. In fine coll'inesorabile rigore della logica prese a svolgere tutte le conseguenze che aveansi a cavare dalla sua tardanza. Proclamò la necessità di tenersi sempre vicino a qualche gran porto di rifugio, escluse il punto principale della Prèvesa proposto dagli altri; e per mostrare che i disegni suoi miravano a più alto vantaggio, propose nulla meno della conquista di tutta la Morèa, cominciando da Patrasso e da Lepanto; allegandone molte ragioni, e specialmente il comodo dei ricoveri che in ogni fortuna di mare avrebbero quivi incontrato[48]. Tristo preambolo! la ricerca del rifugio, e non del nemico!

Niuno degli astanti si ardì replicare all'oracolo diffinitivo per non rompersi fin dal principio. Ma perchè a voler andare da Corfù a Patrasso e a Lepanto, secondo il disegno di Andrea, doveva l'armata della lega necessariamente passare innanzi alla Prèvesa, dove era Barbarossa coll'armata nemica, gli altri capitani di Venezia e di Roma mostrarono di contentarsene, sotto espressa condizione che, traversando di là, e prima di procedere avanti, si dovesse presentare la battaglia al nemico. Pensavano certamente che Barbarossa, almeno per riputazione, non avrebbe mancato di accettarla, nè a sè stessi sarebbe fallita l'occasione di vincerla. Intendevano tutti che il primo assunto di campagna navale deve essere la distruzione o l'avvilimento dell'armata nemica; senza di che ogni altra fantasia di castelli, di isole, di porti, non può tornare che vana. Andrea medesimo erane più d'ogni altro persuaso, e così aveva fatto esso stesso a Corone: però costretto dall'evidenza, e dalla maggioranza, accettava il partito, come colui che altresì ben conosceva le diverse maniere di presentare la battaglia, volendo o non volendo combattere.

[11 settembre 1538.]

Intanto il primo attacco non mira a Barbarossa, ma ferisce di punta i Veneziani. Conciossiachè Andrea per tenerseli soggetti tanto che mai non potessero fare diversamente dalle sue macchinazioni, preso pretesto dalle galèe della repubblica non provviste a sufficienza di fanterie, richiese solennemente al generale Vincenzo Cappello di lasciar montare in ciascuna delle sue galèe venticinque fanti spagnuoli di rinforzo[49]. Vincenzo turbossi tutto alla insolente proposta: ma si contenne, e rispose scusandosi di non poterlo fare senza espresso comandamento del Senato. Si offrì nondimeno pronto a rinforzarsi al bisogno, togliendo gente dai presidi di Corfù e del Zante, e specialmente dalle due grosse brigate di riserva sotto Pasotto Pasio di Bologna e sotto Giacopo da Nocera. Di più domandò, anche senza altri rinforzi, di esser collocato in parte ove fosse maggiore il pericolo e più difficile la ritirata, in tutto a giudizio e a piacimento del Principe. Il genovese ed il veneziano, ambedue scaltriti, dissimularono: quegli contento della superiorità assunta, e dei partiti che trar si proponeva tanto dal consenso, quanto dal rifiuto, per governare le cose a suo talento; questi offeso dal sospetto ingiurioso e dall'attentato di servitù volutagli imporre.

Notate adesso come (quantunque per equivoco) il nome di Giannandrea, nipote ed erede di Andrea Doria, esce fuori per la prima volta dalla penna del gravissimo storico e cavaliero Giacopo Bosio proprio al proposito delle pretensioni di mettere soldati spagnoli nelle galere veneziane[50]; quasi che niun altro nome meglio del suo potesse legarsi a questi tranelli, da lui poscia ripetuti a rischio di condurre gli alleati sul punto di rompere in guerra mutua quattro giorni prima della battaglia di Lepanto. Tanto erano radicati certi artifizi nei consigli di Carlo e di Filippo, e dei ministri e degli eredi!

Ben so che i Veneziani non usavano empire di gente a ribocco le loro galèe, come empivale Andrea, senza spesa, coi soldati di Carlo; ed anche so che lasciando altrui il vantaggio dei numeri non però di meno correvano in valore i Veneziani alla pari con tutti, e talvolta anche di più. Ogni nazione ha il suo modo tradizionale di equipaggiare: gl'Inglesi, per esempio, fino a questi ultimi tempi hanno usato tenere il settecento dove i Francesi mettevano il mille; e così diversamente i Portoghesi, gli Americani e gli Olandesi. Che però? Valevano forse meno per questo gli uni degli altri? O vero qualcun di loro ha mai preteso, sotto colore dell'alleanza, di mettersi di filo in casa altrui a venticinque per volta?

NOTE:

[44] DOCUMENTO, che verrà per esteso alla nota 81, 82.

[45] PRUDENCIO SANDOVAL, _Vida y echos del emperador Carlos V_, in-4. Pamplona, 1634, II, 184: «_No se pudieron armar las doscientas galeras que prometieron.... las españolas no fueron allà._»

BONFADIUS JACOBUS, _Ann. genuen._, in-8. Brescia, 1747, p. 147: «_Veneti omne suum belli apparatum Corcyram contulerant._»

[46] MARCO GUAZZO, cit., 235: «_La nave grossa Cornara, armata per il Legato._»

M. GRIMANI, _Lettera_ cit. alla nota 33.

[47] ANTONIO DORIA cit., _Compendio_, p. 74: «_Galèe centotrentacinque, navi più di cinquanta, soldati diecimila imbarcati._»

BOSIO, III, 178, A: «_Centotrentaquattro galere, e settantadue navi._»

MARCO GUAZZO, 234, 235. — ARCHIVIO RICCI cit.

E gli altri che di continuo cito.

SPECCHIO _dell'armata cristiana l'anno 1538_.

Colonne:

S: Soldati. M: Marinari. R: Rematori. G: Galere. N: Navi. C: Cannoni.

| FORZA Contingente | PERSONALE || MATERIALE di |———————————————————————||—————————————————— | S | M | R || G | N | C ———————————————————————————————————————————————————————————————— 1. Roma | 2800 | 1400 | 4050 || 27 | 1 | 300 2. Venezia | 7400 | 4600 | 10800 || 72 | 20 | 960 3. Malta | 400 | 200 | 800 || 4 | » | 44 4. Monaco | 200 | 100 | 300 || 2 | » | 20 5. Napoli | 1800 | 900 | 750 || 5 | 10 | 350 6. Sicilia | 1600 | 800 | 600 || 4 | 10 | 320 7. Andrea Doria | 2200 | 1100 | 3300 || 22 | » | 220 8. Antonio Doria | 600 | 300 | 900 || 6 | » | 60 9. Marchese di | | | || | | Terranova | 200 | 100 | 300 || 2 | » | 20 10. Spagnoli sulle | | | || | | navi | 10000 | 500 | » || » | 10 | 300 | | | || | | |———————————————————————||—————————————————— _Totale_ | 27200 | 10000 | 21800 || 144 | 51 | 2594 ————————————————————————————————————————————————————————————————

Uomini 59,000 Legni 195 Cannoni 2,594

[48] BOSIO cit., III, 178, C: «_I generali tennero consiglio.... Non parve al Principe il tener l'armata a quella traversìa.... Stagione e tempi cominciati a rompere.... e per il parer suo andare all'espugnatione di Lepanto e di Patrasso, quindi la conquista della Morèa._»

[49] JOVIUS cit., 375: «_Venetis triremibus non plene confisum Auriam disserebant.... quod ab initio presidium hispanorum militum, quod distribui in venetas triremes debebat ut propugnatoribus firmiores evaderent, superbe repudiassent._»

BOSIO, 178, C: «_Per mettersi al sicuro il principe Doria prese risoluzione di rinforzare le galere veneziane, disegnando di mettervi dentro venticinque soldati per galera, degli spagnoli vecchi.... e questo anche per assicurarsi._»

MAMBRINO ROSEO, cit., 228: «_Il Cappello accettasse venticinque archibugeri spagnoli per ciascuna galera.... egli disse che quando gli fosse parso mettere altra gente avrebbe fatto venire altri soldati in supplemento.... Il Principe non disse altro, mostrando restar soddisfatto._»

[50] BOSIO cit., III, 178, E: «_Il generale Cappello non volle in modo alcuno i soldati spagnuoli nelle sue galere.... Con tutto ciò il Principe non lasciò di passare oltre, e mandò innanzi quattro galere a carico di Giovan'Andrea Doria suo nipote._» (Leggi di Giannettino, perchè Giannandrea non era nato nel 1538, ma l'anno seguente.)

[25 settembre 1538.]

X. — Non farei troppo conto degli intrighi minori, se non fossero maglie di rete maggiore, nella quale trovo avviluppati gli uomini, i fatti e i costumi che mi studio fedelmente ritrarre dal principio alla fine col pensiero e col discorso, perchè più facile e piena conoscenza ne piglino i lettori. Chè se amano fuggir fastidio, passino innanzi: e dal venticinque dei Bisogni vengano al venticinque del settembre. Passate altre tre settimane tra gli stenti dei consigli e delle astuzie! Ecco tutta l'armata cristiana fuor del canale di Corfù scorrere a vela verso la Prèvesa, secondo le mezze misure fermate in consiglio. Alla vanguardia le galèe papali guidate dal Patriarca, nel corpo di battaglia le galèe del Principe colle antenne tinte di nero per segno di speciale ricognizione, alla coda i Veneziani, dolenti di essere al termine della stagione, consunti dalla tardanza, avuti a sospetto e minacciati di servitù. Le navi d'alto bordo, tutte sulla destra, più larghe a mare, e in due squadroni; l'uno condotto da Franco Doria genovese, l'altro da Alessandro Condulmiero veneziano. Con questa ordinanza l'armata cristiana si presenta alle fauci dell'Arta, si attela, dà fondo, e passa quivi la notte sull'àncora. Gli esploratori vanno e vengono, portando le relazioni dell'armata nemica racchiusa nel golfo; e diconla minore della nostra, vuota di gente, e piena di paura. Nella notte Ariadeno ed Andrea mulinano disegni, e già ciascuno ha preso il suo partito: anzi meglio, ambedue sono venuti nell'istesso divisamento. L'uno e l'altro si propone di sfuggir la battaglia, e insieme di far le viste di cercarla. Le ragioni loro totalmente diverse, le arti uguali, l'onestà e il vantaggio al Pirata. Venga, chi vuole apprendere arti pellegrine: venga e veda come possono mostrarsi grandi battaglieri due ammiragli che non vogliono battersi.

[26 settembre 1538.]

Fermo nei suoi ripieghi, e senza dare un minimo fastidio a chicchessia, Andrea la mattina seguente distacca il suo Giannettino con quattro galere, e lo manda verso il golfo a sfidar Barbarossa: e questi, provocato in quel modo, risponde alla presenza di tutti essere egli capace di uscir fuori, di restar dentro, di accettare e di rifiutare, tutto in un tempo. Eccolo: sguinzaglia sei galèe disalberate; che, costeggiando a mano manca, dànno segno di voler trascorrere alle spalle dei provocatori. Ed ecco Giannettino a sua volta che si gitta rasente la spiaggia per tagliare la strada ai nemici, o per ricacciarli a cannonate nel golfo. Un'ora dopo escono di là altre sei galèe di barbareschi: e di qua per segnali di Andrea muovono quattro di Malta e due di Roma, provocandoli a combattere in numero pari. Sembra che accettino, levano remi, sparano cannonate: e i nostri arrancano per guadagnare la bocca del golfo, e per costringerli al combattimento. Ma che? I barbareschi si ritirano; e gli altri danno loro il buon viaggio con una salva di palle nei fianchi. Appresso fan capolino altri quattro; e il Grimani con pari numero corre allo schermugio. In somma durando alla lunga lo strattagemma, e uscendo più volte le quattro e le sei galere senza profitto, finalmente tutti intendono l'astuzia del Pirata, che tenta deludere e stancare i Cristiani, dappoichè combattere apertamente non ardisce. E tutti eziandio intendono l'arte del Principe, che parimente non vuole combattere, nè mettere gente in terra, nè assaltare la Prèvesa, nè chiudere il golfo, nè ripetere le bravure della Goletta[51]. Fatte adunque le viste di aver compìto al debito suo, secondo le deliberazioni del precedente consiglio, e levatosi un po' di Grecale dal golfo, Andrea spara il segno della partenza per tutta l'armata, e fa vela verso Santamaura. Non calza qui forse bene il proverbio, che le cose passano tra corsaro e pirata?

[27 settembre 1538. All'alba, Grecolevante maneggevole.]

XI. — Giorno per sempre memorabile, e fin dal primo albore, il ventisette di settembre, quando l'armata cristiana, filate una trentina di miglia con venti variabili e mare grosso nella notte, e fermatasi attorno alla Sèssola, isoletta a ponente di Santamaura, essendosi la mattina messi i venti di Grecolevante, coi quali non si sarebbe potuto doppiare capo Ducato per andare a Lepanto, giunse l'avviso che Barbarossa moveva appresso con tutti i suoi. Le guardie del calcese, poco dopo sclamavano maravigliate, dicendo vedere l'armata dei Turchi in bellissima ordinanza. E tutti montando ad alto ripetevano: bellissima. Imperciocchè essa veniva a vele gonfie, antenne parallele, carro a sinistra, vento di Grecolevante maneggevole; e presentava da lungi la figura di una grande aquila bianca, come se col corpo e colle ali distese sorvolando lieve lieve, radesse l'azzurro campo del mare. Faceangli testa venti galèe rostrate di antiguardo, tutte pomposamente in armi, e coperte di bandiere variopinte: indi sfilavano sul collo in più righe le fuste cangianti del pirata Dragut. Ingrossavano il corpo ventisei galèe di Ariadèno, affusolate in rombo, colla capitana nel centro ed il ricco stendardo vermiglio dell'impero. Salech-rais con ventiquattro galèe spiccava al volo l'ala destra, e Tabach-rais con altrettante distendeva l'ala sinistra. E la coda a pennoncelli spiumacciati aprivasi con più filaretti di brigantini e di fuste condotte dai pirati barbareschi[52]. In somma l'armata nemica contava novantaquattro galèe, e sessantasei legnetti: dunque di forza e di numero valeva a pena la metà della nostra.

Ora seguiamo con attenzione gli ordini del Doria e le manovre dell'armata cristiana per continuarci sicuri nel giudizio, secondo la ragione dei fatti e delle condizioni speciali del vento e del mare, e delle mosse nelle ore diverse della stessa giornata: cose a bastanza distinte dai contemporanei, tuttochè artificiosamente da taluno volute confondere per pescare le scuse nel torbido. Penso per la loro importanza trattarle a parte a parte, come segue:

[27 settembre 1538. Levata di sole, all'àncora presso la Sèssola, vento Grecolevante maneggevole.]

Alla comparsa dell'armata ottomana da ogni altro riguardata con ammirazione e diletto, impensierisce il principe Doria, perchè vede ormai vicino il momento decisivo, tenuto infino allora con tanto studio lontano. Però a pigliar tempo senza suo carico adopera il notissimo ripiego dei consigli, sbrigliando le lingue a lunghi e diversi discorsi. Chiama a sè i maggiori: e come se non avessero già pochi giorni prima deliberato di combattere, rimette ogni cosa in dubbio, e ricomincia: Ecco, dice (come se gli altri lo ignorassero), ecco sloggiato il nemico; eccolo in aperto mare alle nostre spalle. Non può fuggire, nè ascondersi, sta a noi combatterlo, come vogliamo. Ma bisogna pensarci bene, prima di metterci al rischio, perchè sarebbe inutile il pentirsi dappoi. La salute della cristianità, e la riputazione dei nostri principi dipende da questa armata, perduta la quale non abbiamo altro per difendere le nostre marine. Più di tutti pensi il general veneziano, che insieme alla ruina dell'armata sua ne andrebbe per la repubblica la perdita dello stato e della libertà[53]. Non parvi di sentire i medesimi propositi che dopo trenta anni correvano per la bocca dei ministri spagnoli continuamente alla presenza di don Giovanni, e la mattina stessa della battaglia di Lepanto?

Il generale Veneziano risponde non volersi perdere nè punto nè poco in sinistri presagi. Sapere che i suoi Signori di Venezia hanno già preveduto ogni cosa, e comandatogli solamente di combattere senza paura. Lo metta il Principe alla vanguardia, ai maggiori pericoli, dove a lui piace, andrà risoluto, per la fede, per la patria: e trovandosi bene in ordine, con sì bella armata, superiore di numero e di forza al nemico, nel giorno tanto lungamente desiderato, non altro poter pensare che battaglia e vittoria[54]. Il patriarca Grimani, per non dar subito contro il Principe, discute un poco se sia meglio per combattere il muovere o l'aspettare: poi volgendosi alle proposte generose del Veneziano, aggiugne che se i principi collegati avessero voluto soltanto pensare a conservarsi l'armata non l'avrebbero fatta uscire dai porti, nè mandatala in Levante a sfidare i nemici: conchiude che alla vista dei Turchi e di Barbarossa non si può pigliare altro partito che di combatterli e vincerli, per liberare una volta la cristianità dai pericoli e dagli insulti[55]. Gli altri insieme ripetono battaglia e vittoria, tanto più che, durante il consiglio, il vento è saltato a Levantescirocco, vantaggioso all'armata cristiana per piombare con tutta la forza delle galere e delle navi contro il nemico. Onde il Principe, col voto di tutti, termina dicendo: Dunque così sia: e favorisca Iddio il nostro ardimento. Nondimeno la consulta ha fatto perdere tre ore, senza di che saremmo già alle mani.

[27 settembre 1538. 9º m. Levantescirocco fresco.]

La deliberazione della battaglia si propaga in un baleno tra le genti con segni di manifesta universal contentezza. Presti a salpare, a far vela, ed armi in coverta. Le navi divise in due corpi sulle punte delle ali: metà sulla destra al comando di Alessandro Condulmiero, capitano di un galeone veneziano; metà sulla sinistra con Francesco Doria. Le galèe in tre corpi, distanti due gomene tra loro, e scaglionati da sinistra a destra. Il Principe di vanguardia e più largo a mare, appresso i Veneziani nel corpo di battaglia, e il Patriarca ultimo al retroguardo, più vicino all'isola di Santamaura[56]. Le galèe di ciascun corpo tutte sopra una linea distanti, l'una dall'altra per la metà della loro lunghezza: e tanto bene vanno per la via assegnata e descritta nella carta consueta dell'ordinanza, che meglio non andrebbe sulla piazza un drappello di lanzi veterani.

Barbarossa da sua parte, vedendo a vele gonfie e con sì bell'ordine tutta l'armata cristiana farglisi incontro, palpita più d'Andrea: prevede vicino non solo il combattimento, ma più anche la sua intiera disfatta[57]. Nondimeno acconciandosi alla necessità, scompone l'aquila, e distende la curva in figura di mezza luna, studiandosi a remi di accostarsi alla terra per guadagnare sopravvento. Dunque i due padroni del Mediterraneo ci danno nella mattinata buon saggio della loro abilità, e in modo diverso: chè il Pirata, inteso dirittamente al suo scopo, si copre di figure bizzarre; e il Cortigiano conduce linee rette, inteso pur col pensiero e co' fatti al rovescio. Non già che l'arte del navigare e del combattere consista nelle comparse degli aquiloni, delle lunate e dei rettilinei: ma e' son segni evidenti della sicurezza e intelligenza dei capitani; come pur dell'arte e obedienza dei marinari, e della agilità e maneggio dei legni. Segni di eccellenza nei soprastanti e nelle masse: non essendo dubbio che gran cose saprà fare a un bisogno e per necessità, chi sa farne a soprabbondanza per diletto.

[27 settembre 1538. Mezzodì, bonaccia.]