La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 2
Part 20
Nondimeno dalle lettere dei contemporanei possiam noi raccogliere quanto fosse pregiata la vittoria e la conquista d'Afrodisio; e come ci metta bene ripetere la scrittura fattane da Annibal Caro per ordine del cardinale Alessandro Farnese[359]: «Al signor Giovan di Vega. — La vittoria, che Vostra Eccellenza ha riportata dall'impresa d'Africa, è tale che io me ne debbo rallegrar seco; non solamente come amico affezionato suo e desideroso della propagazione dell'imperio di sua Maestà Cesarea, ma come cristiano; poichè ne risulta beneficio universale a tutto il Cristianesimo, così per l'esaltazione della fede, come per la sicurezza delle provincie. Il qual frutto solo è tanto grande, che mi pare superfluo di magnificarla con altre circostanze per molte e grandi che sieno quelle che la possono mostrare grandissima, come la è con effetto; massimamente per essere notissime e considerate da tutto il mondo. Me ne rallegro adunque, come ho detto, desiderando che le sia d'altrettanto merito appresso a Dio, di quanta riputazione l'è stata e sarà sempre appresso degli uomini. Di Roma, il primo di novembre 1550.»
[Ottobre 1550.]
Con questo i nostri appresso al principe Doria venivano di ritorno verso la Sicilia e verso Napoli, e ricevevano in ogni parte dalle città e dalle fortezze ogni maniera di onoranza e di saluti; ed ogni dì meglio sentivano quanto da presso e da lungi le corti e i popoli si rallegrassero delle loro vittorie[360]. Il Papa aveva ordinato solennissimi ringraziamenti a Dio nella chiesa di san Pietro, luminarie per tre notti consecutive, fiaccole al Campidoglio, falò e musica per le piazze principali[361]. Le quali pubbliche dimostrazioni di esultanza, come erano state grandi nel Regno, nello Stato e in Roma, così crebbero maggiori in Toscana, nella Liguria e a doppio nelle Spagne; avendo più d'ogni altro quei popoli goduti i frutti della vittoria. Le ricchezze, le artiglierie, gli schiavi andarono ai padroni: ed in Roma Orazio Nocella da Terni, inviato straordinario del Vicerè, portò una lettera diplomatica per dire che, dopo Dio, il gran beneficio della vittoria doveasi a papa Giulio ed alle sue genti, capitani e marinari[362]. Stessero contenti con Dio: chè dagli uomini altro non toccherebbero se non un chiavistello, alcuni cani, tre cavalli, due leoni e qualche arredo barbarico da far paghi i curiosi per le vie a vederli passare. In corte sbraitava il Nocella, dicendo[363]: «Ecco il chiavistello della orribil carcere, dove stavano rinchiusi gli schiavi cristiani. Ecco la bandiera di Dragut tolta dalla torre maggiore di Afrodisio. Questi sono i cani della Libia, questi i cavalli messi alla maniera dei beduini; questi i leoni domati e questi gli archi di corno. Vedete la grandezza dell'animo devotissimo e non pensate alla povertà del dono.»
Così vociava Nocella in palazzo. Ma in piazza si diceva diversamente: e ce ne resta memoria in un foglietto volante di quattro pagine, stampato nella stessa città di Roma con tutte le consuete approvazioni, e proprio di quei giorni, per dare notizia al pubblico dei fatti correnti[364]. Questo non sia per rimprovero ad alcuno, ma valga soltanto a ribadire il chiovo più volte battuto sull'impronta caratteristica della nostra marineria: sempre pronta ad ogni servizio pel pubblico bene, senza altra speranza di privato vantaggio. Ai nostri marini dovete meritamente apporre l'antica formola del dritto romano, ricordata per final conclusione da Tullio, che dice[365]: «Se ne tornino con lode alle case loro.»
NOTE:
[352] NUCULA cit., 270.
[353] SALAZAR, 80, B, 1, med.: «_Otro dia el principe Doria saltò en tierra con los capitanes de las galeras y gentilhombres romanos, ginovesses y florentines, y otros italianos, y entrò en la ciudad._»
[354] BOSIO, 278, A: «_Volle don Giovanni di Vega essere riconosciuto come solo capitan generale, di che si tenne don Garzia molto offeso.... e mandò fuori alcuni manifesti contro il Vicerè, dai quali mortal odio e perpetua nimistà poi tra loro ne nacque._»
[355] SANDOVAL cit., 139, B, 1.
[356] NUCULA cit., 266: «_Prato nobili architecto, cujus opera in edificiis construendis, ac locis urbibusque muniendis assidue utitur, negotium dedit ut ejus formam exprimeret ad architecturæ leges.... Formam igitur futuræ munitionis ad Cæsarem in Germaniam per Joannem Osorium Quinnonium perferendam curavit._»
[357] SALAZAR, 85, A, 1, med.: «_Dexo el Visorey un ingeniero para que hiziesse reparar lo que pareciesse necessario._»
[358] ANTONIO DORIA, _Compendio_ cit., 111: «_Non volendo l'imperatore mantenere tanta spesa nella costa di Barberia, ordinò che si mancasse d'Africa.... facendo riempire la darsena, e ruinate tutte le mura, fu levato il presidio._»
[359] ANNIBAL CARO, _Lettere scritte a nome del cardinale Alessandro Farnese_, in-8. Milano, tip. de' Classici, 1807, I, 401. La nota dell'editore a p. 208, richiamata da lui medesimo a p. 401, confonde la spedizione di Afrodisio del 1550, con quella di Tripoli del 1559; forse indotto in errore dal nome equivoco di _Africa_, che mi sono io per questo ben guardato dal ripetere.
[360] SALAZAR, 85, A, 2: «_Al puerto de Napoles salva de la capitana del Principe, y de don Garzia, y de los otros capitanos del Papa y de Florencia.... respondidas de Castilnovo, de Santelmo, y Castildelobo._»
[361] RAYNALDUS, _Ann._, 1550, n. 25, 26.
THUANUS cit., 266.
[362] JOANNIS DE VEGA, _Siciliæ proregis, epistola ad Julium III, pont. max._ — Dat. Drepani IX Kal. novemb. MDL. — Ext. ap. NUCULAM cit., 333: «_Deo primum honorum omnium opifici, deinde tibi, qui nos summopere et classe et exercitu et pontificiæ facultatis donis adjuvisti, victoriam acceptam referri volumus._»
ITEM, ibid. p. 336, 348.
[363] NUCULA, 360: «_En claustram vectemque tetri carceris quo Christiani claudebantur.... Adsunt cornei turcarum arcus.... hi sunt falcati enses.... Adsunt canes libyci.... et feroces leones feritatis obliti.... Adducimus equos afro more stratos.... Haec qualiacumque, Sanctissime Pater, mittit Prorex.... boni consulas, neve rerum tenuitatem, sed animum tibi deditissimum metiare._»
[Dicembre 1550.]
XXVI. — Onoratamente pertanto quei signori che abbiamo scorto in Africa se ne tornarono chi a Roma, chi a Perugia, chi a Bologna; e in Civitavecchia non restò altri che il capitano Carlo Sforza senza condotta. Conciossiachè parendo ai Camerali spenta al tutto la potenza di Dragut e degli altri pirati, pensarono togliersi il peso di mantenere le galèe e facilmente di mutuo consenso sciolsero il contratto, lasciando allo Sforza piena libertà di condurre la squadra ovunque meglio gli fosse tornato[366]. Ed egli consapevole di essere odiato dagli Spagnuoli, e per questo non fidandosi di toccare nè i porti del Regno, nè di Toscana, nè della Liguria, dove i suoi nemici comandavano, se ne restò più di prima attaccato al porto di Civitavecchia, corseggiando contro i pirati per conto suo, e facendo buona guardia intorno alla spiaggia romana: di che i Civitavecchiesi, che erano la parte maggiore del suo armamento, gli restarono grandemente obbligati, e divennero sempre più amorevoli a lui ed alla sua casa[367].
[Marzo 1551.]
Se non che verso la primavera seguente fu costretto partirsi anche di qua per la guerra vicina tra Francia e Spagna, poscia allargata in Italia ed in Europa. La prima scintilla scoccò da Parma, dove quel duca Ottavio, genero dell'Imperatore, per non essere cacciato di casa sua, e per non perdere Parma tra gli artigli del suocero, come aveva perduta Piacenza, erasi gettato in braccio ai Francesi: indi altra guerra tra le nazioni rivali. Carlo unito coi Papalini, Arrigo coi Turchi. Tornò l'armata ottomana sui lidi d'Italia, tornò Dragut più terribile di prima. Bruciata Agosta in Sicilia, arsa la rôcca, offesa Malta, preso il castello del Gozzo e quattromila isolani fatti schiavi, perdute sei galere dal Doria, cacciati i Gerosolimitani dalla città e fortezza di Tripoli. Travolto dal turbine Carlo Sforza si ritirò colle sue galèe a Marsiglia[368]. Seguì la stessa strada che prima di lui avean battuta altri quattro dei nostri capitani; il Doria, il Vettori, il Salviati, e l'Orsino. Tutti a un modo e di primo slancio da Civitavecchia a Marsiglia, ma niuno di loro per lungo tempo contento.
[Maggio 1551.]
Meno di ogni altro ebbe a restarne soddisfatto lo Sforza, i cui strani ed infelici casi devono essere da noi ricordati. Infin dal primo viaggio di Marsiglia, menando seco Orazio Farnese duca di Castro, con Francesco de Nobili, Antonio da Gubbio, Aurelio Fregosi, e altrettali partigiani, naufragarono presso a Viareggio, perdendovi due galere, e mettendo in sospetto i Signori lucchesi, i quali subito ne scrissero a don Ferrante Gonzaga così[369]: «Illustrissimo et Eccellentissimo signore[370]. Havendo questa mattina hauto aviso dal Commissario nostro di Viareggio, che per fortuna erano date a traverso dui galere nella nostra spiaggia, in un luogo vicino alle confini con l'Illustrissimo duca di Fiorenza, inviammo subito a quella volta un nostro Commissario particolare, per intendere il successo, et di chi fussero le galere, inventariare le robe, et farle guardare, il quale all'arrivo suo ritrovò che le galere erano del priore di Lombardia, et che havevano portato il signore Horatio Farnese[371], il signor Aurelio Fregoso[372], il capitano Antonio di Augubio, con tre o quattro altri servitori del signor Horatio[373], li quali tutti insieme con le robbe di già era stati condutti a Pietrasanta, castello ivi vicino, dai sudditi del prefato signor Duca, et lassati alcuni altri, pure da Pietrasanta, alla guardia delle galere, nelle quali non era restato altro che artiglierie, vele, et remi, et parendoci pur caso di consideratione et importanza, c'è parso debito nostro farlo intendere con diligenza a Vostra Eccellenza[374], sì come faremo sempre che occorrerà cosa degna di aviso, et alla buona gratia sua ci offeriamo et raccomandiamo con tutto il cuore, pregandole felicità. — Il dì xv di maggio MDLI».
Al tempo stesso i Signori lucchesi, tenendosi in equilibrio, scrivevano condoglianze e facevano offerte ad Orazio duca di Castro, come risulta dalla risposta di lui nel giorno seguente e in questi termini: «Molto Magnifici Signori. Io desiderava grandemente fare il camino di Lucca per poterle ringratiare a bocca delle cortesie et offerte che gli è piaciuto farmi, ma per essere stato intertenuto qua in Pietrasanta più che non pensava, mi è parso per spedirmi più tosto del viaggio, pigliare il camino più breve, così hoggi, piagendo a Dio, piglierò il camino per Parma, come da M. Francesco Nobili intenderanno appieno, al quale ho commesso in nome, che li visiti, mi l'offerisca, et le dia conto di quanto occorre, le piacerà dargli tutta quella fede che farieno a me proprio, che sarà il fine della presente con raccomandarmegli, et offerirmegli quanto maggiormente posso, che nostro signore Iddio le concedi ogni felicità. — Di Pietrasanta, alli xvj di maggio MDLI».
Replicavano nell'istesso tuono quei Signori rispondendogli così: «Illustrissimo et Eccellentissimo Signore. Con la lettera di Vostra Eccellenza da Pietrasanta, et per relatione di M. Francesco Nobili habbiamo inteso il buon animo suo verso di Noi, et la cortezia che s'è degnata di usare in farci partecipi de' suoi felici successi[375]. De' quali sentiamo quel piacere che si possa maggiore, et ne le rendiamo infinite gratie di così corteze offitio, rendendola certa, che c'è dispiaciuto grandemente in questa sua aversità di mare non haverle potuto mostrare quanto siamo obligati alla sua casa Illustrissima, et perchè più appieno potrà essere informata dal detto M. Francesco, rimettendoci a lui non le diremo altro, se non che alla buona gratia di Vostra Eccellenza ci offeriamo et raccomandiamo con tutto il cuore pregandole ogni felicità. — Il dì xix maggio MDLI».
[1552-53.]
In somma col naufragio di Carlo Sforza e di Orazio Farnese cominciò la guerra di Parma, e l'anno seguente ebbe termine per la mediazione dei Veneziani[376]. Ma fu tregua di breve durata, chè si accese subito la guerra di Siena. Da capo, per terra e per mare, Turchi, Protestanti, Francesi e Spagnuoli in arme: guerra in Toscana, in Piemonte, in Francia, in Germania; desolazioni di Dragut in Sicilia, all'Elba, in Corsica. In mezzo a queste furie brancolava lo Sforza[377]; e finalmente gli succedeva quell'intricato caso, di che, avendosi ora piena contezza per le recenti pubblicazioni dell'Archivio storico, non devo io passarmi. Qui si parranno le costumanze marinaresche del secolo decimosesto, qui le notizie delle città littorane, e gli intrighi delle fazioni, e le astuzie dei partigiani, e qui la causa prossima della famosa guerra di Campagna tra gli Spagnuoli e Paolo IV. Prendo a dirne dal principio.
NOTE:
[364] LA PRESA DI AFRICA (cit. sopra alla nota 63): «_Gli Italiani, perchè erano pochi, hanno avuto manco preda per la superchiaria che era fatta loro da Spagnoli._»
TOMMASO COSTO, _Storia di Napoli_, in-4. Venezia, 1613, II, 265: «_Morirono di quei di dentro nel furore dell'assalto a sangue caldo presso a ottocento tra Turchi e Mori, e fu tutto il resto fatto prigione con diecimila anime, i quali tutti quasi furono portati in Sicilia, molti a Napoli, et pochissimi a Roma._»
[365] CICERO, _De legibus_, III, 8: «_Domum cum laude redeunto._»
[366] ADRIANI cit., 298, G: «_Il priore di Lombardia aveva tenuto quattro galere al soldo della Chiesa nell'impresa d'Africa.... e quella spedita, rincrescendone al Papa la spesa, si era con esse gittato in Francia, avendo nimistà mortale con gli Spagnuoli._»
[367] RELAZIONE _Mss. Capponiano_, (di che vedi appresso nota 192), p. 374: «_A. Sforza trovò da cinquanta in sessanta uomini di Civitavecchia, i quali come affezionati di casa Sforza erano iti a visitarlo._»
[368] RATTI cit., _Casa Sforza_, I, 281.
[369] ARCHIVIO di Stato in Lucca, tre lettere sul proposito del naufragio di due galere del priore di Lombardia alla Spiaggia di Viareggio nel maggio 1551. — Serie degli Anziani al tempo della Libertà Nº 550. — Per cortesia del chiaro archivista Salvator Bongi.
Il RATTI cit., I, 279, ne parla al solito per le generali.
[370] _D. Ferrante Gonzaga:_ famoso governatore di Milano per Carlo V, che aveva già occupato Piacenza, e minacciava Parma.
[371] _Horatio Farnese:_ fratello minore del duca Ottavio, che veniva per generale della cavalleria francese mandata da Enrico II in Lombardia.
[372] _Aurelio Fregosi:_ colonnello al servizio di Francia, spedito nel 1551 in Italia per la guerra di Parma, come ben scrive il LITTA _dei Fregosi_, tav. VI, ed ultima.
[373] _Servitori:_ non ardiscono nominare Francesco de Nobili perchè concittadino: ma eravi cogli altri, come appresso essi medesimi scrivono.
[374] _Caso d'importanza:_ e per quanto si vede studiosamente procurato da quei Signori per gettarsi in fretta sul Parmigiano.
[375] _Felici successi:_ non certo del naufragio; ma deve alludere alla partecipazione delle nozze stabilite colla Diana di Francia, o vero alle speranze di Parma e del re Arrigo II.
[1554.]
XXVII. — Si noveravano per questi tempi cinque personaggi, tutti di alto affare, nella casa Sforzesca: ciò è a dire, il conte di Santafiora, capo della famiglia; il cardinal Guidascanio, camerlengo di santa Chiesa; Alessandro, chierico di Camera; e i due minori fratelli, che seguivano la professione delle armi, Mario e Carlo. Stando l'Italia divisa dalle fazioni francese e spagnuola; e non potendo i baroni sperar nulla, e presso che non dissi vivere, senza accostarsi o a questa o a quella, dove con grande insistenza e con ogni maniera di artifizî erano chiamati, anche a costo di rompere la fede ai proprî sovrani e la pace nelle istesse loro famiglie, v'ebbe pur screzio nella casa Sforzesca; i primi tre, Conte, Cardinale e Prelato tenean fermo a parte spagnuola; e gli altri due, Soldato e Marinaro, a parte francese. Ma perchè la maggiore autorità stava coi primi, non rimaneva ai secondi nè gran forza nè gran credito: e per quanto si studiassero di parere franceschi, non potevano mai togliere dal capo a costoro che, essendo eglino fratelli dei nemici loro, non dovessero essere guardati e avuti a sospetto.
Con questi auspicî non lieti Carlo portò le sue galere a Marsiglia; e subito corse per le poste alla corte in Parigi per baciar le mani al re Arrigo II, il quale in quei primi fervori lo accolse con molte dimostrazioni di gradimento. E Carlo prese servigio, unì le sue galèe a quelle del Re, militò in tutte le fazioni combattute per quei tempi nelle acque della Liguria e della Corsica, ebbe sventure, perse quattro galèe, due per combattimenti e due per naufragio; ne costruì due di nuovo a sue spese, sempre in ossequio e servigio di Francia. Ma non avendo per tutto ciò potuto cessare i sospetti che della sua fede avevano preso gl'invidiosi, e accortosi che qualche brutto tiro mulinavasi contro la persona sua, smucciò via secretamente, lasciando le sue galèe nel porto di Marsiglia. Però il Re le fece sequestrare: ne tolse il governo al capitan Filippo Orsini da Vicovaro, uomo del cardinal Guidascanio, e ne dette il carico al capitan Niccolò Alamanni, fuoruscito fiorentino e francese smaccato, per l'avversione sua contro al duca Cosimo amico degli Spagnuoli[378].
Ciò non pertanto Carlo, venuto in Italia, continuò a militare pei Francesi medesimi nella guerra di Siena, entrando da venturiero nelle fazioni che furono combattute qua e là per quello stato, con molto vantaggio dei padroni, per essere nelle parti medesime le castella della sua casa. E tanto animosamente si era cacciato nella infelice campagna, che in uno scontro di cavalli tra il marchese di Marignano e Piero Strozzi, Carlo per liberare Mario suo fratello fatto prigione da Alessandro Palogi gentiluomo romano, troppo arditamente e senza riguardo alcuno cacciatosi innanzi, incontrò la medesima sorte, ed ambedue furono menati prigioni a Firenze[379]. Per questi fatti Carlo rientrò nella grazia del Re, tanto che si ardì scrivergli come e' desiderava rimettersi sulle stesse galèe al modo di prima per servirlo sul mare, dove meglio poteva: e il Re comandò al capitan Niccolò Alamanni, il quale allora si trovava in Corsica colle galere medesime, che dovesse venire in Civitavecchia a levarlo, subito che, pagata la taglia, si fosse riscosso dalla prigionia.
NOTE:
[376] ANNIBAL CARO, _Apologia seconda in favore del Re di Francia, nella quale brevemente e con verità si tratta delle cagioni della guerra che nuovamente è nata fra l'Imperatore e S. M. Cristianissima per Parma e la Mirandola._ Pubblicata ed annotata dal chiar. prof. GIUSEPPE CUGNONI tra le prose inedite del CARO, in-18. Imola, Galeati, 1872. — Molte le scritture, i manifesti e le apologie dalle due parti messe al pubblico piuttosto ad esasperare che a giustificare la loro causa, come ne dice il Pallavicino. Ricordo soltanto questa (che abbiamo volgarizzata dal Caro ad istanza del Cardinale di Tornone) per rispetto al grande scrittore, ed all'egregio annotatore.
[377] ADRIANI cit., 340, H; 436, E.
[378] RELAZIONE del Mss. Capponi cit., 373: «_Il Re dubitò che quelle galere si conducessero altrove, per essere elle in potere del capitan Filippo, dipendente dal Camerlengo fautore delle cose dell'Imperatore in Roma; per ciò gli levò per propria autorità quel carico, e lo diede al capitano Niccolò Alamanni_.»
ADRIANI cit., 509, A: «_Del priore militavano a soldo del Re di Francia tre galere e stavano a Marsiglia con le altre.... sovra esse al governo il capitan Niccolò Alamanni, al quale il Re le aveva raccomandate._»
Il nome di Niccolò Alamanni si legge sovente nelle lettere del Caro da Roma al Varchi in Padova, come in quella del 22 novembre 1539.
[379] ADRIANI, 436, E.
[23 maggio 1555.]
XXVIII. — Per la morte accaduta in quest'anno di Giulio III e di Marcello II, era addì ventitrè di maggio divenuto papa il cardinal Giampietro Caraffa col nome di Paolo IV; uomo, per quel che ne dice il Pallavicino e con lui ne dicono tanti altri dotti e virtuosi scrittori, di gran zelo per la religione, ma impetuoso verso ciò che sembravagli giusto ed onesto. Certo della rettitudine delle sue intenzioni, non era ugualmente destro nell'ordinare i mezzi al fine: e non cogliendo nelle opere il punto giusto tra gli estremi, dava nel difetto o nell'eccesso, e più in questo che in quello. A tale disposizione dell'animo aggiugneva molta avversione contro la Spagna signoreggiante in Napoli sua patria, e specialmente contro la corte e i ministri di Carlo e di Filippo per ciò che toccava il loro governo civile e religioso[380]. Queste avvertenze sono necessarie: esse sole bastano a spiegare tutti i fatti della sua vita e della sua morte. Perciò fin dal principio della esaltazione i partigiani si empirono di sospetti, e dovunque inciprignirono le nimicizie, i timori e le trame delle grandi fazioni che tenean divisi i popoli.
Non ignoravano gli umori del tempo e le inclinazioni del nuovo Pontefice i maggiorenti di casa Sforza: prevedevano la tempesta, e desideravano trovarsi uniti e forti per dare e per ricevere maggiori vantaggi. Avvisatisi adunque dei successi di Carlo in Francia, e delle sue disgrazie e ritorni, pensarono volgere ogni cosa a seconda dei loro desiderî, tirando anche lui a parte spagnuola. Di che lo confortarono assai, e lo indussero a dissimulare co' suoi Francesi, finchè non avesse ricuperato le proprie galèe: colle quali, essi dicevano, tornerebbe come capitano di potenza e di seguito più e più accetto a Cesare[381]. Con questi concerti aspettarono che l'Alamanni, secondo gli avvisi di Francia, menasse dalla Corsica in Civitavecchia le galèe per imbarcarvi il Priore; il quale, uscito di prigione, alloggiava in Roma coi fratelli.
[9 agosto 1555.]
Giunto finalmente il capitan Alamanni nel porto di Civitavecchia, Carlo non si fece trovare colà: ma restossi in Roma colla solita scusa d'un piede azzoppato dal calcio di un cavallo. In sua vece mandò monsignor Alessandro suo fratello a trattenere le galèe fino alla venuta sua, dandogli scrittura di piena autorità sulle medesime[382]. Alessandro giovine, ardito e prosuntuoso per la parentela farnesiana, per la grandezza di casa sua, e per la protezione imperiale, arrivato con secrete intelligenze in Civitavecchia, salì a bordo della capitana, ricevuto con tutti gli onori e con molta amorevolezza dall'Alamanni. Dopo desinare, come stanco del viaggio per aver cavalcato di notte, scese a riposo nella camera d'abbasso: ove indi a poco lo segui il capitan Niccolò, volendo domandargli più specialmente le nuove del Priore, e la cagione del non esser venuto egli stesso in persona, secondo il concerto. Alessandro ripetè l'impedimento del piede; e in conferma mostrò all'Alamanni l'ordine in scritto. Leggendo quella carta, Niccolò fece tali e tanti atti di maraviglia che mostrò chiara la poca volontà di contentarsene: il perchè Alessandro, il quale era sul letto, rizzatosi in piè, gli domandò risolutamente, essendo due soli in camera, se intendeva di ubbidire o no. Sopra tale domanda fece l'Alamanni qualche osservazione, allegando varie difficoltà, e specialmente gli ordini del re di Francia. Allora Alessandro, preso con una mano il pugnale, che a similitudine degli ufficiali di marina aveasi allacciato alla cintura[383]; e coll'altra mano stretto messer Niccolò nel petto, gli disse: Vuoi tu dunque tenere per forza la roba di casa mia? e lo minacciò di presente se non prometteva ubbidienza. Sgomentossi l'Alamanni, e rispose saper lui bene, cui le galere di buon diritto appartenessero; e perciò esso e gli ufficiali starebbero contenti agli ordini scritti dal Priore. Subito Alessandro lo rinserrò nella camera di sotto, e salito in poppa alla spalliera trovò da cinquanta a sessanta giovani civitavecchiesi, i quali, perchè affezionati alla casa sua, ed avvisati a tempo, erano venuti a bordo come per visitarlo[384].