La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 2
Part 3
[24] MAUROCENUS cit., 514: «_Pontifex octavo calendas julii Genuam pervenit, mox cæsarianas triremes conscendens Centumcellas delatus inde Romam petiit._»
[25] ARCHIVIO DORIA, _Lettera di Don Diego Ortiz_, data da Madrid, 29 novembre 1570, e diretta al principe Giannandrea Doria in Genova: «_Omissis.... Et prior don Antonio me ha dicho esta mañana (haviendolo yo informado primero de que por la corte se dizia que Marco Antonio se quexava de V. S. Ill.ma), que no tema de nada porque el entiende que Su Majestad y el Consejo tienen toda satisfaçion possible de la manera como V. S. Ill.ma ha procedido en toda esta jornada: y pues que hay esto, de todo lo demas se puede V. S. Ill.ma burlar._» Originale, autografo importantissimo e inedito, che vien bene in questo luogo per la sua precisione e brevità a confermare il discorso dal trentotto al settantatrè. Tutti i disordini erano approvati a Madrid.
[10 agosto 1538.]
VII. — Può altri fare ragione del gravissimo cruccio con che doveva sostenersi il Grimani in Corfù, costretto a perdere il tempo migliore nell'aspettare chi non voleva venire; e oppresso dalle continue querele dei Veneziani e dalla loro desolazione. Imperciocchè proprio di quei giorni, favorito dalla buona stagione e da niuno frenato, Barbarossa coll'armata ottomana e colle squadre dei barbareschi disertava l'isola di Candia, e gli altri possedimenti della repubblica. Quando ecco in vece dell'armata imperiale ai primi di agosto giungnere in Corfù, e mettersi sopra tutti, don Ferrante Gonzaga. Costui povero di forze e ricco di buone parole, gran privato di Spagna e vicerè di Sicilia, veniva per ordine dell'Imperatore col titolo di capitan generale di terra in luogo del duca d'Urbino, gravemente infermo di quel lento veleno, pel quale non guari dopo addì venti d'ottobre morissi[26]. Egli doveva largamente pascere di speranze future i Veneziani, perchè continuassero ad aspettare pazientemente, senza nè guerra nè pace. Indarno adunque i capitani di Roma e di Venezia si volsero a lui facendogli pressa, dopo essere stati tanto tempo senza far nulla con cento galere e trenta mila uomini. Don Ferrante, imbarazzo più che sostegno degli alleati, non consentiva. Anzi tutto aperto diceva non essere cosa nè ai soci sicura nè a Cesare onorevole il cominciare la guerra sul mare senza il naviglio del Doria. Perchè dunque ne manca questo ente necessario? come la gloria dell'Imperatore e il bene degli alleati potrà consistere nell'aspettare Andrea inutilmente? Dunque si hanno tutti a patire i tristi effetti dell'abbandono, il dispetto, l'ozio, la mortalità, la perdita del proprio paese, e il trionfo dei nemici? Tristi principî, resi più tormentosi dalle relazioni correnti alla giornata: dicevano bruciati ottanta villaggi, e stretta di assedio la Canèa, piazza principalissima dell'isola di Candia, alla quale indarno il generale Cappello chiedeva che si portasse soccorso[27].
Nè si lagnavano soltanto i Veneziani della tardanza (alla quale mi bisogna continuamente in questi giorni ritornare), non soltanto coloro, pe' quali il pubblico bene incontravasi insieme col privato interesse; ma i Romani, tuttochè imparziali, non potevano patirla. Perciò il Patriarca, sazio alla nausea dei pubblici lamenti, uscì dal porto, sotto colore di esercitare le sue genti, e prese a fare la guerra solo da sè contro ai Turchi, senza voler più oltre aspettare niuno. E perchè non poteva con una trentina di legni soccorrere la Canèa, tanto lontana, e assediata da cento e trenta, volle operare a favor dei Candiotti per diversione, pigliando a battere una delle fortezze nemiche. Andò con gran secretezza nel porto di san Niccolò presso Corfù, e di notte più che poteva celatamente navigando, giunse quasi improvviso agli undici di agosto sull'ora di vespro innanzi alla Prèvesa[28].
NOTE:
[26] FRANCESCO MARIA DELLA ROVERE (duca d'Urbino), _Discorsi militari_, in-12. Ferrara, 1583. — Opera postuma, dove esso stesso parla dei consigli e discorsi fatti in Venezia sopra queste guerre dei Turchi dell'anno 1537 e 1538; specialmente p. 1, 4, 10, 14, 27.
GIAMBATTISTA LEONI, _Vita di Francesco Maria della Rovere_. Venezia, 1605, p. 452: «_Morì addì 20 ottobre, 1538._»
CARD. FARNESE, _Lettera a monsig. Gio. Ricci in Venezia_, data di Roma, 28 ottobre, 1538. — ARCH. RICCI, _Armata navale_, cit., IX, 225.
MURATORI, _Ann._, 1538: prop. fin; «_Terminò i suoi giorni nel dì primo d'ottobre, Francesco Maria della Rovere duca d'Urbino_,» e cita Alessandro Sardi, Storia mss.
[27] VERDIZZOTTI cit., 653: «_Scrisse Cesare a Ferrante Gonzaga che dovesse condursi senza indugio a Corfù.... Scorgevano al solito i Senatori di Venezia che queste confidenze venivano misteriosamente sporte.... per nudrire le speranze della repubblica, acciocchè in tanta tardità di cose non ripigliasse i negoziati di pace colla Porta._»
DE HAMMER cit., X, 514: «_Barbarossa portava incendio e ruine sulla costa di Candia. Retimo e Canea seppero resistere alla furia: ma i corsari presero vittovaglie e artiglierie da Milopotamo e da Scittia abbandonate, e incendiarono ottanta villaggi._»
[11 agosto 1538.]
VIII. — La Prèvesa, detta altrimenti Nicopoli, è punto di momento per chiunque guerreggia in Levante. La fabbricò Augusto dopo la celebre battaglia d'Azzio, nel luogo medesimo dove aveva posto l'alloggiamento in terra prima del combattimento, e donde erasi imbarcato per acquistare il dominio del mondo. Oggidì per quelle acque passa la linea di confine che divide la Turchia dal nuovo regno di Grecia. Un golfo di circa ottanta miglia, detto dagli antichi seno Ambracio, e dai moderni golfo dell'Arta, si apre a cerchio tra le terre; e a guisa di tanaglia sboccata lascia alla riva tra due promontorî un tortuoso ed angusto canale, dove non passano più che due o tre bastimenti per volta. Il promontorio boreale è l'Azziaco; e nella sua risvolta dentro il golfo sopra rupe è la Prèvesa: città piccola, ma secondo quei tempi fortificata in figura di quadrilatero con otto torrioni rotondi, tre per ogni fronte, piazze alte e basse di artiglieria, muraglie grosse, e fosso profondo. Sarebbe stata ancor più sicura se non avesse avuto un prolungamento di case discendenti verso la marina a guisa di borgo, aperto da ogni parte[29].
Il Grimani, prima di avventurarsi all'entrata dell'angusto canale, pensò di mettere in terra un corpo di fanteria; e dopo investita la piazza, e divisa l'attenzione del nemico, spingervi a fidanza l'armata. Il qual divisamento sortì felice esito: chè essendo saltato in terra il mastro di campo Tomassone con quattro compagnie di dugento uomini ciascuna, ed avendo di primo impeto preso il borgo e postovi l'alloggiamento, non fu difficile a Paolo Giustiniani sforzare l'ingresso e aprire il varco a tutte le altre galèe; tanto che al tramonto del sole già l'armata dominava nel golfo, e il piccolo esercito nel borgo[30].
[12 agosto 1538.]
Venuta la notte, perchè più agevolmente potessero le milizie di terra attendere ai lavori di zappa ed accostarsi copertamente alla muraglia, i marinari presero a battere con vivissimo fuoco la piazza: i Turchi al modo stesso rispondevano. Di qua e di là a vicenda molti e gravi danni. Tra i nostri in quella notte colò a fondo un palischermo pieno di gente, squassato da cannonata grossa; il capitan Bernardino Londano, che nella galèa da sè puntava il corsiero, colpito da una palla nel ventre ebbe il corpo dal mezzo in su gittato fuor di bordo; il comito del cavalier Sampieri fu morto, e similmente il padrone di un'altra galèa, con parecchi altri di minor conto[31]. Ne parla il Grimani in una lettera. Non la produco, tuttochè inedita, perchè non voglio menare il discorso troppo alla lunga: e in vece ne darò tra poco un'altra più piena di notizie.
Maggior contrasto ebbero a sostenere le milizie di terra, e dal numeroso presidio, e dallo stormo dei vicini. Costretti a combattere non tanto per espugnar la fortezza, quanto per mantenersi nelle posizioni, duravano intrepidi tutta la notte e la giornata seguente, e sempre in gran travaglio coll'armi in mano, senza potersi aspettare lo scambio pel cibo e pel riposo. Un sorso di vino, e un'archibugiata: un mozzicon di pane, e un colpo di cannone. Poscia il Patriarca, avendo fatto disbarrare tre grossi pezzi da breccia, aggiunse il sopraccollo ai soldati, che si trovavano dalla fronte e dalle spalle assaliti e scossi da gagliarde sortite, e tenuti alla difesa di sè stessi, delle poste e dell'artiglieria. Non però di meno, rinfrancati dall'esempio e dalla voce del loro mastro di campo, sostenevano egregiamente la fazione, e si facevano sempre più presso alla porta della marina.
[13 agosto 1538.]
Il dì seguente, avendo rotta in parte la muraglia, dettero due assalti alla terra: e tuttochè ributtati, tornarono la terza volta infino a piantare tutte e quattro le bandiere sulla cresta dei muri. Ma pel piccol numero, non superando ottocento fanti, e dovendone quasi la metà restare a guardia delle trincere e dell'artiglieria, non furono sufficienti a maggior progresso. Fece allora il Patriarca sonare a raccolta. E vedendo crescere il numero dei nemici alla campagna, e diminuire la sua gente, deliberò di ritirarsi. Caddero in questa fazione quasi cento e venti uomini tra morti e feriti: tra i primi il prode capitan Camillo da Fabriano, compianto ed ammirato da tutti; tra i feriti il mastro di campo, e Luigi Raimondi.
[14 agosto 1538.]
Allora i nemici, che quasi dodici mila si erano raunati dai luoghi vicini, nulla più aspettando che la ritirata dei Romani, con terribilissimo impeto assaltavano alla coda ed ai fianchi la nostra colonna, che sempre combattendo marciava verso la marina, conducendo però in mezzo l'artiglieria, le bagaglie, ed i feriti. Alla spiaggia erano attelate a scaglioni su due punti le galèe, colle prue verso terra per incrociare i fuochi e tenere i Turchi lungi dal punto intermedio della riva, dove avevasi a eseguire l'imbarco, per lo spazio interno del triangolo difeso e intercetto dai fuochi convergenti. Dopo di che l'armata nostra si tirò fuori del golfo, e die' volta per racconciarsi a Corfù.
[15 agosto 1538.]
La impresa del Patriarca, come si legge in tutti gli storici di quel tempo, così la troviamo commendata da ciascuno, massime dai Veneziani: perchè ebbe conseguenze importantissime, che superarono di lunga mano qualunque guadagno fosse potuto venire dall'acquisto di quel luogo. L'esempio dei Romani tra gli amici rilevò le speranze già quasi morte; e tra i nemici costrinse Barbarossa, per paura di perdere la Prèvesa, a levarsi in sul punto dell'assedio della Canèa, liberando all'improvviso (come poi si seppe) dalla terribile ambascia i Candiotti. Però il ribaldo se ne venne proprio nel golfo dell'Arta con tutta l'armata sua a cercare la nostra; e fu costretto restarsi impotente; perchè così vicino non eragli dato più imprender nulla senza esporsi a pericolo[32].
Di questi fatti parla il medesimo patriarca Grimani in una lettera del diciannove di agosto, diretta al Ricci, tesoriero dell'armata romana in Venezia, il quale l'ha conservata nei suoi registri, ed io qui la pubblico come documento importante ed inedito[33]:
«19 agosto 1538, di Corphù.
»Reverendo monsignor Giovanni. — Si ebbero le notizie vostre per il schirazzo[34] che giunse quivi; come l'havrà inteso per lettere di Bernardino[35], et similmente la nave Malipiera con le munizioni accusate: al che non accaderà dire altro.
«Credo che havrete inteso, pur per lettera di Bernardino, del nostro andare all'impresa della Prèvice. Hora vi dirò succintamente che, desideroso di fare servitio et cosa di honor a Sua Santità, a questi giorni passati mi deliberai di far qualche effetto, et di non perder più tempo[36]. Di modo che essendomi detto da molti che l'impresa di essa Prèvice sarebbe molto facile, et ritrovandomi io alla Parga[37], quivi discosta quaranta miglia, deliberai tentarla. Et così il dominica che fu alli undici feci dismontar la gente, che potevano essere da ottocento fanti: et la notte, posta in terra l'artiglieria per batterla, fatte le trincere et difese al meglio che si potè, cominciammo la mattina seguente a batterla per terra et per mare. Però io con tutta l'armata entrai da l'altra banda sotto la fortezza per il golfo senza danno alcuno, ancorchè provassero le galere infinite cannonate di nemici. Battemmo tutto il lune, il marte, et il mercole, sino al giobbia mattino[38], che ci levammo: et non si cessò mai giorno et notte. Talchè havendo tirato più di novecento cannonate[39], senza gli altri pezzi piccoli, ci cominciò a mancare la munizione. La quale fu potissima causa di non ci lasciar tentare l'ultima fortuna. Il marte vi furono dati doi assalti, et furonvi tutte piantate le bandiere sopra i muri: ma furono ributtati per non essere soccorsi dagli altri che stavano dentro gli alloggiamenti in guardia dell'artiglieria. I quali non si moverno, quasi spaventati dal primiero assalto et dalla vista di nemici che si trovavano alla campagna, et tuttavia andaveno crescendo, a piedi et a cavallo.
»Per la qual cosa vedendo il mercore che multiplicava il soccorso a' nostri danni, deliberai porre l'artiglieria in galera: et così sugli occhi dei nemici, che ci vennero assaltare sin dentro gli alloggiamenti, levatala con bonissimo ordine, la calcammo sopra esse galere, senza lasciar dietro cosa alcuna, et sempre scaramucciando con Turchi, sin che si ebbero condotte le artiglierie et le altre cose ad salvamento.
»Poi il giobbia mattina, havendo colle galere tutta la notte tormentato, et vedendone mancar le munitioni, et crescere il nemico di continuo alle spalle, havendo poca gente da poterli resistere, deliberammo lasciar l'impresa. Et cusì venimmo fuori del golfo, salutati però tutti con buone cannonate. Et alla mia galera ne toccorono cinque, però senza morte di alcuno per grazia di Dio. Ultimamente uscimmo tutti ad salvamento, con qualche danno però de' nostri. Et abbiamo lasciato quella fortezza di modo ruinata, et dal canto nostro con tutto quell'animo che s'ha potuto operatosi, che mi reputo haverne riportato la vittoria. Et forse Iddio per qualche mio peccato non mi ha voluto far degno di vederne un fine. Nondimeno io spero che un giorno Sua Santità conoscerà che la vita mia è per sacrificarsi nel servitio di Sua Beatitudine. Havendone scritto largamente al signor Nunzio di costì, et volendo questo Generale spacciare in pressa non se gli puote dir tutto il particolare: però Vostra Signoria ne potrà essere ragguagliata da Sua Signoria reverendissima.
»Di nuovo ci è che Barbarossa ha spalmato a Scio, et che andava alla volta di Negroponte coll'armata, et di più che haveva mandato quaranta galeotte alla volta di Modone: et appresso questo clarissimo Generale vi è qualche sentore et dubitanza che egli se ne venghi sotto Napoli di Romania. Et di tanto più si dubita, quanto che le sei galere, che furono mandate l'altro giorno per soccorrerla, per timore di non incapparsi nei piedi di essa armata, sono andate et ancor sono alla Cania[40].
»Io vi scrissi per l'ultima il bisogno grande del danaro e dei frumenti. Hora torno a recordarvelo, che per l'amor di Dio operiate che se ne facci quella provvisione che vedete necessaria. Et di questo, di grazia, siate ricordevole; perchè potete comprendere il bisogno mio.
»In oltre sapete come io sto di remigi. Et la causa che mi ha mosso a tentare la impresa è stata principalmente per usare ogni via, acciò mi potessi interzare[41]. Nè havendomene Dio fatto la gracia, anzi havendo ricevuto qualche danno di uomini in questa impresa, resto più che mai disperato. Et ancor che l'animo mio fosse di non disarmare alcuna di queste galere che ho meco (non piacendo ancora a Sua Santità), nondimeno questo clarissimo Generale mi ha esortato ad disarmarne tanto che possa interzarmi intieramente; et dettene le ragioni, per le quali non vedo nè via nè modo di potergli contradire: et massime che la necessità dei tempi che hora cominceranno non comporta che si possa fare altrimenti[42]. Però mi sono risoluto disarmarne quattro di quelle che mi parranno a me manco profittevoli et interzarmi col resto ad compimento; acciò possa comparire cogli altri et fare honor a Sua Santità. La quale quando havrà compreso che tutto si conviene per evidente necessità, son certo rimarrà soddisfatta di questo, conoscendo che di manco non si puote fare.
»Messer Miniato io più et più volte l'ho persuaso ad venirsene. Et hora più che mai parmi che non voglia sentirne parola, dicendomi che, se io non voglio che stia meco, egli si acconcerà sopra l'armata del Doria. Di modo che non so più che fare, se non ogni giorno predicarcelo nella testa. Et quando se disponga de venire io lo manderò molto volentieri per soddisfarvi[43]. Ben vi dico che in questa impresa della Prèvice si ha fatto honor; che sempre ha voluto trovarsi anche egli armato nelle fattioni con gli altri soldati, et portatosi coraggiosamente.
»Altro per hora non le dico, se non ricordarle di nuovo il bisogno mio et della armata: et a V. S. de cuor me offero et raccomando.
»Da Corphù il 19 d'agosto 1538.
»Marco Grimano, Legato apostolico.»
NOTE:
[28] MAUROCENUS cit., 519: «_At Grimanus moræ impatiens, generoso animi impetu incitatus.... privato consilio aliquid se conficere posse ratus, Corcyra solvens.... cum triginta sex triremibus.... ad Ambracii sinus fauces delatus est._»
ULLOA cit., 16: «_Mentre in Corfù si aspettava.... messer Marco Grimani patriarca d'Aquileggia capitano delle galere del Papa.... per non perder tempo.... determinò di occupare la Prevesa, per esser luogo di mare molto importante._»
[29] CORONELLI, _Atlante veneto_, grande in-fol. Venezia, 1690, II, tav. 25.
IDEM, _Piante di città e fortezze_, in-fol. Venezia, 1689, tav. 155.
W. H. SMITH, _R. N. Jonian Sea, from Purga to Katakolo, and the gulfs of Arta and Patras_, in-fol. Londra, 1825. — Admiralty charts.
[30] MAMBRINO ROSEO cit., 226.
MARCO GUAZZO cit., 232.
SABELLICI, _Contin._ cit., 493.
JOVIUS cit., 476.
VERDIZZOTTI cit., 654.
JUSTINIANUS cit., 274.
SEGNI cit., lib. IX.
[31] ARCHIVIO RICCI, _Lettera del Patriarca a Monsignor Giovanni Ricci, data da Corfù, addì primo settembre 1538_, nel volume segnato IX, pag. 172.
[32] BOSIO cit., III, 178, B: «_Sebbene fatto non venne al Patriarca per il gagliardo soccorso che al Castello della Prèvesa dettero i Turchi di Lepanto, fu nondimeno cagione che Barbarossa da Candia si levasse._»
[33] MARCO GRIMANI patriarca d'Aquileja e legato apostolico sull'armata di Nostro Signore, _Lettera a monsignor Giovanni Ricci, tesoriero dell'armata medesima in Venezia_. — ARCHIVIO RICCI, volume intitolato: _Tesoreria dell'armata_, IX, 163.
[34] _Lo Schirazzo_ era navetta da carico, usata dai Levantini in quel tempo. — Come sopra a p. 436.
[35] _Bernardino_, cioè Bianchi, segretario del Patriarca, per mezzo del quale si manteneva la corrispondenza ordinaria tra il Legato e il Tesoriere.
[36] _Non perder più tempo!!_ Testimonianza imparziale del Legato apostolico, ministro papale. Perder tempo! in quelle circostanze, per mancanza del Doria, nel mese d'agosto!
[37] _La Parga_. Questo è quel castello, di che parla il Berchet nella sua notissima poesia, intitolata _Gli esuli di Parga_.
[38] _Lune e giobbia_. In dialetto veneto, vale lunedì, martedì, mercoledì, e giovedì: e così _Prèvice_ per Prèvesa, ed altri idiotismi che ciascuno corregge da sè.
[39] _Cannonate_ qui intende tiri di cannone intiero e ordinario da cinquanta (senza contare i tiri dei mezzi e dei quarti cannoni, da ventiquattro e da dodici), tanti da consumare la munizione valutata a trenta cariche per ciascun pezzo grosso di ciascuna galèa, disponibili in terra, senza togliere le altre trenta necessarie nel mare, che a sessanta si valutava il complesso, come in alcun luogo dimostrerò. Questo doveva essere messo a memoria dal commissario Ricci, perchè fornisse subito dell'altra munizione.
[40] _La Canèa_. Dunque liberata dall'assedio, come è detto; e pareggiata la partita colla Prèvesa, da una parte e dall'altra. Le notizie correvano rapide per la vicinanza dei luoghi, la qualità della stagione, e la moltitudine dei fuggitivi e degli incrociatori.
[41] _Interzare_, parlando di remeggio in questo caso, significa mettere tre uomini almeno a ogni remo. Chi si trovava con due, era fiacco, e cercava il terzo, pigliandone tra i Turchi prigionieri. Data l'espugnazione della Prèvesa con qualche centinajo di prigionieri, il Patriarca si sarebbe interzato a preferenza di ogni altro.
[42] _La necessità dei tempi._ Dunque i Veneziani capivano da sè la qualità dei tempi vicini all'equinozio, la stagione inoltrata, e il bisogno di armarsi a dovere, senza andare all'altrui scuola, e senza ricevere in casa per violenza gente straniera. Dunque la difficoltà dei nostri armamenti era sempre pei rematori. E più si vede uno dei casi che porta la variante nel numero dei legni di un'armata.
[43] Questi è Miniato Ricci, giovane fratello del Tesoriere, imbarcatosi per venturiero sull'armata romana. Siamo chiari che il fratello maggiore, temendo perderlo, usava ogni arte a richiamarlo: ma egli stette saldo, e appresso avremo una sua relazione inedita della gran giornata, alla quale fu presente.
MELE, mss. cit., _Genealogia di casa Ricci_, in quell'Archivio, da p. 165 a 180.
[8 settembre 1538.]
IX. — Se taluno dopo tanto tempo non avesse più alla memoria il fatto della lega, oggi che siamo agli otto di settembre, si riscuota; che finalmente si avvicina il giorno della salute, ed alla vista di Corfù comparisce il glorioso Messia. Così, dopo averlo tanto aspettato all'armata, si usava comunemente chiamare il principe Doria[44]. Egli seco conduce una trentina di navi piene di infanteria spagnuola, quasi dieci mila uomini, cavati dai presidî del Regno; e in vece delle ottantadue galere pattuite, ne mena la metà, cioè quarantuna galea, tra le sue e quelle di Napoli e di Sicilia e dei particolari assoldati dalla maestà di Carlo. Niuna galera dei regni di Spagna[45]. Dopo le visite e i complimenti, cominciano al solito le mostre e i consigli.