La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 2
Part 30
BOSIO, III, 418, A: «_Dieron comodità ad Uccialì di rinforzare la migliore delle due galeotte.... e di portare avviso volando a Costantinopoli.... Dal che i mali successi che appresso derivarono._»
[564] BRANTÔME cit, 76: «_Ucchialy corsaire calabrois.... il estoit moine, ce dit on; et s'en allant à Naples pour estoudier, il fut pris, et depuis se renia: et de peu à peu se faisant corsaire, il s'advança, comme on l'a veu. Je croy qu'il prit le turban pour plus cacher sa tigne, qu'on dit l'avoir gardee toute sa vie, sans s'en defaire, que pour autre chose._»
MARIANO D'AYALA, _Dell'arte militare in Italia dopo il risorgimento_, in-8. Firenze, 1851, p. 63: «_Quel famoso calabrese Galeni, nativo di Cutro nel golfo di Squillace, il quale fattosi frate, e preso da' Turchi nell'andare a studio in Napoli, rinnegò; e sotto il nome di Occhialì diventò terribile._»
DE HAMMER cit., XI, 215: «_Uluge-Aly._»
P. A. G., _Lepanto_, da p. 334 e da 228 alla fine, per tutto.
[565] MAMBRINO ROSEO cit., III, ii, 5: «_La scaramuccia durò presso cinque ore, tanto durando il far dell'acqua._»
CIRNI, 68: «_Ne restarono morti da XIIII, e feriti da XXV_.»
[566] BOSIO, 418, E: «_Dei Toscani intorno a cento cinquanta ne uccisero, e tra essi cinque capitani, due alfieri, tre sergenti e parecchi gentiluomini._»
CIRNI, 70, 71: «_Quei di Firenze a discendere in terra senza capo, senza guida, senza ordine nessuno, come il fine che fecero lo dimostra._»
[17 febbrajo 1560.]
XXX. — Costretti a seguire la direzione e gli ordini del Medina, e già costernati dalle continue disdette, non vedendo mai tra tante riprove venirne una a' versi, tutti i capitani presero alli diciassette di febbrajo la rotta per Tripoli, punto obbiettivo della spedizione, secondo il disegno dell'anno passato, come se nulla di nuovo intanto non fosse avvenuto. E sarebbero pur giunti a cavarne qualche effetto, dove il Medina fosse stato più risoluto e più accorto. Andare avanti per la piazza di Tripoli; posto che l'altra, cioè la persona di Dragut, si mettevano dietro alle spalle.
Tripoli non era fortificata altrimenti che con una vecchia cinta, non aveva presidio sufficiente, e poteva esser presa con presta battaglia di mano, e un po' di scale: lasciando pur al Castello qualche altro giorno per rimetterlo colle batterie o colle mine. Così promettevano i cavalieri di Malta, cui era noto a palmo a palmo il forte e il debole di quel luogo, dove per tanti anni avevano tenuto presidio. Al contrario il Medina voleva trattenersi a mezza strada quindici giorni per vedere alla rassegna chi era vivo, chi morto, e chi perduto, con altre miserie sue e contrarietà altrui. Non temeva costui dare il tempo a Dragut di provvedersi meglio in Tripoli: non pensava dare agio a Luccialì di ritornarsene in gran brigata da Costantinopoli.
Ma temperando le nostre considerazioni, stiamo ai fatti suoi, e vedremo che giunto a mezza strada poggia sulla destra, ed ordina a tutta l'armata di dar fondo in un luogo chiamato il Secco del Palo, dove non è porto alcuno, ma bonaccia perpetua per ogni stagione, anche nelle grandi tempeste. Questa seccagna corre quaranta miglia da levante a ponente, e si avanza venti miglia dentro il mare, composta da ampia platèa arenosa, sollevata dal fondo circostante, e circoscritta da alto scaglione quasi verticale. Al difuori della spianata il pelago s'innabissa, e al di dentro l'acqua si assottiglia sopra venti e dieci metri di fondo, digradando di un metro per ogni miglio fino al lido. I marinari riconoscono agevolmente questo luogo alle schiume bianchissime intorno ai lembi, alla chiarezza azzurrina dell'acqua interna, ed alla incomparabil quiete distesavi sopra. La quale perpetua tranquillità è conseguenza necessaria delle leggi naturali con che si propaga l'ondeggiamento del mare; non potendo mai, in quella condizione di fondale, svolgersi altrimenti le grandi onde tempestose, ma soltanto le ondicelle di minima dimensione, e però innocue. Non marosi coi venti di terra, perchè questi gonfiano al di fuori, e mettono quiete o un po' di maricino presso al lido; non coi venti del largo, quantunque si voglia rabbiosi, perchè le onde da essi sollevate non possono propagarsi sul secco, ma devono rompersi le gambe e il corpo, urtando nello scaglione, abbattervi la testa, e lasciar tranquille nell'interno le acque seguenti. All'estremo limite, tra scanno e pelago, l'acqua si rimescola e frange: ma il flutto istesso colla sua correntìa ti porta in salvo sulla dolce spianata, dove trovi acqua sufficiente per ogni bastimento, e fondo incontri buon tenitore di rena grossa. Da lungi verso ostro vedi e non vedi le basse terre dell'Africa, rilevate da qualche capanna e dai gruppi delle palme; ed in ultimo quel monte traverso, che per esser simile nel colmo alla schiena del giumento è chiamato dai marinari Groppa d'Alys, ed anche Groppa dell'Asino. Le notizie speciali di questo mare bonaccioso, e le ragioni del fenomeno non ignote ai nostri antichi marini, anzi esposte almeno in compendio dal Machiavelli, dal Bosio e dal Crescentio[569], vadano per appendice ai lavori del chiaro commendatore Alessandro Cialdi, mio nobile concittadino, da tutti riconosciuto maestro di questi studî[570].
[28 febbrajo 1560.]
Dunque al Secco del Palo, durando le rassegne, gl'indugi, le minuzie e i tempi contrarî (molestie oramai consuete), passarono quindici giorni; e crebbero le malattie, le febbri e la mortalità della gente. Si noverarono in così breve intervallo duemila morti; non solo di marinari, di soldati e di uomini volgari, ma di principalissimi signori e capitani; tra i quali fu sul punto di morire l'istesso Giannandrea, e di fatto in pochi giorni pur di flusso venne a morte il colonnello Quirico Spinola, cui il Doria nel mettersi a letto aveva lasciato il comando delle sue galèe. Cresceva col mal governo la confusione dei governati: e nella medesima tranquillità dell'ancoraggio per forza di venti mai più veduti, e per negligenza di ormeggi non proporzionati al bisogno, alcuni navigli sferrarono a rischio di perdersi. Ripeto sferrare nel senso intransitivo, e talvolta prenominale, qui dove mi vien bene allegarne gli esempî dei marinari, i quali nelle faccende proprie del loro mestiere devono godere autorità altrettale che classica. Ne cito parecchi, il primo del Bosio navigatore e storico, che al nostro proposito ne scrive con queste parole[571]: «I tempi così furiosi si messero che per memoria di alcun marinaro tali in quel Secco mai veduti non si erano. Posciachè se bene ordinariamente è stimato quel Secco come sicuro porto, stante la poca forza che le onde del mare possono avere in quei bassi fondi, alcuni vascelli nondimeno furono costretti a sferrare. E tale fu l'impeto del mare che trovandosi la nave Imperiale, capitana delle altre navi, sorta vicino al galeone della Religione, sforzata dal furore delle onde, con qualche mal governo dei marinari suoi, urtando nel detto galeone, si ruppe e si fracassò; non ricevendo però il galeone quasi danno alcuno, per essere di fabbrica saldissima. Onde parve miracolo che egli non si perdesse, come la detta nave Imperiale si perdette; la quale sì fattamente sdrucita e rotta ne rimase che si affondò. Avvegnachè essendosi poi quietati alquanto i tempi, prima che ella finisse di andare in fondo, fosse dalle galere rimorchiata più verso terra ad incangliarla: dove le genti, le armi e le artiglierie si salvarono; rimanendo però quasi tutte le munizioni e le vettovaglie in preda del mare.» E non fu sola nelle gravezze la nave Imperiale, chè altri ed altri grossi bastimenti patirono avarie, e fecero gettito e sperpero, massime dei corredi di ricambio e degli abeti di rispetto[572]. Sbigottimento di animo, rilassatezza nella disciplina, litigi per frivolezze, investimenti e perdite per negligenza: attorno i rottami, e a quando a quando il tonfo dei cadaveri che si gittavano insaccati nel mare[573].
Supremo rifugio gli afflitti all'estremo di tanta distretta trovarono nel conforto dei sacerdoti, sotto la guida del vescovo Arnedo, eletto di Majorica, e cappellano maggiore dell'armata. Essi agli spedali comuni sui grippi, essi nelle corsìe del galeone di Malta, essi nelle infermerie particolari di ciascun naviglio, al pubblico servigio degli infermi, come già prima in Afrodisio. Da Roma erano venute amplissime facoltà e grazie spirituali per chiunque appartenesse all'armata, e i cappellani ne erano i distributori[574]. Così passarono i quindici giorni dell'indugio, consumandosi l'armata nell'aspettare dalla parte di Sicilia il supplimento della gente e delle provvigioni, e il soffio del vento favorevole per andare a Tripoli.
NOTE:
[567] CIRNI, 67: «_Alle Gerbe coi Mori si trovava Dragut con più di ottocento Turchi._»
NATAL CONTI, 342: «_Dragut non campava di certo dalle mani dei nostri, se havesse il Duca di Medina saputo trovarsi presente nell'isola._»
BOSIO, 419, A: «_Dubitando Dragut di essere dall'armata cristiana rinchiuso nell'isola delle Gerbe era andato molto ritenuto.... perchè non potessero i Cristiani avere avviso che quivi personalmente si trovasse.... Dragut non dètte avviso di sè.... Dispiacque al Vicerè non haverlo saputo, perchè dalle mani o vivo o morto scappare non gli poteva._»
[568] NATAL CONTI, 312: B, princ.: «_Troppo segnalato errore commise il duca di Medina.... che non si curò punto... di conoscere i consigli e le forze dei nemici._»
[569] CAPITAN PIERO MACHIAVELLI, _Lettera al signor Duca di Fiorenze, di galèa alla vela tra Palermo e Trapani addì XV di maggio 1560_ (tra le lettere dei Principi, in-4. Venezia, 1562, t. I, p. 199, B, med.). (Bibl. Casanat. K, III, 27): «_Andare a salvarsi ai seccagni del Palo.... che sono nel mezzo del viaggio che è da Tripoli alle Gerbe. Al qual secco.... si va sicuri di poterlo trovare, et si conosce al fondo et alla bonaccia, senza che l'uomo abbia vista del terreno, con ogni fortuna di mare a salvarsi._»
BOSIO cit., III, 419, D: «_È stimato quel secco come sicuro porto, stante la poca forza che l'onde del mare possono avere in quei bassi fondi._»
CRESCENTIO, _Portolano_, aggiunto in fine alla _Nautica_, in-4. Roma, 1602, p. 21, lin. 1: «_Dalla Rocchetta delle Gerbe tirando per Scirocco miglia venti, s'entra nelle secche del Palo, dove è bonissima stanza per navi e galèe per ogni tempo. Trovasi a Maestro Tramontana, qual non è da temere, trovandoci bene ormeggiati._»
[570] COMM. ALESSANDRO CIALDI, _Del moto ondoso del mare, e delle correnti di esso_, in-8. Roma, 1866, p. 170 e segg., dove parla di casi simili; e specialmente del Secco del Beito per un altro fatto narrato pur dal Bosio, III, 218, D.
[571] GIACOPO BOSIO (cav. di Malta), _Storia del suo Ordine_, III, 419, E.
CIRNI cit., 80: «_Cose stranissime, contrarî venti, continue malattie, e disferramenti di vascelli._»
GIANNANDREA DORIA, _Manifesto secondo_, dato da Candia il dì cinque di ottobre 1570, pubblicato nel _Saggiatore_, in-8. Roma, 1845, II, 362: «_Per la furia della tempesta nel tragitto mi sferrarono tre galere di Napoli, ed una dei Negroni._»
PANTERA, _Armata navale_, in-4. Roma, 1614, Vocab. in fin.: «_Sferrarsi significa che l'àncora non è bene attaccata al fondo, onde il vascello va dove è portato dal vento.... ed anche quando dal vento è sforzato a separarsi dalle conserve dove è spinto dalla fortuna._»
STRATICO, _Vocab. in tre lingue di Marina_, in-4. Milano, 1813; «_Sferrarsi un vascello si dice quando l'àncora non è bene attaccata al fondo, ed il vascello va dove è portato dalla corrente, o dal vento, o a separarsi dalle conserve._»
PARRILLI, _Vocabolario di Marineria_, in-4. Napoli: «_Sferrarsi vale perdere la tenuta dei ferri per impeto di vento.... Sferratore dicesi il vento impetuosissimo, capace di fare arare._»
FINCATI, cap. di Vascello, _Dizionario di Marina_, in-16. Genova, 1870: «_Sferrare è venir meno delle àncore, quando cessano di far presa nel fondo per impeto di vento._»
[572] CRESCENTIO, _Nautica_ cit., 7: «_Materia di legname, abeto._» I marinari col nome di Abete intendono fusti lunghi, grossi, rimondi e levigati, da farne alberi, antenne, verghe, pennoni, picchi, rande, spigoni, aste, buttavanti e simili, perchè ordinariamente sogliono essere di tal qualità di legname; e ne portano di riserva e di ricambio per ogni rispetto. L'Abete riunito in fascio piglia il nome di Dromo e di Dara.
[573] CIRNI, 73: «_Compassione grande.... tanta gente che moriva vederla buttare in mare._»
IDEM, 81: «_Infino al primo di marzo, che ci eravamo fermati quivi, poco meno di duemila uomini furono pasto dei pesci._»
[1 marzo 1560.]
XXXI. — Finalmente all'entrante di marzo il Medina potè raccattare qualche notizia di Dragut da certi Arabi venutigli intorno con piccole barche a vendere montoni, vegetabili, ed altri rinfreschi utili agli infermi ed ai sani: allora soltanto, e ben tardi, per maggiore sua e nostra confusione, venne a cavarne di più. Seppe adunque come Dragut si era trovato alle Gerbe, quando esso vi approdò la prima volta per l'acquata; e come da lui erano stati sollevati a battaglia i Gerbini: seppe che Dragut medesimo, prevedendo l'attacco di Tripoli, era passato per terra a quella volta, ed aveane rinforzato il presidio con duemila soldati veterani, oltre al fornimento di molte artiglierie, munizioni e vittuaglie per sostenersi alla lunga: seppe per fama pubblica in Africa doversi aspettare tra poco da Costantinopoli la comparsa dell'armata ottomana. Turbato vie peggio dagli avvisi, e sempre più scarso di partiti, volle sentire il parere degli altri. E perchè Giannandrea non erasi ancora levato di letto, intimò la consulta sulla capitana di Roma[575].
Flaminio da gran cavaliero accolse quei signori nella splendida sala di poppa, dove per la magnificenza e leggiadria degli ornati dava nobil saggio delle arti belle sempre fiorenti in Roma; e per la ricchezza delle armi e la tenuta delle genti faceva testimonianza onorevole al marzial genio di casa Orsina. Colà il Vicerè espose le notizie compendiose dei nemici e la condizione presente dell'armata propria: mortalità continua, venti contrarî, Dragut vicino, Tripoli rifornita. Esso in cuor suo disperava di vincere, e voleva non più mettersi a quella prova. Ma per uscir d'impegno senza vergogna, leggeva le note della gente morta, delle navi perdute, delle munizioni scemate; e veniva all'opportunità di occupare le Gerbe per agevolare l'acquisto di Tripoli. Lo secondavano alla scoperta don Alvaro de Sande, parecchi soldati del Re, e più di tutti in questo senso Giannandrea, che aveva mandato il parer suo per mezzo di Plinio Tomacelli gentiluomo bolognese[576]. Plinio in questa occasione parlò di tornare alle Gerbe, e un altro giorno di andarsene via, e poi un'altra volta consentì a fermarsi per ventiquattr'ore[577]. Cose diverse, che non si vogliono confondere insieme, nè legare dal primo di marzo al dieci di maggio tutte in un fascio con una sola ritortola[578].
Contro questo parere modestamente si contrapposero i due capitani di Roma e di Malta, ambedue sostenuti dal pieno dei cavalieri, che avevano per venti anni fatto parte della guarnigione di Tripoli, e ne conoscevano minutamente i muri, le porte, le strade e tutto il debole. Essi dicevano esser venuti là per ricuperare quella piazza, e per togliere baldanza e ricetto a Dragut, secondo le commissioni dei principi e il desiderio dei popoli. Il possesso di Tripoli, città grande, bella, popolosa, di buon porto e di ogni comodità, crescerebbe riputazione e forza alle potenze cristiane, e ne toglierebbe altrettanta ai pirati. Le Gerbe cadrebbero da sè appresso a Tripoli, non all'opposto. Facile l'espugnazione con sì bella armata e con diecimila valorosi che pur restavano in essere. In somma volevano far presto, pigliar Tripoli, guernirla, e via[579]. La giornata passò in ragionamenti e repliche, pro e contra, senza niuna deliberazione. Tanto eransi oramai confuse le menti!
[2 marzo 1560.]
Ma la seguente mattina raunatisi un'altra volta sulla reale di Giannandrea, presente lui stesso sur una seggiola alla meglio involto nel capperone, e riprese le dispute con quelle nuove ragioni che ciascuno aveva meglio ripensate nella notte, tutti deliberarono di levarsi subito da quello stento, e di navigare contro Tripoli. Si era sull'ordinare il viaggio e si allestivano già i segnali e le manovre per quella rotta, quando saltando freschissimo il vento da Levante, si rivolsero ancora gli animi del Medina e del Doria. I quali, sostenuti da don Alvaro de Sande, e da pochi altri, fermatisi sulla prima parte della deliberazione intorno alla partenza immediata, e veduto il vento opposto alla gita di Tripoli, e favorevole al ritorno verso le Gerbe, vinsero violentemente il partito per quest'ultima direzione[580]. Poco dopo tutta l'armata, condotta quasi da occulta forza di fortuna avversa, navigava col vento in poppa, filando dieci nodi per ora, tanto che la sera medesima prima del tramonto dava fondo sulla testa boreale dell'isola rimpetto alla capitale chiamata il Bazar[581]. Non parleremo più di Tripoli: la principale impresa è finita. Veniamo a quest'altra.
NOTE:
[574] CAMPANA, 83, B, med.: «_L'eletto di Majorica ebbe in governo l'hospedale, che fu provveduto abbondantemente di tutte le cose necessarie._»
NATAL CONTI, 136, B, med.
BOSIO, 420, B: «_Presero.... di far servire il galeone come di spedale.... il Vicerè al primo di marzo si fece portare il numero dei morti.... passarono duemila._»
IDEM, 426, A: «_Piantando l'ospedale dell'eletto di Majorica e della Religione._»
CIRNI, 98: «_Il giubileo di Sua Santità assolveva benignamente ognuno.... però coi debiti mezzi.... e la maggior parte si confessarono e comunicarono con gran devozione._»
[575] BOSIO, 420, C, B: «_Il primo di marzo.... il Vicerè raunò il Consiglio suo nella poppa della galera capitana del Papa._»
[576] CIRNI, 81, 83: «_Il Vicerè propose di andare alle Gerbe.... Al parere del Vicerè fu conforme il signor Gio. Andrea, don Alvaro, et alcuni altri cavalieri._»
ALFONSO ULLOA, _La istoria della impresa di Tripoli di Barberia_, tradotta da G. D. TEBALDI. Venezia, Rampazzetto, 1566, fol. 10: «_Giovanni Andrea nondimeno mandò a dire il suo parere un Plinio Tomacello bolognese, persona di molto valore et giudizio, e di chi si faceva grande stima._»
[577] PLINIO TOMACELLI, _Lettera a don Diego Ortiz sopra il vero successo delle Gerbe_. Di Bologna, 20 maggio, 1564, tra le Lettere dei Principi, in-4. Venezia, 1581, III, 236: «_Non fu mai possibile di andare a Tripoli.... si risolse di andare alle Gerbe._»
[578] CARLO PROMIS, _Ingegneri milit. bolognesi_, 95, 97.
[579] BOSIO cit., III, 420, D: «_Dopo il generale delle galere del Papa.... toccò parlare al commendator de Tessieres, generale della Religione.... di marciare alla volta di Tripoli._»
[3 marzo 1560.]
XXXII. — I navigatori italiani dal medio èvo infino al presente hanno sempre chiamato delle Gerbe quella isola che gli antichi dicevano Meninge, Lolofagite e Glauconia[582]; sì come gli arabi dicono Girbach; e gli spagnuoli, i francesi e gl'inglesi, secondo l'indole del loro linguaggio, dicono Gelves, Zerbi e Jerbah. Tra tante varietà, dove taluno miseramente si perde[583], in questo solo vengono tutti concordi, che la dimora siane infausta agli stranieri; come apparisce per molti esempî, cominciando dal greco Ulisse, e venendo all'iberico Medinaceli. La sua posizione, presa dalla Torre del Bazar, è sull'altura settentrionale di 33°, 53′, 30″; e la longitudine occidentale dal meridiano di Roma, di 1°, 29′, 2″; quasi nel mezzo del cammino tra Tunisi e Tripoli. Isola bassa, senza montagne, senza fiumi, in gran parte arenosa, lunga da ponente a levante ventidue miglia marine, e quasi lo stesso larga; di figura irregolare, e sottosopra alquanto simile al pesce che noi diciamo Razza Torpedine. E quantunque ella sia tutta dal mare per ogni banda circondata, pur dal lato australe la estremità dell'isola, e specialmente la coda, tanto si avvicina al continente da non lasciarvi interposto più di un sottil braccio di mare, pel cui mezzo con lungo ponte volante talvolta si unisce alla terraferma. La bocca del canale vòlta a greco si chiama Alcàntara, o la Cantèra; e segue dilatandosi più e più nell'interno, infino a formarvi ampio bacino che pel secondo canale giugne a sboccare dall'altra parte verso ponente: canale, non ostante il ponte, navigabile coi bastimenti da remo, ed anche colle galere, essendovi fondali per tutto di due, cinque e otto metri. Aveva in quel tempo una mediocre città, detta il Bazar, quasi nel mezzo del lato boreale, residenza ordinaria del principe, cui davano gli Arabi il titolo di Sceicco[584]. Mettete quattro terre popolose, intorno villaggi e casali: presso al Bazar il maggior castello, la cui torre maestra ancora sgomenta da lungi oscura e tetra i naviganti: ad oriente la torre della Rocchetta, a ponente della Valguarniera, di rincontro le Peschiere, e ad ostro un castelluccio alla guardia del passo e del ponte[585]. Per la campagna viti, ulivi, aranci e granati, selve di palme specialmente a levante, da ogni parte il loto, cui gli Arabi dicono Ghadàr, e noi diciamo Bàgola. La popolazione di contadini e pescatori quasi tutti bèrberi, e nemici dei Turchi[586].
Io mi riporto al meridiano del mio paese, e lo tengo per primo con lo stesso diritto con che altri tiene il suo[587]. Per necessità evidente chiamo i luoghi come li chiamavano i nostri maggiori cartografi, storici e marini, in vece di accattare nomenclatura esotica, arbitraria e moderna, di che largamente ho detto altrove[588]. Dalle bellissime Carte degli idrografi inglesi, delineate con sottilissima diligenza a punti grandi, e per questo ben distinti, raccolgo sulla estensione del mare la posizione dei porti, i rombi dei venti, i gradi dei meridiani, l'altura dei paralleli, le scale delle distanze, le anomalie della bussola, gli scogli, i banchi, gli scandagli, i fanali, e ogni altro soccorso della navigazione[589]: ma non posso punto seguirne la nomenclatura locale, senza mettere sossopra tutte le nostre ragioni. Bastino a piè di pagina, come saggio, alcuni dei nomi stampati nella recentissima Carta dell'Ammiragliato britannico[590].
Rifacendoci ai nostri, troviamo l'armata in semicerchio alla vista del Bazar, e dalla parte opposta già in marcia una grossa brigata di arabi Maamidi, assegnati a guardare la riviera e il castelluccio del ponte, perchè niun soccorso dal continente possa penetrare nell'isola. Intanto la nuova luna di marzo ci rimena i consueti tempi variabili, e per quattro giorni Scirocchi tanto procellosi, che non possiamo a niun altra cosa intendere se non a sostenerci sulle àncore al ridosso della Valguarniera.
[7 marzo 1560.]
Abbonacciatosi il mare, e calmato il vento, si ordina lo sbarco quivi stesso alla cala del medesimo nome, così: ogni nave e galèa metta fuori lo schifo col suo cannone, ogni schifo alla prima passata imbarchi un capitano e venticinque archibugeri, nella corsa vadano del pari sotto lo stendardo dello schifo reale, allo squillo della tromba tutti in un tempo colle prue investano nella spiaggia, le fanterie guazzino alla riva, formino di presente il primo squadronetto, e stiano in buona ordinanza per mantenere il terreno e per ispalleggiare lo sbarco dei seguenti[591]. Con questo la mattina del giovedì sette di marzo alla prima passata di centoventi palischermi vengono in terra quasi tremila uomini: i quali ordinati in battaglia sul lido con due lunghe maniche di stracorridori, come farebbero i bersaglieri del tempo presente, coprono le alture a mezzo miglio dalla marina, e stanno in sugli avvisi per tenere discosto il nemico[592]. Poi di mano in mano gli stessi schifi ritornando levano le altre genti, gli alfieri, le bandiere e quattro pezzetti da campagna[593]. In bell'ordine e in poco tempo eccovi sul lido con tutto il loro fornimento e corredo diecimila uomini: i quali, per esser l'ora già tarda, e per non avere riconosciuto ancora il paese, passano quivi la notte all'addiaccio.
NOTE: