La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 2

Part 27

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Divulgatasi poi la cattura del Moretto e la questione del Fouroux, come se tutto il precedente fosse nulla, crebbero a doppio i fastidî, e sbucarono da ogni parte i creditori contro l'uno e contro l'altro. I Signori veneziani, per conto del capitan Bernardi e di altrettali, chiedevano il compenso dei danni patiti dal Moretto, ed a sicurezza dei crediti il sequestro della galèa, dei beni e della persona. Molti altri al modo stesso ricorrevano contro il Fouroux, protestando angherie, e chiedendo danari, Marin de Luca ragusèo, Niccolò Piccaluga sciotto, Antonio Cassigero siciliano, Pietro e Giovanni Lomellini del Campo, Antonio Giustiniani, ed altri mercadanti genovesi e levantini da lui medesimo danneggiati nelle precedenti scorrerie; tanto che bisognò imprigionare anche il Fouroux, e mettere eziandio il sequestro sull'altra galèa[502]. Cose di piccolo momento sembran queste, ma ove andassero neglette ne patirebbe discapito la storia, la cui integrità deriva dai fatti di ogni maniera, tanto grandiosi, che minuti. In questo modo l'hanno intesa i classici latini e greci e di tutte le nazioni, infino al Bartoli e al Colletta, per non dir più. Senza fatti non v'ha certezza nè ragionamento di cause e di effetti, di conseguenze e di principî: in somma sui fatti e non sulle nuvole poggia la filosofia della storia. Io non mi appello a situazioni, come dicono, fatali; nè seguo la forza ignota del destino, nè mi lascio menare da arcane necessità preesistenti. Vado coll'italica scuola sperimentale, e soffio sulle nebbie del settentrione. Sembrano alte le nubi, pajon sublimi; ma tornano vuote, come ognun sa pel fatto d'Issione. Senza confonderci nei vani amplessi, tutto si spiega lucidamente quando si intende con chiarezza. Mettete insieme la verità dei fatti, la giustizia de' diritti, la legge di natura, il giuoco delle passioni e l'ordine dei tempi, e voi avrete senza tanti stenti i principî e le conseguenze, i motivi e gli ostacoli, le cause e gli effetti: in somma avrete tutto il raziocinio, e compiuta la filosofia della storia. Ora ci vediamo crescere innanzi il potere e l'accentramento dei principî, e cadere tutto in un fascio il sistema dei baroni, dei comuni e dei venturieri per terra e per mare. Sappiamo che la fine deve rispondere all'alterazione del principio: quindi dobbiamo vedere la caduta dei baroni per la grandezza delle soperchierie, la fine dei comuni per la universale corruzione, e similmente la fine dei venturieri per la stranezza delle avventure. Dunque volendo chiarire a me stesso e ai lettori il principio e la fine di costoro, raccolgo gli strani successi dell'ultimo capitano di ventura, come ho fatto pei primi: e scendo a tutti quei particolari che ne hanno a decidere la sorte, e che a niun'altra storia forse meglio che alla mia possono convenire. Qualche schifiltoso parla di fatterelli. Io dico tanto necessaria allo storico la cura dei particolari, quanto al pittore la sottile macinatura dei colori; e quanto al naturalista il minuto conto dei micrometri. Trovo nel Pallavicino l'istesso concetto, quando scrive[503]: «Essere in ciò simigliante la fisica in formare le sue posizioni, e l'istoria le sue narrazioni: che l'una il fa col riscontro di molti effetti, e l'altra di molti detti.» Il Cardinale, come savio, non intende di detti vuoti e vani, ma rispondenti a fatti positivi ed importanti, così grandi come piccoli nella loro specie. Tutto il criterio di chi studia sta nel coglierne il valore, non ostante la piccolezza; e nel trovare il legame dei principî e delle conseguenze. Così pure colle parole e coi fatti ne insegnò quel grande filosofo italiano, cui la caduta d'un sassolino dalla torre, e l'oscillazione d'una lampada nella chiesa (minutissime osservazioni, da niun altro prima curate), dettero argomento per determinare le leggi della gravitazione, e per condurre nuove teorie dalle pietruzze e dalle lampade infino agli astri.

NOTE:

[501] PANTERO PANTERA, _Armata navale_, in-4. Roma, 1614, e _Vocabolario nautico_ in fine: «_Abbordare è quando due vascelli si accostano tanto l'uno all'altro, che si può passare dall'uno nell'altro senza ponte o altro mezzo._» Dunque non si vuol confondere l'abbordo coll'arrembo, nè l'abbordare coll'investire.

[502] BOSIO cit., 378, A, 379, B (con questi precisi nomi e circostanze).

[503] CARD. SFORZA PALLAVICINI, _Stor. del Conc._, in-4. Roma, tip. di Propaganda, 1833, III, 80, lib. XIII, cap. XI, in fine.

[Aprile 1557.]

XXI. — Ora al minuto del caso nostro cresceranno gravità le richieste e le minacce contradittorie dei principi maggiori e minori. Il duca di Savoja scrive al Grammaestro che liberi incontanente il Moretto, rispetti la sua bandiera e le proprietà de' sudditi suoi: altrimenti il sequestro sopra tutti i beni dell'Ordine gerosolimitano negli stati ducali. Il re Filippo di Spagna aggiugne che l'isola di Malta non è stata infeudata ai Cavalieri per favorire i nemici della corona, o per opprimere gli amici: mettano subito in libertà il Moretto, o si aspettino quel che si deve ai ribelli; e intanto abbiano la disdetta sulle tratte dei grani della Sicilia. Il principe Doria rappresenta che la patente del Moretto, spedita dal conte di Fruzasco, porta la conferma e sottoscrizione sua: dunque si rispetti. Altrimenti sequestri, confische e rappresaglie. Son forse tritumi cotesti?

Dall'altra parte il re di Francia ordina e comanda severissima punizione contro il fellone, notoriamente reo di oltraggi e di rapine ai danni della regia armata, del maresciallo Strozzi e della santa Sede: guai se lo lasciano fuggire, guai se non sia restituita la galèa con tutto il corredo! Il Papa più d'ogni altro insiste con messaggi e brevi, dicendo, dovergli essere il reggimento di Malta, come di Ordine religioso, più di ogni altro soggetto: quindi senza replica e senza dilazione il Grammaestro e il consiglio obbediscano. Mandino a Civitavecchia sotto buona scorta il Moretto, il Fouroux, le due galere, e tutte le attenenze, carte e processi. Altrimenti ostilità e censure.

[16 maggio 1557.]

I tribunali lavoravano, i secretarî componevano, gli ambasciatori andavano e venivano, e finalmente ai sedici di maggio Pandolfo Strozzi, monsù de Carses, e Maffeo Boniperto secretario intimo del cardinal Caraffa, partivano con due galere da Civitavecchia per Malta a pigliar la consegna delle persone e delle cose richieste dal Papa[504]. I Cavalieri, posti, come è chiaro e come tutti diciamo, tra l'uscio e il muro, presero la via di mezzo: cioè consegnarono il Fouroux, la sua galera, e tutti gli atti dei tribunali maltesi contro di lui; di che non trovo più traccia. Quanto all'altro, implorarono una breve dilazione a fine di dar parte del successo al re di Spagna. Con questa intelligenza gli inviati del cardinal Caraffa se ne tornarono verso Roma alli quattordici di giugno; e ai diciotto di agosto dell'anno stesso l'infelice Claudio della Sengle, grammaestro di Malta, afflitto al sommo da tante contradizioni, improvvisamente se ne moriva.

[17 settembre 1557.]

Succedutogli il celebre cavalier Giovanni della Valletta, e venendogli di Roma richieste sempre più insistenti, e di Spagna minacce sempre più pressanti, pro e contra, se ne uscì con un'altra misura di mezzo. Scrisse al cardinal Caraffa di non potersi assumere la malleveria del ritorno nel viaggio marittimo del Moretto: però mandasse gente di sua fiducia a pigliare e a scortare quel che voleva. Dall'altra parte fece sapere al prigioniero che si terrebbero chiusi gli occhi sopra i fatti suoi. Costui che non aveva mai lasciato di fare sottilissime pratiche, trovò finalmente una porta aperta alla prigione, e una fregata forestiera alla riva. Fuggì a salvamento in Sicilia[505].

[Maggio 1558.]

Per conclusione veniamo agli ultimi due successi dell'intricatissimo negozio. Nel maggio del cinquantotto il capitan Filippo Orsini da Vicovaro con una galèa di Civitavecchia ritornò a Malta, grandemente onorato da quei signori. Fece un processo informativo intorno alla fuga del Moretto, prese la consegna della galèa controversa, e di tutte le attenenze, prede e scritture, da essere presentate ai tribunali di Roma. La destrezza, la grazia e le concilianti maniere di Filippo, il quale seppe rendersi accetto a tutti i contendenti, calmarono gli sdegni già stanchi[506]. E il Moretto, tornato in Nizza ai servigi del Duca, non lasciò mai più di rimestare nel senato della contèa la lite contro i Cavalieri pel rifacimento dei danni; ascendenti, secondo suoi calcoli, a un tesoro: tanto che per sentenza di quei giudici cadde il sequestro reale sui beni dell'Ordine gerosolimitano negli stati di Emmanuele Filiberto. Così durarono per sette anni, cioè infino alla morte del Moretto, avvenuta nel 1564. Allora soltanto finirono i litigi con uno strumento di transazione, e duemila ducati d'oro pagati in saldo di ogni pretensione dai Cavalieri agli eredi suoi[507]. Chi potrà mai più volersi mettere per allievo in quella scuola, sulle orme del Moretto e del Fouroux? Ecco la conseguenza che io posso trarre, senza punto dilungarmi dalla mia marina. Finisce con loro l'ardito e sciolto mestiero: e chiunque dappoi vorrà tenere galèe armate di sua proprietà, e' sarà più tosto legato al soldo, che non libero alla ventura.

NOTE:

[504] BOSIO cit., III, 381, B; 382, A.

[505] BOSIO, 394, A.

[506] BOSIO, 396, D: «_Fu il capitano Filippo da Vicovaro.... strumento e mezzo.... che l'ira e lo sdegno si quietassero,... Partì da Malta a' ventitrè di maggio 1558, incamminandosi colla galera sopradetta alla volta di Civitavecchia._»

[1 giugno 1558.]

XXII. — Felice presagio il non aver trovato di mezzo a queste vicende il rispettabil nome di Flaminio Orsini, protagonista del libro presente: nome giustamente tenuto in serbo per tornare da quinci innanzi onorato nella maggiore e finale impresa contro i pirati.

Durante l'infausta guerra di Campagna, Flaminio erasi limitato strettamente al dover suo: difendere la città marittima, e governar le galèe camerali. Commissioni ambedue fedelmente eseguite. Ora egli co' suoi ufficiali si dispone alle ultime prove in campo più degno contro Dragut, che ci ritorna dinanzi.

Il terribile pirata, del quale più volte abbiamo favellato, ed altresì promesso in alcun luogo di dirne l'origine, ebbe i natali da povero pastore in un paesello della Caria rimpetto a Rodi, chiamato Montisceli: nome di patria, col quale più spesso lo incontriamo nella sua prima ed oscura gioventù. Preso per fante e allevato da un bombardiere ottomano, che di là passava per andare in Egitto, crebbe eccellente nel maneggio delle artiglierie; e come tale entrò nella società dei pirati egiziani raccolti alle Gerbe, luogo molto acconcio ai loro disegni, per la sicurezza della stallia, e per l'abbondanza della panatica. Fece parte col Giudèo per una quarta di un piccolo brigantino, che in pochi viaggi fu tutto suo. Indi armò una galeotta maggiore, divenne amico di Barbarossa, ottenne carichi principali nella armata di Solimano, comparve di vanguardia alla Prèvesa, e levossi tanto alto da mettere insieme venticinque e trenta bastimenti da remo, coi quali scorreva da padrone pel Mediterraneo[508]. La sua storia sarebbe finita alla Girolata, dove fu preso da Giannettino e dall'Orsino, se il principe Doria non lo avesse liberato[509]. Dopo quel tempo divenne più fiero e potente: ed essendo morti il Giudèo e Barbarossa e gli altri della seconda quadriglia, toccò a lui il principato della terza con Morat, Scirocco e Luccialì. Occupò per tradimento la città di Afrodisio, e se ne fece tiranno: venne, per mantenerla, a quelle prove che abbiamo vedute nel settimo libro; e per vendetta delle perdite cacciò da Tripoli i Cavalieri di Malta, padroni già da vent'anni della piazza, ove pose la sua residenza principale. Là per concessione di Solimano alla morte repentina in que' giorni di Morat-Agà, prese il titolo di Sangiacco, come dire in nostra favella gonfaloniere, governatore e principe. Tutti i suoi passaggi suonano spaventosi per fatti crudeli a rovina di Cristiani per terra e per mare. Ai Veneziani, oltre infiniti danni di navigli da carico, predò cinque galere armate, non ostante la tregua solennemente pattuita con Solimano[510]. In Malta sbarcò più volte, e dal Gozzo in una notte prese e menò via quasi tutto il popolo. Non parlo di insulti sulle riviere di Italia, perchè non vi è luogo aperto da Reggio a Sorrento, ed oltre infino a Rapallo, che non sia stato messo da lui a ruba e a fiamme. Prese al vecchio Doria sette galere nelle acque di Ponza; altrettante ne acquistò di Sicilia, uccidendovi il generale; una di Malta predò a Pozzuolo, carica di danari: leggiamo lo stesso e peggio pei lidi di Spagna, e talvolta anche di Francia.

Uomo cupo e di poche parole, non ha lasciato ricordo de' suoi detti, se non pel brevissimo dialogo col cavaliere della Valletta, altrove riferito; e pel colloquio con monsignor Caracciolo vescovo di Catania, cui concesse il riscatto per tremila ducati, sotto giuramento di pagare il doppio se mai gli avvenisse di esser fatto papa.

Dei suoi pensieri e del suo ingegno nelle strategie pronte ed astute, e nei calcoli degli effetti lontani, fanno fede tutte le opere della sua vita. Ma tra i suoi ripieghi sublimissimo e da essere sempre ricordato quello che con piena riuscita eseguì alle Gerbe sul lido della Cantèra, quando nell'estate del cinquantuno, bloccato con forze maggiori dal vecchio Doria, lo lasciò da lungi confuso e beffato alla guardia di una ventina di vecchie tende tanè, incavalcate all'uso marinaresco sulle grabbie, che parevano bastimenti a scioverno; mentre esso carrucolando le sue galeotte usciva libero di là sotto per un canale che aveva con pertinace lavoro cavato di notte tra le sabbie, infino a sboccare in mare dall'altra parte dell'isola, due chilometri lontano[511].

I tratti della sua fisonomia ci restano scolpiti al vivo sul metallo di una medaglia, nella quale Andrea Doria per la mano maestra di Giovannangelo Montorsoli fece ritrarre sè stesso nel diritto, e nel rovescio il suo prigioniero[512]. Andrea comparisce a capo nudo, col nome in giro, il tosone al collo, il serpentello abbasso, e il tridente marino a tergo, senza dimenticare il titolo di Padre della patria. L'aspetto di lui torna simile a quanto ne abbiamo di bellissimo ricordo in bronzo, in marmo e in tela[513]. L'immagine scolpita sul rovescio non porta nè scrittura nè nome: ma l'Olivieri, l'Avignone, e tutti ormai convengono nel riconoscervi il busto di Dragut[514]. Egli ha intorno al campo quattro catene, allacciate da altrettante maniglie, a tergo la galeotta piratica, e sulla spalla la mazzetta ed i ceppi: simboli certamente allusivi a famoso prigioniero barbaresco, che non può essere altri da Dragut infuori. Ed io tanto più me ne persuado, che, avuti in mano i bellissimi esemplari della medaglia, custoditi in Roma negli stipetti di casa Doria; e riguardata attentamente quella bella testa d'uomo in sui trent'anni, non ho visto il rigonfio del tipo africano, nè lo smilzo dell'arabo, nè il paffuto del turco; sì bene le forme gentili del greco asiatico, donde era Dragut: forme che ancor durano nei nativi del paese. Cranio rotondo, chioma folta a crespe naturali, collo carnoso, poca barba, labbra strette, naso perfettissimo, pomelli rilevati, liscia la pelle, e l'occhio fisso; indicio dell'animo facilmente volto dalle cose sensibili ai pensieri trascendenti nell'ordine del suo mestiere.

NOTE:

[507] GIOFFREDO cit., 1481, D; 1533, C.

[508] BRANTÔME (Pierre de Bourdeille), _Memoires concernans les vies des hommes illustres et grands capitaines estrangers de son temps_, in-16. Leyde, chez Jean Sambrix à la Sphère, 1666, II, 58: «_Dragut corsaire._»

WILLIAM H. PRESCOTT, _History of the reign of Philip the second_, in-8. Boston, 1856, II, 356: «_Among the african corsairs was one by the name of Dragut, distinguished for his daring spirits and pestilent activity._»

DE HAMMER cit., XI, 214: «_Thorghûd._»

[509] MARCO GUAZZO, MAMBRINO ROSEO, GIACOPO BOSIO, e gli altri qui sopra cit., II, 91.

[510] Bosio, 185, A: «_Dragut incontratosi in cinque galere veneziane, condotte da Luigi Gritti, non ostante la tregua e i trattati di pace, lasciar non volle di investirle e di combatterle e dopo averne messe in fondo due, prese le altre a salva mano._»

[511] DE HAMMER cit., XI, 221: «_Torghûd imitò l'esempio antico.... cioè il trasporto delle navi per terra._»

ANTONIO DORIA, _Compendio_ cit., 110: «_Andrea Doria alli Gierbi trovò Dragut in quel canale con diciassette tra galee e fuste che spalmava, dalla parte di Greco dove era l'intrata.... Dragut fece cavare dai suoi schiavi in quel canale, e alleggerì i vasselli, tanto che potè traghettarli dall'altra parte dell'isola; e se ne uscì prima che Andrea se ne fosse avveduto._»

CALVETUS STELLA, _De Aphrod._ Basilea, 1556, p. 644.

MARMOL, _L'Africa_, in-fol. Granata, 1573, II, 295.

[512] MEDAGLIA onoraria di Andrea Doria, conservata nel Museo privato del Principe in Roma, e in altre raccolte coll'iscrizione seguente, da un lato solo:

ANDREAS . DORIA . P . P.

[513] V. sopra I, 275.

[514] AGOSTINO OLIVIERI, _Monete_, _Medaglie e Sigilli dei principi Doria_, in-8. figur. Genova, 1859, tav. II, fig. 1, et al testo, p. 29: «_L'imagine di uno schiavo, allusiva al celebre Dragut, fatto prigione dalle galere del Doria._»

GAETANO AVIGNONE, _Medaglie dei Liguri e della Liguria descritte_, in-8. Genova, 1872, p. 85: «_Nel rovescio il ritratto di Dragut contorniato di catene.... Medaglia di bronzo. Dritto testa di Dragut contorniata dalle catene, come al numero precedente. Rovescio la galera, come ad altri numeri.... Medaglia formata di due rovesci._»

[13 giugno 1558.]

XXIII. — Quell'occhio per questi tempi tutto affissavasi verso la Francia. Dopo il rovescio del Sanquintino, e per conseguenza della guerra infelice contro la Spagna, di là vagheggiava il richiamo e l'occasione di acquistarsi in Italia altre ricchezze e meriti maggiori[515]. E così fu: chè re Enrico, trovandosi al disotto, non volle mancare di equilibrarsi col consueto contrappeso dei Turchi; ed ebbe in suo ajuto l'armata di Costantinopoli e le squadre di Barberia, agli ordini dal pascià Pialì e dal sangiacco Dragut. Costoro con centoventi galèe, e molti altri legni da carico, pigliarono un'altra volta e bruciarono Reggio. Indi dalle Eolie gittatisi nel golfo di Salerno, ebbero Sorrento e Massa, e disertarono il paese infine alla torre del Greco, menandone maschi e femmine, contadini e signori, a migliaja. Dragut gli spartiva, o donava a questi e a quelli, o li mandava a vendere in Africa[516]. Da Piombino scrissero a Genova, mettendo alla scelta di quei Signori la pace o la guerra. Ciò s'intende alla maniera dei Turchi: come dire pace a prezzo vergognoso, guerra a oltranza barbarica. I Genovesi mandarono danari e vittuaglie; e gli Ottomani passarono oltre in Provenza[517].

[21 settembre 1558.]

Là successe, e al fermo non poteva mancare, lo screzio tra le albagìe francesi e le avarizie musulmane. I barbari disgustati del re Enrico, se ne andarono a menare il randello sui paesi del re Filippo. Gran rovina per le marine di Spagna, e principalmente nell'isola di Minorica, dove stettero a ricovero: e finalmente carichi di preda e di schiavi cristiani se ne tornarono ai loro paesi.

Dragut principalissimo conduttore della tregenda, più che mai tronfio, raccolse in Tripoli lo squadrone de' satelliti; e con essi celebrò feste strepitose in dispregio del nome cristiano. Le quali ingiurie, per le lettere dei prigionieri ripetute e diffuse in Europa, non è a dire quanto incitassero gli animi dei popoli a chiederne giusta vendetta per riscattare i perduti, e per affrancare tutti gli altri dalle minacce e dagli insulti dei ribaldi. Nè andò guari che si cominciò a trattare da senno la pace tra Francia e Spagna. Primo già tra i rivali in pace perpetua si pose quel Carlo, di cui abbiamo tante volte favellato, e dobbiamo ora ricordarne (per accomiatarci da lui) il giorno della morte, avvenuta nel suo ritiro addì ventuno di settembre[518]. Poi Filippo ed Arrigo, tediati e stanchi dei marziali travagli, e più quest'ultimo più volte rotto infino a Gravelinga, si accordarono per una tregua, che alla fine si ridusse a solenne trattato di pace, col nome del castello Cambrese, dove addì tre aprile del cinquantanove fu sottoscritta[519].

[18 agosto 1559.]

Sciolto adunque il re Filippo da ogni altro impaccio, e sollecitato dai clamori dei sudditi, deliberò l'impresa di Tripoli contro Dragut; ed ebbe da papa Paolo conforti e promesse di ajuti per la spedizione ardentemente dall'uno e dall'altro e da tutti desiderata[520]. Ma poi quasi improvvisamente venuto Paolo a morte il diciotto di agosto, pei tumulti susseguenti ogni cosa restò sospesa; ed i più si condolevano pur di questo, temendo non forse lo stendardo papale avesse a restar fuori della grande raunanza che si apparecchiava.

NOTE:

[515] BOSIO, 396, E: «_Dopo la partenza del capitan Filippo da Vicovaro, crescendo in Malta gli avvisi dell'armata turchesca... si fecero diversi preparamenti._»

[516] CAMPANA cit., 46, B.

ADRIANI cit., 599, D.

[517] COPIA _delle lettere di Pialì bascià capitan generale dell'armata turchesca, mandate al principe Doria ed alla magnifica Signoria di Genova con volontà del gran Turco. Et li ragguagli dell'accordi fatti tra loro, et il successo di tutto quello, il quale è occorso dopo l'uscita da Costantinopoli. Con tutte le fationi fatte da essa armata nel regno di Napoli, et ne le riviere di Spagna con la presa di Minorica et altri luoghi, et la cagione della sua partita d'Italia, con il numero delle galèe et altri legni, con molti altri bei particulari. — Con licentia et grazia._

Senza nota di luogo, ma certamente di Roma e di quest'anno 1558, quattro pagine di corsivo minutissimo in foglietto volante. BIBL. CASANAT., _Miscell._, in-4, vol. 665, n. 21.

[518] ULLOA cit., 335, B: «_Piacque a Dio chiamare a se il cristianissimo imperatore Carlo quinto, mettendo fine alla sua vita a xxi di settembre, giorno di san Matteo, di questo presente anno MDLVIII._»

[519] DUMONT, _Corps diplomatique_, in-fol. Amsterdam, 1728, V, 31.

[520] BOSIO, 411, B: «_Papa Paolo quarto.... haveva promesso ajutare a tutto poter suo l'impresa di Tripoli._»

[Settembre 1559.]

XXIV. — Se non che il collegio dei Cardinali nella sede vacante, non volendo mancare agl'impegni del Pontefice defunto, ed alle pressanti richieste del re Filippo, confermò al capitan Flaminio Orsini il governo della squadra; e gli commise di mettersi in punto per essere a Tripoli cogli altri[521]. Flaminio, come tutti i capitani solerti e prodi, aveva bene in assetto i suoi legni; e specialmente leggiadra sopra qualunque altra galèa, di scolture, d'intagli e di dorature adorna e bellissima la Capitana, dove esso risiedeva[522]. Nè meno corredate e forti le due conserve; l'una a carico del prode giovane Galeazzo Farnese, e l'altra del veterano Filippo Orsini da Vicovaro. Di Filippo si è fatta menzione più volte al tempo della guerra di Afrodisio, e nei diversi successi delle galere di Carlo Sforza e di Orazio Farnese[523], insino all'ultimo e recente periodo del capitan Moretto in Malta, dove esso colla grazia e saviezza sua stralciò gli estremi viluppi nell'intrigato affare del Venturiero[524]. I genealogisti per loro solito non dicono sillaba di lui[525]. E ne perderebbe ogni traccia chi non sapesse il costume di quel tempo di chiamare anche i grandi signori col nome del feudo, anzi che con quello della famiglia: dicevano, per esempio, di Vicovaro a Filippo; come di Cere, di Pitigliano, di Nola, e simili, dicevano agli altri Signori della istessa e numerosa famiglia.