La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 2
Part 23
V. — Mentre in tanto gran fare erano i Romani occupati, don Fernando Alvarez di Toledo, duca d'Alba, famosissimo nelle storie di questi tempi, era giunto in Napoli mandatovi dal re Filippo col titolo di suo Vicario generale, e con autorità sopra tutti gli altri ministri, capitani e soldati di Spagna in Italia. Figurate nella mente un uomo adusto, duro, lungo, allampanato, tutto d'un pezzo; lunga e stretta la fronte, e più lungo il ciuffotto rittovi in mezzo, lungo il sopracciglio e lontano dall'occhio grifagno e fiero, lungo il naso, strette le labbra, contorti i mustacchi, e un lungo pizzo di barba disteso pel lunghissimo collo infino al petto: vestitene le ossa e i muscoli induriti con maglia e piastra di ferro, e avrete il ritratto del duca d'Alba come fu scolpito dal Lioni, e come fu dipinto da Tiziano[419].
Vuolsi chiamare eccellente (sotto l'aspetto militare) il piano di guerra di cotesto Duca: prevenire, anzi che esser prevenuto; guerreggiare sull'altrui, anzi che sul proprio; attaccare all'improvviso, senza chiedere licenza; dar dentro, prima che giugnessero di maggiori rinforzi; circuir Roma, affamare la plebe, suscitare tumulti nella città, ridurre Paolo in Castello, e quivi alle strette costringerlo a capitolare. Con questo divisamento il primo giorno di settembre passò il confine, guidando dodicimila fanti e quasi dumila cavalli. Occupò di slancio Pontecorvo, Terracina, Frosinone, Anagni; e sottomise la provincia di Campagna, donde prese nome la guerra. Tutto a seconda da quella parte. Non così dalla parte del mare, dove io principalmente riguardo.
[14 settembre 1556.]
Considerata l'importanza del porto di Civitavecchia a volere isolar Roma; e non potendovi il Duca mettere assedio, tanto lontano dalla sua base d'operazione, pensò occuparla per sorpresa. A tal fine s'intese con Cosimo di Toscana: il quale, perchè sudava freddo al nome di Piero Strozzi, di Silvestro Aldobrandini, e di quegli altri che facevano quartier generale in Roma, udì volentieri la richiesta dello Spagnuolo, e mandò tremila fanti toscani a Portercole, apparentemente per guardare il confine, in realtà per dargli mano[420]. Al tempo stesso don Fernando chiamava di Lombardia e di Piemonte altri seimila tra Spagnuoli e Alemanni, ordinando loro di imbarcarsi alla Spezia, di venire a Portercole, e concorrendo insieme da mare e da terra Spagnuoli, Tedeschi e Toscani, dar sopra Civitavecchia e impadronirsene. Se non che la tardanza dei primi, la mala paga dei secondi, la perplessità degli ultimi, e più di tutto la diligenza del capitan Flaminio, fecero cadere la trama. Flaminio in pochi giorni avea già compiuti due viaggi da Marsiglia a Civitavecchia, portando gente in ajuto di Paolo; e si trovava con molti rinforzi di soldati, di marinari, e di provvisioni in punto di combattere, non solo per la difesa della piazza, ma anche per l'offesa de' nemici, se mai si fossero arditi venire da ponente. La sua diligenza tolse loro ogni speranza: e per quanto durò la guerra, tenne sicura da questa parte la capitale[421]. Non fa bisogno ripetere come in tutte le fazioni della guerra a favore degli Spagnuoli gagliardamente si adoperassero colle armi i signori Colonnesi, massime quel giovane Marcantonio, il cui nome doveva poscia divenire celeberrimo. Io non ho mai preso a scrivere per intiero la sua vita, ma solo gli egregi fatti suoi contro i Turchi alla guerra di Cipro e alla battaglia di Lepanto. Quanto ai privati dissidî di famiglia e quanto alle guerre intestine, compiango lui ed ogni altro nei tristi tempi costretti da misero e funesto fato; e lascio che ne dicano con documenti di gran rilievo i moderni guardiani dell'archivio, senza entrare io in questo campo, che del resto non tocca la marina. Bastami ora Flaminio Orsini a sfatare da questa parte le molestie dei nemici.
NOTE:
[418] NORES cit., 43. Quasi colle stesse parole.
[419] VASARI, ediz. Le Monnier, XIII, 113: «_Ha fatto Lione al duca d'Alva la testa di lui, quella di Carlo V, e quella del re Filippo._» Nota, ivi: «_Questi tre busti si vedono tuttavia nel palazzo del duca d'Alba posti sopra piedistalli colle loro iscrizioni._»
IDEM, Vita di Tiziano, p. 38.
WILLIAM H. PRESCOTT, _History of the reign of Philip the second, King of Spain_, in-8. Boston, 1856, II, 277: «_Engraving of the duke of Alva, from the original by Titian in the possession of his excellency the duke of Alva in Madrid._»
[420] ADRIANI, 539, C: «_Il duca d'Alva.... mille cinquecento Spagnoli, quattromila Alemanni, e tremila fanti toscani.... chiamava, stimando poter correre alle porte di Roma, e forse da Portercole a Civitavecchia._»
IDEM, 544, F: «_Le genti di Lombardia, Spagnoli e Tedeschi, imbarcandosi alla Spezia e ponendosi a Portercole pigliassero Corneto e Civitavecchia._»
IDEM, 546: «_Conoscevano i capi della guerra in Roma il disegno del duca d'Alba.... Tevere, Ostia, e forse combattere Civitavecchia._»
[2 ottobre 1556.]
VI. — Non successe lo stesso a Nettuno, donde i Romani ebbero a patire gran travaglio. Nettuno, patria del Segneri, è una grossa terra sulla riva del mare a quaranta miglia da Roma, abitata da bella e brava gente, tenace degli antichi costumi; e tanto nel tratto, nelle vesti, nella figura, e in ogni altra cosa singolare, che alcuni le vorrebbero attribuire l'origine araba[422]. Posta di mezzo tra la punta di Astura e il capo d'Anzio, nel fondo di un golfo arenoso, tornava di grande comodità al rifugio ed al riposo delle piccole barche da traffico e da presa, nell'andare e venire a Roma da Napoli e da Gaeta: tanto più che la città di Anzio da più secoli distrutta, e il porto Neroniano anche prima interrito, non potevano nè render servizio, nè richiamare l'attenzione di nemici o di amici. I Colonnesi possedevano Nettuno in feudo, ma non lo avevano ancora fortificato alla moderna: soltanto il duca Valentino al principio del secolo decimosesto, impadronitosi della terra, erasi pur dato gran cura di aggiungere alla antica cinta di cortine e di torri quella bellissima fortezzina, che, per essere uno dei più insigni monumenti dell'arte primitiva, sarà da me a suo tempo largamente descritta[423]. Insomma tanto amore i Colonnesi portavano a Nettuno, quanto gli Orsini a Palo. Le due grandi casate romane, di qua e di là dalla capitale, quasi ad uguale distanza, si appoggiavano sul mare; dove le due famiglie per diverse strade riducevansi a diporto, e dove i giovani dell'una e dell'altra si addestravano nei rudimenti dell'arte marinaresca. Da quelle rive scoccarono le prime scintille che dovevano accendere il genio di Marcantonio e di Fabrizio Colonna, di Virginio e di Flaminio Orsini, celebri tra i capitani del mare nel secolo decimosesto.
E perchè ho chiamati a rassegna questi signori mi è necessaria una breve fermata con loro per istabilire insieme con certezza alcuni fatti del nostro proposito, che non potrebbero trovare altrove luogo conveniente; e pur vogliono essere presentati ai lettori prima che ci avanziamo per le acque di Lepanto. Nel mezzo al secolo decimosesto cinque famiglie delle romane possedevano e navigavano bastimenti militari di loro privata proprietà: gli Orsini, i Farnesi, gli Sforza, i Colonna e i Vaccari. Dei tre primi ho largamente trattato nei libri precedenti, e mi continuerò infine alla fine di questo volume[424]. Degli altri due vuo' dire adesso come seguirono il costume dei grandi in Italia di correre il mare per conto proprio contro i pirati e contro i turchi; e di mettersi alla condotta dei principi maggiori alle occorrenze delle spedizioni generali. Per questo crebbero di potenza e di ricchezza in Genova i Doria, i Grimaldi, gl'Imperiali, i Centurioni: per questo gli Strozzi e i Martelli in Toscana, i Cicala e i Terranova in Sicilia, gli Spinelli, i Brancacci e gli Staiti in Napoli, ed altri in più parti.
Trovandosi in Roma ai sommi onori il conte Federigo Borromèo, nipote di Pio IV, e volendo il duca Cosimo di Toscana ingraziarsi con lui e cogli altri della famiglia, pensò nell'anno sessantuno donare al Conte due corpi di galere ignudi, come dire due scafi nuovi senza corredo e senza armamento. Di che sapendo il Pontefice quanto bene metterebbegli l'apparecchiarli alla difesa della spiaggia, alla sicurezza di Roma ed ai servigi della curia, con suo chirografo diretto al tesoriere generale Mr. Matteo Minali ordinò le provvisioni di compiuto fornimento pei medesimi nel porto di Civitavecchia; e di più la costruzione o la compra di altri otto, da formarne giusta squadra per ogni occorrenza[425]. L'anno appresso con lettera di motoproprio, ricordato pur lodevolmente il dono di Cosimo al conte Federigo, gliene aggiunse altri tre del suo per donazione spontanea, da valere in perpetuo a favore del medesimo e degli eredi. Pel qual titolo (essendo morto proprio nel novembre dell'anno medesimo il giovane Conte) le cinque galere passarono in proprietà del fratello, cioè del venerato cardinal Carlo; cui il Pontefice, con altre lettere specialissime, ne confermò il possesso. Qualche tempo le tenne il Cardinale sotto il governo di Niccolò Lomellino in continui viaggi a Napoli, a Genova, a Barcellona, dovunque meglio tornasse nei servigî di Roma e di Madrid: ma presto tediato dei fastidî che gli davano coteste faccende, prese il partito di venderle a Marcantonio Colonna, rientrato in grazia, rimesso nei feudi, e divenuto alleato della papale famiglia per gli sponsali di don Fabrizio suo primogenito colla contessina donn'Anna Borromèa, sorella del Cardinale[426]. Il trattato di compra e vendita tra le due famiglie, proposto e discusso nel sessantatrè, ebbe compimento il primo di gennajo dell'anno seguente per gli atti di Alessandro Pellegrini secretario e cancelliero della Camera, sì come altrove ne ho detto in compendio[427].
L'istrumento esprime tre galere, nominate la Capitana, la Padrona e la Borromèa, pel prezzo di trentasei mila scudi d'oro, e aggiugne in lingua volgare gli inventarî e le perizie[428]. Appresso l'archivio Colonna in più volumi ricorda le spese, i soldi, i viaggi delle galere medesime e del signor Marcantonio con esse[429]. Il quale al terzo dei suoi bastimenti mutò il nome, disselo la Fenice, posevi per luogotenente Giorgio Grimaldi, e raccolse una squadra di sette galere, aggiugnendo alle tre predette le altre quattro che governava in società coi Lomellini il capitano Vincenzo Vaccari di Roma. Il nome dei Vaccari, le case, l'arco, le lapidi e le parentele coi grandi della città, sono notissime[430].
Quando dalla necessità mi trovo costretto alle digressioni, sempre temo che possano parere inutili o tornare nojose a coloro, cui piace trascorrere avanti senza mai restare: per ciò me ne guardo il più che posso. Ma la speciale condizione dell'argomento mio, non mai trattato da altri, e il gran difetto di storia nel nostro paese, di che tanto pur si doleva il Tiraboschi[431], mi fanno violenza talvolta, e mi conducono ad allargarmi: perchè non avendo nè che supporre già noto, nè a chi rimettere il lettore, mi è pur mestieri far tutto da me; trovare le notizie, dimostrarne la verità, raccogliere gli accessorî, incarnare il racconto e colorirlo. Per esempio, e tutto del caso nostro, a proposito di Marcantonio Colonna, un cotale, che avrebbe pur dovuto per la sua professione insegnarne a me ed agli altri, pieno di dubbî, proponea l'ombroso quesito, chiedendomi come e dove mai avesse potuto quel romano campione tanto apprendere di marineria da vincere gl'invincibili Turchi a Lepanto. La quale paurosa domanda, avvegnachè di ordine secondario, se io lasciassi correre senza risposta, mi troverei nel subbietto principale della mia storia così menomato da non poter sostenere la più bella e gloriosa giornata della nostra marina. Perciò ora a lui ed ai suoi pari, ricordando le costumanze del secolo decimosesto, posso dire presto e bene che Marcantonio Colonna col suo gran senno infin da fanciullo in Nettuno e negli altri feudi marittimi di casa sua apprese il mestiero, e da giovane colle galere sue proprie per l'ampiezza dei mari lo esercitò.
In fatti trattandosi l'anno medesimo dal re di Spagna di ricuperare la importantissima fortezza del Pegnone in Africa, perduta da don Narciso, quando si fece ammazzare dai ciurmadori arabi sui fornelli dell'alchimia, corrispose tra i primi il signor Marcantonio con le sette galere. Esso di persona le condusse a Malaga, dove era intimata la raunanza di tutte le forze marittime: e sarebbe passato al Pegnone, se le altrui gelosie non avessero impedito il carico proporzionato alla sua grandezza[432]. Andarono nondimeno in Africa le sette galere della sua squadra col Grimaldi e col Vaccari[433]: ed ebbero il merito di ricuperare quel baluardo avanzato della cristianità, pel quale tanto salirono le lodi del vincitore, quanto era stato grande il merito dei concorrenti[434]. Grato il re Filippo, ne scrisse la sua soddisfazione al Colonna; e in premio gli concesse la tratta libera dei frumenti dal Regno, pel sostentamento della sua squadra[435]. Ma crescendogli gravose attorno le altrui gelosie, ed alcune differenze pur col Grimaldi, Marcantonio piegossi alle istanze del duca di Firenze che desiderava comprare quegli eccellenti bastimenti per l'Ordine di santo Stefano da lui istituito. Caratate adunque e rivedute dai periti le due che restavano di libera proprietà alla casa Colonna per cura e diligenza del possessore salirono di prezzo infino a venticinque mila fiorini d'oro, e il dì tredici di marzo del 1565 furono consegnate nel porto di Civitavecchia ai ministri del duca di Toscana[436]. Del giovane Federigo Colonna, del cavalier Papirio Bussi, del nobile Lorenzo Castellani, e di altrettali romani, che nei tempi successivi la patria e sè stessi onorarono di belle imprese coi loro navigli, avrò luogo opportuno a discorrere altrove. Ora fermiamci pel mese d'ottobre del cinquantasei a Nettuno.
NOTE:
[421] NORES, 124: «_Nel fervore dei moti.... fu molto opportuno l'arrivo del card. Caraffa, che giunse, in quei giorni con millecinquecento Guasconi, che vi condusse sopra le galere._»
ADRIANI, 539, B: «_Et a Civitavecchia erano un'altra volta tornate le galere con nuova gente._»
[422] ALEXANDRO DE ANDREA (napolitano), _De la guerra de Campana en el ponteficado de Paulo IV, tres libros_ in-4. Madrid, 1589, p. 67: «_Neptuno poco años antes poblado de Moros, y oy dia (si no es en la religion) se les parescen hombres y mugeres en el trage, en los adereços de las casas, y en el vivir familiar._»
TASSONI, _La secchia rapita_, X, 24:
«_Le donne di Nettun vedo sul lido_ _In gonna rossa e col turbante in testa._»
[423] JOANNES BLAEVIUS, _Theatrum civitatum et admirandorum Italiae, ad ævi veteris et præsentis faciem expressum_, gr. in-fol. figur. Amsterdam, 1662 (Bibl. Casanat. K., I, 14, in CC), 149: «_Neptunum._» Gran tavola.
PIANTE di Nettuno e del fortino, rilevate dagli ufficiali del genio, e copie presso di me.
[424] DOCUMENTI intorno alle galèe comprate e vendute dagli Orsini, dai Farnesi e dagli Sforza, qui prodotti, vol. II, pagine 122, 132, 139, 151, 350.
[425] TOMMASO COSTO, _Storie napolitane_, in-4. Venezia, 1613, II, 401: «_Fu questo conte Federigo eletto dal Papa generale delle galere di Santa Chiesa; e volendo giugnere maggior numero a quelle che aveva, diede ordine con volontà del Re che in Napoli per ora se ne facessero quattro._»
[426] ARCH. della famiglia, e notizie ulteriori per unica cortesia dell'ab. Pressutti archivista moderno.
[427] P. A. G., _Marcantonio Colonna alla battaglia di Lepanto_, 1862, p. 12.
[428] INSTRUMENTUM _quo illmus et rmus dmus Carolus, tituli Sancti Martini in Montibus, cardinalis Borromæus nuncupatus vendidit dno Marco Antonio Columnæ, baroni romano, Toleacotii duci, etc, etc, tres triremes cum omnibus armis, armamentis, sclavis, etc, etc. — Actum Romæ die primo januarii mdlxiv. — Rog. Alexander Pellegrini_, not. A.C.»
[429] ARCHIVIO COLONNA, _Armata navale_, III, 176, 269, 270, 273.
ITEM, IV, per tutto.
ITEM, Codice segnato 150, col titolo: «_Libro pertinente al negozio delle galere comprate dal signor don Marcantonio l'anno 1564 del cardinal Borromeo._»
[430] FRANCESCO M. TORRIGIO, _La chiesa di Santa Caterina in Borgo_, in-4. Roma, 1645, p. 30: «_Casa Vaccari romana del rione di Sant'Angelo, ed Arco dei Vaccari alla catena di Piscinula._»
ALOYSIUS GALLETTI, _Inscriptiones romanæ_, in-4. Roma, 1769, class. VIII, n. 60: «_Duos de domo Vaccaria Urbis Romæ, ubi extat etiam nunc arcus nomine_ dei Vaccari _prope sanctum Angelum in foro piscium._» et alibi: «_Domina Matthea Vaccaria, uxor Colutii de Capizucchis._»
[431] GIROLAMO TIRABOSCHI, _Storia della letteratura italiana_, in-4. Roma, 1784, VII, ii, 356: «_Le vicende di Roma debbonsi ricercare o nelle storie dei Papi o nelle storie generali d'Italia, poichè quanto è grande il numero degli scrittori che presero a farci la descrizione dei monumenti e delle cose più memorabili che ivi si conservano, altrettanto è scarso il numero degli storici; anzi io non so di alcuno che abbia preso a formare una storia moderna particolare di questa alma città._» Così infino a oggi stiamo di originale storia di Roma nella letteratura italiana.
[432] ARCHIVIO COLONNA, Codice 150 cit.: «_Spese e viaggi del signor Marcantonio colle sue galere nel_ 1564:
»16 _luglio a Genova_. »22 _luglio a Villafranca_. »27 _agosto, domenica, a Malaga_.»
[433] BOSIO cit., III, 482, fine: «_Si trovarono all'armata sette galere di Marcantonio Colonna, comandate da Giorgio Grimaldi, comprese le quattro che stavano a carico di Giorgio_ (Cencio: che tutti Giorgi?) _Vaccari._»
THUANUS, Histor., in-fol. Londra, 1733, lib. 36, n. 32, vol. II, p. 411: «_Erant in classe centum quinquaginta naves.... tres Marci Antonii Colomnæ duce Georgio Grimaldio, et quatuor Nicolai et Augustini Lomellinorum, quas ducebat Vincentius Vaccarius._»
ANTON FRANCESCO CIRNI, _Commentarî, nei quali si descrive la guerra ultima e l'impresa del Pignone_, in-4. Roma, 1567, p. 15 e 19: «_Eravi Pietrantonio Lonato luogotenente delle galere del card. Borromèo_ (già comprate da M. A. C.) _con le quattro dei Lomellini a carico di Vincenzo Vaccari sotto a quello stendardo.... con tre di Marcantonio Colonna, duca di Tagliacozzo et quattro di Niccolò e Agostino Lomellini governate da Vincenzo Vaccari._»
[434] MARIANA, _Historia de Espanna_, in-fol. Madrid, 1678, II, 361.
CAMPANA, _Vita di Filippo II_, all'anno 1564.
[435] ARCHIVIO COLONN., _Armata navale_, Lettera del re Filippo, III, 269.
[12 ottobre 1556.]
VII. — Quando la casa Colonna fin dai primi rumori di questa guerra si fu dichiarata in favore della Spagna, papa Paolo le tolse il ducato di Paliano, la privò di ogni altro feudo, e fece occupare Nettuno dalle sue genti. Ma non avendo i Caraffeschi messo nel castello più di una ventina di soldati, atti bensì a difenderlo dalle soppiatte insidie di qualche fusta barbaresca, ma non a sostenerlo dagli assalimenti di grosso esercito condotto scopertamente dal duca d'Alba, all'avvicinarsi degli Spagnuoli, i Nettunesi per vedersi poco sicuri con quel misero presidio, ed anche per l'affezione che nudrivano vivissima all'antico Signore, cacciarono via quei pochi soldati, e chiamarono casa Colonna. Di che lietissimo il duca d'Alba si congratulò con quei cittadini, e mandò loro in ajuto di grandissima prestezza con cencinquanta fanti il Moretto Calabrese, capitano sovente ricordato pel suo valore in questi tempi, e diverso dal Moretto Nizzardo che stava al comando di una galèa in Civitavecchia. Il Calabrese per via mise in rotta alcuni soldati di Velletri che marciavano per ricuperare Nettuno, e senza altro contrasto entrò nella terra, e vi si stabilì con tanta fermezza, che il Duca trasportovvi la base secondaria delle operazioni sue, finchè si trattenne campeggiando per quelle spiagge. Là raccolse le barche del contorno, e là fece venire da Gaeta quelle che si erano costruite a disegno per gittare i ponti sul Tevere: barche di solida ossatura aggarbate a un modo simile di poppa e di prua, lunghe di nove metri e larghe di tre[437]. Oltracciò pose in Nettuno il deposito delle provvigioni per sostentamento dell'esercito; e lasciò il Moretto colla sua compagnia a custodire la piazza, i magazzini, i ponti e il castello.
[20 ottobre 1556.]
Per queste stesse ragioni i Caraffeschi vollero provarsi alla riscossa. E senza tener conto dei proprî capitani e navigli, ne dettero il carico al baron della Garde, che era in Civitavecchia con cinque galere di Francia. Costui prosuntuoso al solito, e poco pratico della spiaggia romana, si presentò a Nettuno, fece baldorie, trasse cannonate. Ma il Moretto, i Calabresi e i terrazzani tennero duro, e risposero fieri; tanto che fin dal principio gli tolsero la speranza di pigliare la terra[438]. Provossi appresso di bruciare le barche, e fu lo stesso. I Nettunesi eransele tirale sotto al castello: e avendole rinchiuse dentro uno steccato con certa catena di botti piene di acqua, teneanle sicure dalle galèe nemiche per mancamento di fondo, e dagli schifi per abbondanza di archibugiate. Niuno dice che il Barone abbia messo artiglieria sulla prua de' palischermi suoi, niuno che abbia lanciato nel mandracchio barche di fuoco, niuno che siasi gittato all'assalto per terra o per mare: tutti al contrario ripetono la scusa del tempo cattivo, pel quale non potendosi sostenere alla spiaggia, pensò di ritirarsene, senza aver fatto nulla. Anzi dette occasione al Duca di mandarci artiglierie grosse, che prima non v'erano; e di fortificarsi maggiormente, e di assicurarsene meglio per ogni evento futuro[439].
NOTE:
[436] ARCHIVIO cit.
[437] DE ANDREA cit., 64: «_A Neptuno enviò a traer la puente de barcos para echar sobre el rio Tybre. Componese esta puente de muchos barcos, que no tienen diferencia de popa o de proa. Cada barco de largo treintaseis palmos, y de ancho doze._»
[438] BLAISE DE MONTLUC, maréchal de France, _Commentaires, où sont decrits les combats, rencontres, batailles, sièges, et autres faits de guerre signales, où il s'est trouvez, depuis l'an. 1521, jusque au 1572_, in-fol. Bordò, 1592, p. 122.
[23 ottobre 1556.]
VIII. — Dopo questi primi procedimenti il Duca, seguendo il filo dei suoi disegni, ordinò la mossa del campo verso Ostia, desideroso di chiudere con quell'acquisto la navigazione del Tevere, e di stringere sempre più da vicino la città di Roma.