La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 2

Part 29

Chapter 293,651 wordsPublic domain

IDEM, _Glossaire_, 601: «_Drake, Drakar._»

[544] CÆSAR, _De bell. Gall._, lib. IV.

LEONE _imperatore_, detto il _Tattico_, tradotto dal greco per Filippo Pigafetta. Venezia, 1605.

ALFONSO, detto _il Savio_, e le sue tavole nautiche, chiamate _Alfonsine: Cælestium motuum tabulæ, necnon fixarum longitudines et latitudines_, in-4. Venezia, 1483.

ANNALES GAUDENSES, ap. PERTZ, _R. G. S._, XVI, 581.

GIO. VILLANI, VIII, 77; IX, 224.

[545] BENOÎT ZACHARIE, amiral, _Memoire à Philippe le Bel sur le moyen d'equiper galées et ussiers, et de se procurer une armée navale pour faire une descente en Angleterre pour l'an_ 1295. Pubblicata nell'opera intitolata: _Notices et extraits des Mss. de la Bibliothèque Imp. de Paris_, t. XX, part. II, p. 112 a 118, e copia presso di me per favore del ch. L. T. Belgrano.

[546] CESARE CAMPANA, _Vita di Filippo II_, in-4. Vicenza, 1808, part. II, p. 42, A.

Adriani, _Storia de' suoi tempi_, in-fol. Firenze, 1583, 234, D.

[547] GUILLELMUS TYRIEN, _Hist. ad ann._ 1182, lib. XXII, cap. 14, ap. BONGERS, II, 1025: «_Navis quædam mille quingentos peregrinos deferens apud Damiatam.... fluctibus confracta._»

OLIVIERUS SCHOLASTICUS, _Hist._, ap. ECCHARDUM, II, 1384: «_Navis quæ mille quingentos peregrinos deferebat a Saladino confiscata._»

STATUTA GEN.: «_In qualibet navi seu cocha portatæ canthariorum viginti millium._»

STATUTA VEN.: «_Navi di quattro mila botti._»

MALIPIERO, ARCH. ST. IT., VII, 622: «_È stà conduta in porto una nave de portada de quatromila bote._»

DOCUMENTI _delle Crociate_, ap. BELGRANO, 235: «_Quælibet navis debet esse parata et furnita de stabulariis ad sufficientiam pro portandis centum equis._»

[548] ARCHIVIO GRANDE DI NAPOLI, _Docum. Angioini, Carlo I_, colla data di Roma, 27 marzo 1276, indizione quarta. Ordine per la costruzione delle Taride da portar cavalli. Pubbl. dagli Ufficiali dell'Archivio medesimo in un opuscolo col titolo di _Analisi e giudizi delle cose pubblicate da Giuseppe del Giudice_, in-8. Napoli, tip. del Genio artistico, 1871, p. 56: «_Quælibet tarida erit longitudinis cannarum decem et octo.... altitudinis a paliolo ubi equi debent tenere pedes palmorum septem et medii.... de cinta in cintam palmorum quindecim et medio.... alta in prora palmorum tredecim.... porta una in puppi pro introitu et exitu hominum et equorum, quæ porta palmorum octo et medii altitudinis, quinque et medii amplitudinis.... ad hoc ut equus possit intrare et exire insellatus et armatus.... porta debet claudi duabus januis fortissimis, et habeat bonam et fortem battiportam._»

[7 settembre 1559.]

XXVI. — Dato uno sguardo all'assembraglia delle navi di alto bordo, messe in un canto nel porto di Messina, e fatti i saluti militari alle galèe capitane ed ai loro comandanti, fior di cavalieri delle prime famiglie d'Europa, Flaminio si accostò al Medinaceli per intendere le disposizioni della prossima campagna. Conobbe per le generali il proposito di partirsi quanto prima coll'armata, e di riscuotere Tripoli, come già si era riscossa Afrodisio, volendosi conquidere Dragut nella nuova sede, ed estirpare anche di là le radici della pirateria. Tenesse, dicevagli, la squadra in punto: chè nel settembre sarebbe l'attacco, ed all'entrante di ottobre il ritorno, prima che la stagione rompesse al sinistro.

La città di Tripoli era stimata delle principali sulla costa di Barberia, e di molta importanza nelle cose del mare: grande, ricca, popolosa, buon porto, ampia rada, un castello quadrato alla riva meridionale, e una cinta intorno di muraglie all'antica[550]. Sul principio del secolo decimosesto Ferdinando di Aragona l'aveva fatta occupare dal conte Pietro Navarro per mantenersi tranquillo nei nuovi possedimenti delle Sicilie; e nel terzo decennale Carlo d'Austria erasi liberato dal peso di mantenerla imponendone la difesa ai Cavalieri gerosolimitani in quella che loro concedeva l'isola di Malta. I Cavalieri vi stettero di guardia per anni ventuno, finchè Dragut non li cacciò coll'armata di Solimano nel 1551 per vendetta della perdita di Afrodisio, e restovvi insediato col titolo di Sangiacco, come è detto addietro.

Costui ben provvisto ed avvisato da' suoi spioni conosceva tutti i disegni del Medinaceli, le forze, le condizioni, gli umori. Bisognava aspettarsi da lui nuovi e maravigliosi tratti di guerra difensiva. Taluno sarebbe corso in Tripoli per difendere ostinatamente la piazza, non Dragut, che ne conosceva la debolezza. Altri sarebbesi vòlto a invadere il paese dell'invasore, non Dragut, consapevole di non avere tanta forza. Dunque egli prese diverso partito a suo gran vantaggio: volle impedire la partenza degli avversarî, tirarli a dilungo, ridurli all'inverno, annojarli, ammorbarli, indispettirli, confonderli. A tal fine raunò tutti i suoi legni, e lo sciame dei seguaci, e ottenne da Solimano qualche numero di galèe, tanto che alla testa di una cinquantina di bastimenti da remo spigliati e risoluti si pose nel golfo sotto le fortezze della Vallona, luogo sicurissimo per lui, a cavaliere dell'Adriatico, dello Jonio e del Tirreno; donde ogni tanto minacciava attacchi, e non feriva mai in parte niuna, tenendo tutte le riviere della Puglia, della Calabria e della Sicilia in lunga perplessità. I governatori e i popoli di queste provincie, in vece di dare, chiedevano soccorso; e niuno voleva più rimettere soldati, provvisioni, o danaro in Messina. Il Medinaceli restavasi impotente a sciogliere, gli ausiliarî perduti ad aspettare, i soldati delle diverse nazioni rotti a contendere: disordine, carestia, mortalità. E durando per tutto l'autunno lo stratagemma, tanto andò negli indugi e nelle riprese, che passò l'anno, finì il conclave, venne eletto la vigilia di Natale a nuovo pontefice Pio IV, e la spedizione non era ancor mossa di un punto[551].

NOTE:

[549] CIRNI cit., 77.

[550] TOMACELLI cit., 234: «_Dragut trovavasi molti luoghi deboli da guardare, tra i quali era Tripoli, che fino allora non aveva avuto tempo di fortificare, del qual luogo con ogni poco d'armata se ne poteva sperare facile et sicura vittoria._»

CAPTAIN W. H. SMITH, _R. N._, february 1861: «_Tripoli._»

CAPTAIN I. SPRATT, 1863: «_Harbour of Tripoli._»

«_Latitud._ N. 32°, 54′, 22″.

«_Longit._ E. 13°, 11′, 15″, _from. Greenwich._»

Dal meridiano di Roma alla Colonna del Lazzaretto di Tripoli: Longitudine Orientale, 0°, 44′, 3″.

[Dicembre 1559.]

XXVII. — Flaminio, che grandemente pativa del ritardo, prevedendone tristissime conseguenze, e non voleva nell'ozio illanguidire, o nelle risse corrompere il valore della sua gente, fece vela, e andò oltre ad aspettare nel porto di Malta; dove il Medinaceli aveva a tutti assegnato il convegno, prima di lanciarsi quando che fosse in Barberia. L'isola di Malta in poche parole vuolsi dire uno scoglio calcare di figura bassa ed ellittica col diametro maggiore di trenta chilometri disteso per lo stesso verso della costa d'Italia, da maestro a scirocco; come pur corrono il Gozzo, il Comino e le minori isolette che l'avvicinano alla Sicilia. La capitale, o Città Vecchia, detta dagli isolani Medina, ed oggidì la Notabile, sorge sul colle più elevato e centrale dell'isola lungi dal mare; e perciò tenuta in minor conto dai Cavalieri, tutti intesi com'erano alla navigazione ed al corso. Da ogni parte avete colà porti naturali, ampî, sicuri, e profondi; specialmente due bellissimi dalla banda di grecale, quasi nel mezzo della sua lunghezza: porti capaci di qualunque armata, e così vicini tra loro che non altro li divide se non il monte Sceberràs, sul quale edificossi dappoi la città Valletta, moderna capitale della colonia. Ma all'arrivo del nostro Flaminio, nel dicembre del cinquantanove, lo Sceberràs era aperto ai pascoli e alla minuta coltura, non essendovi altro edifizio che un castelletto, chiamato Santelmo, alla estrema punta sulla riva del mare; messovi a guardare le bocche vicine dell'uno e dell'altro porto. Ad ostro il Grande, a borea il Marsamuscetto, e di mezzo Santelmo: piccolo fortino a stella di quattro punte, un mastio quadrato nel centro, e un rivellino a puntone innanzi alla porta. Così trovò Flaminio, prima che le ali del rivellino, allungate infino al corpo della piazza, pigliassero sulla fronte del mare la figura del tridente; e prima che, convertite le altre due punte in mezzi bastioni, dessero alla faccia opposta la forma di tanaglia. Sul lato sinistro il porto Grande, formato dalla natura, entra come canale tra le terre, e incontra di traverso cinque penisole, quasi direi simili alle dita della mano aperta verso di lui. Fra le cinque sporgenze trovate altri quattro porti meno estesi, ma più sicuri. Sul colmo del pollice non ancora dominavano i baluardi del forte Ricasoli, nè alla radice dell'indice le grandiose fortificazioni del Maculano; ma per tutta la lunghezza del dito medio stendevasi la città, che ora dicesi Vittoriosa, e allora chiamavasi il Borgo. Quivi la residenza magistrale, il convento dei cavalieri, gli alberghi delle nazioni, le case dei popolani, gli arsenali e i magazzini della marina: quivi il centro del governo, e le maggiori difese alla testa ed alla coda della penisola. Sul mare il medievale forte Santangelo, ancora conservato nelle antiche forme bizzarre, a scaglioni più e più rientranti, come si solleva sul dorso della rupe; e verso la campagna il Sammichele, costruito dai Cavalieri al principio del loro dominio, e protratto infino alla penisola seguente, dove il grammaestro della Sengle aveva cominciato poc'anzi la città del suo nome, ora appellata Cospicua. Tutta la difesa poggiava allora sopra tre punti: sul Santelmo per guardare i porti, e sui due cardini della piazza il Santangelo e il Sammichele[552].

Con questi tre soli sostegni i Cavalieri di san Giovanni stancarono la potenza ottomana, e finalmente soccorsi cacciarono i Turchi dall'isola[553]. Nella quale insigne vittoria, celebrata pur dai trionfi delle belle arti col pennello e col bulino[554], avvegnachè non abbia preso parte la nostra marineria, non per questo di minor merito si hanno a credere quei prodi romani che vi si adoperarono volontarî, cominciando da Pompèo Colonna e venendo giù infino a Titta Scarpetta, soldato nella compagnia del capitano Pompilio Savelli. Il fatto sublime di questo valoroso trasteverino, il cui nome sta ancora segnato sul chiassetto di Piscinula, può senza fallo essere comparato al tanto notissimo del minatore Pietro Micca[555]. Pari in ambedue l'eroismo, e maggiore negli effetti il merito del romano: chè non tra le intestine discordie una sola città, ma dalla barbarica invasione dei Turchi Malta, Roma, l'Italia, e con esse le arti, le scienze, la religione ebbe difeso al prezzo della sua vita, come più d'ogni altro con somme lodi celebra il Bosio[556]. Dopo quel tempo, edificata la nuova capitale, messe le terre a coltura, cresciuto il popolo da dieci a cencinquanta mila, come adesso sono, con tutti i conforti della vita, cresconle delizia il luogo ameno, i bellissimi prospetti del mare, e le ammirabili opere concatenate a difesa dal Laparelli, dal Floriani, dal Maculano e dal Valperga.

NOTE:

[551] CIRNI cit., 37: «_Mentre stemmo in Messina successero di molte questioni.... tra particolari di una natione e l'altra. La città per abbondante che fosse, divenne in qualche carestia._»

[552] CORONELLI, _Piante di città e fortezze_, in-fol. Venezia, 1688, tav. 173: «_Città e fortezza di Malta colle nuove e proposte fortificazioni, dedicate al nobile Francesco Corner._»

GERARD VAN KEULEN, _Afteekening van de eylanden van Gozo en Melite of Malta_, in-fol. Amsterdam, 1645.

BROKTORFF, _Malta and its dependencies improved. Plan of Valletta and its harbours_, in-fol. 1840.

WHITHWORTH PORTER, _History of the fortress of Malta_, in-8. Malta, 1858.

ANSELMO PAJOLI, _Descrizione dell'isola di Malta nel 1654._ Mss. ined. alla Bibl. com. di Palermo. — Effemeridi siciliane, ottob. 1875. Vol. II, fasc. 5.

[553] PIER GENTILE DI VANDOME, _Successi dell'assedio di Malta_, in-8. Roma, 1565.

VINCENTIUS CASTELLANUS, _Historia de bello Melitensi_, in-8. Pesaro, 1566.

ANTONFRANCESCO CIRNI, _Commentarî dell'assedio di Malta_, in-4. Roma, 1567.

JO. ANT. VISPERANUS, _De bello melitensi_, in-4. Perugia, 1567.

FRANCISCO BALBI, _Verdadera relacion del sitio de Malta_, in-4. Barcellona, 1568.

COELIUS CALCAGNINUS, _De bello melitensi_, ap. BURMAN, XV, 10.

[554] DISEGNI _della guerra, assedio, e assalti dell'armata turchesca all'isola di Malta, l'anno 1565_, dipinti nella gran sala del palazzo di Malta da Matteo Perez d'Aleccio, intagliati da Antonfrancesco Lucini, in-fol. Bologna, 1631. — Ne ho veduto un bellissimo esemplare alla Civica Bibl. di Malta, e qui in Roma alla Chigiana, segnato L, b, I, 10.

CAP. FRANCESCO DE MARCHI, _Architettura militare_, in-fol. Brescia, 1599: «_Pianta e prospetto dell'assedio di Malta._» Tav. 78, p. 127, 129.

BAUDOUIN, ET NABERAT, _Histoire du cheval._, in-fol. Parigi, 1659. — _Piante e disegni annessi ai ritratti dei Grammaestri di Malta._ Bibl. Casanat, Z, IV, 31.

[555] CARLO BOTTA, _Storia d'Italia in continuazione del Guicciardini_, in-8. Capolago, 1833, lib. 35, vol. IX, p. 80.

[556] BOSIO cit., III, 618, E; 620, A: «_Piacque a Dio che le barbare insidie si scoprissero.... Un soldato romano, chiamato Titta Scarpetta, quivi in sentinella, veduto dell'istesso luogo uscire la punta di un baston rosso, fu tanto animoso che dalla sommità del Cavaliero saltò abbasso nel piano del rivellino. Però nello scoprirsi fu incontanente dall'archibusaria turchesca ucciso, stando i nemici alla mira attentissimi.... Manifesto e più che evidente miracolo della divina provvidenza di liberare Malta dalle occulte e sottilissime insidie e strattagemmi di Mustafà.... chiara cosa è che se tardato si fosse mezz'ora a scoprirsi il disegno degli infedeli, l'isola di Malta sarebbe caduta in poter loro._»

[Gennajo 1560.]

XXVIII. — Intanto tragittavasi tra Malta e Messina andando e venendo un nuovo personaggio, che dovrà spesso comparire nelle marittime faccende del tempo seguente, come erede e successore delle arti e delle grandezze di Andrea Doria. Andrea, oramai decrepito, erasi tenuto nelle sue case di Fassuolo in Genova, ed aveva mandato le galèe consuete al soldo di Spagna sotto il comando di Giovanni Andrea, che noi speditamente diciamo Giannandrea. Il nipote simile allo zio per tradizione di famiglia, e per arte di marineria; ma tanto diverso di persona, quanto un giovane di vent'anni può essere da un vecchio di novantaquattro. Ripeto un'altra volta quanto ho detto altrove[557]; e confermo che nè vita particolare è stata mai pubblicata di lui, nè in alcun dizionario biografico s'incontra articolo intestato al suo nome, salvo la breve memoria del Brantôme[558]. Potrei quasi dire che abbia egli stesso preveduto la sua disdetta; e che non isperando dall'altrui penna la narrazione della sua vita siasi messo a scriverne da sè in un libretto, che fino a trenta anni fa custodivasi a Genova nel palazzo de' suoi discendenti, dove lo vide il dotto archeologo della marina francese, e rispettabile mio amico e collega A. Jal[559]. Ma ora dopo il trasporto dell'archivio da Genova a Roma, non si sa più dove sia ricaduto, come mi ha avvisato di là il cavaliere L. T. Belgrano, secretario di quella società di Storia patria; e più volte mi ha detto di qua il degnissimo archivista Giambattista Carinci, troppo presto rapito agli affetti ed alla stima de' suoi amici. Inutili le pratiche di rispettabili personaggi presso l'egregio Principe possessore: la cui saviezza, nella nobile risposta per altrui intramessa inviatami, così altrove ho registrata, che ora mi scusa l'obbligo di tanto ripeterla, quanto sempre la commendo e rammento[560].

Nondimeno cercando per entro alle storie di questi tempi, e tra le biografie dello zio, e per le memorie della famiglia, possiamo accertare la nascita di Giannandrea, figlio di Giannettino, nel 1539; l'adozione nel 1547, quando restò orfano per la congiura del Fiesco; il primo tirocinio nel 1548, quando navigò da paggio col principe don Filippo di Spagna infino a Genova; e il primo comando in quest'anno per la impresa di Tripoli, sotto la direzione e il consiglio di Plinio Tomacelli bolognese, che era stato maestro e istitutore della sua fanciullezza[561]. Giannandrea adunque sollecitava con tutto il suo potere alla partenza il Medinaceli, ma inutilmente. Lo stratagemma di Dragut produceva effetti inesorabili: confusione, tardanza, carestia. Mancava il danaro, i soldati nuovi fuggivano, i vecchi ricalcitravano, gli ufficiali perdevansi in chiamate e in congedi, secondo che appariva più vicina o più lontana la partenza o la fermata. Tra questi stenti, epidemia e mortalità, come sempre in casi simili. Se erano pronte le galèe, mancavano le navi; se in ordine le fanterie, non correvano i soldi; se imbarcate le artiglierie, non bastavano le munizioni; se ordinavasi la partenza, saltava il vento al contrario[562]. Cinque volte partiti e ritornati, tra Messina, Siracusa, capo Pàssero, il Gozzo e Malta. Finalmente alli dieci di febbrajo l'armata fece rotta per l'Africa: e cogli altri Flaminio al primo posto d'onore sulla destra della Reale; mancando dalla sinistra i Fiorentini, che erano restati indietro per competenza coi Maltesi, e sotto pretesto di fornirsi meglio di ciò che loro bisognava. Stranezza d'impresa, preparata d'agosto, sospesa per tutto l'anno, e mossa l'inverno seguente di febbrajo!

NOTE:

[557] P. A. G., _Lepanto_, p. 46, 47.

Vedi sopra, I, 272 e segg.

CAPPELLONI, prop. fin.

SIGONIO, in fin.

[558] PIERRE DE BOURDEILLE, seigneur de BRANTÔME, _Mémoires contenans les vies des hommes illustres et grands capitains estrangers de son temps_, in-16. Leyda, 1666, II, 54: «_Il est très brave, très vaillant, et brusque._»

[559] A. JAL, _Archéologie navale_, in-8. Parigi, 1840, Arthus Bertrand, I, 13: «_Dans cet admirable palais du grand André Doria.... je fouillai dans les archives, restées malheureusement sans ordre.... Je trouvai un cahier de 161 pages, grand in-4, d'une écriture fine, jolie et très-facile à lire, caractères de la main de Jean-André Doria.... C'est le commencement d'une biographie pleine d'intérêt, que Jean-André n'acheva pas, et qui est restée tout-à-fait inconnue jusqu'à ce jour._»

IDEM, _Abraham du Quesne, et la marine de son temps_, in-8. Plon a Parigi, 1873, p. IX, nota 1.

[560] P. A. G., _Lepanto_, p. 233, nota 117, fine.

[561] PLINIO TOMACELLI, _Lettera_ cit., 234, B. med: «_L'armata sotto il governo del signor Gio. Andrea, luogotenente generale del Principe Doria, col consenso del re Filippo._»

CAPPELLONI, _Vita di Andrea_ cit., p. 153.

SIGONIO, _Vita di Andrea_ cit., p. 284.

SANSOVINO, LITTA, BATTILANA, _Famiglia Doria_.

ADRIANNI, TUANO, CAMPANA e tanti altri, che cito, istorici di questi tempi.

[562] CIRNI cit., 43: «_Ammalaronsi più di mille soldati, quasi tutti italiani.... molti se ne fuggirono.... le navi ci restavano addietro.... il tempo s'era volto contrario._»

TOMACELLI cit., 236, princ.: «_Trattenuti dai tempi cattivi in Siracusa un mese, e in Malta molto più: la gente cominciò ammalare, e il male si fece contagioso. I due terzi della gente era inferma._»

[14 febbraio 1560.]

XXIX. — Toccarono alla Lampedusa e alle Cherchene, e la mattina del quattordici di febbrajo dieron fondo nelle acque delle Gerbe, rimpetto alla cala della Cantèra, a levante dell'isola, cento e trenta miglia lungi da Tripoli pel rombo di scirocco. Durante il viaggio dei cinque giorni, cadde infermo di flusso Giannandrea, e maggiormente di animo il Medinaceli, che soleva con lui solo assettar ogni cosa, non lasciando agli altri niuna autorità. Dunque poco consiglio proprio di quel giorno, dal quale aveva a dipendere la sorte della campagna.

Erano alla vista nel canale della Cantèra, tra la terraferma e l'isola, poche germe di mercadanti, e quel che più monta due galeotte di pirati. Sarebbe stato dovere preciso del Medinaceli subito subito chiudere il passo, pigliarle, cavarne notizie, impedire che non ne portassero altrove. Così per fermo avrebbe saputo che Dragut in persona stava quivi nell'isola, tanto vicino e disperato, che non poteva fuggirgli di mano; perchè chiuso dal mare, sostenuto da pochi Turchi, e odiato da tutti i Mori. Ma colui poco curando lo stare sulle intese, lasciò correre alla ventura, e dètte tempo al padrone delle galeotte di rinforzarsi sulla migliore, e di fuggirsene di volo a Costantinopoli, portandovi il primo grido dell'arme, e la piena notizia di ciò che aveva veduto cogli occhi proprî: il numero e la qualità dei legni, il disordine del governo, la facilità di conquidere a un tratto tutta l'armata cristiana[563]. Crescono i nostri pericoli: alla strategia di Dragut arrogi la solerzia di Luccialì.

Questo Luccialì, che ora per la prima volta ci viene innanzi alle Gerbe, meschino pirata, con due piccole galeotte, al soldo di Dragut, gli è un rinnegato calabrese, scalzo e tignoso, il quale dovrà in breve divenire possente re d'Algeri, e famoso ammiraglio ottomano a Lepanto. Costui nato a Cutro nel golfo di Squillace, col nome di Luca Galeni, frate domenicano e diacono, nel passare agli studî di Napoli preso dai pirati, dopo un poco di pazienza, rinnegò ogni cosa e divenne terribile nella terza quadriglia. Ho letto io le lettere e le promesse con che si argomentava un altro dello stesso ordine, che oggi diciamo san Pio, per ritrarlo dal tristo mestiero. Noti il lettore, e tenga a mente la comparsa di Luccialì nel dì quattordici di febbrajo del sessanta: segni il giorno che e' stette in ponte tra due fortune; o l'infame capestro sulle stanghe del carnefice, come traditore della cristianità; o la real corona per le mani dei Turchi, come benemerito della congrega piratica e della casa ottomana[564].

Maggior disordine occorse tra i soldati nell'abbottinare le germe dei mercadanti, cariche di lino d'indaco, d'olio e di baracani, e vuote di gente fuggitasi in terra al primo rumore. Nè minor contrasto successe ai marinari nel far l'acquata quivi presso alla cala della Rocchetta. Bisognò sbarcare tremila uomini in battaglia contro la furia dei Gerbini levatisi in massa; e dopo lunga scaramuccia di sei ore continue levar l'acqua a costo di sangue, perdendoci la vita quattordici persone, e toccando più del doppio acerbe ferite[565].

[16 febbrajo 1560.]

Due giorni appresso in quello stesso luogo, che, per esser deserto e lontano, a tutti gli assetati pareva il più acconcio, e dove niuno mai per solito aveva trovato resistenza, capitarono per attignere le galèe fiorentine, venute da sezzo. Ma nel ritirarsi degli acquatori, sopravvennero di nuovo i Gerbini, e sbaragliarono le guardie con tanto successo, che, senza contare i feriti e i prigionieri, stesero sull'arena cinque capitani, molti ufficiali e cencinquanta soldati[566]. Chicchefosse, dal Medinaceli in fuori, per l'insolita resistenza di coloro avrebbe almeno sospettato nell'isola la presenza d'un qualche impigliatore della tempra di Dragut. E di fatto desso era lì, e dirigeva in persona la gioventù alle fazioni colle sue ciurmerie, quasi a dispetto dei Mori veterani che l'odiavano[567]. E pensare che il Medinaceli l'aveva dinanzi, racchiuso in piccola isola, privo di scampo; e in vece risolveva di andare a Tripoli per cercarlo[568]. Il primo segno di ruinosa impresa vedrai sempre nella mancanza delle notizie sul conto dei nemici: perchè se tu non sai procacciartene, o se altri ricusa fornirtene, arriverai certamente senza rimedio allo stesso punto; cioè a perdere ogni buona occasione, e ad incontrarne ogni trista.

NOTE:

[563] CIRNI, 68, 69: «_Erano nel canale presso alla Cantèra due galeotte. Il generale era di animo che si facessero abbruciare.... Non se ne fece altro. Queste diedero la nuova al Gran Turco dell'armata nostra.... e però fu tanto presto a mandar la sua._»

NATAL CONTI, 342, A, med.: «_Ma gli Spagnoli, troppo solleciti a trar fuori l'artiglieria dalle navi, si scordarono di quei due maledetti vascelli conquistare._»