La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 2
Part 31
[580] CIRNI, 83: «_La mattina seguente, a due del detto marzo, perchè il vento era favorevole per le Gerbe ci mettemmo alla vela.... e il medesimo giorno arrivammo là a ventidue ore._»
[581] CAMPANA, 99, B., prin.: «_L'armata tornò alle Gerbe, ove diede fondo ai due di marzo._»
[582] G. PLINII SECUNDI, _Historia naturalis_, lib. V, cap. vii, in-fol. Lione, 1587, p. 93, lin. 21: «_Insulas non ita multas hæc maria complectuntur. Clarissima est Meninx, longitudine XXXV m. passuum, latitudine XXV; ab Eratosthene Lotophagitis appellata._»
SEX. AUREL. VICTOR., _De Vita et moribus imp. roman. a Cesare Aug. ad Theodosium imp._, cap. XXIX. Script. rom. coll. I, 631, 2, E: «_Gallus et Volusianus creati in insula Meninge, quæ nunc Girba dicitur._»
[583] GAZZETTA _ufficiale del Regno d'Italia_, giovedì 12 agosto 1875, p. 5608, col. prima, lin. 22 e segg.: «_Gerba._»
[584] PROF. MICHELE AMARI, _Nuovi studî arabici sulla storia di Genova_, in-8, 1872, p. 77, scrive: «_Sceikh._»
[585] CRESCENTIO, _Portolano_ cit., 20: «_Dalla testa del Bieto, volendo andare all'isola de' Gerbi alla Rocchetta, tira alla quarta di mezzogiorno verso Libeccio, et vi troverete sopra detta Rocchetta._»
LUIS MARMOL, _Description general de Affrica_, in-fol. figur. Granata, 1573, II, 289 e segg.: «_Gelves, la Roqueta a levante, la boca del canal de Alcantara.... la torre del canal de Alcantara, boca del canal hazia levante.... a poniente del Castillo dos leguas una torre que se dice Valguarnera, y en Arabico Gigri, el Bazar al Norte._» 295, B, I, med.: «_Boca del canal de Alcantara entre isla y tierra firma, hazia levante._»
DAPPER, _Africa_, in-fol. Amsterdam, 1676, p. 201.
DE LA CROIX, _Relation universelle de l'Afrique ancienne et moderne_, in-12. figur. Lione, 1688, II, 244.
BELLIN, _Altas maritime_, in-fol. Parigi, 1764, III, tav. 71: «_Zerbi, Malguarnero, la Forteresse, Bourg el Bazar, Zaduca, El Kantar._»
[586] P. MICHELE AMARI, _Storia dei Musulmani di Sicilia_, in-8. Firenze, Le Monnier, 1854-72, III, 400: «_Le Gerbe fertilissima isola del Golfo di Kâbes.... coltivata in ogni tempo.... ricca d'industrie.... abitatori Bèrberi, seguaci di due sette musulmane, molto invise all'universale._» E più altre notizie dell'isola medesima, in diverse parti dell'opera, come dall'indice copioso ed accurato. Ne tocca altresì nel _Vespro Siciliano_ a proposito dell'impresa del Loria nel 1284; e nella pubblicazione della _Corrispondenza di Ferrante Gonzaga_ con _Mulèy-Hassen_, fatta insieme coll'ODORICI, _Atti di Storia patria per le Provincie modenesi e parmensi_, anno 1865, vol. III, p. 141.
[587] ANDREA CONTI, e GIACOMO RICCHEBACH, professori di astronomia nel Collegio romano. _Posizione geografica dei principali luoghi di Roma, e de' suoi contorni_, in-4. Roma, tip. de Romanis, 1821, p. 4: «_I risultati potranno essere de' buoni materiali per la costruzione di una carta di questa gran città, e per verificare quelle che esistono._»
EFFEMERIDI _astronomiche e Nautiche: Connaissance des temps._ Per la riduzione delle carte idrografiche inglesi e francesi al meridiano di Roma valga il seguente rapporto:
Greenwich. occ. in arco 12°, 27′, 12″. = in tempo 0h, 49', 49" Parigi osser. occ. in arco 40°, 7′, 3″. = in tempo 0h, 40', 28"
[588] V. SOPRA, I, 207 e segg.
[589] W. H. SMITH, _Chart of the gulph of Khabs_, Londra, 1861, tra le carte dell'Ammiragliato britannico.
IDEM, _The Mediterraneaen_, etc., p. 90.
[590] WILKINSON, _Chart from Mehediah to ras Makhabez_, gran folio, 1865, carte dell'Ammiragliato: «_Jerbah, Boukal castle, Boukal channel, Fort Ajir_ (la Rocchetta), _Zoug_ (il Bazar), _Fishery_ (le Peschiere), _Castle, Fort Jelis_ (la Valguarniera), _Melitah, Sidi Smour, Schour, Sasouk, Agim, Kalela, Potteries, Tabilla, Ackrab castle_ (il Castelluccio del ponte, ec.)»
[591] CIRNI, 65: «_In che modo aveva da dismontar la gente.... nelle prime schifate andassero i capitani con venticinque archibugeri...._ (85) _Dunque ai sette di giovedì mattina si dismontò._»
BOSIO, 422, A: «_Giovedì settimo di marzo l'esercito fu posto in terra...._ (418, B) _Schifi, capitani, sergenti, ventiquattro soldati._»
[8 marzo 1560.]
XXXIII. — Intanto lo Sceicco dell'isola, ed i suoi consiglieri, diversamente tra loro disputando di questo successo, non si accordavano insieme a far nulla. Quanti vi avea pirati di mestiero, giovani d'età, e turchi di origine, volevano battersi ad ogni costo: al contrario i nativi bèrberi e mori, e tutti quelli che odiavano le insolenze e il dispotismo turchesco e piratico, chiedevano gli accordi. Con questi consentiva il popolo minuto, gli agricoltori, e più di ogni altro gli anziani: i quali dimostravano con molte ragioni, e coll'esempio dei tempi passati, l'impotenza di resistere e la necessità di patteggiare. Lo Sceicco, ancorachè ondeggiasse tra le due sentenze, perchè in suo cuore odiava Dragut ed altrettanto la temeva, pure eccitato dai giovani e dagli amici del pirata, e avendo udito che le nostre fanterie erano state vedute infermicce, o come dicevano mezzo morte, volle provarsi a combattere. Avrebbe costui dovuto anche sapere come le genti istupidite e affrante dal mal di mare prestamente ripigliano lena e vigore, subito che possono mettere piede sul fermo, e respirare in terra.
Molto meglio dopo buon pasto e quieto riposo (senza lasciare per turno le guardie e le consuete diligenze) si levarono i nostri la mattina gagliardi e ardimentosi, come se non avessero patito mai lo strazio della mareggiata. Prese le armi, duemila corsero a guardare di rinforzo il passo della Cantèra; e gli altri ottomila marciarono verso la capitale dell'isola al castello dello Sceicco[594]. Silenzio intorno, niuno all'incontro, marcia guardinga, file serrate, tutti intesi nell'ordinanza, quantunque stimolati dalla sete.
La sera innanzi lo Sceicco aveva mandato alcuni uomini a riconoscere il campo, ed a parlamentare col Medina, offerendogli rinfreschi ed amicizia, a patto che se ne andasse subito subito: ma essendogli stato risposto che si voleva prima fargli una visita al Castello per ringraziarlo in persona dei favori, e per trovare la comodità dell'acqua, esso capì che gli bisognava venire alle mani, come volevano gli arrabbiati de' suoi consiglieri. Messosi dunque pienamente nelle mani di costoro, raunò gran gente, e andò a far testa tra i palmeti sul passo di certe cisterne, dove sperava facilmente opprimere i nostri, assetati e riarsi dal sole africano e dalla marcia pe' sabbioni, quando si sarebbero disordinati per bere, come più volte in quel luogo medesimo, e per simile maniera era successo.
Ma agli otto di marzo, dove noi ci troviamo col discorso, le cose andarono tutte a rovescio: niuno sbandossi alle cisterne, le occulte insidie restarono deluse, e la forza aperta superata. Non mica, come dice taluno, che i Gerbini fuggissero via alla prima comparsa delle schiere cristiane, o alla prima prova della loro temperanza: chè anzi stettero intrepidi, e dieron dimostrazione di valore disperato. Non essendo più di ventimila con pochi archibugi e pochissimi cavalli, nondimeno si gittarono sopra ai nostri squadroni, menando scigrignate, punte e rovesci di scimitarre, di zagaglie e di falcini, a corpo a corpo, senza curare ferite o morte, tanto sol che potessero rompere i quadrati. Ma tornata loro vana ogni prova, e cominciando già per fianco a frustargli l'artiglieria di campagna, balenarono a un tratto; e poi via tutti di gran corsa, lasciando sul terreno circa dugento morti, e più del triplo feriti. Fra i nostri caddero venticinque dei primi, e una trentina degli altri; noverandoci un capitano, che morissi il giorno appresso per grande squarcio di zagagliata.
[9 marzo 1560.]
I vincitori trincerati sul campo mandarono intimando la resa al castello, dove le cose dei Gerbini e dello Sceicco pigliavano già tutt'altra piega. Il partito degli anziani pacifici ed esperti rimontava sopra quello dei giovani fuggiaschi e avviliti. Subito essi stessi spedivano oratori, chiedevano parlamento, davano ostaggi, e conchiudevano la pace, sottomettendosi lo Sceicco e tutto il popolo dell'isola al dominio del Medina in nome del re di Spagna, colla promessa del tributo medesimo che prima pagavano a Dragut per conto di Solimano.
Gli storici orientali poco o nulla aggiungono ai nostri intorno a questi successi; chè l'epoca presente scorre tra le più oscure nella storia loro. Il cavaliere Giuseppe de Hammer nel nostro tempo, tanto conoscitore della lingua e letteratura edita ed inedita dei Turchi, come tutti sanno, non aggiugne particolari di rilievo alle notizie degli storici occidentali, che compongono anche per me la base della narrazione; e continuamente sono richiamati con lui e senza di lui nelle note[595]. Dagli Arabi odierni non possiamo sperare nulla di meglio: e dai trapassati abbiamo due soli brandelli, che qui inserisco alla lettera come mi sono stati gentilmente favoriti dal preclarissimo professore Michele Amari, nel quale la ingenita cortesia cresce lustro al sapere. Il primo brano è dello storico Dinar, ben noto agli orientalisti, il quale nell'anno 1681 scrisse molto confusamente dei fatti anteriori; sì come nel caso presente a proposito dell'ultimo principe Hafsita di Tunisi dice così[596]: «Stretta amistà correa tra questi e Dragût pascià. Quando Dragût mosse contro l'isola delle Gerbe, il sultano Ahmed lo fornì di vettovaglia. (_L'isola_) si era ribellata da esso (_Dragût_) per torti ricevuti; onde la occuparono i Cristiani per sei mesi; e fu liberata per mano del pascià Ali, mandatovi da Dragût.» Appresso viene il Bagi non meno conciso nei fatti, e più confuso nelle date, con queste parole[597]. «L'anno 957 (_20 genn. 1550 all'8 genn. 1551_) i Napolitani, i Genovesi ed altri irruppero in Mehdiah: presero quanto e quanti erano in essa, la distrussero, e andarono via. Indi alcuni abitanti a poco a poco vi ritornarono, e in certo modo la ripopolarono. Essi (_Napolitani, ec._) si insignorirono anco delle Gerbe, si empirono le mani del bottino fatto (_in questa isola_), e dimoraronvi sei mesi; a capo dei quali Dragût pascià liberolla, e di lì passò a Tripoli, e presela il 958.» Apparisce evidente la grossezza di costoro, che in quattro righe male arruffano i fatti di molti anni, nè mette conto il cercarne di più.
NOTE:
[592] CIRNI, 88: «_Squadroni per antiguardia e retroguardia.... con due gran maniche di archibugeri, a guisa di un corpo umano disteso con le braccia innanzi._»
[593] CIRNI, 35: «_Pezzi di artiglieria grossi, et altri da campagna._» (86). «_Aveva il Generale fatto disimbarcare quattro pezzi d'artiglieria da campagna._» (94): «_Salutarono i Mori con quei pezzi di campagna che facevano bei colpi._»
CAMPANA, 83, B: «_Artiglieria così da campagna come da batteria._» (99, B, princ.): «_Don Alvaro guidò le genti in terra con qualche pezzo da campagna._»
[594] CIRNI, 86: «_La mattina che fu venerdì agli otto.... fece mettere la gente in battaglia per marciare.... ottomila fanti, la più bella gente.... poco se le conosceva il patire che aveva fatto._»
[595] GIUSEPPE DE HAMMER, _Storia dell'imperio osmano, estratta la maggior parte da manoscritti ed archivi da nessuno per lo innanzi usati, opera originale tedesca, recata la prima volta in italiano._ in-16. Antonelli, Venezia, 1830, vol. XI, p. 236, e segg.
[596] IBN-ABI-DINAR, sopracchiamato EL-KAIREWANI, _Libro dilettevole sugli avvenimenti dell'Africa e di Tunisi_. Alla pagina 161 del testo arabico, capitolo del regno di Abu-el-'Abbas-Ahmed. Volto in francese dai PELLISIER ET RÈMUSAT, _Exploration scientifique de l'Algérie, sciences historiques et géographiques_, in-4. Parigi, 1845. — Il testo arabico dura inedito.
[597] BAGI, _Compendio della Storia tunisina infino all'anno comune 1837_. Stampato a Tunisi, 1283 (1866), p. 87, e seguente del testo arabo.
[13 marzo 1560.]
XXXIV. — Mercoledì tredici di marzo entrava l'esercito cristiano nel Bazar, la guarnigione europea rilevava la moresca dal castello, le galere facevano salva, e gli stendardi della Spagna salivano sulla gran torre. Riaperti i mercati, tutti contenti; meno alcuni pirati turchi costretti a smucciare, e meno parecchi soldati cristiani impediti dal rapire. Tra questi vuolsi ripetere il fatto di uno spagnuolo, chiamato Ordugnèz; il quale, deluso nella speranza del bottino, giunse a tanto bestiale accecamento (come esso stesso confessò pentito prima di spirare), che, dicendo non essergli possibile sopportare in pace l'amicizia coi Cani, mise mano a un coltellaccio, e dandosi nel petto s'ammazzò[598]. Di tali stranezze, richiamandone ora le impressioni ricevute nel mio animo per molti esempî antichi e per certe osservazioni moderne, dico adesso che quando occorrono in alcun luogo, non restano solitarie; ma naturalmente pronosticano e sono seguìte da altri disordini e da maggiori sventure. A certi estremi non si trapassa, nè anche da un solo, nell'umana società, se non quando gli animi delle masse, riputate degne di tali spettacoli, siano pubblicamente al sommo della perturbazione; e per ciò stesso disposti a fare o a patire appresso di peggio. Vedremo tra poco quanti altri saranno ciechi e violenti contro alla propria e contro alla pubblica salute, al pari e forse più dello sciagurato Ordugnèz.
[15 marzo 1560.]
Cominciamo dal duca di Medina, il quale, invanito degli ultimi vantaggi, alla prima aura di fortuna si perde. Avrebbe facilmente potuto pigliare ostaggi e guide, rifornirsi di vittuaglie, demolire il vecchio cassero, togliere ai Gerbini ogni baldanza in due giorni; e dentro un mese pigliar Tripoli, e tornarsene vittorioso in Sicilia. L'armata ottomana, di che egli sapeva gli apprestamenti, non sarebbesi mossa così presto per impedirgli la conquista; nè poi si sarebbe ardita di riscuoterla, stando di fronte ai Turchi il presidio, e alle spalle l'armata nostra tutta intiera. Costui all'incontro delibera di fermarsi due mesi alle Gerbe per piantarvi nuova di fondo una bella fortezza. La stessa cecità dimostrano gli altri tre, che insieme con lui danno il nome ai quattro baluardi, e ne sostengono i lavori. I quali signori de' nuovi bastioni si chiamano Medina, Doria, Gonzaga e Tessieri[599].
Il nome riverito degli Orsini avrebbe dovuto trovarsi di mezzo agli altri, secondo il suo grado e bandiera, certamente innanzi al Tessieri e innanzi al Gonzaga, se egli avesse voluto attivamente spingere la stranezza dell'opera. Ma col fatto contrario esso stesso ha chiarito la posterità di non averci consentito, pensando per fermo tra sè onori cotali non essere da lui. La quale dilicata temperanza come non reca meraviglia a chi ricorda la sua condotta durante la guerra di Campagna e le brighe del Moretto, così meglio ne conferma la nobiltà del carattere. Vedetelo inteso al dovere, senza offendere le opinioni; soggetto all'autorità, senza eccitarla agli eccessi; e ciò pure a costo del suo privato discapito, e di esser tenuto zotico e strano da quelli che allora riputavan sè stessi avveduti e saggi. La corrente in piena voga seguiva le visioni del Medina: ma a chi penetrava nel secreto dei pensieri era evidente che la fabbrica della fortezza non poteva servire ad altro se non a discolpare gli errori precedenti ed i futuri. Così l'intendeva l'Orsino: e così in quei giorni medesimi, quasi profetizzando, scriveva da Malta il celebre la Valletta; e registrava un bell'ingegno spagnuolo nel sonetto che il Bosio ci ha conservato[600].
[17 marzo 1560.]
La fortezza presa a fabbricare presso alla capitale dell'isola era stata disegnata sopra la peggiore di tutte le figure che si possono descrivere intorno al cerchio, perchè meno di ogni altra adatta al fiancheggiamento ed alla difesa radente. Un recinto di mille metri in giro col vecchio castello nel mezzo per mastio: quattro cortine di dugencinquanta metri per ciascuna; e quattro bastioni coi loro cavalieri negli angoli. Al mastio per onore supremo diedero il real nome di forte Filippo; ed ai quattro baluardi i nomi dei quattro Signori che ne presero il carico. Dunque una fortezza quadrata, sul lido del mare, senza porto, senza acqua, senza terra, senza muri: essendovi le cortine e i bastioni rilevati di rena, pali e fascine; e il fosso cavato pur nella arena cedevole, e tutto l'edificio sulla rena. Nell'interno baracche di tavole per alloggiamenti e magazzini, e specialmente le cisterne vuote, nelle quali bisognava portare acqua da lontane sorgenti. Misera condizione di tanta gente per due mesi nella strana opera.
Qualcuno oggidì leggendo il nome di Plinio Tomacelli, incastrato dal Promis nel novero degli ingegneri militari di Bologna, potrebbe sospettare che egli stesso sia stato l'autore del rovinoso disegno e della nuova fortezza alle Gerbe[601]. Ma ad onor suo possiamo dimostrare non doverglisi colà attribuire altro carico se non di sorvegliare i lavoranti di quel bastione che portava il nome del suo principale, e chiamavasi il Doria. Plinio, gentiluomo bolognese della discendenza collaterale di papa Bonifacio IX, era presente all'armata, godeva di molta riputazione, aveva fatto da maestro a Giannandrea, e continuava per volontà del vecchio zio a dirigerlo come consigliere e moderatore delle sue prime spedizioni[602]. Non per questo fece professione di ingegneria nè di architettura: e quel suo Discorso contro le fortificazioni di Bologna, rimasto inedito nella sua patria, dimostra lo studio da lui posto intorno alla popolare economia politica, non sopra le tecniche dottrine militari.
[19 marzo 1560.]
Tutti i contemporanei attribuiscono il disegno e la suprema direzione della nuova fortezza all'ingegnere Antonio Conti, uno di quei tanti Italiani che allora seguivano gli eserciti di ogni nazione[603]. Udiamone i particolari dal Cirni, che eravi presente[603a]: «Per questo dunque il Generale fece fare il disegno da Antonio Conte ingegneri, e subito fece metter mano a lavorare. Fece trattare collo Scecche se poteva avere una gran quantità di Mori per potergli far travagliare col pagamento; ma non essendoci ordine, si risolse alla fine di farlo fare a' soldati. Fece venire una quantità di cameli, acciocchè portassero la terra rossa per impastare, chè intorno al Castello non vi era se non rena, e bisognava condurla più di due miglia discosto. Eravi assaissima comodità di palme e di olivi: e con quei tronchi delle palme, interi e spaccati, faceva fare le incavicchiature per ogni banda. Eccetto un braccio incirca, sotto terra per tutto è pietra; ma tenera, e sottoposta al piccone. La gente tedesca, per essere più industriosa e travagliante, la misse a fare il fosso a forza di picconi. Il signor Gio. Andrea come quel cavaliere che haveva honoratissimamente risposto in tutte le occorrenze dell'impresa per complire e col valore e colla prudenza in ogni opera possibile per servitio di Sua Maestà, si prese assunto di fare un cavaliere. L'altro il Generale diede a fare al generale della Religione con la sua gente. L'altro a gli Spagnuoli, e l'altro al signor Andrea Gonzaga. Di maniera che venivano a esser quattro, con intenzione di farvene poi col tempo un altro in mare col suo molo verso tramontana. E per ora da quella parte del mare il Castello si accingeva quasi a stella, e volgeva in tutto da mille passi, o braccia ordinarie, come vogliam dire. Così con grandissima sollecitudine e cura si attese al lavoro.»
Alli diciannove di marzo, secondo il modello del Conti, in due giorni preparato alla grossa di cretoni e di legno, il Medina con solennissima pompa gettava al posto la pietra angolare; e appresso metteva alla direzione della gran fabbrica quattro ajutanti, nominati dal Campana e dal Bosio, Bernardo di Aldana, Sancio di Leva, Cesare Visconti e Carlo di Amanze[604]. Lavoro fastidioso di soldati in giornèa; non avendo a niun conto voluto prestare l'opera loro i Gerbini: i quali soltanto per somma grazia permettevano la vettura delle loro bestie. Bisognava rimenare tutto da lungi, pali, fascina, infino a un po' di terra per impastarla colla rena del luogo. Ciò non pertanto ai venticinque di aprile il forte era ridotto in condizione di potersi difendere, e vi entravano di presidio duemila fanti tra spagnuoli, italiani e tedeschi, sotto il mastro di campo don Alvaro de Sande, eletto governatore della piazza e dell'isola. Tutto questo sarebbe la metà del nonnulla rispetto al resto: dobbiamo inoltre disperdere ogni bene, vittuaglie, munizioni, armi, artiglierie, corredi, infino all'acqua; e dobbiamo sguarnire di tutto i navigli, se vogliamo, secondo la ragione di tanta lontananza e il pericolo di lungo assedio, provvedere ai magazzini ed alle cisterne del gran forte, per continuata stranezza piantato di pali sulla rena.
NOTE:
[598] CIRNI, 98: «_Subito si sparse la voce tra soldati che si era concluso l'accordo, il che diede non poco dispiacere alla maggior parte, et alquanti per dispetto buttavano le celate per terra. Ma uno, che si chiama Ordugnes spagniuolo, dicendo che non era possibile che potesse sopportare pace con cani, mise mano a un coltello e dandosi nel petto s'ammazzò: benchè innanzi che spirasse si convertì, dicendo che il diavolo l'haveva accecato._»
BOSIO, 425, D: «_Dispiacque l'accordo. Si era pubblicato per l'esercito che il Vicerè voleva spianare il castello, e saccheggiare, e dare il guasto all'isola. E fu tale il dispiacere che se ne prese un soldato spagnuolo chiamato Ordognez, che sè stesso uccise._»
NATAL CONTI, 346: «_Veggendosi tolta di bocca la preda, uno Spagnuolo per soverchio dolore con un pugnale da un canto all'altro si trafisse. Morte a sì infame avarizia e disperata pazzia conveniente._»
[599] DON LUYS DEL MARMOL CARAVAJAL, _L'Africa_, in-fol. Granata, 1573, II, 298, A, 2, fin.: «_Juan Andrea con la gente de sus galeras tomo a cargo de hazer un cavallero: et Duque con los españoles otro: Andrea de Gonzaga con les italianes otro: y los cavalleros de san Juan otro._»
BOSIO cit., 425, E: «_Fu posto mano a fabbricare il forte con quattro baluardi reali, il primo chiamato della Cerda.... il secondo fu nominato Doria.... il terzo ebbe nome san Giovanni perchè toccò farlo al gran commendatore (de Tessiers) con le genti della Religione.... il quarto detto Gonzaga. Il vecchio castello fu chiamato Filippalcazar._»
CIRNI, 101: «_Venivano a essere quattro cavalieri.... dalla parte del mare si accingeva quasi a stella, e volgeva in tutto da mille passi._»
[600] BOSIO cit., III, 426, C: «_Profetia del gran maestro Valletta, il quale predisse che l'armata cattolica sarebbe sopraggiunta e rotta dalla turchesca.... e sonetto, nel quale si scuopre l'intenzione, per la quale fu fabbricato il forte, e fu chiarissima et infallibile preditione del fine che poi ebbe:_
»_Qual fue el intento para tal hazerte?_ _Disculpar otros yerros començados._ _Quederà alguno en ti? Los desdichados._ _A que fin? A esperar prision o muerte._»
[601] CARLO PROMIS, _Gli ingegneri e gli scrittori militari bolognesi del secolo XV e XVI_, in-8. Torino, 1863, p. 95, 97.
[602] PLINIO TOMACELLI, _Lettera al signor Diego Ortiz_. Tra quelle dei Principi, in-8. Venezia, appresso Francesco Ziletti, 1581, III, 237, princ.: «_Il Vicerè attendeva però sempre a provvedere il suo forte di vettovaglia, munitioni ed acqua.... le galere empivano le cisterne con cento barili d'acqua ogni giorno.... Ella ben sa che per consiglio mio non si potesse reggere l'armata, non servendo io in cose di mare._»
IDEM, _Discorso sopra la fortificazione di Bologna, fatto l'anno 1865_. Mss. alla bibl. dell'Istituto bologn., _Miscell. di storia patria_.
[603] CAMPANA, 100, B, med.: «_Formava il disegno del forte Antonio Conti ingegnero.... due giorni dipoi fu cominciato a lavorarsi coll'assistenza di Bernardo Aldana e Sancio di Leiva._»
NATAL CONTI, 346, B, princ: «_Il Duca assegnò lo spazio ad Antonio Conti valente ingegnero, ordinandogli che ne facesse un disegno: e vedutone il modello, lo prepose alla cura del lavoro._»
[603a] CIRNI, 100.