La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 2
Part 22
XXXII. — L'isola delle Gerbe. — Il meridiano di Roma e i termini geografici (3 marzo). — Metodo per lo sbarco. — Artiglieria di campagna (7 marzo). — L'esercito all'addiaccio.
XXXIII. — Consulta e pareri diversi dei Gerbini. — Lo Sceicco tenta indurre i nostri alla ritirata. — Marcia in avanti, e insidie dei Gerbini. — Battaglia delle Cisterne. — Sommissione dei Gerbini (8 marzo). — Gli storici musulmani.
XXXIV. — Acciecamento d'un soldato, e pronostico di rovine. — Stranezze del Medina. — E degli altri che danno il nome ai baluardi (15 marzo). — La nuova fortezza descritta secondo la forma e i difetti. — Plinio Tomacelli escluso. — Disegno di Antonio Conti. — L'esecuzione dell'opera e i quattro ajutanti (25 aprile).
XXXV. — Luccialì a Costantinopoli. — Solimano ordina l'armata prima del consueto. — Notizie e avvisi al Medina (1 maggio 1560). — Giannandrea ricade. — Pratiche per la ritirata. — Premure e condiscendenze del Tomacelli (5 maggio 1560).
XXXVI. — Dispacci di Malta, e avvisi certi dell'armata nemica (10 maggio sera). — Consiglio di guerra e parere di Scipione escluso. — Opinione comune aspettare alcuni giorni. — L'Orsino e il Doria chiedono la partenza immediata. — Il secondo si acconcia ad attendere per un altro giorno le promesse del vicerè. — Ciarle e disordini. — Muta il vento (10 maggio notte).
XXXVII. — Comparsa dell'armata nemica (11 maggio all'alba). — Confusione dell'armata cristiana. — Fugge in terra Giannandrea. — Rompono appresso quasi tutte la galere. — Lucciali piglia trentotto navigli. — Pialì e gli altri a menar la falce (11 maggio mattina). — Aspetto del mare dopo lo scontro.
XXXVIII. — Arte di pochi per iscampare. — La nostra Capitana tra le prime. — Rottura dell'antenna. — Risoluzione dell'Orsino alla difesa degli altri. — Sua morte gloriosa. — Il Paggio lo segue (11 maggio, mezzodì). — Giannandrea e la morte dello Zio. — Medina e la morte del Figlio. — Perdita della fortezza e dell'isola. — Distruzione della nostra marineria. — Ultimo trionfo dei pirati e dei turchi.
LIBRO OTTAVO.
CAPITANO FLAMINIO ORSINI,
SIGNORE DI STABIA.
[1555-1560.]
[26 ottobre 1555.]
I. — E' parrà forse a taluno, per gli ultimi capitoli del libro precedente, che io mi sia troppo disteso nei particolari del capitano Carlo Sforza e della squadretta venturiera, messa al puntiglio tra i competitori francesi e spagnuoli. Ma checchè possa altri pensarne, si mi è avviso di non rimanermi nè anche da queste digressioni, quando si connettono coi maggiori successi, e ne disvelano le prime cause, o mi dànno campo a chiarire nel miglior modo la storia della marina e dei capitani. E quantunque non sia mio intendimento nè debito il tener dietro a tutti gli avvenimenti del tempo, nondimeno mi parrebbe mancare all'ufficio mio se non ricordassi i fatti più rilevanti delle persone di mare e delle città littorane: senza che la mia storia sarebbe meno grata, dove pel discorso dei successi medesimi deriva diletto colla varietà, e lume colle considerazioni, che non lascio di fare quando il destro me ne viene, condottovi dalla induzione dei casi particolari. Per esempio, dal precedente racconto ciascuno (riducendosi col pensiero a quei tempi) può ora facilmente vedere l'attitudine dei baroni romani al mestiero del mare, la simpatia dei nostri popoli littorani per chi lo esercitava, l'interesse che ne prendevano le altre nazioni, le strettezze dei camerali coi loro congedi, e il turbamento degli stranieri colle loro fazioni. Ondechè niuno voglia darmi biasimo se io sono sceso, e se scendo anche in questo libro, ai particolari di simile natura; e se per meglio acquistar fede produco talvolta a verbo le testimonianze dei contemporanei, o il sunto dei documenti che li riguardano.
E per tornare al proposito, le galèe furono rimenate in Civitavecchia, ma non per questo finì il rumore dentro Roma. I Colonnesi minacciati ed offesi aveano prese le armi coi loro partigiani, ed i protettori di Napoli ingrossavano ai confini. In Roma congiure, sospetti, prigionie. Ondechè il Cardinal nipote, già certo della rottura, e spinto alla guerra dai ministri francesi, non più per le vie secrete, o per le generali, come prima, ma apertamente e sotto determinate promesse; pressato di più in quei giorni quando si diceva scoperta la trama di certi Calabresi per ammazzare lui stesso e il Papa[399]; e quando insieme venivano di Madrid lettere agre e minacciose, fece entrare lo Zio nell'abortivo disegno di cacciare gli Spagnuoli da tutta l'Italia coll'ajuto volubile dei Francesi. In somma vane speranze in Roma, vanissime in Francia: e nel mese di ottobre di questo anno tre fenomeni di gran rilievo. I Caraffi in Roma sottoscrivono i capitoli contro la Spagna per uscirne colla peggio[400]; Carlo V comincia in Fiandra la rinuncia dei suoi stati per ritirarsi in un chiostro[401]; e Filippo II in Madrid inaugura i principî del suo regno colla guerra contro il Papa per beccarsi la riputazione di santimonia[402].
NOTE:
[399] PIETRO NORES, _Guerra degli Spagnoli contro Paolo IV_, pubblicata nell'ARCH. ST. IT., in-8. Firenze, 1847, XII, 34: «_Essendosi scoperto che un certo abate Nani tenesse mano d'ordine dell'Imperatore di avvelenare il cardinal Caraffa, e che Cesare Spinna calabrese fosse stato mandato a Roma per ammazzarlo_.»
NATAL CONTI, _Storie_, in-4. Venezia, 1589, p. 244.
PALLAVICINO, _Stor. del Conc._, lib. XIII, cap. 15.
[Nov. e dic. 1555.]
II. — Dunque grandi maneggi in Francia, in Spagna, in Italia. Annibale Rucellai, nipote del celebre monsignor della Casa, viaggia verso Parigi col carico di esporre al Re le offese pubbliche e le private della corte e dei ministri di Spagna contro il Papa; vengono di Francia confortatori e fiduciarî i due cardinali di Lorena e di Tornone, i Veneziani sconsigliano, il duca d'Urbino marcia, quel di Ferrara nicchia. Armamenti, sospetti, speranze, e fine dell'anno cinquantacinque. Entra di verno il seguente con più lunghe flussioni e freddure: confisca ai Colonnesi del ducato di Paliano, investitura a favore della persona e discendenza di Giovanni Caraffa, conte di Montorio e nipote del Papa, e principio degli atti fiscali in Roma contro la casa di Spagna per dichiararla decaduta dal feudo delle due Sicilie[403].
[5 febbrajo 1556.]
Tra tante stizze all'improvviso si pubblica il trattato di tregua sottoscritto in Vauxelles il cinque febbrajo tra la Spagna e la Francia[404]. Sembra la prima esser giunta a distogliere la seconda dalla lega col Papa; pare debba cadere lo strepito delle armi. Se non che il cardinal Carlo Caraffa, proprio sopra quelle due galèe restate in Civitavecchia dopo il tafferuglio di casa Sforza, piglia il passaggio, e corre in Francia a dimostrare la tregua essere già rotta per colpa degli Spagnuoli, i quali, proteggendo i ribelli di Roma, ne insultano il sovrano[405]. Ai Francesi la vendetta, ad essi la difesa dell'onore e della sicurezza di Paolo IV e della sua casa. In mezzo alle scabrose questioni, che tocco di volo, farò presto a mettere un po' di ordine e di chiarezza, volgendomi alla marina, dove mi tarda ogni momento che non incontro quel prode capitano, il cui nome sta in fronte di questo libro.
NOTE:
[400] RAYNALDUS, _Annales Eccles._, anno 1555, n. 73: «_Confectæ hoc anno fœderis leges._»
NORES cit., 35: «_I capitoli.... sottoscritti dal Papa e da monsignor d'Alanzone ai tredici di ottobre 1555, nel palazzo di s. Marco._»
[401] PRUDENCIO SANDOVAL, _Vida y echos del imperador Carlos quinto, rey catholico de España_, in-4. Pamplona, 1586, p. 205, B, 2: «_A veynte y ocho de octubre 1555 Carlos V renunciò a su hijo el rey don Felipe._» 217, A, 2: «_A veynte y seis de octubre en 1555 renunciò a los estados de Flandes Naples, Milan y Borgogna.... a diez y seis de henero 1556 renunciò a los reynos de España.... y el diez y siete mismo mes y año renunciò el imperio._»
[402] LUIS CABRERA DE CORDOVA, _La historia de Felipe segundo rey de España. Madrid_, in-fol. 1649: _Prefacion_: «_Celebren un Principe con el nombre de Perfeto, como Josias, como David, Ezequias, Assuero, Trayano, Fabio Maximo, Julio Cesar, Costantino, Salomon, y Moysè._»
[6 febbrajo 1556.]
III. — Flaminio Orsini, signore di Stabia in quel di Nepi, non so per qual destino, sfugge del tutto sconosciuto nella genealogia della sua principesca famiglia romana. Il Sansovino, il Gamurrini, l'Ughelli, l'Albasio, il Ratti, il Bicci, l'Amideno, e tanti altri stampati e manoscritti, che direttamente hanno trattato della casa Orsini, non fanno motto di lui: e il tanto diligentissimo e recente genealogista conte Pompeo Litta o lo ignora, o lo confonde con altri o Fabî o Flamini della stessa casata, ma di rami e di tempi diversi[406]. Per questo, quando me n'è venuto il destro, ho calcato a bello studio il nome di Flaminio; e specialmente nella mia storia di Lepanto, ne ho messa di rilievo l'importanza, per dare addentellato alle ricerche dei nostri archivisti e degli studiosi di storia patria, se per avventura qualche più larga contezza da loro me ne fosse potuta venire: metodo più volte tornatomi utile intorno ad altre ricerche. Rispetto a Flaminio un solo, per quanto mi sappia, si è mostrato inteso della domanda; e dopo due anni a me frate Alberto esso, non monaco nè terziario, ha risposto pubblicamente da Livorno, toccandone alcuni particolari, di che io volentieri me gli professo obbligato come meglio e a suo luogo dirò.
Ciò nonpertanto sopra fondamenti sicuri, secondo il mio costume, mi confido di mettere insieme la storia di questo prode romano, e di rivendicare dall'oblio uno dei più bei nomi del nostro paese. Cominciando dai precedenti, lo trovo del ramo di Bracciano e dell'Anguillara, nato intorno al 1512, e signore di Stabia, antico feudo e notissimo della casa Orsina presso a Civita Castellana[407]. Appresso l'incontro allievo nella scuola di Gentil Virginio suo congiunto, del quale altrove si è detto. Cognato del maresciallo Piero Strozzi, e seguace delle sue imprese; collega sul mare del celebre Lione Strozzi, e successore nel comando di quelle galèe. Lo trovo soldato di Francia, dei Farnesi e degli Estensi, condottiero nella guerra di Siena, governatore di Chiusi, generale delle fanterie romane, e finalmente castellano di Civitavecchia, e capitan generale dell'armata marittima di due Pontefici, oltre al resto che ne vedremo appresso[408]. Ecco gli uomini messi in non cale dai genealogisti ed archivisti nostri.
Sotto gli ordini del nuovo capitano si raccolsero quindici galere, altre prima, altre dopo; e vi stettero quanto durò la guerra, sempre intente a impedire il troppo libero scorrazzamento delle squadre spagnuole, ed a sostener Roma dalla parte del mare in quelle fazioni che or ora si vedranno[409]. Eccone qui sotto la lista[410].
Abbiamo dunque le due già tolte agli Sforzeschi con Niccolò Alamanni, più volte nominato, e Pandolfo Strozzi, che poi si troverà tra i romani alla battaglia di Lepanto. Quattro galèe del maresciallo Piero Strozzi, che non avevano pari sul mare per armamento, disciplina e grandi fatti nel Mediterraneo e nell'Oceano, dove erano state condotte in servizio della Francia contro gl'Inglesi dal celebre Lione fratello del maresciallo, e con esse il capitan Melchiorre di Belmonte, e il capitan Giovanni Moretti da Villafranca, del quale avrò a dire specialmente in alcun capitolo seguente. Scipione Fieschi, fiero nemico del Doria e della Spagna, militava al soldo di Roma sotto l'Orsino con due galere[411]. Due altre seguivano Baccio Martelli, fuoruscito fiorentino. Finalmente cinque eran venute di Francia col barone della Garde, e i capitani Sciarluz, Daramon, Cabazolles, De Carses, e Fouroux; i cui nomi e navigli così per punto sono segnati nelle note del cardinal Caraffa scritte di Roma addì sei del mese di febbrajo al duca di Mommoransì e al cardinale di Lorena; meno il Fouroux, del quale però avremo appresso certissime prove.
A similitudine dei primi capitani della guardia nel cinquecento, Flaminio riteneva colle galere anche il carico di castellano, o com'oggi direbbesi, di comandante della piazza in Civitavecchia: punto molto geloso per la vicinanza del duca Cosimo, e per la strategia del duca d'Alba. Aveva per difesa dalla parte del mare i due torrioni rotondi di opera reticolata, che ancora esistono alla punta dei due moli, uno a destra, uno a sinistra del porto, come furono edificati dallo imperator Trajano; e si chiamano i fortini del Bicchiere e del Lazzeretto: i quali signoreggiano le bocche tanto da non potervisi accostare legno niuno, senza esporsi a essere dal primo o dal secondo, o da tutti due insieme, fatto in pezzi, per le batterie alte e basse messevi a giuoco. Sulla base del porto aveva a destra la rôcca vecchia, ridotta a palazzo sovrano, ma non tanto che, per la sua posizione a cavaliere, e per la piazza interna aperta verso il mare, non potesse allogare una buona batteria, e chiudere il passo della darsena: e aveva sulla sinistra la rôcca nuova di Bramante e di Michelangelo, ammirato modello di architettura militare, secondo lo stile dei grandi maestri che mai non disgiungevano la leggiadria dell'arte dalla fortezza dell'opera[412]. Verso terra in giro dall'una all'altra rôcca aveva una cinta bastionata con sette baluardi reali, disegnati per Leon X dal giovane Antonio da Sangallo, e da lui stesso cominciati a imbastire di terra con qualche principio di muratura, continuata poscia da Giulio III, e ridotta a compimento dal quarto e dal quinto Pio[413]. Attorno a cotesto perimetro erasi adoperato Flaminio con felice successo, mettendo all'opera le ciurme, sui terrapieni e intorno ai carri delle artiglierie per ogni sbocco, e sui fianchi, e sul fronte: così che mandatovi da Roma Piero Strozzi a rivedere il progresso dei lavori ebbe a restarne pienamente soddisfatto[414]. Prospero Boccapaduli, commissario delle armi, comparve nel fornimento della piazza, delle fortezze e delle galere, quale tutti lo riputavano, diligentissimo[415].
NOTE:
[403] CESARE CAMPANA, _la Vita del catholico ed invittissimo don Filippo II d'Austria, re di Spagna, con le guerre de' suoi tempi_, divisa in sette deche, in-4. Vicenza, 1605.
FRANCESCO MUSCETTOLA, Mss. _La guerra di Campagna tra gli Spagnoli e Paolo IV_. (Ne parla il RUSCELLI nella lettera a Filippo II: ma non fu mai stampato e il manoscritto resta ignoto.)
CARD. SANTORO, _Mss. della stessa guerra_. (Ne parlano il VOLPICELLA e il D'AYALA, come di scrittura non mai pubblicata.)
[404] DU MONT, _Corps diplomatique_, à la date du 5 février 1556.
[405] NORES cit., 67: «_Il cardinale Caraffa partì per Francia intorno al fine di maggio, imbarcandosi in Civitavecchia sulle galere del Re, che lo aspettavano._»
[406] LITTA, _Famiglie Celebri: gli Orsini di Roma_, tav. XXVII, in fin.: «_Fabio nel 1559 impiegato da Paolo IV sulle galere pontificie, morto nel 1600._» Non è il nostro. Tav. XXIV, lin. 3: «_Flaminio Orsini figlio di Roberto, conte di Pacentro._» Molto meno. Tav. XXVIII, lin. 4: «_Flaminio Orsini._» Di gran lunga posteriore.
[407] ATTILIO ZUCCAGNI-ORLANDINI, _Corografia di tutta l'Italia_, in-8. con tavole figur. Firenze, 1843 e segg., tom. X, suppl. 111: «_Stabbia, nel governo di Civitacastellana, delegazione di Viterbo._»
_Atlante_, tav. 15: Da Borea ad Ostro, sulla stessa linea, «_Civitacastellana, Santelia, Stabbia e Calcata._»
[408] ADRIANI, _Storie de' suoi tempi_ cit., 295, C: «_Il re di Francia per Flaminio da Stabia Orsino aveva mandato a Ottavio duca di Parma sicurtà e difesa._»
IDEM, 365, A: «_Il card. di Ferrara mandò in Francia Flaminio da Stabia Orsino a far sicuro il Re, e confortarlo a mantener la guerra._»
IDEM, 405, D: «_Nella guerra di Siena si adoperarono questi signori Aurelio Fregosi.... Flaminio da Stabia Orsino._»
IDEM, 425, C: «_Flaminio da Stabia Orsino haveva il Governo di Chiusi._»
IDEM, 527, A: «_Flaminio da Stabbia Orsino cognato dello Strozzi._»
SOZZINI, _Guerra di Siena_, nell'ARCH. ST. IT., 1812, II, 94, 126, 592: Sempre: «_Flaminio della Stabbia._»
ANTONIO DI MONTALVO, _Relazione della guerra di Siena, tradotta dallo spagnolo da don Garzia suo figlio, e pubblicata dal_ RICCOMANNI GROTTANELLI, etc. in-8. _con documenti e prefazioni_ del BANCHI, in-8. Torino, 1863, p. 24: «_Inviò il capitano Flaminio dell'Anguillara, soldato vecchio, coll'ordine e modo che doveva tenere Santaccio._»
Così il Bosio, il Cirni, il Nores, il Campana, il Roseo, il Tuano, e più altri che citerò appresso.
[409] NORES cit., 70: «_Si diede la cura di Civitavecchia e delle galere a Flaminio Orsino da Stabbia, stretto parente di Pietro Strozzi._» Invece di Civitavecchia si legge Città di Castello per errore di copisti, chè non potevano trovarsi galèe sui monti Tifernati.
BOSIO cit., 376, E: «_Paolo IV guerreggiando col duca d'Alba, aveva dodici galere.... quattro delle quali erano di Pietro Strozzi._»
IDEM, 411, C: «_Galere della Chiesa a carico del signor Flaminio Orsini._»
ADRIANI, 534, E: «_A Flaminio da Stabbia Orsino il governo di Civitavecchia, et delle galere che avevano._»
[410] DOCUMENTI raccolti da Scipione Volpicella e pubblicati nell'_Appendice_ alla Storia del Nores, ARCH. STOR. IT. cit., XII, 385: «_Le quali galere si fermino qui nel porto di Civitavecchia.... quelle del maresciallo Strozzi col capitan Moretto, e le altre notate qui appresso.... Monsignor di Sciarluz con due galere, Baccio Martelli con due galere, capitan Cabazolles con una galera, le due di monsignor Daramon, il conte da Fiesco con due galere._» Del FOUROUX si vedrà avanti.
M. GIO. DELLA CASA, _Lettere a nome del card. Caraffa_, tra le Opere del medesimo, in-4. Napoli, 1733, V, 98: «_Al cardinal di Lorena: di Roma, 6 febbraio 1556. — Sarebbe bene che S. M. Cristianissima mandasse almeno dodici galere delle sue a Civitavecchia, la qual cosa ci pare molto necessaria; e supplico Vostra Signoria Illma. e Rma. che vengano le galere del maresciallo Strozzi, e del capitano Moretto, e le altre che sono scritte nella lista._» Segue la lista come sopra, che può ridursi così:
Galere del capitano Alamanni 2 » del maresciallo Strozzi 4 » dello Sciarluz 2 » di Baccio Martelli 2 » del capitano Cabazolles 1 » del Daramon 2 » del conte da Fiesco 2 —— 15
[411] DOCUMENTI _nuovi e illustrazioni sulla Congiura dei Fieschi_, pubblicati da L. T. BELGRANO, nel volume VIII, fascicolo II, _Atti della Società Ligure di storia patria_: «_La causa di Scipione Fieschi pei feudi paterni._» Molte notizie di esso Scipione per questi tempi.
[412] DOCUM., cit. qui sopra, I, 130, e più 64, 132.
[413] VASARI e DOCUM., cit. qui sopra, I, 136.
[414] ADRIANI cit., 548 A: «_Havendo nel lungo spazio Flaminio Orsino molto bene guernita Civitavecchia._»
IDEM, 546, F: «_Piero Strozzi andò a visitare Civitavecchia, e le fortificazioni che a sicurtà vi aveva fatte Flaminio Orsino._»
AVVISI di Roma. Cod. Urbinate alla Vaticana, 1039, fol. 160: «_Di Roma ha mandato N. 5 guastadori a Civitavecchia, a riparare le fortificazioni che già fece Paolo IV._»
[Marzo-agosto 1556.]
IV. — Maggiori apparecchi faceansi in Roma, dove si erano raccolti tutti gli esuli di Napoli e tutti i fuorusciti di Toscana. Primo di autorità nei consigli Silvestro Aldobrandini, padre di quell'Ippolito che poi fu papa Clemente VIII: primo di comando nelle esecuzioni Piero Strozzi, figlio di quel Filippo, cui toccò l'eccesso di lasciarsi morire anzi che essere straziato dal carnefice di Cosimo. Con questi consentivano tutti i nemici dell'Austria, dei Medici e dei Colonnesi; come dire gli Orsini, Torquato Conti, Ascanio della Cornia prima che mutasse bandiera, Adriano Baglioni, Matteo Stendardo, Baldassarre Rangoni, il conte Brunoro Campeschi da Forlimpopoli, Giulio Vitelli, Giovanni Guasgoni, Tommaso da Camerino, Lorenzo da Perugia, Giulio Cesare Brancaccio da Napoli, il duca di Somma, Alessandro Colonna, il capitan Mario Particappa, Prospero Boccapaduli, il Rucellai, il celebre della Casa, e tanti altri[416].
Fin dal principio il cardinal Caraffa aveva comandato che si descrivessero nei ruoli tutti i Romani atti alle armi, e si ordinassero in compagnie e legioni, assegnata a ciascuno la posta di convegno. Si trovarono alla mostra, sotto gli occhi di Paolo IV, ottomila uomini ben armati: e prima quei del rione di Ponte, più numerosi di ogni altro, in una legione alla guardia del Campidoglio, ed alla riscossa dovunque sarebbe maggiore il bisogno. Degli altri rioni a quattro a quattro si formarono tre legioni: la prima in battaglia sulla piazza di Termini, la seconda sulla piazza del Laterano, la terza al Circo Massimo: tre punti spaziosi e strategici per soccorrere prestamente tutto il perimetro delle mura cistiberine, quando si tentasse invasione da quelle parti, o balenassero i difensori della prima linea. Alle porte e alle muraglie i soldati e i capitani distribuiti così: dal Popolo alle alture del Pincio, monsù di Lanzac con mille Guasgoni; dalla porta Salaria alla Nomentana (non ancora Pia), il duca di Paliano con mille Tedeschi; dalla Tiburtina alla Maggiore ed oltre, Paologiordano Orsini con sei compagnie di Italiani, in tutto millecinquecento uomini; dalla Latina all'Appia il cardinal Carlo Caraffa con mille parimente Italiani; e finalmente all'Ostiense il Montluc con cinquecento Francesi. In tutto per le mura cinquemila soldati, ed ottomila per la città.
Di più distaccati per diverse guarnigioni, altri dumila in Paliano, millecinquecento in Velletri, quattrocento in Tivoli, e un altro migliajo in piccole bande pei luoghi prossimi al confine[417]. Arrogi un corpo di settecento cavalleggeri, divisi in quattro compagnie a carico dei capitani che aveanle formate, così per ordine di nomi, Giulio Vitelli, Baldassarre Rangoni, il conte Brunoro e Matteo Stendardo.
In questa occasione comparve per la prima volta in Roma quella milizia speciale che ha poscia continuato fino ai nostri tempi col nome di Guardia nobile: conciossiachè agli otto di dicembre del cinquantacinque, nella cappella, Paolo IV creò cavalieri cento gentiluomini romani, e a loro commise la guardia della persona sua. Assegnò loro le stanze in palazzo; e stabilì che, ripartiti in dieci decurie sotto altrettanti ufficiali, non si allontanassero mai dall'anticamera, secondo il turno della guardia; e tutti insieme a cavallo dovessero accompagnarlo quando gli convenisse uscire solennemente in pubblico[418].
Le compagnie assoldate e le milizie cittadine che rondavano notte e giorno per le mura vedeansi queste innanzi presso a poco come adesso le vediam noi: cioè alla sinistra del Tevere la cinta Aureliana, più i due famosi baluardi del Sangallo sulla via Appia e sull'Aventino; ed alla destra la cinta bastionata di Borgo imbastita dal Castriotto, e i baluardi di santo Spirito murati dal Sangallo. Al castello Santangelo finalmente la necessità di questi giorni aggiunse il terzo recinto in forma di pentagono bastionato, secondo certi disegni anteriori di mezzo secolo, messi su alla meglio in quindici giorni da Camillo Orsini. Esso col figlio, alla testa degli ingegneri, dirigeva il compimento dei lavori di terra, e dava mano alle tagliate in città, e alla difesa dei ponti sul Tevere per assicurare il possesso di Borgo, dove grossa mano di soldati e di trasteverini stavano di presidio.
NOTE:
[415] MARCUBALDO BICCI, _Notizie della famiglia Boccapaduli_, in-4. Roma, 1762, p. 112: «_Prospero Boccapaduli, commissario di Castel Santangelo, doveva fornire le galere e fortezze di Civitavecchia._»
[416] NORES cit., 43, e 137.
ADRIANI cit., 545, B.
MARCUBALDO BICCI cit., p. 107, not. in fin.: «_Mario Particappa._» Famiglia ricordata altresì nel _M. A. C._
ARISTIDE SALA, _Le lettere di san Carlo Borromeo_, in-8. Milano, III, 1861, e ARCH. ST. IT., 1863, p. 108: «_Guasgoni._»
[417] NORES cit., 137.
[1 settembre 1556.]