La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 2

Part 21

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Possiamo pensare tra questi il capitan Francesco Andreotti, già seguace di Carlo Sforza in Africa[385], il prode giovane Filippo Filippetti, venturiero alla stessa impresa, e poscia capitano a Lepanto e alle altre fazioni di quella lega[386]; l'alfier Trajano Biancardi, che poi vedremo colonnello[387]; e così il capitan Vincenzo Stella, gli Anselmi, i Rossi, i Rocchi, gli Egidî, i Bonifaci, i Fiori, i Tomaini, i Martinelli ed altrettali, i cui nomi si leggono per quel secolo nei primi onori e documenti della loro patria[388]. Rinfrancato da tanti amici, Alessandro prese animo maggiore, licenziò alcuni fedeli dell'Alamanni, e chiamati a sè gli ufficiali e i marinari, parte ne ritenne, e parte ne prosciolse, dando a ciascuno i suoi stipendî. Nell'altra galèa, governata dal capitan Francesco de Nobili, uomo parziale di casa Sforza, non occorse altra novità, limitandosi Alessandro a fargli intendere che vedesse modo di prevenire ogni inconveniente. Finalmente per queste prontissime disposizioni trovandosi da ogni parte assicurato, cavò dal govone dove era racchiuso l'Alamanni, e con bel garbo gli diè licenza di andarsene a suo talento. Così Alessandro si fece padrone dei due bastimenti col disegno di condurli tra le braccia degli Spagnuoli di Napoli, avendoli oramai cavati dalle branche dei Francesi di Marsiglia.

NOTE:

[380] CARD. SFORZA PALLAVICINO, _Storia del Concilio di Trento_, ediz. Romana, in-fol. 1666, II, 52, 128.... «_Possiamo affermare che il Caraffa generalmente riuscì tal pontefice quale fu conosciuto cardinale; cioè di sommo zelo, ma non di perfetta prudenza. Solo ingannò col lasciarsi affascinare dal troppo amore de' suoi; e incontrogli tali che fomentarono i suoi difetti, snervarono le sue virtù, e rendettero infausto e inglorioso il suo pontificato.... Ebbe eminenza nelle lettere, e dalla natura eloquenza mirabile; ma con soverchio appetito di vederla ammirata: appetito che non satollo col pasto gli cagionò grande adulazione in presenza, ma non minore irrisione in assenza. Largo estimatore di sè stesso, e stretto degli altri. Segnatamente abborriva la nazione Spagnuola e la casa di Austria, nè si teneva in pubblico di parlarne con titoli sconci et indegni; parendogli che la libertà fosse stata da loro tolta ai popoli in Italia colle armi, alla Chiesa in Spagna colle ordinazioni, e data all'eresia in Germania con le diete._»

PIETRO NORES, _Guerra degli Spagnuoli contro papa Paolo IV_, pubbl. dall'ARC. STOR. IT., in-8. Firenze, 1847, XII, p. 9. — Il Nores, allora inedito, lodato e citato dal Pallavicino come _caro e virtuoso amico_, e non meno apprezzato dal Tiraboschi, dal Fontanini, e da tutti i migliori, scrisse in Roma, servì nella segreteria di Stato a Clemente VIII, e poscia ai cardinali suoi nipoti.

BERNARDO NAVAGERO, _Relazione della corte di Roma al tempo di Paolo IV_. — Citata e lodata dal Pallavicino, come sopra, p. 52; e pubblicata dall'Aubery, _Preminences de nos Roys_. Parigi 1749; e da altri appresso.

RAYNALDUS, _Ann. Eccl._, 1555.

[381] RATTI cit., I, 240, nota 19.

[382] RELAZIONE _della ritenzione delle galere di Carlo Sforza, priore di Lombardia, fatta da monsignore Alessandro Sforza chierico di Camera; e della prigionia e liberazione del cardinale di Santa Fiora l'anno 1555._ (Mss. Capponi, cod. 287, p. 413) pubblicata nell'ARCH. ST. IT., in-8. Firenze 1847, vol. XII, p. 372.

[383] PUGNALE, arma corta da ferire di punta, e facile a essere impugnata. Si usava nei bassi tempi, cinto accanto alla spada; ed usasi tuttavia nei combattimenti da presso, nelle mine, nelle casematte, e più nei ponti coperti dei bastimenti militari, dove torna inutile il maneggio delle armi lunghe. Non v'ha ufficiale di marina senza il pugnale nel suo camerino. Anzi questo, in vece dello spadone, portavano al fianco nelle maggiori comparse, infine al terzo decennale del nostro secolo.

[384] RELAZIONE dal Mss. cit., nella nota 192, p. 374: «_Alessandro salito in poppa trovò da cinquanta in sessanta uomini di Civitavecchia, i quali, come affezionati di casa Sforza, erano iti a visitarlo._»

[385] THEULI, _Appar. Prov. Rom._ in-4. Velletri, 1648, p. 84. (V. a p. 180, nota 54; e la seguente qui nota 198.)

[386] DOCUMENTI cit., nel M. A. COLONNA, 303, 158, 314, 386. (V. a p. 180, nota 55; e la seguente qui 198.)

[387] ARCHIVIO MUNICIP., v. a p. 180, nota 56. (E la seguente qui 198.)

[10 agosto 1555.]

XXIX. — Restava però la difficoltà di tirarli fuori del porto di Civitavecchia, luogo neutrale alle due fazioni, dove pur si faceva diligentissima guardia dopo il successo di Giannettino nel quarantaquattro[389]. Il castellano Pietro di Capua, senza il cui permesso non si poteva uscire, conoscendo le inclinazioni del Papa, e udite le querele del capitan Niccolò, non volendo offendere nè la Spagna, ne la Francia, andò a pregare monsignore Alessandro che non si partisse, infino a che non si fosse dato conto a Roma delle cose successe. Alessandro, non potendo di meno, consentì: ma al tempo stesso, per la importanza del caso, spacciò subito una fregata con avviso al cardinal Guidascanio di ciò che si era fatto, perchè prontamente mandasse la licenza di uscita libera. La fregata con buon vento di Ponente nella stessa notte imboccò la Fiumara, e la mattina seguente avacciando a remi e all'alzaja fu in Roma: dove il Cardinale, udita e pesata ogni cosa, facilmente ottenne da don Giovanni Caraffa, conte di Montorio, nipote del Papa, e novello capitan generale di tutte le milizie nello Stato, una lettera coll'ordine al castellano di Civitavecchia di non impacciarsi in questo negozio, e di lasciar liberamente partire Alessandro colle galèe quando e come a lui piacesse. Perciò, avvisato Alessandro che poteva andar liberamente pe' fatti suoi, questi senza mettere tempo di mezzo, uscì subito colle galèe dal porto, e andò a sorgere sei miglia lontano a ridosso di capo Linaro per aspettarvi il fratello.

[11 agosto 1555.]

Se non che due giorni dopo lentamente, viaggiando a piedi, arrivò in Roma l'uomo del Castellano; e appresso comparve pure il capitano Niccolò, menando scalpore, e facendo altissime querimonie specialmente presso i partigiani, tanto che l'Ambasciatore francese corse dirittamente a palazzo, e rappresentò al Papa il fatto come frodolento ed oltraggioso al re Arrigo, in un porto libero, e con discapito dell'autorità pontificia. Paolo prese fuoco: e subito senza cercar quali ordini su quell'affare avesse dati il Conte suo nipote, fece rispondere al Castellano che si guardasse bene attorno, e non lasciasse fuggire i temerarî.

Costui ricevuta da Roma la seconda risposta contraria alla prima, e ridotto a non potersi più ajutare colla forza, scese alle preghiere. Andò amichevolmente ad Alessandro, narrandogli il suo impaccio, e scongiurandolo insieme per l'amor di Dio e dei Santi a ritornare. Ma l'altro, più che mai risoluto, stette fermo sul niego: congedò Pietro, chiamò gli amici, e dicendo di essere ormai troppo innanzi per tornare indietro, fece volgere le prore verso Napoli: dove a gran festa fu ricevuto dal vicerè don Bernardino di Mendozza, e dal principe Doria capitano generale del mare[390].

Il Papa all'incontro per la sinistra relazione avuta di questo successo, e per le feste fatte in Napoli a suo disdoro, sdegnossi anche di più: e correndo ai risentimenti, fece citare sotto gravissime pene monsignor Alessandro, e intimar al cardinal Guidascanio che dentro tre giorni facesse tornare le galèe, non ammettendo nè scusa nè ragione che egli potesse allegare in sua discolpa.

[24 agosto 1555.]

Questo accidente riscaldò in Roma le passioni ed i partiti. Spagnuoli e Francesi guardavansi in cagnesco, nulla più desideravano quanto venir presto alle mani[391]. I partigiani del Cristianissimo correvano a palazzo, e mantacavano sul fuoco; quelli del Cattolico si riunivano di notte presso l'istesso Camerlengo, e facean catasta. Discorsi e progetti sediziosi bollivano. Intanto, spirato il termine del monitorio, Paolo faceva condurre in Castello il Lottino segretario del Camerlengo[392], poi l'istesso celebre Cardinale, appresso Camillo Colonna[393]. E minacciava di non si fermare; quando il marchese di Sarrìa ambasciatore di Spagna, vedendo il Papa risolutissimo, la fazione francese potente, il palazzo e la città ben guardati, si rivolse a mitigare lo sdegno di Paolo, offerendosi mediatore per rendergli le galèe; sicuro che ad un suo cenno sarebbero state da Napoli rimandate a Civitavecchia. Sperava in questo modo estinguere l'incendio.

Le private corrispondenze dei contemporanei, che in gran copia ancora ci restano edite ed inedite, sono piene dei rumori crescenti intorno al successo ora narrato; e tutte prevedono gli eccessi della guerra. A me basterà un brano scritto dalla penna del Caro da parte del cardinal Farnese al cavalier Tiburzio, agente farnesiano nella corte di Francia; lettera citata pur dal Pallavicino colla data del 24 agosto 1555 di Roma[394]: «Delli tredici di questo scrissi una lettera al Re (_Arrigo II_) dell'accidente seguìto delle sue due galere, che il signor Alessandro Sforza ha levate del porto di Civitavecchia, e condotte agli Imperiali; e del risentimento che Nostro Signore n'ha fatto, e della mala satisfazione, che per questo era cominciata tra Sua Santità e gl'Imperiali. Io non ne scrissi a Voi non avendo tempo, per la fretta che l'Imbasciatore fece di spedire il corriero: ma penso che arete inteso tutto come è passato. Questa sarà per dirvi come le cose sono andate di poi pigliando augmento, ed inasprendo sempre: perchè questi Imperiali, avvezzi con papa Giulio, tengono lor modi soliti; e Sua Santità è molto generosa e di saldissimo proposito, massimamente dove si tratta dell'onore e della dignità sua. Fin ad ora gli hanno dato parole ed intenzione di far ritornare le galere, ed offertele anche sicurtà; ma con effetto non hanno fatto cosa che Sua Santità voglia. E mi pare di vedere che le cose mirino più a rottura, che altrimente: non ci essendo più l'onore di Sua Beatitudine a cedere; tanto si è messo innanzi e con le parole e con le provvisioni: avendo fatto venire i cavalli del Duca d'Urbino, e fatte alcune compagnie per Roma persino a due mille fanti, con altri provvedimenti che tendono tutti a questo fine, o di avere l'obbedienza di questi signori Santafiora, o di farne dimostrazione. Pare però a molti che il partito sia molto pericoloso per il Papa, essendo circondato dalle forze dell'Imperatore, e non avendo noi più forze in Toscana che tante. Per questo non si manca di contentare il Papa nel medesimo proposito; ed i Ministri di Sua Maestà potranno far fede dell'opera mia, senza che io entri in altro. Ma io veggo che la cosa corre da sè stessa al palio.»

NOTE:

[388] ARCHIVIO CONVENTUALE dei Domenicani in Civitavecchia, Codici intitolati _Ricordanze_, vol. tre, segnati A, B, C, un volume intitolato _Memorie_, e un altro intitolato _Campione_, tutti in foglio ove sono registrati contratti, testamenti, legati, piante, atti giudiziarî, e simili, cominciando dal 1422; e quivi le notizie incidenti delle persone di detti tempi.

ARCHIVIO MUNICIPALE di Civitavecchia, codici intitolati _Registro delle patenti_, e similmente _Atti delle Estrazioni dei magistrati dal bossolo_, ove sono ricordate le famiglie dei Visconti e dei Camerlenghi secondo l'ordine, pel secolo decimosesto; ed alcuni estratti, per favore di amici, presso di me.

[389] LETTERE, pubb. nell'_Arch. St. It._ (v. qui sopra, p. 129.)

[390] SANDOVAL cit., II, 202, A, 2.

MAMBRINO ROSEO cit., III, 512.

NATAL CONTI cit., 241.

CESARE CAMPANA cit., II, 133.

[391] RAYNALDUS, _Ann._, 1555, n. 72: «_Accensæ sunt hoc anno faces infelicis belli quod inter Paulum IV, pont. et Philippum II regem exarsit ex audaci et iniquo facinore Marii et Alexandri Sfortiarum, qui duas triremes gallicas in portu Centumcellarum adducere Neapolim pertentarunt._»

ALEXANDRO DE ANDREA, DE LA GUERRA DE CAMPAGNA DE ROMA. in-4. Madrid, 1589, p, 105: «_La huyda de las dos galeras del prior de Lombardia, puesque de aqui tomò occasion el Papa.... à la guerra._»

PIETRO NORES cit., 12.

[392] GIROLAMO MAGGI, _Della fortificazione delle città_, in-fol. figur. Venezia, 1564, p. 16: «_Messer Gianfrancesco Lottino volterrano, uomo di molto giuditio, nel discorso che egli contra il Secretario fiorentino fa in certe sue lettere che mi riferì il virtuosissimo messer Dionigi Atanagi che le lesse, nelle quali mi affermava che si contenevano gagliardissime ragioni._»

[393] RAYNALDUS, _Annales Eccles._, 1555.

BIAGIO ALDIMARI, _Historia genealogica della famiglia Carraffa_, in-fol. Napoli, 1691, II, 113, 116.

[394] ANNIBAL CARO, _Lettere scritte a nome del cardinal Farnese_, in-8. Milano, tip. de' Classici, 1807, III, 50. — Lettera al cav. Tiburzio agente del cardinale alla corte di Francia, data di Roma, 24 agosto 1555.

[15 Settembre 1555.]

XXX. — Per questo non era lontano il vicerè di Napoli dal consentire coll'ambasciator di Roma alla restituzione delle galere: temperamento divenuto ormai necessario pel proposito irremovibile del Papa, e per togliere ai nipoti il pretesto di giustificare col rifiuto la guerra che macchinavano. E quantunque agli Sforzeschi non piacesse il perdere quelle galere, e mal volentieri soffrissero di restarsi sgarati; pure considerando il disordine della famiglia nel tempo presente, e il maggior pericolo che le sovrastava pel futuro, dibattuto il pro e il contra di questa bisogna in Napoli tra il vicerè Mendozza, il principe Doria, il conte di Castro, e quel di Santafiora, conclusero la restituzione e il modo del ritorno. Alessandro rimenò le galere innanzi al porto di Civitavecchia: ed essendone esso solo quivi presso smontato, si rivolse con una fregata verso la Toscana, lasciando ordine al capitano Antonio Fani ed a Francesco de Nobili, che ambedue far dovessero quanto sarebbe loro commesso da parte del Papa[395]. Poco dopo il capitan Alamanni rimettevasi al governo di quelle galere in servigio del re di Francia, che non le rese mai più agli antichi padroni, risoluto di tenere per sè quegli eccellenti bastimenti di guerra, anco a costo di pagarne ad alto prezzo la valuta[396]. Del Fani non mi torna più notizia veruna: del Nobili una sola lettera, scritta dal cardinal Farnese dopo questi successi, parla molto onorevolmente; e ce lo mostra disposto a ritirarsi col titolo di Protonotario in Lucca sua patria[397].

Così ebbe fine il capitanato di Carlo Sforza: il quale in grandi intricamenti per tanto tempo vissuto, senza mai potere nè sè, nè le sue cose avere in assetto, nè in Malta, nè in Africa, nè in Roma, nè in mezzo agli Spagnuoli, nè appresso ai Francesi, finalmente deliberò di non più intromettersi nelle altrui brighe; e quietamente si ridusse a vivere in Parma nella priorale sua casa di Lombardia. Là menò il resto di sua vita tranquilla, servendo al religioso suo Ordine infino alla morte, che fu dopo l'anno settantuno[398]. Gravissimo danno la ritirata degli uomini di senno e di valore dal maneggio dei pubblici affari. Ma vi sono certi tempi che rendono non solo onesta, anzi necessaria la solitudine. Quando nella civil società pel mal governo delle fazioni si ottenebra il criterio illativo e pratico intorno ai dritti e intorno ai fatti; quando gli inganni ed i soprusi aduggiano ogni semenza di virtù, e troncano ogni slancio di generoso operare pel comun servigio; insomma quando l'interesse e lo spirito di parte mena tutto agli eccessi, allora agli onesti, consapevoli del proprio dovere e della propria dignità, non resta altra scelta che tenersi in disparte, come fece il capitano Carlo Sforza.

NOTE:

[395] M. GIO. DELLA CASA, _Lettere scritte a nome del card. Caraffa_, tra le opere del medesimo, in-4. Napoli, 1733. V, 63: «_Al Contestabile di Francia.... Essendo tornate le galere, è parso a N. S. di concedere al sacro Collegio la liberazione di sua Signoria Illma il cardinal camerlengo Guidascanio Sforza. Di Roma 20 settembre, 1555._»

NORES, ediz. cit., 26: «_Partì il Rucellai il quartodecimo giorno di settembre.... Appena partito lui, seguì la restituzione delle galere, che furono da quelli medesimi che le sforzarono, come desiderava il Papa, ricondotte a Civitavecchia, e consegnate all'Alamanni. Il che eseguito il cardinale Camerlengo, ai prieghi del Sacro Collegio, fu rilasciato il giorno diciannovesimo di settembre, e vigesimo appunto dopo la sua carcerazione._»

RELAZIONE _delle galere di Carlo Sforza_. Mss. Capponi cit., ARCH. ST. IT., XII, 374: «_Alessandro rimenò le galere a Civitavecchia, essendo lui però prima smontato e incamminatosi alla volta di Santa Fiora; con aver lasciato su una galera il capitano Antonio Fani bolognese, e sull'altra il capitano Francesco_ (de Nobili) _da Lucca, con ordine che facessero di tuttedue quanto fosse loro stato commesso da parte del Papa._»

[396] ARCHIVIO SFORZA, _Conferma della donazione fatta dal Cardinale Guidascanio al fratello nell'anno 1564, per procura di monsignor Alessandro Sforza_. Citata dal Ratti, I, 282, nota 12: «_Idem rev. dnus Procurator ulterius exequendo dictum suum procurationis mandatum, sciens triremes in dicta donatione expressas, et ipsi illmo dno Priori reservatas, fuisse venditas et alienatas, et prætium earumdem solutum et respective solvi promissum, ec._»

[397] ANNIBAL CARO, _Lettere scritte a nome del Cardinal Farnese_, in-8. Milano, 1807, III, 56: «_Al vescovo di Lucca data di Roma alli 29 agosto 1555._»

[398] RATTI cit., 281. — LITTA, _Famiglie_ cit., tav. 2.

DAL POZZO, _Ruolo_ cit., p. 28.

LIBRO OTTAVO.

Capitano Flaminio Orsini, signore di Stabia. [1555-1560.]

SOMMARIO DEI CAPITOLI.

I. — Convenienza del considerare i particolari dei nostri capitani. — Pel successo delle galèe levansi in arme i Colonnesi. — Trattati della Francia contro la Spagna. — Paolo IV, Carlo V, e Filippo II nell'ottobre 1555.

II. — Armamenti in Roma. — Altre pratiche (novembre e dicembre 1555). — I Caraffi a Paliano. — Tregua di Vauxelles (5 febbrajo 1556). — Il cardinal Caraffa in Francia. — Atti fiscali in Roma contro la Spagna.

III. — Notizie di Flaminio Orsini, sconosciuto ai genealogisti. — Capitano e castellano in Civitavecchia. — Quindici galèe, e capitani diversi. — Apparecchio di difesa e di fortificazioni in Civitavecchia (6 febbrajo 1556).

IV. — Milizia cittadina in Roma. — Capitani e fuorusciti di Napoli e di Toscana. — Soldati alle poste, alle mura e alle quattro riserve (marzo-agosto 1556). — La guardia nobile di primo impianto.

V. — Il duca d'Alba a Napoli vicario di re Filippo. — Suoi disegni strategici. — Occupa la Campagna di Roma (1 settembre). — Flaminio Orsini sventa la trama di Fernando e di Cosimo, e mantiene Civitavecchia (14 settembre 1556).

VI. — Nettuno e sua importanza. — Riscontro tra Nettuno e Palo dei Colonnesi e degli Orsini. — Le galere private dei Romani. — Orsini, Farnese, Sforza, Colonna e Vaccari.

VII. — Nettuno occupato e perduto. — Munito dal Duca, e tentato inutilmente dai Francesi (ottobre 1556).

VIII. — Ostia, rocca e città, i due rami del Tevere, e l'isola. — Provvisioni fallaci. — Orazio dello Sbirro colla sua compagnia alla difesa (23 ottobre). — Il Duca mette in Ardea e in Porcigliano le farine e i forni (28 ottobre).

IX. — Ponte di barche. — Assalto ad Ostia. — Difesa della città per quattro giorni. — Ritirata nella rôcca (4 novembre 1556). — Accampamento e batterie del Duca. — La cavalleria (8 novembre 1556).

X. — Sbigottimento della plebe romana. — Sortita di Piero Strozzi lungo la riva destra del Tevere. — Scorridori nemici alle porte di Roma. — Il conte Berardi e il cardinal Caraffa per la via di sant'Agnese (12 novembre). — La batteria ad Ostia (16 novembre).

XI. — Assalto inutile di due compagnie d'Italiani (17 novembre). — Condizione della rôcca e della breccia.

XII. — Jattanza d'un soldato. — Necessità del secondo assalto. — Gli Spagnuoli cacciati indietro come gli altri. — Grande mortalità, e difesa valorosa. — Reminiscenze locali.

XIII. — Prostrazione e tristezza del Duca. — Angustia simile di Orazio, che non sapendo dell'altro gli si arrende (18 novembre). — Blocco e sgomenti di Roma. — La tregua dal 19 novembre alla fine del 1556.

XIV. — Levata del re di Francia contro quel di Spagna. — Il Guisa in Italia. — Pietro Strozzi ricupera Ostia, torre Bovacciana, e il forte di terra alla foce (8 gennajo 1557). — Trattato di Cosimo contro Ancona reso vano. — Vicende generali della guerra (gennajo e luglio 1557).

XV. — Perdite dei Francesi in Fiandra (10 agosto) — Richiamo del Guisa e abbandono di Paolo. — Pace di Cave (14 settembre 1557).

XVI. — Inondazione del Tevere, e nuovo letto più lungi da Ostia. — Dimostrazione del tempo, non conosciuto dal Canina. — Ultima comparsa della baronia in arme, da niuno avvertita.

XVII. — Fazioni delle galèe e del capitano Flaminio, durante la guerra. — Il Moretto, ultimo venturiero, simile al Morosino dei primi. — Precedenti del Moretto, bravura, guadagni, e sequestri. — Muta bandiera e partito. Si acconcia cogli Strozzi (1556-57).

XVIII. — Moretto disgustato fugge da Civitavecchia portandosi via una galèa. — Trova protezione in Nizza. — Lettera del Duca in suo favore. — Piglia la bandiera di Savoja (23 dicembre 1556).

XIX. — Trama di Piero Strozzi per ripigliare la galèa e il Moretto. — Il capitano Fouroux a Malta e in Levante. — Artificiosa conserva. — Il Moretto cade nell'inganno, ed è fatto prigione (gennajo 1557).

XX. — Primo litigio tra i Cavalieri e il Fouroux. — Poscia in Malta tra i partigiani. — Attizzamento del Moretto. — Ricorsi di mercadanti contro di lui e contro il Fouroux. — Imprigionato anche l'altro (marzo 1557). — Necessità di dirne. — La filosofia della storia.

XXI. — Savoja e Spagna in favore. — Francia e Roma contro il Moretto. — Confusione dei Maltesi (16 maggio 1557). — Mezza misura pel Fouroux. — Lo stesso pel Moretto (17 settembre 1557). — Fuga di quest'ultimo, litigi, sequestri e transazione cogli eredi.

XXII. — Il capitano Flaminio alla fine della guerra intestina si rimette contro Dragut. — Origine di costui, suoi fatti e detti. — Stratagemmi, fisonomia e medaglia (giugno 1558).

XXIII. — I Turchi richiamati dai Francesi in ajuto. — Rovine in Reggio, Massa e Sorrento. — Ricatti nella Liguria (giugno). — Desolazione di Spagna (settembre 1558). — Morte di Carlo V, e pace di castel Cambrese (aprile 1559). — Apparecchi contro Dragut (agosto 1559).

XXIV. — Flaminio confermato in sede vacante, e con lui Galeazzo Farnese e Filippo Orsini per Tripoli. — Ritorno ai Farnesi e alle loro galèe: documenti.

XXV. — Novero dell'armata in Messina. — La lista. — Le galèe, legni di linea, per tutta l'antichità. — Anche sull'Oceano, e documenti. — Le navi da carico, e pei cavalli: documenti (settembre 1559). — Difficoltà di menare insieme galere e navi.

XXVI. — La città di Tripoli, presa e perduta. — Disegni per ricuperarla, cacciandone i pirati e Dragut. — Strategia difensiva di costui. — Indugi del Medinaceli (novembre 1559).

XXVII. — Flaminio a Malta (decembre 1559). — Descrizione dell'isola per quel tempo. — La città e le fortezze. — Cenni dell'assedio, e Titta Scarpetta.

XXVIII. — Prima comparsa di Giannandrea Doria. — Confuso da alcuni collo Zio. — Niuna biografia di lui meno quella del Brantôme. — Sua autobiografia perduta.

XXIX. — Partenza e viaggio dell'armata, fino alle Gerbe (14 febbrajo 1500). — Le due galeotte di Luccialì. — L'acquata dei nostri e dei Fiorentini. — Il Medina senza notizie e senza partiti (16 febbrajo 1560).

XXX. — Errori continui del Medina. — Fermata alla secca del Palo (17 febbrajo). — Bonaccia perpetua di quel luogo. — Indugi e mortalità. — Gli spedali sui grippi (28 febbrajo 1560). — Conforti religiosi.

XXXI. — Notizie di Dragut venute al Medina. — Consiglio sulla capitana di Roma. — Pareri di Flaminio e degli altri. — Niuna conclusione (1 marzo). — Secondo consiglio sulla reale di Spagna. — Partenza per le Gerbe (2 marzo).