La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 2

Part 24

Chapter 243,504 wordsPublic domain

Il Tevere tre miglia sopra la foce si divide in due rami: l'uno artificiale alla destra, oggidì navigabile, stava allora inutil corso d'acqua magra, e tutto ingombro di canne palustri e di rottami; l'altro naturale alla sinistra, oggidì abbandonato a sè stesso, serviva allora per la navigazione delle barche dal mare a Roma; e tra i due rami del fiume e la spiaggia marina quella sabbiosa isola nel mezzo, che formata dai continui interrimenti, e ricoperta di cardoni, di porracci e di ginepri, dal tempo di Claudio infino al presente sempre crescendo, mantiene tuttavia l'antico nome di isola Sacra. La città di Ostia (reale, repubblicana, imperiale e papale) sempre avete a cercare fuori dell'isola, ed alla sinistra del maggior tronco del Tevere; il quale seguendo l'antico letto e il primitivo cubito le bagnava le mura dal lato occidentale, ed entrava nei fossi delle sue fortificazioni: luogo scaduto dal pristino splendore, ridotto ad alquante case di povera gente, e chiuso da debole muraglia quadrata dei bassi tempi. Ma quanto fiacca la città, tanto troverete forte la rôcca, edificata da Giuliano di Sangallo nel 1483, come più volte ho detto[440]. Ora basterà ricordarne le principali condizioni. Mettetevi innanzi la figura di triangolo scaleno, la base verso il mare munita di due torrioni rotondi, e il vertice a borea verso terra difeso da un baluardo, che è il primo tra tutti i modelli dell'arte nuova, con due fianchi rettilinei a guardia delle due cortine di ponente e di levante. Muraglia soda di mattoni e calcina, grossa di cinque metri; ampio fossato pieno di acqua, e in comunicazione immediata col Tevere; batterie medie, alte e basse; e un compiuto sistema di casematte, legate da corridoj per tutto il giro del perimetro. Cosa in vero bellissima e degna dei grandi artisti del Risorgimento.

Già prima il cardinal Caraffa aveva mandato lo stesso baron della Garde a rivedere le fortificazioni della spiaggia: e confidando in lui, credeva che Ostia fosse ben provvista di quanto potesse bisognare in ogni evento. Ma si trovò deluso[441]. Imperciocchè quantunque di viveri non difettasse, di corredo al contrario era sfornita tanto da non poter andare oltre alle prime difese: molti pezzi di artiglieria le erano stati tolti per adoperarli altrove, il deposito della polvere quasi vuoto. In somma ogni cosa in confusione, nè il tempo bastò a ripararvi. Soltanto si potè, volgendosi il Duca a quella parte, mettervi dentro centoquattordici fanti romani, sotto il comando di Orazio dello Sbirro, giovane trasteverino di gran cuore, e da voler fare belle prove.[442] Non trovo altri riscontri di questo capitano, il cui cognome (quantunque poco armonico) resta tuttavia impresso in una torre sdrucita dell'isola Sacra, e nella lista dei cavalieri di soccorso all'assedio di Malta[443]. Quanto al numero dei soldati, tra le solite varianti, seguo la cifra del Ruscelli, del Campana, e principalmente del De Andrea, che gli ebbe in fine a contare a uno per uno.

[28 ottobre 1556.]

Il Duca intanto aveva stabilito il modo di farsi avanti con sicurezza, eliminando le due difficoltà che potevano in qualche modo impedirlo: l'una che i Caraffeschi preoccupassero l'Isola rimpetto ad Ostia; e di quivi, quantunque inferiori di numero, trincerati pur dalle ripe e protetti dalla profondità del fiume, stornassero l'assedio, e forse anche il costringessero a ritirarsi: l'altra che gli mancassero le vittuaglie, potendone patire difetto per essere la terra intorno deserta, e il mare per la qualità della stagione e della spiaggia poco praticabile. Per rimediare a questo ultimo inconveniente mandò innanzi Ascanio della Cornia con un corpo di cavalleggeri ad occupare Ardea e Porcigliano, luoghi ambedue vicini, e sulla linea da Nettuno ad Ostia: nel primo dei quali fece il deposito delle farine, che traeva da Gaeta e da Marino; e nell'altro i forni: così che l'esercito, tutto il tempo che là presso si trattenne, trovossi convenientemente provvisto.

NOTE:

[439] THUANUS, 592.

DE ANDREA, 68.

ADRIANI, 516.

NORES, 142.

PALLAVICINO, II, 86.

CAMPANA, II, 146.

MAMBRINO, III, 529.

[440] P. A. G., _La marina del Medio èvo_, in-8. Firenze, 1871, II, 414, 476.

IDEM, _La Rocca d'Ostia_, dissertaz. letta all'Accademia Arch. in Roma addì 20 giugno 1860, come agli _Atti della_ med., t. XV, p. CXLI, e 43.

[441] NORES cit., 146: «_Si era il cardinal Caraffa confidato assai nelle relazioni del baron della Garda.... il quale l'aveva assicurato che Ostia e Civitavecchia erano fornite.... per far resistenza in ogni accidente._»

[442] DE ANDREA cit., 73: «_Dentro estava Oracio de lo Sbirro con ciento y quatorce soldados._»

CAMPANA cit., II, 146, A, fin: «_Era stato inviato con centoventi fanti forbiti un valoroso giovane Romano chiamato Horatio dello Sbirro._»

NATAL CONTI, 257: «_Caraffa vi mandò Oratio dello Sbirro con cento e venti soldati sceltissimi._»

MAMBRINO ROSEO, 530: «_Oratio dello Sbirro, valoroso giovane romano con ottanta soldati._»

NORES, 146: «_Servì mandarvi cencinquanta fanti scelti sotto Orazio dello Sbirro, romano, giovane ardito, e desideroso di segnalarsi._»

GIROLAMO RUSCELLI, _Precetti della milizia moderna tanto per mare quanto per terra_, in-4. Venezia, 1568: «_Fanti centoquattordici._»

[4 novembre 1556.]

IX. — Acquistati e fermi questi luoghi, e avendo già di sopra in poter suo Tivoli, Palombara e Monterotondo, mosse il Duca al primo di novembre da Grottaferrata; e in due alloggiamenti venne presso il Tevere non lungi da Ostia. Subito fatto gittare un ponte di barche per mezzo di Bernardo Buontalenti, ingegnere fiorentino di chiara fama che lo serviva di macchine e di fortificazioni, occupò di sotto l'Isola: e di sopra per mezzo di Vespasiano Gonzaga investì la città con un semicerchio di soldati in catena dall'una all'altra ripa per la sinistra del fiume. Orazio da sua parte si contrappose a Vespasiano: e volendo animosamente difendere anche la debole muraglia della città, lo costrinse ad allargarsi, gli uccise molta gente, e più ne ferì, anche dei principali condottieri, tra i quali il colonnello d'Abenante e don Mario suo figliuolo. Il dì seguente sottentrarono con impeto maggiore contro di lui a rinfrescar la battaglia Francesco della Tolfa e Gianfrancesco Caraffa: i quali, spintisi infino alla porta Romana, vi appiccarono il fuoco. Ma trovatala di dentro terrapienata, già erano in procinto di far venire le artiglierie, quando Orazio, che non doveva inutilmente perdere quivi la poca sua gente, dopo quattro giorni di bella difesa, abbandonava la città, e passava con tutti i suoi nella rôcca, alzava i ponti, e chiudeva il piccolo rivellino. L'assedio di questa rôcca presso il mare può dirsi il fatto di maggiore importanza nella guerra del primo anno; però merita essere ricordato coi suoi particolari, come abbiam sempre fatto in ogni altro caso simile per le nostre piazze marittime.

[8 novembre 1556.]

Il grosso dell'esercito ducale dalla sua parte attendeva ai lavori del ponte, del campo e delle batterie. Abbasso per trecento metri dalla rôcca, e nella risvolta del fiume, mettevano il ponte con buoni ormeggi in acqua e in terra, e forti ridotti alle teste da tenere aperte e sicure le comunicazioni tra l'isola e il campo. I fanti spagnoli guernivano le trincere dalla testa del ponte fino alle prime case della città dalla parte di levante; e da quelle case fino alla riva del Tevere sopra corrente gli italiani. Le maggiori artiglierie giocavano dall'isola, rimpetto alla fronte occidentale; e battevano cortina, faccia, fianchetto e torre corrispondente: sette cannoni rinforzati da cinquanta, coperti da buoni gabbioni terrapienati, colle bocche sul ciglio dell'argine, e discosti dalla muraglia per la sola larghezza del fiume, che non era in quel luogo più di venticinque canne romane, come dire all'incirca cinquantasei metri[444]. Finalmente la cavalleria in tre divisioni correva battendo le strade d'ogni intorno, fino alle porte di Roma.

NOTE:

[443] BOSIO cit., III, 663, col 2ª: «_Venturieri del marchese Rangoni:_

_»Il capitano Marcello dello Sbirro,_ _Il capitano Lodovico Santelli romano._»

CINGOLANI, _Topogr.: «L'isola Sacra la Torraccia dello Sbirro._»

[12 novembre 1556.]

X. — Le notizie di queste novità, l'una dopo l'altra rapidamente succedenti, riportate in città, davano da pensare alla corte ed al popolo; massime per la memoria ancor fresca in molti dell'altra guerra cogli Spagnuoli, col Borbone, col sacco, e colle conseguenze: parendo a molti essersi tirata addosso una simile e forse più pericolosa sciagura. Però Piero Strozzi, volendo rinfrancare gli animi sbigottiti, uscì fuori con tremila fanti e trecento cavalli, costeggiando la destra del Tevere e dell'isola, fino alla foce di Fiumicino. Non già che sperasse con quelle deboli forze discacciare il Duca o soccorrere Orazio; ma voleva dare animo a questo e travaglio a quello, mostrandosi vicino e pronto ad abbracciare ogni partito che se gli potesse presentare.

Roma per questo restò quasi senza presidio di milizie regolari, senza nervo di cavalleria, e soltanto guardata dalle milizie cittadine. Indi presero viepiù di baldanza gli stracorridori del Duca, i quali, guidati da uomini arditi e praticissimi di ogni strada e traghetto intorno alla capitale, faceansi vedere per le vigne suburbane, e talvolta anche innanzi ed oltre alle mura infino alla valle dell'Aniene. Di che corse rischio nella persona l'istesso cardinal Caraffa; il quale pur dall'altra parte essendo uscito con alcuni gentiluomini e cortigiani a cavallo, più per ostentazione che per altro, ebbe incontro lungo lo stradone di sant'Agnese il conte Francescantonio Berardi, capo di ronda con una squadra di cavalleggieri. Dove correndogli appresso il Berardi a lancia bassa, e fuggendogli innanzi a tutta briglia il Cardinale, dierono insieme spettacolo insolito agli occhi dei Romani, spettatori ansiosi di quella caccia dalle ville, dai terrazzi e dalle mura. Tra le grida e le esclamazioni di questi e di quelli i due antagonisti, l'uno dopo l'altro, imboccarono il vicolo della Fontanella (notissimo ai cavalieri della città), e sempre galoppando per quelle tortuose viuzze, ebbe fortuna il Cardinale con più freschi e migliori cavalli di guadagnare la porla Salara, tuttochè incalzato quasi alle groppe dall'avversario; il quale non dubitò in quell'estremo di poterlo cogliere sparandogli contro una pistola, presa in fretta dalla fonda dell'arcione[445].

In somma la guerra era ridotta a corpo a corpo intorno a Roma e sulle due ripe del Tevere, dove si aveva a decidere la sorte dello Stato, del Regno e di tutta l'Italia. Sulla destra, da Roma in giù, Piero Strozzi alla guardia; sulla sinistra, dalla foce in su, il duca d'Alba all'attacco; e in mezzo a loro la rôcca d'Ostia presa singolarmente di mira, e Orazio alla difesa.

[16 novembre.]

Dopo quattro giorni di batteria continua con sette pezzi di grosso calibro, e più di mille tiri, il torrione occidentale cominciava ad aprirsi, benchè la breccia fosse erta assai e difficile a superare, essendosi nel battere quasi sempre mirato ad alto, dove aveavi muraglia men grossa. Nondimeno trovandosi il Duca già presso al finire delle munizioni dell'artiglieria, e vedendo che Orazio non si lasciava persuadere nè per le percosse continue dei cannoni, nè per le suggestioni incessanti di Ascanio della Corgnia, pensò che gli bisognasse a ogni modo e subito tentare l'assalto. Ondechè mandato don Alvaro da Costa a riconoscere il passo, e trovata l'acqua del fosso poco profonda e in gran parte ripiena dai rottami della caduta muraglia; e questa con più squarci, tra i quali uno largo a sufficienza da salirvi quattro uomini di fronte, deliberò la fazione per la mattina seguente[446].

NOTE:

[444] ADRIANI, 547, C: «_Presentò il Duca l'artiglieria alla rôcca.... sei cannoni.... in mezzo il ramo del Tevere.... sessanta passi lontano. Battè quattro giorni, et li mancarono le palle.... vi fece alquanto di apertura.... Comandò vi dessero l'assalto._»

NORES, 147: «_Fatta condurre l'artigliarla nell'isola._»

DE ANDREA cit., 73: «_Ripete le misure del fiume e la posizione della batteria sull'Isola._» — THETI cit., la pianta a p. 132.

[445] NORES, 149: «_Scorrendo il conte Francescantonio Berardi verso Sant'Agnese, avvertito del cardinal Caraffa da un villano, comandò a' suoi che il seguitassero, e voltato il vicolo della Fontanella corse tanto con la lancia bassa che riuscì alla strada di porta Salara, e trovandosi una pistola alla mano la sparò contro il cardinale._»

DE ANDREA, 74.

[17 nov. 1556. matt.]

XI. — All'alba del diciassette del mese di novembre, giorno di martedì, Vespasiano Gonzaga con due compagnie di fanti italiani sotto Francesco Frangipani della Tolfa e Domenico de Massimi di Roma, sostenuti ambedue da altre cinque compagnie della stessa nazione, si aringarono in colonna presso la barriera del campo. Avuto il segno dal Duca, si gittarono precipitosamente all'assalto; intanto che le artiglierie dell'isola davano un'ultima rifrustata alla rôcca per cacciarne indietro i difensori. Le due compagnie divorarono la distanza, e i soldati a gara gli uni degli altri furono nel fosso, tra l'acqua, sui rottami, dentro l'apertura. Ed ancorchè non ci arrivasse Vespasiano, essendo stato colpito nel breve tragitto da un'archibugiata che gli rasò le narici e il labbro superiore, ciò non pertanto quella gente fece ogni possibil prova per avere l'impresa finita. Ma trovato più dentro che fuori durissimo il riscontro, bisognò loro tornarsene indietro senza altro effetto[447]. Essi videro e capirono bene da vicino come e dove stesse la difficoltà.

Le casematte dabbasso duravano salde, e integra altresì la troniera inferiore del fianchetto e le risvolte basse dei torrioni, donde i difensori potevano liberamente giuocare colle artiglierie minute e cogli archibusoni da posta; oltre alle pietre ed alle pignatte di fuochi lavorati, che all'occasione sapevano scaraventare dall'alto. Per converso agli assalitori bisognava camminare ad uno ad uno sopra l'angusta cresta della controscarpa, posta tra due acque: di qua il fosso, di là il fiume. Laddove chiunque non era morto dalle archibugiate o tuffato a trabocco, doveva guadare, ed abbriccarsi colle mani e coi piedi sulla breccia troppo più alta che non avrebber voluto. Tutto ciò potrebbesi dir nonnulla in confronto al resto che trovavano a riscontro di dentro. Perocchè la rottura della muraglia rispondeva all'interno in una camera a vôlta di mediocre capacità, in fondo alla quale aveva Orazio con prestezza incredibile fabbricato un altro muro, opposto a quello che si batteva; e lasciatevi molte feritoje cieche, per le quali poteva, senza essere offeso, e nè pure veduto, percuotere a man salva chiunque fossevi entrato. Poteva eziandio dalle basse casematte frustare e rifrustare ogni altro che entrava, o usciva, o attendeva di fuori. Tieni a mente, lettore, queste condizioni della difesa. Esse svelano le ragioni architettoniche della rôcca, ed esse sole possono spiegare perchè tanta gente, e quasi tutti i capitani vi restarono mal conci, come vedremo. Vadano le avvertenze sugli errori di Carlo Theti, nella cui opera si vede incisa a rovescio la pianta della rôcca d'Ostia, ed a rovescio ugualmente depressa la difesa del Romano[448].

Gl'Italiani adunque, accortisi dell'insidia, si ritirarono, dicendo inutile superare di fuori il varco e la difficile salita, quando poi dentro trovavano chiuso il passo dai muri, e aperto tanto fuoco, che l'entrare in quella camera era come mettersi bestialmente in sepoltura. Veduto il signor Vespasiano, loro colonnello, sfigurato nel mustaccio; il capitan Francesco Frangipani sur una gamba sola, uccisi Leone Mazzacane e Marcello Mormile, più altri ufficiali feriti, e gran numero di compagni morti, si rimasero. Non fu possibile in quel giorno che alcuno più gli rimenasse alla prova; se prima, come ragionevolmente chiedevano, non si ripigliava la batteria contro quei muri opposti di dentro[449].

NOTE:

[446] PIERO STROZZI, _Lettera al re di Francia data da Camposalino addì 19 novembre 1556_, pubblicata nell'ARCHIV. STOR. IT. cit., XII, 409: «_Ostia è stata combattuta quattro giorni intieri.... con sette pezzi, et ci hanno tirato intorno a mille tiri. Il luogo è bello et di importanza, et si potrebbe fortificare facilmente: ma come era, a fatica si giudicava potesse resistere a tanto._»

[447] DE ANDREA, 77: «_Los soldados que ivan con Vespasiano mostraron grande animo.... contra ellos lloviendo come granizo piedras y ollas de fuego._»

NORES, 150: «_Essendo toccato agli Italiani di Vespasiano di essere i primi, si spinsero intrepidamente._»

[448] CARLO THETI, _Discorsi delle fortificationi, ove diffusamente si dimostra quali debbano essere i siti delle fortezze, le forme, i recinti, fossi, baloardi, castelli, et altre cose a loro appartenenti, con le figure di esse_, ec. La prima edizione in-4. Roma, 1569, io cito la Vicentina, in-fol. figurato, 1617, p. 132.

[449] DE ANDREA, 83. — ADRIANI, 547. — NORES, 150.

[17 nov. 1556 mezzodì.]

XII. — In quella eccoti nel mezzo un corpacciuto soldato del Duca andare attorno pel campo, gridando altamente e ripetendo baldanzoso queste parole[450]: Avanti, agli Spagnuoli, corpo di Tale! altrimenti la rôcca non si piglia. Piacendo a don Fernando la jattanza di costui, fece venire don Alvaro da Costa, colonnello di quella nazione, e gli ordinò di cavar fuori trecento veterani della sua gente, e di prepararli al secondo assalto, intanto che si batterebbero alquanto meglio le brecce e le difese. Facile assunto cimare più e più i merloni della rôcca, ed anche allargare i labbri della maggiore apertura: ma dal cordone in giù non si vedeva fessura di un pelo; e la camera interna restava tale e quale, perchè non rivolta verso la batteria, ma ritirata in fondo alla gola del baluardo.

Dunque mossero i trecento all'altra prova, giudicata necessaria dal Duca per la mancanza delle munizioni. Superarono costoro, benchè con morte di molti, la difficoltà del passo e della salita, e cacciaronsi pur nella camera: la quale ad arte, non facendosi di dentro alcun movimento, fu tenuta buja e silenziosa, tanto sol che fosse piena. Allora insieme all'improvviso bagliore dei lampi una grandine di archibugiate sprizzò dai pertugî, senza cadere colpo in fallo per la vicinanza e il pieno di tanta gente; sì che cominciarono quei cotali a pentirsi di essere venuti tanto oltre, ove non potevano nè difendersi nè ritirarsi. Avanti un muro massiccio, in faccia archibugiate sonore, e appresso tanti compagni incalzanti nelle angustie della mortifera caverna, che era impossibile oramai vederne uscire uno vivo. Laonde il Duca, mosso a compassione, e cedendo all'arte ed al valore di Orazio, fece sonare a raccolta, e volle che la seconda colonna si ritirasse, come la prima. Lasciarono centocinquanta cadaveri addietro, tra i quali l'alfiere di Mardonès, con diversi ufficiali; e quel che più dolse a tutti l'istesso colonnello don Alvaro, ferito in una coscia, passò di vita il giorno seguente. Dal principio alla fine di questo assedio, di ferro, di fuoco, di stento, vi ebbero fuori di combattimento in Ostia millecinquecento soldati[451]. Dunque alla prova in quella rôcca aveva disegnato e lavorato a dovere, secondo arte militare, Giuliano da Sangallo.

Le vestigia dell'assedio, impresse tuttavia sul terreno circostante, e più sulle muraglie medesime per tutto il fronte occidentale, io scrittore di questa storia ho vedute e rivedute più volte, prima che andassero in gran parte cancellate dai recentissimi ristauri. Ho riconosciuto i pezzi della cortina rifatti da Pio IV, ho visto il fianchetto cimato, e i crepacci della breccia alla torre angolare in ampio cerchio fin presso alla linea del primo cordone, mal celati dai risarcimenti dello stesso Pio[452]. Ho palpato i forami delle cannonate, e riconosciuto i rovinacci intorno di grandi massi e di primitiva costruzione; sono entrato nella camera fatale, che risponde alla gola del torrione di ponente. Intatta ho veduto la parte bassa dal cordone in giù; intatte le troniere e le batterie casamattate, le porte, gli stipiti e gli spiragli delle strombature basse, che tuttavia conservano i marmi, e le iscrizioni originali scolpitevi dal cardinale Giuliano vescovo d'Ostia, nel tempo di papa Sisto[453].

Ora i maggiori segni dell'assedio sono stati quasi tutti cancellati pei grandiosi ristauri eseguiti a spese dell'erario negli anni cinquantanove e sessanta del presente secolo, quantunque pensati qualche anno prima; ed anche anticipati, secondo il detto pensiero, nella lapide moderna con data anteriore sopra la faccia non battuta nè ristaurata del baluardo verso la città[454]. Al nuovo muro della breccia maggiore sulla torre occidentale hanno similmente affissa una lapidetta con miglior consiglio senza data[455]. Pei riscontri ora non resta che qualche antica incisione, la stampa dell'Orlandini[456], la memoria di chi l'ha visitata nel tempo anteriore ai restauri, come io ne ho scritto[457]; e sopra tutto la bella fotografia rilevata dal notissimo artista bergamasco Giacomo Càneva, nel 1855, prima dei ristauri, di che conservo un esemplare presso di me, e l'ho dinanzi mentre scrivo[458].

NOTE:

[450] DE ANDREA, 79: «_Un soldado español de gran cuerpo y de grandes voces dixo estas palabras: Españoles, cuerpo de Tal, pourque de otra manera la tierra no se tomarà._»

BELCAIRE, _Commentaria rerum Gallicarum_, lib. XXVII, in-fol. Lione, 1625, p. 890.

ADRIANI cit., 547.

CIPRIAN MANENTE cit., anno detto.

[451] THETI cit., 132: «_Il secondo assalto ebbe peggior fine del primo: et in tutti i doi fra morti et feriti furono alla summa di mille et cinquecento._»

[452] LAPIDI due agli estremi della cortina di ponente, sotto lo stemma di Pio IV, con queste parole:

PARTEM . HANC . MURI SUB . PAULO . IIII TORMENTIS . BELLICIS . DISJECTAM INSTAURAVIT . PIUS . IIII . PONT . MAX. AN . SAL . MDLXI.

[453] LAPIDI continuamente ripetute sopra marmi antichi, e di caratteri primitivi attorno alle troniere delle casematte basse, così:

JUL . SAON . CARD . OSTIEN. SIX . PP . IIII.

[454] LAPIDE sulla faccia orientale del baluardo a cantoni, fuor di posto, e anticipata di tempo, che ho veduto io già murata, quando i lavori di risarcimento cominciavano:

PIUS . IX . PONT . MAX. ARCEM . HANC. TEMPORUM . HOMINUMQUE . INJURIIS UNDIQUE . FATISCENTEM MURIS . RENOVATIS TECTORUM . CONTIGNATIONIBUS . REFECTIS MUNIFICENTIA . SUA . RESTITUIT ANNO . SACRI . PONTIFICATUS. IX.

[455] LAPIDA sul torrione della breccia, sotto lo stemma pontificio:

PIUS . IX . PONT . MAX.

[18 novembre 1556.]