La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 2

Part 26

Chapter 263,658 wordsPublic domain

[482] PALLAVICINO, _Storia del concilio di Trento_, in-fol. Roma, 1657, lib. I, IN ROMA XIV, cap. 15, vol. II, p. 160: «_E ben sui primi giorni che arrivò in Roma il nuovo Ambasciatore spagnuolo, i più sagaci odorarono qualche pratica infausta contro i Caraffi.... Il progresso della causa fu che il Duca, condotto alle carceri di Tordinona, quivi fu decapitato insieme col cognato conte d'Aliffe, e con Leonardo di Cardine.... il Cardinale fu strangolato in Castello.... Nel seguente pontificato di Pio quinto, introdotta l'appellazione, il Pontefice nel concistoro pronunciò la sentenza, e decise che il Cardinale ingiustamente ed iniquamente fu condannato, e parimente il Governatore di Roma dichiarò mal condannato il Duca._»

LETTERE, _scritture, processi, e documenti intorno alla tragedia dei Caraffi_. Mss. Casanat., X, V, 41.

ITEM alla Vaticana, _Cod. Urbin._, 1666.

[1556-57.]

XVII. — Mi sono ben guardato in questo scabroso intervallo della mia storia dal crescere fastidio a me stesso ed ai lettori col seguire passo passo le continue navigazioni del capitan Flaminio e delle sue galèe da Civitavecchia a Marsiglia, e viceversa, menando e rimenando soldati, capitani, ambasciatori, convogli per tutte quelle seguenze di alterne fazioni che vanno sempre simili in questa fatta guerre[483]. Talvolta ancora gli bisognò mostrare i denti, senza però venire alle strette, contro le galere di Napoli, che ad ogni occasione propizia uscivano di Gaeta, e venivano a minacciare sulla nostra spiaggia, ed anche alla vista dei porti[484]. Ora però liberato da ogni altro pensiero, e desideroso di far vie meglio conoscere l'accorgimento di Flaminio e le vicende dei marinari nel secolo decimosesto, devo dire di uno importante avvenimento successo qui tra noi ad una delle nostre galere, durante la guerra. Potremo adesso intendere altresì come nel medesimo tempo e per le stesse ragioni finiscono i baroni in terra ed i venturieri in mare.

Avevamo fin dal principio, come ho detto, una quindicina di galere; e tra esse quattro di Piero Strozzi, già tenute dal celebre Lione Strozzi, suo fratello, con un certo capitan Giovanni Moretti, nativo di Villafranca nel contado di Nizza. Ho pur detto che non si vuol confondere questo nizzardo coll'altro Moretto calabrese, capitano altrettanto noto di cavalleggieri al soldo di Spagna. Ora aggiungo che, a volergli trovare un termine di paragone, più simile nei fatti personali che nei nomi appellativi, bisogna ricordare col presente Moretto il trapassato Morosini, che ebbe la mala paga dai Genovesi in Famagosta, come altrove ho narrato[485]. Pari nell'uno e nell'altro l'ardimento, pari l'arte marinaresca, pari l'avversione ai pirati, e insieme pari in ambedue la cupidigia, e lo stesso desiderio di coprirsi sotto la bandiera papale. Il Morosini entrò nella prima categoria dei capitani di ventura, il Moretto ne chiude l'ultimo periodo. La ruota della fortuna volge nell'istesso verso per mare e per terra; e quando è finito il loro tempo arrovescia insieme i baroni e i venturieri per le campagne e per le marine.

La prima comparsa del capitan Moretto nell'anno del giubileo passa col titolo di corsaro, sotto bandiera di Savoja, accreditato dalle patenti del duca Carlo a correre il mare per suo conto contro Turchi e contro Francesi[486]. Sciolse da Nizza in compagnia di suo fratello, chiamato Melchiorre di Belmonte, e di un prode gentiluomo per nome Pierone Foresta, con una sola galèa di sua proprietà, nuova, forte e bella; fornita di eccellenti artiglierie da ponte e da sbarco, remigata a scaloccio dalla numerosa ciurma di trecento schiavi turchi e prigionieri francesi, e armata con centosessanta uomini da combattere[487]. Costui si pose al gran corso sul mare, e in pochi mesi girò quasi tutte le riviere dei Turchi in Europa e in Africa, traendo da ogni parte prede a suo modo. Eccone un saggio. Va a Bona, spiega bandiera e lingua francese, entra nel porto, invita a desinare una dozzina di Turchi dei principali, e se li porta via col boccone in bocca. A Bugia sottomette una galeotta piratica, e ne libera una quindicina di Cristiani. Alle Seccagne piglia prigioni diversi pescatori di corallo. Presso Tagiora dà la caccia ad alcuni piccoli bastimenti, e si accosta tanto vicino al lido, che a colpi d'archibuso ammazza cavalli e cavalieri concorsi sulla riva contro di lui. Al Cembalo si attacca con una nave di millecinquecento salme[488], armata di dieci cannoni, e difesa da sessanta Turchi: la combatte sempre da lato per tutta la notte, e finalmente se la piglia la mattina, non restatevi più che tre persone vive, due Turchi e un Ebrèo. A capo Matapan piglia all'arrembaggio due vascelli carichi di grano: passa a fil di spada chi resiste, e manda tutto il carico e i legni marinati a Palermo. Indi sottomette uno schirazzo ottomano di ottocento salme.

Andiamo innanzi, chè Moretto non si ferma sempre coi Turchi: ma per certi puntigli di parlamento e di obbedienza attacca pur briga co' Cristiani. Prima nelle acque di Candia sequestra una nave veneziana del capitan Bernardi; e non la rilascia se non dopo aver costretto il medesimo Bernardi a chiedergli scusa, e a dargli notizie precise intorno alle galèe turchesche della guardia di Rodi. Indi vira a ponente verso la Morèa, e sotto la fortezza di Modone blocca una galera algerina diretta a Costantinopoli con un messaggero di quel Re; e intanto si piglia uno schirazzo di gran valuta col carico di panni scarlatti. Alla Cefalonia investe sull'áncora due galeoni che il governatore Mustaffaràn teneva in punto per mandare alle Gerbe carichi di grano in dono a Dragut; ed egli ne fa ricatto verso Nizza. A largo mare per tre giorni e tre notti continue combatte altri due bastimenti, e li fa suoi.

Non lascia a quando a quando di pigliar terra, di fare e ricevere saluti, e di rinnovare le provvigioni, sempre che incontra porti e amici. Nella città di Bugia, tenuta in Africa dagli Spagnuoli, siede invitato a desco dal governatore don Luigi di Peralta: a Tripoli di Barberia, presidiata allora dai Cavalieri gerosolimitani, cena col balì Pietro Nugnez di Herrera: in Malta bacia le mani al Grammaestro: e finalmente di ritorno a Nizza, entra nel porto con pubblica festa, acclamato dal popolo, per avere guadagnato nel corso di un anno, e di parte sua, trentamila ducati tra legni, prigioni, merci e danaro; liberati ottanta Cristiani dalla schiavitù, e portato in trionfo armi, cannoni e bandiere nemiche[489]. Una sola eccezione trovo a tanti favori di grandi personaggi e di cospicue città: il modesto magistrato del porto di Cotrone in Calabria mette in sequestro le prede del capitan Moretto, accusandolo di correre il mare in busca di ogni roba, tanto di amici che di nemici[490]. Della sua bravura mi sento sicuro: non così della delicatezza. Parmi avere innanzi risuscitato il capitan Angelo Morosini da Scio, da Siena, da Venezia, da Roma, e dal ceppo di Famagosta.

Negli anni seguenti deve aver fatto, poco più poco meno, l'istessa vita; ma non trovo io un altro Salazar che me la conti: però mi taccio. Solamente posso asserire che, per la sua bravura entrato in grazia di Leone Strozzi, mutò partito e bandiera[491]: divenne nemico degli Spagnuoli, combattè in favore dei Francesi, e finalmente restò con Piero Strozzi capitano di una delle quattro galèe dal detto Piero portate seco in Civitavecchia, dove lo trovo al soldo di Paolo IV per la guerra di Campagna[492].

NOTE:

[483] AVVISI _di Roma_. Cod. Urbin. alla Vaticana, anno 1556, cod. 1038, fol. 154, data del 15 agosto: «_Sono arrivati a Civitavecchia novecento Guasgoni.... et le galere sono partite subito per traghettarne altri...._» fol. 167: «_Sono andate dieci galere da Civitavecchia per voler abbruciare quei ponti,.... Le galere sono ritornate._»

[484] MAMBRINO ROSEO cit., 562, prop. fin.: «_Le galere di Napoli travagliavano anche elle in questa guerra che, spesso scorrendo da Gaeta a Civitavecchia, facevano stare in arme quei luoghi marittimi._»

[485] P. A. G., _La marina nel Medio èvo_, II, 231, 234.

[486] PEDRO SALAZAR, _Historia de la guerra y presa de Africa_, in-4. Napoli, 1552, p. 64, B, 1, fin.: «_Juan Moreto con su hermano llamado Melchior de Belmont...._» et p. 67, A, 1, fin.: «_Moreto mandò a un gentilhombre Saboyano, mancebo esforzado y animoso llamado Piron Fioresta._»

[487] SALAZAR cit., 64, B, 1: «_Galera bien armada de franceses i turcos forzados, y de artilleria, y con ciento y sessenta hombres de pelèa._»

[488] LA SALMA, che in genere vale Soma o Peso, nel linguaggio di mare del tempo passato valeva tecnicamente (come registra il Casaregio nel Consolato) Misura di capacità per gli aridi, applicata a determinare la portata dei bastimenti. Questa unità di misura variava in diversi modi, e dicevasi grossa o sottile, ordinaria o vantaggiata: variava pure in diversi paesi, e negli stessi paesi per diversi tempi. Confusione comune a tutte le antiche misure, pesi e valute. Si può pareggiare adesso ad un sesto della moderna tonnellata metrica: e così la nave di millecinquecento salme sarebbe di dugencinquanta tonnellate.

[489] SALAZAR cit., 67, A, 2, med.: «_Ganancia de treynta mil ducados.... y cien turchos esclavos, y otros tantos que matò, y ochenta Christianos que puso en libertad. Y con esta riqueza volviò a Niza su tierra natal, llevando banderas y gallardetes turquescos, rastrando la mar y fue de todos muy bien recibido._»

[490] SALAZAR cit., 67, A, 2, princ.: «_Moreto llegado al puerto de Cotron la justicia le embargò el navio, diziendo andava a toda ropa assi contra Christianos, como contro Turchos i Moros._»

[491] LEONE STROZZI, priore di Capua, _Lettera ai suoi fratelli_, data dalle Sanguinare (Corsica) 18 settembre 1551 tra le _Lettere dei Principi_, in-4. Venezia, 1562, I, 64, B; «_Io meno meco il capitano Moretto: et l'animo mio è di far guerra contro infedeli in servigio della mia religione._»

[492] MONSIGNOR GIO. DELLA CASA, _Lettere a nome del card. Caraffa al card. di Lorena, di Roma, 6 febrajo 1556_. Tra le opere del medesimo, in-4. Napoli, 1733. V, 98: «_Sarebbe bene che Sua Maestà Cristianissima mandasse almeno dodici galere delle sue a Civitavecchia, la qual cosa ci pare molto necessaria; e supplico vostra Signoria Illustrissima che vengano le galere del maresciallo Strozzi, e del capitan Moretto, e le altre che sono scritte nella lista._»

VEDI sopra la nota 11 e il novero delle galere nel documento citato.

[Ottobre 1556.]

XVIII. — Se non che nel mese d'ottobre del cinquantasei il capitan Moretto si trovava affatto malcontento degli Strozzi, e disgustato della sua ventura. Tutti sanno le strettezze dell'erario camerale nel periodo della guerra di Campagna, e ne fa ricordo l'istesso cardinal Pallavicino, citando le parole di quello che chiama suo caro e virtuoso amico, Pietro Nores: parole allora manoscritte negli archivî, ed ora pubblicate per le stampe, e continuamente da me ancora allegate[493]. Però non è da meravigliare nè sul sottile del ritardo alle paghe dei capitani della marina, nè sul grosso del corruccio nel Moretto: uomo da non vivere contento a tasche vuote. Di più egli si diceva creditore di altre somme verso gli Strozzi per ragione dei suoi stipendî decorsi. E mettendo tutto insieme nella disperazione di essere altrimenti pagato, stabilì di impadronirsi della galèa, e di fuggirsene per compenso con quella.

Facilissima l'esecuzione del disegno, come sarebbe gittarsi a precipizio quinci in giù. Egli aveva il comando nelle mani, e quasi tutti gli ufficiali, marinari e soldati di sua scelta, concittadini ed amici. Alla prima occasione di uscir dal porto, prese il vento, e via a golfo lanciato infino al golfo di Villafranca[494]. Là, uomo astutissimo, presentò al conte di Fruzasco, novello governatore di Nizza, le ragioni della sua innocenza e dei suoi diritti. Pentito, diceva, di aver lasciato la bandiera del proprio principe, offeso a bastanza da quel taccagno dello Strozzi, facesse per gran mercè il Fruzasco di rimetterlo nella grazia del Duca suo natural signore, e vedrebbe portenti di fedeltà, vedrebbe fioritura di provincie, scuole di nautica, ricchezza di corso, gloria di nizzardi, e marineria militare: proprio ciò che unicamente mancava alla prosperità del paese, ed all'altezza del Duca.

Il Governatore nuovo di cotesti maneggi, e i terrazzani vecchi amici del Moretto, menarono buone le sue parole, accettarono i servigî, presero le sue parti, e gli resero le patenti e le bandiera. Il duca istesso Emmanuele Filiberto da Brusselle, dove era capitan generale delle armi per Filippo II, scriveva al Fruzasco, sotto la data del ventitrè di dicembre del cinquantasei, in questa sentenza[495]: «Del capitan Moretto, per le persuasioni ed esortazioni vostre, ci contentiamo di perdonargli e di riceverlo in nostra gratia, e di ritirarlo in servitio nostro con quelle conditioni, soldo e stipendio, che Voi e Leyny concerterete seco, a più nostro beneficio, tirandolo a quello manco si potrà[496]. Con questo però che egli si obblighi di stare a ragione pel conto della galera, quando fosse ricercato dal maresciallo Strozzi[497]. E perchè scrivete che è uomo da fare servitii assai, et che ha il modo di farlo, in caso che Leyny non abbia bisogno dell'opera sua nella fabbrica della darsena di Villafranca, lo manderete insin qua da Noi per intendere più cose, massime del modo di armare altre galere: e potrà lasciare il governo di sua galera al prefato Leyny, sotto descritione di inventario. Et per sicurezza sua havemo ottenuto da Sua Maestà che egli possa andare, stare e ritornare con detta galera et genti in tutti i porti, mari e stati di Sua Maestà, la quale per questo effetto manda e scrive al principe Doria, generale del mare[498], che debba fargli il salvacondotto per essere di carico suo; et scrive eziandio all'ambasciator Figueroa di favorirlo ed ajutarlo; sicchè bisognerà per questo indirizzarsi a loro.» Dunque alla fine del cinquantasei il Moretto aveva assettato bene le sue faccende dalla parte di là: rimesso in grazia, preso al soldo, fornito di patente, acconcio di bandiera, e ammesso col salvacondotto in tutti i porti del Re, per la Spagna, l'Italia e l'Africa.

Prevalendosi tantosto di queste concessioni, e prima di gittarsi randagio appresso al Duca per le Fiandre, o di mettersi marangone per le acque a cavargli le darsene, pensò a rimpinzare la borsa: e per questo subito entrato il cinquantasette si volse colla galera e con tutti i suoi alla buona ventura contro i Turchi, secondo il solito pei mari di Levante, facendo in Malta la prima scala, accoltovi con gran dimostrazione di favore e di grazia dai Cavalieri, dal Grammaestro e da tutto il Convento.

NOTE:

[493] PIETRO NORES cit., 124: «_Mancando a tante spese il danaro, imposero per Roma e per lo Stato estraordinarie gravezze._»

PALLAVICINO, _Stor. Concil_. cit., II, 52 (lib. XIII, cap, xi, n. 12): «_Abbiamo preso da due scritture.... la prima di Bernardo Navagero ambasciatore veneziano e di poi cardinale.... L'altra è una accuratissima storia a penna.... scritta da un nostro caro e virtuoso amico, figliuolo del celebre Giasone Nores, per nome Pietro._»

[494] BOSIO cit., III, 377, A.

[495] EMMANUELE FILIBERTO, duca di Savoja, al conte di Fruzasco governatore di Nizza. Di Brusselles, 23 dicembre 1556, pubblicata da PIETRO GIOFFREDO, _Storia delle alpi marittime_, Inter. _Script. et Monument. histor. patriæ_, in-fol. Torino, 1839, vol. IV, collect. Script. II, p. 1478, col. 2ª.

[496] _Tirandolo!_ Vedi smania di averlo, e timore di perderlo!

[497] _Pel conto della galera_: dunque non era assolutamente sua, ma doveva stare in qualche modo a ragione collo Strozzi.

[498] _Generale del mare_: si noti bene il titolo ufficiale di Andrea Doria. Adesso dicono Ammiraglio, ma allora soltanto Generale del mare; e così in tutti i documenti contemporanei.

[Gennajo 1557.]

XIX. — Per questo Piero Strozzi, offeso nell'interesse, nell'autorità e nell'onore, dette nelle furie. E fittosi in capo di voler ricuperare la galèa, ed appiccare il Moretto alla lanterna di Civitavecchia, persuase il Papa, che di questo insulto, se si lasciasse impunito, scapiterebbe nell'onor suo, nella dignità della Sede apostolica, nella sicurezza dei suoi porti: citò gli esempî precedenti contro la temerità dei Doria e degli Sforza, e strinse tutti gli argomenti, secondo l'indole delle persone e dei tempi. In somma ottenne ciò che volle, quanto al fine; e riservossi la scelta dei mezzi per condurre una trama da soddisfare fino all'eccesso ad una incerta giustizia.

Sapeva il maresciallo del viaggio impreso dal Moretto, della sua passata per Malta, e de' suoi disegni in Levante. Perciò fece venire a Roma il capitano Pietro Fouroux provenzale, che comandava un'altra di quelle galere: e dategli a voce le istruzioni occorrenti intorno alla cattura del Moretto e del naviglio, con lettere pressantissime firmate dal Papa, lo mandò a Malta sotto bandiera pontificia, come se dovesse andare al corso contro gl'infedeli. Ed ecco entrare in lizza il Fouroux annoverato ugualmente tra i nostri venturieri. Ma ponete mente ai fatti del capitan Flaminio Orsini, che non si impaccia di cotesti intrighi, e riserba il senno e la spada a più degne imprese. Alla quale saviezza il cardinal Farnese per la penna di Annibal Caro rende onorevole testimonianza, mostrandocelo destro, come era, nello schermirsi dalle confuse brighe[499].

Il Fouroux, ben accolto in Malta da quei Signori, facilmente trovò la compagnia di un'altra galèa appartenente al giovane cavaliere fra Francesco di Lorena, fratello minore del duca di Guisa e gran priore di Francia, comandata da fra Antonio d'Aumale, soprannomato Nancei. Con essi s'intese per andare al corso di conserva. Ma il secreto disegno del Fouroux non era di cercare i Turchi per quei mari, sì bene seguire soltanto le tracce del Moretto; del quale continuamente pei porti e dai naviganti pigliava lingua; e trovava pur sempre sue buone ragioni per condurre i Lorenesi più tosto a questa che ad ogni altra parte che fosse. Tanto meglio che Francesco, per rispetto alla bandiera del Papa, gli si era gentilmente sottoposto, e gli dava la destra, e nel navigare gli si teneva sottovento; quantunque il Fouroux nascondesse ad arte più che poteva lo stendardo delle Chiavi, e in quella vece sfoggiasse di croci bianche e di stendardi rossi, insegne notissime dei Gerosolimitani, dicendo volersi uniformare con quelle, e rendersi più formidabile ai pirati[500]. Lusingava l'amor proprio del compagno; e ne tirava l'effetto consueto degli elogi creduti sinceri.

In somma non andò molto per le riviere levantine in questo modo cercando, ed incontrossi col Moretto. E questi che già prima aveva riconosciuto da lungi agli stendardi e all'andamento i supposti amici, non che mettersi in fuga, si fece volenteroso incontro a loro, desiderando cavarne notizie di ponente, ed anche all'occorrenza buona compagnia. Venuto da presso, strinse le vele, sparò la salva; ed essendogli stato corrisposto, mise in mare lo schifo, e mosse subito verso quella galèa dove era il Fouroux, parendogli al certissimo superiore pel posto di sopravvento che teneva, e pel contegno del saluto. Il Moretto veniva lieto con bel garbo e brioso a cattivarsi la benevolenza del comandante: e il Fouroux stava co' suoi di guardia per pigliarlo al primo abbordo[501]. Detto e fatto: a pena ebbe sgambettata la scala, e come si fu tirato giù il cappello alla spalliera, una diecina di marinari gli saltavano addosso, e Fouroux lo faceva condurre dabbasso in catena. Al tempo stesso (tutto concertato) prolungandosi a contrabbordo sulla galèa Moretta, se ne impadroniva con tanta franchezza, che i Maltesi, i Lorenesi, e quasi gli stessi Nizzardi non se ne erano accorti. Tanto vale la sorpresa sottilmente condotta, quando altri non l'aspetta!

NOTE:

[499] ANNIBAL CARO, _Lettere scritte a nome del cardinal Farnese_, in-8. Milano, 1807, III, 166: «_All'Ardinghello. — Per questo effetto medesimo disegnano di mandare un Prelato alla corte di Francia; ed è stato proposto il Bozzulo o Pola, quando non li mandi uno dei Nipoti, a che il Papa non inclina: e voleva che venisse il signor Flaminio, il quale se n'è scusato garbatamente._»

[500] BOSIO, 377, C: «_Arborati i gagliardetti e le bandiere di san Giovanni per farsi con esse (come il Fouroux astutamente diceva) agli infedeli più formidabili._»

[2 febbrajo 1557.]

XX. — L'arduo punto adunque è superato, la galèa fuggitiva ripresa, e il rapitore in prigione. Ma non istà tutto qui. La cattura del Moretto ha ad essere tra i principi cristiani quel che si dice nelle favole dell'aureo pomo tra i numi. E la prima questione deve cominciare qui subito in mezzo al mare tra il cavalier Francesco e il capitan Pietro, chiedendo quegli ragione all'altro della fede violata con tanto spregio, senza metterlo a parte de' suoi disegni; anzi servendosi di lui come di zimbello nella caccia, al fine di allettare l'avversario. E già Francesco di Lorena metteasi in punto d'investire Pietro di Provenza per ricattare a libertà il Moretto ben conosciuto da lui e da tutti i Maltesi, e munito di amplissime commendatizie dal Grammaestro. Certo così avrebbe fatto, anche a costo di un combattimento, se il Fouroux non gli si fosse raccomandato, mostrandogli l'ordine esplicito che di ciò aveva dal Papa. Nondimeno Francesco e i suoi vollero solenne promessa dal medesimo Fouroux di tornare incontanente colle tre galèe a Malta; e di rimettersi colà, senza altre frodolenze, alla decisione del Grammaestro e del suo Consiglio.

Con questo le tre galèe volsero a Malta: e alli due di febbrajo del cinquantasette, per volontà del Principe entrarono nel porto grande della città, dove subito subito tutto il Convento fu sossopra. Il priore di Francia e il cavalier d'Aumale non volevano scrupoli sulla coscienza, nè onta all'onore, nè taccia di traditori, nè macchie di sangue pel supplizio d'un uomo preso con inganno all'ombra del loro stendardo al fine di condurlo altrove a morte ignominiosa. Gli altri Cavalieri, secondo i diversi partiti, propugnavano diverse sentenze: chi voleva impiccato il ladro per vendetta dell'oltraggio fatto al Papa, al re Enrico e a Piero Strozzi; chi domandava la libertà di un capitano valoroso, e munito di patenti e commendatizie dal re di Spagna, dal duca di Savoja e dal principe Doria; patenti riconosciute già e accettate per valide in Malta. Il vecchio Grammaestro tentennava: consapevole degli umori boglienti dei suoi Cavalieri, temeva di offendere, e non sapeva chi scegliere tra Francia e Spagna, tra Roma e Savoja: pigliava tempo. E intanto il Moretto, che capiva il grandissimo suo pericolo, e che era stato un po' francese e un po' spagnuolo, parlava le due lingue secondo il genio di ciascuno. Appellava all'onore, chiedeva protezione, scriveva memoriali, non rifiniva di toccare i tasti più delicati, se pur gli venisse fatto di uscirne vivo.

[Marzo 1557.]