La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 2
Part 32
[604] BOSIO, 424, C: «_La cura degli alloggiamenti campali fu data ai cav. Cesare Visconti e Carlo d'Amanze, e con essi all'ingegnero Antonio Conti...._» (425, D): «_Il nuovo forte fu disegnato dagli ingegneri di sopra nominati._» 426, B: «_Et a diecinove del medesimo mese fu con solennità dato principio alla fabbrica dal nuovo forte sopradetto._» — CAMPANA, nota preced.
[8 aprile 1560.]
XXXV. — Intrattanto Luccialì colla sua galeotta a golfo lanciato per l'alto mare navigando, e sempre fuggendo dalle Gerbe, era giunto in Costantinopoli: dove consegnate che ebbe le lettere pressanti e i ricchi doni, da parte di Dragut, al Granvisir e agli altri principali ministri della Porta, facilmente otteneva l'udienza dell'Imperatore, e gli dimostrava la bella opportunità di conquidere sulle spiagge di Barberia tutta l'armata dei Maledetti. Egli, testimonio di veduta e sagace, dicevagli il numero e la qualità dei nostri navigli, la stranezza del governo, la stultizia dei procedimenti: dimostravagli la facilità di armare un'ottantina di galere negli arsenali dell'imperio, e di ottenere solenne vittoria da assicurargli per sempre la padronanza del mare. A Solimano non facevano di mestieri nè troppi stimoli, nè tanti argomenti: egli sentiva da sè l'importanza del caso, e nella certezza di cavarne a suo vantaggio stupendi effetti, ordinava con gran secretezza e prima del tempo consueto l'armamento del suo navilio, pur di averlo pronto alla vela sulla fine di aprile. Ma quantunque egli si studiasse di nascondere gli apparecchi, e di coprire i suoi disegni, non potè fare che qualche indizio non ne trapelasse fuori per una città così popolosa e così piena di gente d'ogni paese, come era la sua capitale. Da più parti gli esploratori, i diplomatici e le spie ne mandavano avvisi a Madrid, a Venezia, a Roma, a Malta, e di rimbalzo anche alle Gerbe.
Il grammaestro la Valletta pel primo, sapendo degli armamenti turcheschi, già dagli otto di aprile aveva insieme avvertito il Medina e richiamate le sue galèe per servirsene nelle necessarie provvisioni dell'isola, volendo metterla in punto di fare buona difesa, se mai la sua disgrazia menassegli l'armata ottomana ad attaccarlo[605]. Rispedì in Africa dopo tre settimane soltanto tre galèe a carico del cavalier Maldonado, disarmate le altre due per la grande mortalità di ciurme, e di gente, e di cavalieri, compresovi l'istesso generale de Tessieri, che pochi giorni dopo arrivato in Malta morissi.
Il marchese della Favara, luogotenente di Sicilia, ripeteva gli avvisi, ed alla vista del pericolo mandava alle Gerbe quattro navi e un migliajo di soldati per rinforzo. Il vicerè di Napoli, ripicchiando sulle notizie ormai certe dell'armata nemica, esortava il Medina a star cauto, a ritirarsi, ed a pensare che in vece di conquistare in Africa alla fine era mestieri attendere ad altro, cioè a sostenersi e a difendersi in Italia. In questo modo scrivevano pur da Genova, da Roma, da Venezia[606].
[25 aprile 1560.]
Ciò non pertanto il Medina e i suoi colleghi tiravano innanzi senza nuovi espedienti. Gli animi sentivano dello strano, alcuni non prestavano fede agli avvisi, e molti dicevano impossibile all'armata ottomana uscire dai Dardanelli prima di mezzo maggio. Giannandrea era ricaduto di flusso; le infermità avanzavano più di prima, si empivano gli spedali e le fosse[607]. I savi, costretti alla tolleranza per non crescere confusione, facevano capo al Doria stesso col pretesto di visitarlo: dicevangli non esser più tempo di indugi. Ed esso dal letto mandava e rimandava Plinio Tomacelli non solo sollecitando, ma importunando il Medina alla risoluzione della partenza[608]. Il medesimo Plinio nella sua lettera giustificativa conferma gli altrui fatti e le sue premure[609]. Ma non per questo lo assolveremo noi dell'essersi dappoi piegato lui proprio a restare colà coll'armata ancora per quell'ultimo giorno fatale, che non doveva aver più nè consiglio nè riparo. Vedremo le opere, e leggeremo le attestazioni del capitano Piero Machiavelli, commissario delle galèe fiorentine, nella lettera scritta giusto di quei giorni al duca Cosimo per ragguagliarlo dei successi precisi del venerdì dieci di Maggio alla sera.
[5 maggio 1560.]
Come fu imbastita alla meglio la sciagurata fortezza, il Medina strinse lo Sceicco al giuramento di fedeltà: e costui, per non poterne di meno, finalmente venne al campo cogli anziani dell'isola, e una squadra de' suoi cavalieri. Gittò per terra lo stendardo di Dragut, un vecchio drappo di seta verde, prese dal Medina la bandiera di Spagna, la brandì tre volte, la mostrò ai circostanti, e sottoscrisse l'istrumento di vassallaggio giurandone sul Corano la lealtà. Al quale atto crebbe valore la presenza del re di Caruano, venuto poc'anzi in gran festa a salutare il Medina, per l'odio mortalissimo che nudriva contro Dragut, dal quale con pessima frode eragli stata rapita buona parte del dominio[610]. Intervenne altresì per ragioni equivalenti colui che chiamavano l'Infante di Tunisi, nipote del Muleasse già rimesso sul trono nella spedizione del trentacinque contro Barbarossa. Costoro, e ogni altro nemico dei turchi e dei pirati, mantenevano continue corrispondenze con la corte di Spagna, coi vicerè di Napoli e di Sicilia, col Grammaestro di Malta, e coi supremi comandanti delle armate cristiane[611]. Essi ora corteggiavano il Medinaceli, quantunque ne vedessero già vicina al tramonto la fortuna.
NOTE:
[605] CIRNI cit., 103: «_Già si havevano havuti avvisi che l'armata turchesca era per venire, et in grosso numero. Per il che il Gran Maestro della Religione mandò a domandare le sue galere, perchè essendo restata l'isola di Malta sprovvista voleva anticipare il tempo a provedersi. Così il Generale_ (Medina) _ce le mandò con tutta la sua gente, e partirono agli otto di aprile._»
TOMACELLI cit., 236: «_Il Gran Maestro scrisse a Gio. Andrea che si apparecchiava l'armata del Turco.... Voleva il sig. Gio. Andrea andarle incontro nell'Arcipelago.... Ma il Vicerè non si rimosse dal proponimento, e sempre attese alla cominciata fortificazione._»
[606] COSTO, _Storia di Napoli_ cit., 391, princ.
MAMBRINO ROSEO cit., III, II, 13, med.
RAYNALDUS, _Ann. Eccl._, 1560.
[607] CIRNI, 107: «_Il signor Gio. Andrea guarì, e poi ben tosto ricadde._» (111): «_Il signor Gio. Andrea combatteva colla morte, essendo ricaduto quattro volte._»
[608] CIRNI, 109: «_Plinio Tomacelli, persona di molta scientia, pratica e intelligentia, amato al sommo dal signor Gio. Andrea.... Sollecitava la partenza.... eravamo già ai cinque di maggio...._» (111): «_Ogni giorno Plinio innanzi e indietro per dare effetto alla partita._»
BOSIO, 428, C: «_Giovanni Andrea.... per mezzo di Plinio Tomacelli faceva sollecitare l'imbarcamento._»
[609] PLINIO TOMACELLI, _Lettera_ cit., 236, B, med.: «_Il signor Giovanni Andrea mi mandò a fare istanza al Vicerè che dovesse partire.... mi rimandò di nuovo a fare istanza del partire._»
ULLOA cit., _Impresa di Tripoli_, p. 10: «_Plinio Tomacelli bolognese, persona di molto valore et judicio, di chi si faceva grande stima._»
[10 maggio 1560, ore 5 s.]
XXXVI. — Nel vero il tempo stringe, gli avvenimenti precipitano, e dentro le ventiquattro ore tutte le stranezze saranno al termine. Stava intento il Duca co' suoi più intimi a mettere terra e piote sui parapetti della nuova fortezza, quando la sera istessa del ripetuto giorno dieci di maggio, alle cinque vespertine, giugneva colà tutto trafelato il cavaliere don Ugo Coppons, spedito in gran diligenza sur una fregata da Malta con lettere del Grammaestro allo stesso duca di Medina ed al Doria, per avvisarli ambedue che la sera del sette era stata veduta dall'isola del Gozzo tutta l'armata ottomana, forte di ottanta galèe e di più altri legni, navigare di lungo per Ostrolibeccio verso di loro, dopo aver fatto nella isola medesima acqua e carne.
[10 maggio 1560, al tramonto.]
Avute le lettere e sentite le relazioni dei testimonî di fatto e di vista, avrebbe dovuto il Medina, come dopo segnalato beneficio della provvidenza, ringraziare Iddio, e subito a un fiato imbarcar la gente, lasciare presidio nella fortezza, e ridurre l'armata a salvamento in Sicilia. Sarebbesi levato a cavaliere e avrebbe gittato il nemico tra due fuochi a consumarsi, intra la fortezza delle Gerbe di fronte e l'armata cristiana alle spalle. Ma le stranezze che avevano sempre preceduto e seguìto il corso di questa spedizione, non potevano cessare nel momento supremo: anzi dovevano crescere per la novità ed urgenza del caso. Tutti volevano dirne, tutti diversamente: dunque per la maggior parte a sproposito. E il Medina, come se da vero ci fossero delle dubbiezze a risolvere, faceva raccogliere i capitani maggiori in consiglio presso Giannandrea, surto sopra le Peschiere, davanti al Forte, a due miglia da terra. Perdita di tempo, diversità di sentenze, accrescimento di disordine. Scipione Doria proponeva di abbozzarsi sulle gomene con tutta l'armata, navi e galere ben ristrette, sotto al castello: e voleva quivi aspettando il nemico, riceverlo a cannonate[612]. Ma gli altri di comun consentimento escludevano la vana proposta: e ciò non tanto per la inferiorità del numero e per l'abbattimento della gente, quanto per la penuria dell'acqua e dei viveri; avendo già tolto di bordo quasi ogni cosa, e messo tutto nei magazzini e nelle cisterne della nuova fortezza. In quel modo i Turchi, temporeggiando per poco, avrebber potuto vincere senza combattere; e stringere il progresso della fame coi giannizzeri alla guardia del mare, e coi Gerbini sguinzagliati dalla parte di terra.
Quantunque però quasi tutti, come ho detto, rifiutassero la battaglia per giustissime ragioni; pochi tuttavia sollecitavano l'immediata partenza da quell'infausto arenale, dove non si poteva restare un'ora senza pericolo, nè combattere un minuto senza rovina. La maggior parte pensavano di aver sempre tempo a ritirarsi, perchè l'armata nemica doveva (a parer loro) andare prima a Tripoli, chiamarne Dragut, e intendersi con lui sul piano di battaglia[613]. Laonde concludevano che tra due o tre giorni potrebbero levar la gente a bell'agio, e far l'acquata, e mettersi in salvo.
A questa tristissima opinione, che fu poi causa di infiniti disastri, tuttochè sostenuta dalla maggioranza, due soli voti trovo contrarî: e sono del generale genovese e del romano. Giannandrea minacciava apertamente volersi partire nella notte con tutta l'armata, e pronosticava la comparsa dei Turchi per la mattina seguente[614]. Flaminio senza pretensioni, senza profezie, senza minacce, sostenuto soltanto dalla ragione e dalla esperienza, faceva di convincere l'intelletto dei compagni, persuadendoli della necessità di mettersi al largo allora allora; unico partito per salvare l'armata navale e quanto più di gente si poteva, posciachè il forte era al caso di sostenersi da sè, e di ricevere a un bisogno anche gli ajuti. Egli fece vincere il partito[615]. Quale nel discorso, tale mostrossi Flaminio nelle opere: maestro di guerra, eccellente marino, schivo di lusinghe, inteso al comun bene, fermo al suo posto. E la tempra dell'animo suo meglio pei fatti proprî tra poco rifermerà, che non per gli elogi altrui, sempre scarsi infino al presente intorno ai nostri campioni.
Se non che sopravvenuto in consiglio il duca di Medina non voleva a niun patto consentire alla deliberazione già presa; e chiedeva almeno un giorno di tempo per dare ricapito a quei soldati che (non essendo del presidio) si trovavano in terra pei lavori del forte: innanzi ai quali, prima di allontanarsi, aveva impegnato la sua fede di tornare, di levarli, e di non partirsi senza di loro. Vedi Capitano sapiente a patteggiare sulla disciplina de' suoi soldati, ed a preferire le sue parole alla pubblica salute! Per questi rispetti, credendosi colui a suo senno nell'obbligo della stolta promessa, tanto scongiurò, e disse, e fece, che finalmente Plinio Tomacelli, non volendo disgustarlo in quell'estremo, prese le sue parti, e strinse Giannandrea ad aspettare anche un poco. Col consenso del Doria, il Medina conchiuse di rimettere la partenza al giorno seguente[616]. Non v'ha dubbio. La lettera del commissario Machiavelli al suo Sovrano parla troppo esplicitamente dell'accusa; la risposta del Tomacelli fugge troppo evasiva per abbatterla; e l'analisi del contradittorio resta comprovata e ribadita dal fatto. Differita la partenza.
Sia pur dunque concesso al Medina il trattenersi per la promessa, ed a Giannandrea il consentirgli per la violenza: questo però non toglie nè all'uno nè all'altro in caso simile l'obbligo di provvedere alle emergenze possibili, secondo gli avvisi. Essi avevano la suprema autorità anche sopra i confederati, costretti alla obbedienza dall'ordine dei rispettivi sovrani: essi dovevano almeno aringare l'armata in battaglia con istruzioni concordi e determinate a tutti i capitani per governarsi da savî, per resistere da prodi, per ritirarsi compatti. Ma in vece indugiarono per indugiare, negletto ogni apparecchio: come se il nemico non potesse venire, perchè la maggioranza del consiglio così pensava; o come se avendo escluso il combattimento di elezione, non dovessero tenersi pronti alla difesa di necessità[617]. Anzi con questo il Medina maggiormente confuse gli altrui pensamenti, annunciando al pubblico un pericolo urgente, e senza riparo.
[10 maggio 1560, la notte.]
Esso, uscito di consiglio a notte inoltrata, fece pubblicare ai soldati la decisione della partenza per la giornata del sabato successivo, e però si allestissero. Scoppiò di presente la confusione: questi lodava, quegli biasimava, altri non voleva restare addietro, chi chiamava lo schifo, e chi Michele e chi Martino, e chi a guazzo per imbarcarsi sui palischermi chi a gambe per mettersi al sicuro nella fortezza[618]. Il Duca, desideroso di contentar tutti, confuse pur tutti colle speranze e colle promesse al di sopra del suo potere. Il pánico e il disordine crebbero al sommo durante la notte. Ognuno per sè, infino ai barbari, capirono la folle disperazione: tanto che lo Sceicco dell'isola e il re del Caruano montati a cavallo, fuggirono via, senza pigliar commiato da persona[619]. E come se ciò non bastasse, ecco dopo la seconda guardia turbarsi il mare; e il vento infino a lì disteso da Ostroscirocco e favorevole alla partenza, saltare e fermarsi a Grecotramontana, quasi per prua; cosa invero sinistra, che pronosticava la rovina imminente dell'armata, cui nè anche volendo era più concesso di potersi facilmente allontanare[620].
NOTE:
[610] CIRNI cit., 105, 106, 109.
TOMACELLI cit., 234, med.
[611] _LETTERE di Muley-Hassen re di Tunisi a don Ferrante Gonzaga vicerè di Sicilia_: pubblicate da FEDERIGO ODORICI con una lettera del prof. MICHELE AMARI negli _Atti della Deputazione di Storia patria per le Provincie modenesi e parmensi_, in-4, 1865, III, da p. 115 a 192. — L'unico esemplare disponibile comprato in Modena per mio conto. Ricordo le dette lettere, quantunque non vi sia cosa di rilievo storico al mio proposito.
[612] BOSIO, 429, E: «_Scipion Doria consigliava combattere serrandosi insieme le galèe coi galeoni e colle navi._»
[613] NATAL CONTI, 349, A, fin.: «_Ma i Cristiani si trattennero, stimando l'armata turchesca non così tosto dovere in quei mari presentarsi._»
BOSIO, 430, A: «_La maggior parte dei capitani erano di opinione che l'armata turchesca quivi la mattina arrivar non potesse._»
CIRNI, 113: «_La maggior parte erano di oppenione che l'armata turchesca non potesse esser quivi la mattina: chè prima aveva da andare a Tripoli, e sapere da Dragutte quel che bisognava fare._»
[614] CIRNI, 114: «_Gio. Andrea disse che in ogni modo era da partire; chè la mattina si troverebbero sopra l'armata nemica._»
[615] CIRNI, 114: «_Flaminio dell'Anguillara parimente persuase la partita. Doveva essere allora poco più di due hore, e così si risolse che si havesse a partir la notte in ogni modo._»
[616] PIETRO MACHIAVELLI, _Lettera al duca di Fiorenza_, 15 maggio 1560, _sotto vela da Trapani a Palermo_. Tra le lettere dei Principi, in-8. Venezia, Ziletti, 1562, vol. I, p. 199, B, med.: «_Negando Giovann'Andrea di voler restare, Plinio, stato suo maestro di grammatica, col consiglio del quale si reggeva quest'armata.... lo cominciò a pregare che havendo fatto fino a quel dì tanto in servitio di sua Maestà non volesse per un sol giorno guastarsi. Onde Giovann'Andrea per compiacere al Vicerè si contentò di restare ancora quivi per un giorno coll'armata.... I nemici c'erano vicini a settanta miglia._»
TOMACELLI cit., 240, fin.: «_Io non fui mai maestro di Grammatica come dice l'autore della Lettera.... e come poteva egli sapere ch'io avessi pregato il signor Giovanni Andrea che non volesse per un sol giorno guastarsi?_» — Non dice di che altro mai fosse maestro: e in vece di negare il fallo proprio, nega la scienza dell'avversario.
[617] TOMACELLI cit., 238, princ.: «_Non parlò il signor Giovanni Andrea di combattere, nè altri vi fu in consiglio che ne parlasse, perchè l'opinione universale fu che si havesse tempo._» — Equivoca e magra scusa!
[618] MODESTO LAFUENTE, _Historia general de España_, in-8. Madrid, 1854, XIII, 88: «_Engañose en esto don Alvaro de Sande, como el de Medinaceli; y ambos se llenaron de costernacion, cuando supieron que l'armada del Sultan se approximaba a los Gelbes. Todo fue entonces confusion y desorden._»
FERRERAS, _Hist. d'España_, vol. IX, 415.
HERRERA, _Hist. Gen._, lib. VI, cap. XVIII.
CABRERA, _Felipe II_, lib. V, cap. VIII.
[11 maggio 1560, all'alba.]
XXXVII. — Le stranezze, quantunque grandissime nella notte, crebbero a doppio la mattina dell'infelicissimo giorno di sabato undici di maggio. Il Medinaceli aveva gran che a fare su e giù tra la campagna e la marina per condurre seco i soldati, secondo la promessa; Giannandrea rodevasi sulla Reale, aspettando il Vicerè e gli affidati; e gli altri capitani di mare, mandati in terra gli schifi a levare le fanterie e a compiere l'acquata, apparecchiavansi a una corsa intorno per un po' di scoperta, senza niuna prescrizione determinata nè per combattere nè per fuggire[621].
Intanto Pialì, pascià del mare, informato pienamente dagli stessi Gerbini dello stato e confusione dei Cristiani, non volendo dividere la facil gloria nè con Dragut nè con altri, senza volgersi a Tripoli, erasene venuto verso le Peschiere, dove sapea essere l'ancoraggio dell'armata nostra. Tenendosi in giolito e sopravvento, aspettava il giorno chiaro per investire.
Tra quelle nebbie, che quasi sempre nel mattino velano le basse spiagge delle regioni africane, qualcuno cominciò a vedere certi bastimenti: e appresso dando la voce e cominciando a fare strepito e rumore, tutti riconobbero l'armata nemica, e tutti crebbero intricamento e confusione. Scipione Doria, quel desso che voleva abbozzar le gomene, ed era stato messo capofila del largo per la scoperta, fu il primo a fuggir via verso Malta[622]. Giannandrea dall'altra parte fece vela, corse due bordate, volse in senso contrario, poggiò al vento, investì in terra sotto la fortezza, e andò a chiudercisi dentro, abbandonata in secco la Reale[623]. La maggior parte dell'armata, seguendone l'esempio e lo stendardo, chi prima, chi dopo, rovesciarono il bordo per arrenarsi meglio in diverse direzioni, tanto pur di mettersi in terra, e di mandar la gente correndo a rifugio nel forte.
[11 maggio 1560, la mattina.]
Luccialì, capo di vanguardia, veduti tali strani e inconsiderati movimenti, dette dentro con tanta sicurezza, che al primo colpo pigliò e rimise venti galere: quattro del Doria, compresa la Reale, due di Roma, due di Sicilia, due di Firenze, una di Monaco, quattro di diversi, tutte di Napoli, e insieme quattordici navi di alto bordo, e più di cinquemila cristiani tra soldati e marinari[624]. Appresso Pialì e i Barbareschi gittaronsi a falciare di seconda mano qualunque legno là intorno non era stato ancor concio. Dove tutta la bravura in continuati scontri, e per ogni maniera di caccie e di sutterfugi, finiva o colla resa in mare, o coll'arrenamento alla spiaggia[625]. Giannandrea e il Medina dal ballatojo supremo del forte, dove eransi rifugiati, volgendo attorno lo sguardo, potevano vedere nel giro la propria e l'altrui rovina: navi e galere in mano ai Turchi, soldati e capitani cinti di catene, bastimenti grossi e sottili infranti alla riva, tutt'altrove rottami, e del continuo uscir gente dal pelago, a nuoto o sopra tavole, chi avvolto di miseri cenci, chi tutto nudo, e lunghe file di fuggitivi correre a ripararsi nel forte. La guarnigione, fattasi sugli spalti e sui ponti, accoglieva gl'infelici: ma impietriti nel dolore guardavansi in faccia l'un l'altro senza mutarsi nè anche una parola; dimostrando però nell'aspetto somma pietà verso i compagni, e profonda indignazione contro chi era in colpa d'aver condotto le armi cristiane a tanta vergogna e a tanto strazio.
NOTE:
[619] CIRNI, 135: «_Il Scecche promise assai e non attese niente, che insieme col re del Caruano e l'infante di Tunisi per paura dei Turchi se ne fuggì in terraferma._»
[620] CIRNI, 120: «_Il tempo fino allora era stato buono, ma subito di Scilocchi e Mezzigiorni si cambiò in Tramontane e Grechi, a punto per prua, cosa in vero crudelissima._»
BOSIO, 430, B: «_Però i venti, che fino allora erano stati favorevoli, si volsero contrari._»
[621] BOSIO cit., 430: «_L'armata cattolica alle Gerbe non seppe nè combattere nè fuggire._»
[622] BOSIO, 430, E: «_Scipione Doria con quella guardia sua non fece altro servigio, che di salvare sè stesso, dopo che veduto ebbe il pericolo, colla sola galera sua, portando avviso a Malta che tutta l'armata cattolica era perduta e disfatta._»
[623] SAGREDO, _Monarchi Ottomani_, in-4. Venezia, 1673, p. 466: «_Giannandrea si accostò a terra e arrenò; sbarcato sopra un palischermo, salvossi nel forte._»
CAP. MACHIAVELLI cit., 200, B, lin. 7: «_In un tratto la Reale, con pessimo e doloroso consiglio, poggiò per andare a investire in terra._»
TOMACELLI, 239, B, med.: «_La Reale teneva la prua per Ponente, e andava ad investire nel golfo del Capsi.... vedendosi adunque il vento contrario il signor Giannandrea, conoscendo il pericolo certo, havendo già voltato più di dodici galèe verso il Forte, si risolse egli ancora di pigliare la medesima volta._»
[624] BOSIO 431, G: «_Prese dai Turchi quattro galèe di Giovann'Andrea, compresa la Reale, due del Papa, cinque di Napoli.... venti galere in tutto, e quattordici navi._»
[625] ADRIANI, 645, A, B: «_Al ritorno venticinque navi furono combattute e vinte dai Turchi... e con tutti i soldati rimasero prigione.... Delle quaranta galèe e quattro galeotte, salve solamente diciassette._»
CIRNI, pag. ult.: «_Perdita totale diciotto mila anime, venti otto galere, una galeotta, e quattordici navi_.»
[11 maggio 1560, mezzodì.]