La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 2
Part 25
XIII. — Riuscito il secondo assalto a peggior termine del primo, restarono le genti del Duca insieme spossate e sbalordite: l'istessa cavalleria, tanto valente, sentì l'abbattimento. Consumate le munizioni di guerra, l'inverno vicino, la rôcca in piè, e il maresciallo Strozzi ai fianchi: il quale aveva pur esso gittato sopra due barconi un ponticello sul canale più angusto di Fiumicino, e accennava con frequenti scaramucce di voler molestare sull'isola il campo di Spagna. Se Orazio avesse potuto penetrare col pensiero nelle strettezze dell'avversario, sarebbe stato il signore della prima campagna, e avrebbe ridotto lo Spagnuolo a pessimo partito: ma, chiuso da ogni parte dentro alla piccola cerchia della rôcca, non poteva vedere nè sapere altro più che le private condizioni di sè stesso e de' suoi. Il presidio pieno di coraggio, un solo morto, pochissimi feriti, le vittuaglie a sufficienza: solamente aveva a dolersi della penuria della polvere. Nei quattordici giorni dell'assedio aveane tenuto stretto conto, erasi guardato dal contrabbattere sull'isola, dismessa quasi ogni difesa lontana, e riservate le munizioni al bisogno estremo dell'assalto. In quest'ultimo caso doveva esser largo, e tale si era mostrato, ributtandone vittoriosamente due ferocissimi, e consumando le ultime provviste, che non erano state messe per durar tanto.
Pensando dunque che il nemico non farebbe fine, nè lascerebbe di rimettersi alle batterie ed agli assalti, e non avendo egli con che rispondere, chiamò il dì seguente quell'anfibio di Ascanio della Corgnia; e sperando buon trattamento per aver fatto alla presenza dell'uno e dell'altro esercito onorata difesa, gli si arrese a discrezione[459]. Io l'assolvo: fin dal principio ho detto che egli era giovane.
Così fu perduta la rôcca d'Ostia per solo mancamento di munizioni e per trascuranza di chi amministrava la guerra. Il duca d'Alba, sommamente lieto dell'acquisto non più sperato, uscì d'impacci: piantò la sua bandiera sul mastio, e fece chiudere Orazio con tutti i suoi in fondo di torre, donde non li lasciò uscire altrimenti che consunti dalle infermità e dal digiuno. Agli stessi estremi disegnava colui ridurre la città di Roma, impedita ormai la navigazione del Tevere sopra e sotto corrente; occupato Monterotondo ed Ostia, e stretto il cerchione da ogni altra parte, salvo che da Civitavecchia, dove brillò dal principio alla fine incontaminata la diligenza e la fede del capitan Flaminio Orsino.
[19 novembre 1556.]
Il blocco crebbe lo sgomento nella città. Di che prevalendosi quanti erano imparziali nella corte, signori, prelati e cardinali, presero a suggerire più miti consigli. I Caraffeschi avevano bisogno di riposo, e più di loro il duca d'Alba; il quale, quantunque vincitore, si trovava sparpagliato con poca gente in un semicerchio di sessanta miglia, da Ostia a Marino, ed oltre a Zagarolo, a Tivoli e a Monterotondo. Egli aspettava rinforzi, e voleva stabilirsi meglio nei luoghi occupati: però dètte ascolto volentieri alle proposizioni di tregua, che fu sottoscritta addì diciannove di novembre per dieci giorni, e poscia prorogata sino all'ultimo dell'anno[460].
NOTE:
[456] ATTILIO ZUCCAGNI-ORLANDINI, _Corografia di tutta l'Italia_, in-8. Firenze, 1843, t. X, Suppl. p. 172; e nel grande _Atlante_, in-fol. Firenze, 1845, vol. II, Stato pontificio, monumenti del Medio èvo, tavola 3.
[457] P. A. G., _La Rôcca di Ostia e le condizioni dell'architettura militare in Italia prima di Carlo VIII_. — Dissert. letta addì 20 giugno 1860, inserta negli _Atti dell'Accad. archeologica_, t. XV, p. 43, con tre tavole in rame. — _Bibliot. Casanat._
[458] GIACOMO CANEVA, _Le vedute di Roma e dei suoi contorni_, in fotografia, pubblicazione fatta l'anno 1855. — Si vendeva pubblicamente in Roma, via del Babbuino, rimpetto alla chiesa dei Greci.
[459] BELCAIRUS, _Comment. rer. gallicar._, lib. XXVII, in-fol. Lione, 1625, p. 890.
CIPRIAN MANENTE, _Storie del mondo dal 1400 al 1563_, in-4. Giolito, Venezia, 1566.
MONTLUC, _Comment._, lib. IV.
ADRIANI, 547, C.
NORES, 150.
DE ANDREA, 85.
CAMPANA, 148.
MAMBRINO, 532.
NATAL CONTI, 258, B.
[8 gennaio 1557.]
XIV. — In questo mezzo il re Arrigo di Francia, mosso da grandi speranze, e stretto dai Caraffeschi, aveva dichiarato la guerra al re Filippo di Spagna. Apriva col Duca di Mommoransì le ostilità nella Fiandra; e in Italia col duca di Guisa, futuro re di Napoli, se le armi gli dicessero bene. Spirata dunque la tregua, e giunti alcuni rinforzi di Francia, Piero Strozzi e Giovanni Caraffa uscirono con seimila fanti, ottocento cavalli, e una batteria di campagna verso Ostia, per togliere Roma dalla presente strettezza[461]. Gli Spagnuoli di presidio capitolarono lo stesso giorno, salva la vita, senza nè anche sparare un moschetto[462].
Indi lo Strozzi si volse a scopar via i presidî che il nemico aveva lasciato nel basso Tevere. Imperciocchè il Duca aveva fortificato quel castelluccio, le cui rovine si vedono ancora intorno alla torre Bovacciana, che è un miglio più abbasso della rôcca, tra questa e il mare[463]. E ciò non bastandogli per guardare il passo e la foce del Tevere (tanto fin d'allora erano cresciuti gli interrimenti, e tanto erasi allontanato il mare), aveva fatto di nuovo con lavori di terra in dieci giorni un buon ridotto quadrato all'estremo lembo della sinistra tra il fiume e il mare, disegnato dall'istesso ingegnere ducale Bernardo Buontalenti. Ogni lato di cento metri, gli omologhi paralleli alle due acque: gli angoli muniti di quattro bastioncini, colle loro piattaforme e artiglierie, e difese necessarie. Altezza dell'argine una picca e mezzo, quasi quattro metri, la sezione di sedici palmi, cioè di altrettanti metri. La porta opposta al fiume, e dentro baracche e magazzini di tavole per alloggiamenti e depositi[464]. Quattrocento fanti spagnuoli che vi stavano di presidio nè anche aspettarono l'intimazione: uscirono fuori incontro ai vegnenti, salutarono colle armi, abbassarono le bandiere, e si resero a patti[465].
[Gennajo e luglio 1557.]
Lo Strozzi in due giorni spianò il ridotto, poi trassene le artiglierie a Roma; e ripigliando l'offensiva dall'altra parte contro il Duca, gli tolse in poco tempo Gennazzano, Valmontone, Tivoli, Grottaferrata, Marino e Palestrina. Al tempo stesso Francesco di Guisa faceva acquisti nell'Abbruzzo, dove era penetrato per la via del Tronto; e contro a lui per opposto Cosimo di Toscana manipolava a favore degli Spagnuoli, perchè lo pigliassero alle spalle, e gli troncassero le comunicazioni col Piemonte e colla Francia. Cosimo dei Medici stava ritto in Italia come primo pilastro, e Andrea Doria come secondo, a sostenere di qua e di là il grande arco trionfale del re Filippo, anche a dispetto di papa Paolo[466]. Andrea da Gaeta e dalla Spezia insidiava il porto di Civitavecchia, e Cosimo da Portercole e da Firenze ordiva le fila del tradimento contro il porto d'Ancona. Messer Bartolommeo Concini, segretario particolare dei Medici, e conduttore del maneggio, correndo sopra piccola barca da Pontercole a Gaeta per dare i ragguagli e pigliare i concerti incontrato il vento contrario, e sbattuto dal mare avanti e indietro, venne finalmente a rompere sulla spiaggia di Santasevera; e appresso a lui i guardiani della spiaggia trovarono in secco la bolgetta delle lettere, donde si ebbe in Roma pienissima notizia dell'intrigo, che restò sul nascere scoperto e sventato[467].
Ora io lascio ad altri le variate vicende della guerra combattuta pei monti di qua e di là dai gioghi dell'Appennino: da parte la battaglia di Paliano, l'assedio di Civitella, ed i convivali oltraggi tra il Guisa e il Caraffa. Non v'ebbe cosa in tutto ciò che sentisse di sal marino, tanto da entrare nella mia storia. Vengo alla fine.
NOTE:
[460] CAPITOLI _della tregua tra N. S., e il re Filippo_. Lettere Princ. 1581, III, 183.
RIBIER, _Lettres et memoires d'Estat_, in-fol. Parigi, 1662.
NORES, 152. — ADRIANI, 548.
[461] ULLOA, 332.
[462] NATAL CONTI, 262, B.
CAMPANA, lib. IX, p. 8.
ROSEO, 535.
[463] AVVISI di Roma, _Cod. Urbin._ alla Vaticana, n. 1038, fol. 174, data del 10 dicembre 1556: «_Il duca d'Alba fa fortificare il forte tra Ostia e il mare; et ve ne fa un altro alla bocca della Fiumara._»
[464] ADRIANI cit., 556, H: «_Il Duca aveva fatto un ricetto di terra vicino alla bocca del Tevere, e vi aveva lasciato quattro cento fanti, e munizioni da vivere e da difendersi per molti mesi.... quei del forte o ricetto non aspettarono nè invito nè forza, uscirono.... e in breve disfatto quel forte, dalla parte del mare e del fiume fu liberata Roma._»
DE ANDREA cit., alla p. 88, ne dà le misure.
[465] NATAL CONTI, 262, B.
NORES, 169: «_Il presidio lasciato alla difesa d'Ostia e del forte fabbricatovi accanto, al primo apparire degli ecclesiastici, si rese vilmente._»
[466] ANTONIUS CARACCIOLUS, _Vita Pauli IV, rom. pont._ in-4. Colonia, 1612.
PADRE BARTOLOMMEO CARRARA (sotto il pseudonimo di Carlo Bromato da Erano), _Storia di Paolo IV_, in-4. Ravenna, 1753, II, 359.
FRANCESCO VELLI, _Difesa di Paolo IV, contro il Pallavicino_. Mss. alla Corsiniana in Roma, cod. 697, — e stampato a Torino, in-4. 1658.
BIBL. CASANAT., _Miscell._, in-4, vol. 976.
[10 agosto 1557.]
XV. — Quando la fortuna delle armi cominciava a mostrarsi benigna ai voti dei Caraffeschi in Italia, cadeva totalmente prostrata nelle Fiandre, per la gran battaglia di Sanquintino, perduta dal contestabile di Francia Anna di Mommoransì, e vinta dagli Spagnuoli sotto il comando di Emmanuele Filiberto duca di Savoja. Il re Arrigo allibbito, e quasi disperato, trovossi costretto a togliere le sue genti dal Piemonte, a richiamare indietro il duca di Guisa, ed a lasciare Paolo e i nipoti alla mercè degli Spagnuoli.
[8 settembre 1557.]
Non per questo il duca d'Alba abusò della vittoria: anzi accolse e corrispose alle proposizioni di pace che prestamente furono trattate e sottoscritte dal cardinal Caraffa e da lui stesso nella terra delle Cave in Campagna di Roma, addì quattordici del mese di settembre di quest'anno cinquantasette. Può ciascuno leggere la restituzione delle fortezze, delle terre e delle provincie, come sono scritte; la sommissione promessa dal re Filippo, l'imparzialità da papa Paolo, e tutto il resto, per esteso nei codici manoscritti e nei libri stampati che cito[468].
NOTE:
[467] ADRIANI, 561, C: «_Messer Bartolommeo Concini nella tempesta gettò la valigia a mare, e diede in terra a Santa Severa.... La valigia, spinta dal mare, venne in terra.... portata a Roma.... chiaramente poterono vedere il trattato di Ancona._»
[14 settembre 1557.]
XVI. — In vece mi accade ora fermarmi sopra due grandi fatti, strettamente connessi coll'argomento mio e colla memoria del trattato di Cave: l'uno notissimo a tutti, l'altro non avvertito da niuno, per quanto io ne sappia. Come prima nell'istesso giorno di martedì quattordici settembre alle ore quattro pomeridiane tornò in Roma il cardinal Caraffa plenipotenziario papale coi capitoli della pace, sottoscritti alla presenza dei reverendissimi cardinali Santafiora e Vitelli (ambedue testimonî), facendosi intorno ai tre gran festa dalla corte e dal popolo, e mentre volevano la notte i Romani fare le solenni dimostrazioni consuete, con musiche e fuochi per le piazze, non ostante che da due giorni piovesse dirottamente con venti caldi e sciroccali; eccoti il Tevere proprio in quell'ora mettersi per la città; e crescere tanto nella notte, e nel giorno seguente, che fino a oggi restano i segni della terribile alluvione, per la quale andarono in pezzi tre archi del ponte Senatorio, distrutte le nuove fortificazioni di terra intorno al castello Santangelo, rovinate case, campi, fondachi, molini, gualchiere, e le acque dentro la città infino a trenta palmi sopra il livello ordinario. Cosa non mai più veduta dai Romani[469]. Udiamone la relazione a stampa, proprio di quei giorni, scritta da testimonio di veduta, e messa al pubblico in Roma[470]: «Il martedì alli quattordici di settembre 1557 circa le ventidue hore ritornarono a Roma i nostri Reverendissimi[471], ma non con molto fausto, imperò che quasi in quello stesso tempo il Tevere haveva fatto una grossissima piena, ingrossando la notte seguente e il mercoledì circa le hore dodici[472] era l'acqua più alta di un uomo in Agone[473].... E questo crescere di acqua durò tutto quel giorno infino alle quattro o cinque hore di notte, che cominciò a mancare. Ha portato via la metà del ponte di Santa Maria[474], insieme con quella bella cappelletta di Giulio III, che v'era nel mezzo con tanta arte e spesa fabbricata. Ha levato dal suo luogo alcuni pietroni di marmo grossissimi che facevano sponda a castello Santangelo. Ha buttato giù un pezzo di Corridore che va da castello a Palazzo, ec.»
Delle tante ruine la più importante pel regime del Tevere resterebbe ora incerta ed oscura, tra il silenzio dei contemporanei e gli errori dei moderni, se io non venissi apertamente a stabilire come in questi precisi giorni il fiume mutò di letto nell'infimo tronco e sfilò lontano mille metri dalla città di Ostia. Non prima, perchè durante l'assedio l'abbiamo certamente veduto lambirle il piede; non dopo, perchè subito all'entrar di Pio IV la rotta era già fatta. Soltanto adunque nel tempo intermedio per una piena straordinaria come quella del cinquantasette, poteva naturalmente avvenire che la gran massa dell'acqua corrente, movendo impetuosa verso il mare, e cercando la linea più bassa e più breve, scavalcasse e rompesse gli argini a capo Duerami; ed anzi che incanalarsi per l'obliqua giravolta del cubito primitivo infino ad Ostia, si precipitasse per la corda, scavandosi il nuovo letto direttamente dal detto Capo alla torre Bovacciana. Da quel giorno l'alveo antico restossi a secco con pochi acquitrini tra gli argini vuoti, che hanno durato oltre alla metà di questo secolo col nome di Fiumemorto, ed io stesso finalmente l'ho veduto colmare e livellare per opera di quella moderna Società che dal suo intendimento ha preso il titolo delle saline e dei bonificamenti di Ostia. Le belle tavole del Canina mostrano a dito le linee di queste mutazioni[475]; ma le sue parole ci manifestano che egli ed ogni altro con lui comunemente ne ignoravano il tempo e la causa, scrivendo così[476]: «Questa rottura del Fiume si dice essere accaduta verso la metà del secolo passato: ma non si può precisare nè l'epoca, nè il modo come avvenne.»
Se non che prima di lui Giambattista Rasi, unico in questo tra tanti scrittori delle cose tiberine, aveva ben avvertito doversi cercare la risoluzione del problema nelle leggi ripuali, e specialmente nella costituzione di Pio IV, dove se ne contengono gli indizî[477]. Nel vero il tiro delle barche, le tariffe doganali, l'appostamento delle guardie, e tutta la polizia della navigazione doveva essersi risentita del cambiamento successo nel letto tiberino per un tratto notabile, e lungi dalla principale fortezza del passo. Infatti Pio IV, poco stante dopo l'inondazione, premesse le consulte dei mercadanti, dei castellani e dei doganieri, coll'intervento del notissimo Martino d'Ayala console dei marinari, e sotto la presidenza di monsignor Luigi Torres chierico di Camera, e prefetto delle Ripe, finalmente pubblicò alcune leggi colla data del sedici di maggio 1562, dalle quali tiro fuori al nostro proposito gli articoli come sono nello stesso originale espressi in lingua volgare[478]: «Capitolo primo. La barca che arriverà prima al luogo detto Boacciano, dove al presente si è messa la guardia di Ostia, rispetto alla nuova rottura e via che ha fatto il Tevere di qua da Ostia.... sarà tirata prima delle altre, venute dopo.» Continua: «Capitolo quarto. Che li doganieri di Ripa, o vero per loro il castellano d'Ostia, debbano tenere in detto luogo del Boacciano, rincontro alla nuova rottura del Tevere, l'uomo deputato che faccia le bullette.... senza che li marinari sieno tenuti andare a Ostia, e per conto della rottura e della nuova strada non si paghi ad Ostia.» — Capitolo ottavo. «Che li bufali devano tirare le barche fino a Ripa, massime che la nuova rottura del Fiume ha abbreviato la tratta di quello che era prima.»
Dunque non verso la metà del secolo passato, ma nel mezzo al cinquecento la rotta del Tevere già era successa tra il capo Duerami, la rôcca d'Ostia e la torre Bovacciana, come dura infino al presente. Di più il fatto dicevasi nuovo, la strada abbreviata, trasferita la guardia; e così per altri dieci anni, finchè (fabbricato più giù nel basso Tevere il fortino di san Michele) Pio V con un'altra costituzione, ricordando questi fatti medesimi, non ebbevi trasferito la guardia, il tiro e i proventi[479]. Laonde avendo piena certezza degli estremi, perchè nel cinquantasei il Tevere lambiva le mura ed entrava nei fossi della rôcca d'Ostia, come risulta dalla pienezza dei fatti e delle testimonianze dell'assedio; e trovandosi con altrettanta dimostrazione di certezza subito dopo allontanato con tutto il letto per mille metri; sarebbe impossibile supporre nel breve intervallo tanta grande novità nella enorme massa di real fiume altrimenti che per la forza della straordinaria alluvione nell'anno intermedio, e nel giorno preciso che veniva in Roma la certezza della pace conclusa a Cave.
La seconda memoria, e più strettamente connessa col trattato medesimo, da niuno avvertita, è il finale tracollo in Italia della baronia armata. I feudatari corsero l'ultima lancia nella guerra di Campagna, e non risalirono mai più a cavallo, fiaccati e sbalorditi a un tempo, e con un sol colpo, dagli amici e dai nemici. Imperciocchè ai sovrani, desiderosi di concentrare il comando nelle loro mani, secondo l'opinione prevalente appo tutti nel secolo decimosesto, sapendo male della potenza feudale, venne finalmente il destro di opprimerla, e non vollero mancare alla buona ventura. La prima questione, dopo quella del Regno, era stata nella guerra il feudo di Paliano, e le convenienze del duca precedente Marcantonio Colonna, e del duca novello Giovanni Caraffa: questi barone napolitano in guerra contro il Re, quegli barone romano in guerra contro il Papa. Ora dai capitoli di Cave resta esplicitamente escluso proprio questo feudo principale, ed ambedue i pretendenti con pochi riguardi messi da parte; dove in tutti gli altri simili trattati pei tempi anteriori erano stati sempre compresi. Si sa che alcun temperamento doveva essere nelle convenzioni secrete: ma queste non troppo limpide, e lasciate nel profondo del petto ai contraenti. In somma Paolo voleva le mani spiccie per punire quando che fosse i Colonnesi, e per abbattere con loro gli altri baroni: ma decrepito non ebbe il tempo, prevenuto dalla morte nel biennio[480]. Filippo al contrario giovane nel lungo regno, cupamente dissimulando, aspettò il tempo delle sue vendette: e spense nelle grandi casate napolitane ogni vanto di passati armamenti ed ogni ticchio di futuri[481]. Egli con doppio trattato e per ordini secreti ed opposti tra l'ordinario e lo straordinario suo ambasciatore, tuffò tutto insieme il sistema feudale nel sangue di casa Caraffa, del Duca e del Cardinale, che per compenso di questa guerra volle non guari dopo versato sotto la stretta del carnefice[482].
Dunque l'ultima comparsa della baronia in gran frotta di regnicoli, di statisti, e di altre province in più centinaja fra maggiori e minori, armati alla testa dei proprî vassalli, viene nella guerra di Campagna; e il primo trattato di pace che non comprende la grazia dei baroni, sta in quello di Cave. Indi in poi non vedremo più nelle storie nè i grandi difetti, nè le magnanime prodezze dei feudatari. Essi perderanno a poco a poco le fortezze e i cannoni, resteranno contenti di nomi e di titoli, andranno pei giardini e pei teatri, patiranno di splene e di vertigini. Dagli alti spiriti di generoso sangue se ne togli la forza e la sapienza, tu vi metti la follìa. Non tanto le singole parti di una sola giornata, quanto due lunghi secoli in un giorno solo tratteggiò e corresse pel suo tempo il Parini.
NOTE:
[468] CAPITOLI _della pace di Cave_. Mss. Casanat. _Codice cartac._ segnato X, VI, 23, p. 145.
NORES cit., 215. — Capitoli a stampa per esteso.
PALLAVICINO cit., II, 103.
CAMPANA cit., lib. IX, p. 22, 23.
MAMBRINO ROSEO, 565.
[469] DIONIGI ATANASI, _Lettera al vescovo d'Urbino data da Roma addì 18 sett. 1557_. — Ex. tra _le lettere de' Principi_, in-4. Venezia, 1562, p. 182. — BIBL. CASAN., K, III, 27: «_Il Tevere crebbe mercoledì fino alle hore sette di notte, si fermò intorno a due hore, poi cominciò a calare. Stette nondimeno tutto il giovedì per Roma, e il venerdì mattina tornò nel suo letto. Il danno è inestimabile._»
GOMEZ, _De prodigiosis Tiberis inundationibus_, in-4. Roma, 1599. (In lati, _Comesius_ stampa egli stesso.)
BONINI FILIPPO M., _Il Tevere incatenato_, in-4. figur. Roma, 1663, p. 62.
ANDREA BACCI.
LEONE PASCOLI.
CARLO FONTANA.
CORNELIO MEYER.
[470] OLDRADI, _Avviso della pace tra la Santità di N. S. papa Paolo IV, e la maestà del re Filippo; e del diluvio che è stato in Roma con altri successi e particolarità_, in-4. Roma, tip. di Antonio Blado stampatore camerale, XXIV settembre 1557. (Non impaginato, ma torna alla pag. 5.) BIBL. CASANAT. _Miscell._, in-4. vol. 665, n. 18.
[471] _Reverendissimi_: cioè i cardinali Caraffa, Santafiora e Vitelli, reduci da Cave col trattato conchiuso. Non ancora si dava il titolo di Eminentissimi.
[472] _Hore dodici_: nel mese di settembre rispondono alle sei del mattino.
[473] _Agone_: la piazza agonale, oggi detta Navona.
[474] _Ponte di Santa Maria_: cioè della Egiziaca, la cui chiesa è sulla testa del ponte Emilio, Palatino, Senatorio, oggi Rotto, e compiuto a sospensione di ferro.
[475] LUIGI CANINA, _Del Tevere, Ostia e Porto_, negli _Atti dell'Accademia archeologica_ con cinque tavole e quivi la tavola 1ª, ove è geometricamente descritto il corso del Tevere, e le tracce del letto verso Ostia, prima della rotta, scrittovi sopra: «_Antico corso del Tevere, Fiumemorto._» Atti cit., VIII, 259, tav. 1ª.
AMETI E CINGOLANI, _Carte topografiche del Tevere_.
[476] CANINA cit., p. 63, lin. 2.
[477] GIO. BATTISTA RASI, _Del Porto romano_, in-8. Roma, 1826, p. 39.
ITEM, _I due rami Tiberini_, in-8. Roma, 1830, p. 69.
[478] CAPITULA edita a R. C. A. _Sub die decima sesta maji mdlxii, et a Pio papa IV confirmato pro felici et celeri mercium per Tyberim subvectione: denuo edita et confirmata ab Urbano papa VIII_. — BULLAR. _Rom. edit. a Mainardo_, in-fol. _Urbani VIII pars secunda_, t. VI, p. 179.
[479] CONSTITUTIO _Pii Pp. V. de edificandis turribus in oris maritimis Urbis pro securitate navigantium, et de ædificanda Turre in ore Tyberis, ac emolumentis eidem Turri ejusque fabricæ applicatis_. 3 maggio 1567: «_Stante ruptura dicti fluminis._» ap. DE VECHI, _De Bono Regimine_, in-fol. Roma, 1732, I, 286.
[480] NORES cit., 215: «_La principale difficoltà che s'incontrava nel trattato era intorno la persona del signor Marc'Antonio, il quale per modo alcuno il Papa non voleva che si comprendesse nelle capitolazioni; nè condiscendere a restituirgli Paliano: laonde stabilite le altre condizioni, restarono il Cardinale e il Duca di questo punto di trattare a parte: e benchè ancor di questo il Papa fosse consapevole, nondimeno non volle mai che apparisse nè si sapesse essersi stabilito di saputa e consenso suo._»
[481] CAMPANA, lib. XI, p. 70, B, med.: «_Nella pace del 3 aprile 1559 in Cambrais.... il re Catolico escluse tutti i ribelli del regno di Napoli, di Sicilia, e del ducato di Milano...._»