La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 2
Part 2
Carlo V già da un anno erasi impadronito del ducato di Milano, pretendeva altresì vecchi diritti sopra parecchie città del dominio veneto, perchè al tempo degli antichi erano appartenute allo stesso ducato. Carlo dominava direttamente nei regni di Napoli, di Sicilia e di Sardegna, indirettamente in Toscana, in Genova e in Piemonte. Nè a ciò contento, voleva anche di più: e sapeva che la soverchiante intramessa sua faceva afa a molti, specialmente ai Papi e ai Veneziani. Presso i primi si era sdebitato in gran parte col sacco di Roma, e il resto serbavasi alla guerra di Campagna. Il freno ai Veneziani lo ponevano i Turchi. Per ciò indirettamente la potenza di Solimano sosteneva quella di Carlo in Italia, tenendo abbasso la Venezia e la Sicilia, e dando pascolo ai Genovesi. Dunque il Turco per lui si aveva a comprimere, non a distruggere. Intendono meglio di me questa spezie di politica coloro che la praticano: coloro che assettano ogni cosa del mondo coll'equilibrio. Santa parola, e bellissima teoria, l'equilibrio sulle braccia della giustizia: ma sotto alle leve dell'interesse è stata e sarà sempre scellerata impostura. I Veneziani, maestri a chicchessia nell'arte del governo, conoscevano a fondo questi umori; e sapevano non doversi aspettare grandi soccorsi dall'amorevolezza di Carlo. Se non che assaliti con tutto lo sforzo da Solimano, e messi al rischio di perder tutto dalla parte di là; e di qua invitati dai ministri cesarei, sotto la mediazione del romano Pontefice, vollero provarsi a vedere cosa succederebbe, sostituendo alle teorie interessate dell'equilibrio la giustizia e la fede dei trattati. Parve miracolo che, dopo poche sedute, in due settimane gli ambasciatori di Madrid e di Venezia coi ministri del Papa in Roma dessero la lega tra loro per conclusa.
[8 febbrajo 1538.]
Produco qui i capitoli dell'alleanza senza preamboli e in compendio, perchè sono notissimi e da altri pubblicati. Chi li vuole per intiero, se li accatti dove facilmente si trovano, che io non do nè piglio noje inutilmente a talento di qualche arrogante[9]:
«Roma, otto febbrajo 1538.
»1. Le spese comuni della guerra contro il Turco in Levante saranno divise in sei parti: una a carico del Papa, due dei Veneziani, tre dell'Imperatore.
»2. La guerra dovrà cominciare in quest'anno 1538 con galèe ducento, navi cento, fanti cinquanta mila, cavalli quattromila.
»3. Il Papa armerà trentasei galere, e se non potrà averle tutte del suo, gli saranno dati dai Veneziani gli scafi, da essere armati a sue spese e di sua gente.
»4. L'imperatore metterà galèe ottantadue, ed altrettante i Veneziani, perchè, insieme colle trentasei del Papa, abbia a venire il numero pieno di dugento.
»5. Le cento navi saranno tutte allestite dall'Imperatore, e gli altri collegati ne faranno le spese, a ragione delle seste parti convenute.
»6. Fanti e cavalli metterà ciascuno in punto nella proporzione medesima delle seste.
»7. Le contribuzioni degli altri principi italiani saranno tassate a giudizio del Papa, e anderanno a beneficio comune dei collegati.
»8. Il Re dei Romani manterrà viva la guerra con poderoso esercito in Ungheria.
»9. Il Papa solleciterà gli altri principi e popoli, specialmente i Polacchi, a venire in ajuto dei collegati.
»10. Si riserva posto onorevole al Re di Francia, se gli piacerà di entrare nella lega.
»11. I confederati saranno pronti colle forze di terra e di mare non più tardi del mese di marzo dell'anno presente.
»12. Il capitano generale di tutte le forze di terra sarà Francesco Maria della Rovere, duca di Urbino; e di tutta l'armata navale capitan generale Andrea Doria, principe di Melfi.
»13. Le vittuaglie potrà ciascuno comprare a giusto prezzo nel paese dell'altro, dove ne sia abbondanza; ma prima sarà tenuto tirare le provvigioni più che può di casa sua.
»14. Qualunque differenza potrà nascere tra i collegati, sia rimessa all'arbitramento del Papa.»
Questi capitoli addì otto di febbrajo, letti ed approvati in Roma nel pubblico concistoro, alla presenza dei ministri e ambasciatori pontificî, veneziani, e spagnuoli, ebbero prestamente l'approvazione delle corti di Madrid e di Venezia; le quali colla stessa solennità vi aggiunsero alcuni articoli accessorî per regolare tra loro gl'interessi particolari pel caso delle conquiste future. Pattuirono che qualunque fortezza, provincia o città dovesse tornare a colui che le aveva altre volte possedute: pognamo esplicitamente l'isola di Rodi ai Cavalieri, le province dell'Africa a Cesare, ed ai Veneziani gli antichi possedimenti di Levante, più la Vallona e Castelnuovo di Dalmazia[10].
Or qui ricisamente chiedo l'attenzione del lettore intorno al procedimento della lega ed alla osservanza dei capitoli: perchè ci viene innanzi il modello, sul quale dopo trent'anni si riprodurrà quella lega tanto notissima per la vittoria di Lepanto, quanto infelicissima pei dissidî precedenti e successivi. Attenda il lettor savio e imparziale alla politica di Carlo V nel trentotto, e vedrà quella di Filippo II nel settantuno, conforme agli stessi interessi, alle medesime tradizioni, ed alla seguenza dei consiglieri; specialmente del famoso Granuela che dal fianco del primo passò poscia nel gabinetto del secondo. Qui si ha a vedere Filippo simile a Carlo, come figlio al padre; i ministri dell'uno simili a quelli dell'altro, come discepoli a maestri; Giannandrea simile ad Andrea, come erede e testatore; e Granuela simile a sè stesso come identico soggetto. Qui alle prove certissime, che ho dato altrove, si aggiugnerà da sè la controprova, ciò è dire l'ultimo e supremo apice dell'evidenza. Gli è attributo proprio soltanto della verità l'andar sicura attorno per ogni parte in armonia con sè stessa, in tutto e per sempre: al contrario dell'errore, che tosto o tardi incontra l'inciampo e il trabocco nella contraddizione. Tutti gl'intelligenti troveranno i fatti e le ragioni delle due leghe avvolte nei medesimi tranelli della stessa politica: vedranno sempre i medesimi disordini provenire al modo istesso e costantemente dalla stessa parte. Dunque la causa era e sarà sempre di là. Perciò io di qua ripeto e mantengo altamente tutto ciò che ho scritto altrove ad onore e difesa di Pio V, de' suoi ministri, e del nostro paese contro i nemici e detrattori stranieri: e insieme ripeto e mantengo che non ho mai confuso nè confondo le nazioni colle corti, nè i cortigiani coi popoli, nè gli innocenti coi rei. Veniamo ai fatti.
NOTE:
[9] RAYNALDUS, _Ann. eccl._, 1538, n. 4: «_Die octava februarii. Hæc sunt capitula fœderis et ligæ per SSmum in Xto P. et D. N. D. Paulum divina provvidentia Pp. III, ac serenissimum et potentissimum principem D. Carolum V. Rom. Imp. semper augustum, Hispaniarum et utriusque Siciliæ regem Catholicum, tum suo quam serenissimi etiam regis Romanorum ejus fratris nomine, nec non illmum Ducem Senatum et Dominium Venetorum contra Turcas etc._»
SPONDANUS, _Ann. eccl._, 1538.
DU MONT cit., _Corps diplomatique_, IV, ii.
LUNIG cit., _Codex Italiæ diplomaticus_.
[10] PRUDENCIO SANDOVAL, _Vida y echos del emperador Don Carlos quinto_, in-fol. Pamplona, 1634, lib. XXIV, n. 6, II, 183.
ANDREAS MAUROCENUS, _Histor. Venet._ lib. V, in-4. Venezia, 1719, p. 492. — Vedi appresso la nota 106, e segg.
[10 febbrajo 1538.]
IV. — I Veneziani, secondo il capitolo quarto, fin dal mese di febbrajo facevano massa di gente, di navigli e d'armi in Corfù; e il Pontefice con sollecitudine non punto minore spingeva l'armamento in tre centri, Civitavecchia, Ancona e Venezia. Nel primo adoperavasi il vescovo di Pavia col capitano Ermolai, come si è detto[11]. Nel secondo il vescovo di Sinigaglia con Girolamo Grossi romano, familiare di sua Santità e collaterale della milizia, scriveva soldati e marinari, e cercava rematori[12]. Cosa difficilissima quest'ultima, altrettanto che necessaria, perchè niun marchigiano nè romagnolo voleva mettersi alla viltà del remo, e gli stessi condannati usavano ogni artifizio per sottrarsene coi pretesti o colla fuga. In quella vece di marinari non era difetto, e di soldati tanta abbondanza da sopperire ad ogni richiesta degli arrolatori pontificî e veneziani. Al vescovo di Sinigaglia era commesso il fornimento dei magazzini in Ancona e in Fano, specialmente che non mancassero le farine, i biscotti, e ogni altra vittuaglia pel sostentamento dell'armata; prevedendosi che le fazioni ed i maggiori bisogni sarebbero stati nei paraggi dell'Adriatico[13]. In Venezia più di ogni altro davasi faccenda monsignor Giovanni Ricci tesoriere dell'armata, che poi fu nuncio in Portogallo e cardinale. Esso ci ha lasciato memorie e documenti in quei preziosi volumi che si conservano nell'archivio della nobile sua casa in Roma; e che ho potuto io a bell'agio nella mia camera consultare per la squisita cortesia e pel senno veramente romano dell'eccellentissimo signor marchese Giovanni Ricci, cui la storia e Roma, non io soltanto, debbono essere grati[14].
Finalmente in Roma per beneficio comune dei collegati, e per dare solennità maggiore all'impresa, volendo contentare i cesarei, che non amavano l'Orsino, e cattivarsi i Veneziani colla promozione d'un loro patrizio, si promulgava solennemente la nomina di Marco Grimani patriarca d'Aquileja a prefetto dell'armata romana coll'autorità di Legato a latere[15]. Marco, fratello del cardinal Domenico, di principalissima nobiltà veneziana, ed uomo nelle cose del mare e del governo (come tutti della sua casa) sperimentato, prendeva in Roma addì dieci di febbrajo dalle mani stesse di papa Paolo nella basilica Vaticana lo stendardo della lega; e apparecchiavasi senza indugio alla partenza[16].
[3 marzo 1538.]
La mattina del tre di marzo il Legato partivasi da Roma col suo seguito verso Civitavecchia, prendeva in quel porto le sette galèe, e speditamente navigava, toccando Napoli e Messina, verso Ancona, dove si avevano a raunare le altre della sua commissione, cioè otto già armate in quel porto dal Grossi collaterale, ed una ventina armate in Venezia per cura di monsignor Ricci. Le distanze dei luoghi, le provviste delle munizioni da guerra e da bocca, l'imbarco delle genti, e tutte le difficoltà consuete di armamento in gran parte nuovo e fuor dell'usato non lo tennero tanto in ritardo, che agli undici di giugno coll'armata sua non fosse tutto in punto per far vela nel porto d'Ancona.
NOTE:
[11] DOCUMENTI cit., alle note 4, 7, 8.
[12] PAULUS III, _Hieronymum Grossum, triremium contra Turcas muniendarum, commissarium constituit_, dalle Schede Borgiane, e copia presso di me: «_In provinciis nostris Marchiæ et Romandiolæ.... milites, nautas, et remiges conducas et describas.... carceratos et facinorosos et damnatos ad triremes inquiras etc. — Dat. Romæ die octava januarii, MDXXXVIII. Pont. IV. — Fabius Vigil._»
[13] PAULUS PP. III, _Marcum epum Senegalliensem classis maritimæ adversus Turcas jam paratæ commissarium constituit_. Dall'arch. di Ancona, Schede Borgiane, e copia presso di me: «_Pro majori et celeriori executione.... tibi mandamus ut victualia et alia omnia ad classem necessaria pares.... et remiges in toto Statu ecclesiastico tibi assignari procures. Dat. Manliani die xvi martii. Pont. IV._»
[14] ARCHIVIO della eccellentis. casa Ricci in Roma, nel suo palazzo a Monserrato. — Scritture originali di monsignor Giovanni Ricci, tesoriere dell'armata navale in tempo di Paolo III. — Sono sette volumi in gran foglio legati alcuni di cordovano, altri di pergamena, e quivi corrispondenze, ordini, lettere, remissioni di danaro, spese e simili. Ne verrò citando, secondo il bisogno, i titoli e i documenti, e con essi potrò correggere errori e varianti di data e di nomi che pur vanno per le stampe.
[15] FERDINANDUS UGHELLUS, _Italia sacra_, in-fol. Venezia, 1720, V, 133.
[11 giugno 1538.]
V. — Prima della partenza il Legato schierò in battaglia i suoi bastimenti, e passò la rassegna. Della quale essendo mio debito dare tutte le notizie che ho potuto raccogliere, scriverò il risultamento, registrando i nomi dei legni e dei capitani, secondo le testimonianze sommarie dei documenti e degli storici, specialmente dell'archivio di casa Ricci, non trovandosi in niuno la nota compiuta. Dove bisogna avvertire che rispetto alle minuzie dei nomi e dei numeri, così per punto e per segno, non si trovano mai due testi concordi: ma sempre qualche piccola differenza. Non tutti hanno avute le stesse notizie, nè tutti le hanno curate, nè sempre parlano del medesimo tempo. Gli è chiaro che in questa materia da un giorno all'altro succede mutazione: si arma, si disarma, si perde, si riacquista, si manda, non ritorna, e simili, come sanno gli esperti. Nondimeno, riducendo la mostra al giorno undici di giugno, quando il Legato ebbe tutta l'armata in Ancona, mi pare sulle predette autorità, e sugli autori che continuamente cito, massime sui registri di casa Ricci, potersi formare la seguente[17]:
NOTA
DEI LEGNI E DEI CAPITANI DELL'ARMATA PAPALE PER LA LEGA DEL 1538.
_Galèe armate in Civitavecchia._
1. La Capitana, san Giovanni — Patriarca Grimani. 2. La Padrona, san Paolo del Papa — cap. Giustiniani. 3. Sensile, san Pietro — cap. Mario Pontani, romano. 4. Fanale, l'Orsina — Conte dell'Anguillara. 5. Sensile, la Vittoria — cap. Francesco de Nobili. 6. Sensile, sant'Agostino — cap. Franc.º Quintili, rom. 7. Sensile, san Paolo del Conte — cap. Bart.º Peretti.
_Galèe armate in Ancona._
8. Fanale — cap. Giammaria Straticopulo, cav. di Malta. 9. Sensile — cap. Belisario Ralli, di Orte. 10. Sensile — cap. Bastiano Bonaldi, di Ancona. 11. Sensile — cap. Gioacchino degli Agli, di Ancona. 12. Sensile — cap. Vinc.º Sampieri (l'ab.), di Bologna. 13. Sensile — cap. Battista Dovizi (l'ab.), di Bibbiena. 14. Sensile — cap. Almerigo Almerighi, di Bologna. 15. Sensile — cap. Marco Feletti, di Comacchio.
_Galèe armate in Venezia._
16. Fanale — Vittorio Soranzo, caposquadra, e prov.e 17. Sensile — cap. Tommaso da Rovigo. 18. Sensile — cap. Giacomo Priuli. 19. Sensile — cap. Gianfrancesco Benedetti. 20. Sensile — cap. Giov. Battista del Mangano. 21. Sensile — cap. Stefano del Cuore. 22. Fanale — cap. Giovanni Gritti. 23. Sensile — cap. Marco da Zara. 24. Sensile — cap. Luigi Giustiniani. 25. Sensile — cap. Bernardino da Londano. 26. Sensile — cap. Alessandro Rois. 27. Fanale — cap. Pietro Daltelli. 28. Sensile — cap. Vittorio Peterlin. 29. Sensile — cap. Cristoforo Canali. 30. Sensile — cap. Luigi Rosa. 31. Sensile — cap. Agostino da Terni. 32. Brigantino — Domenico Squarciafichi. 33. Fregata — Niccolò da Cipro. 34. Fregata — Antonio da Napoli. 35. Fregata — Luca d'Antivari. 36. Fregata — Domenico da Scutari.
Alle fanterie presiedevano capitani eccellentissimi: primo col grado di mastro di campo generale quel prode Alessandro Tomassoni da Terni, notissimo nella storia militare di questi tempi, che fu poscia governatore delle armi in Piacenza[18]. Con lui Camillo da Fabriano, Niccolò da Santogemini, Giosìa da Fermo, Orlando da Salò, Cesare da Fermo, Giangiulio da Terni, Giambattista da Tolentino, Pierfrancesco Corboli da Urbino, Silvio da Parma, Luigi Raimondi di Roma, con molti nobili e venturieri ascritti alla famiglia del Legato e del conte dell'Anguillara, tra i quali nominerò specialmente il venturiere Miniato Ricci, gentiluomo del Legato, Alessandro Marchesini scrivano, Andrea della Bella mastro di casa, Girolamo Ludovisi gentiluomo romano, Bernardino Bianchi e Marino Fiori segretarî, ambedue pel nome e pel cognome di Civitavecchia[19]. Le compagnie piene di robusta e scelta gioventù, essendosi preso il fiore della Sabina, del Lazio, della Campagna, e delle provincie di Romagna e della Marca, miniera inesausta di valenti soldati, per tutte le guerre d'Europa e di Asia in quei tempi. I Veneziani più d'ogni altro di là ne traevano con buona licenza del Papa, quasi in compenso dei fusti di galèe che davano; e in questa stessa occasione con una sola levata ne presero cinquemila[20].
[15 giugno 1538.]
La brava gente, volenterosa ed intrepida ad ogni rischio di guerra e di mare, fece principio coll'ajuto di Dio e colla protezione della Vergine santissima per una passeggiata militare da Ancona al santuario di Loreto. Il Patriarca e gli ufficiali alla testa, e appresso soldati e marinari, e buon numero anche di rematori. Onesta e pietosa comparsa, secondo il patrio costume e l'esempio dei maggiori: di che, non meno degli ascetici, hanno fatto i nostri classici in ogni tempo ricordo ed encomio[21]. Addì quindici di giugno participarono quasi tutti ai divini misteri, anche gli altri rimasti in Ancona: e il diciassette tutta l'armata spiegò le vele per Corfù, dove si congiunsero con Vincenzo Cappello capitan generale dei Veneziani.
[20 giugno 1538.]
Io qui non parlo delle nobili e liete accoglienze dei nostri alleati: non potevano volersi maggiori. Domando però or che siamo a mezzo giugno, dove è l'armata dell'imperador Carlo V? Domando io, e domandano tutti colà, quando verrà il Doria, capitan generale di tutta la lega pel mese di marzo, conforme ai capitoli? Ma perchè niuno risponde alla chiamata, e dobbiamo attenderlo ancora inutilmente infino agli otto di settembre, per toglierci col pensiero dall'angoscioso aspettare (anzi che morire di stento, secondo il proverbio), parleremo d'altro.
NOTE:
[16] ANGELUS MASSARELLUS, _Diaria_, Mss. _Concilii tridentini_: «_Quarto idus Februari.... Dominus Marcus Grimani, patriarca Aquilegiensis, classis pontificie præfectus, sacris in basilica principis Apostolorum peractis, designatus fuit: qui die tertia Martii ex Urbe recedens Corcyram versus cum triremibus pontificiis iter arripuit._»
RAYNALDUS, _Ann. Eccl._, 1538, n. 4, et 7.
JOVIUS cit., 456.
MAUROCENUS cit., 479, 511.
[17] ARCHIVIO RICCI cit., Volume intitolato _Tesoreria dell'armata contro il Turco: Ordini, conti, ricevute, et altro per servitio di detta armata_, segnato di fuori col numero IX da pagina 128 a 174; specialmente la pagina 134, contiene la gran maggioranza della nota seguente.
MOROSINI cit., 519: «_Patriarca Grimanus.... cum classe sua.... cum trigintasex triremibus._»
MARCO GUAZZO cit., 234, 235.
BOSIO cit., III, 177, E. — 173, D.
AMMIRATO cit., II, 661.
JOVIUS cit., 560.
VERDIZZOTTI cit., 653.
MAMBRINO ROSEO cit., 226.
ALFONSO ULLOA cit., 153.
PRUDENCIO SANDOVAL, II, 183.
[18] GIROLAMO RUSCELLI, _Precetti della milizia moderna_, in-4. Venezia, 1568, p. 40, B.
MURATORI, _Annali di Italia_, 1547, prop. fin.
[19] LEANDRO MELE, Mss. _Genealogia della nobile famiglia Ricci di Roma_, nell'Arch. della medesima. Un giusto volume in-4. — Si parla di Miniato e di questa spedizione da p. 165 a 176. — Verrà poscia sovente menzione dello stesso Miniato.
ARCHIVIO RICCI cit., vol. IX, p. 134.
ARCHIVIO municipale e parrocchiale di Civitavecchia cit.
[20] MAUROCENUS cit., 500: «_Capitaneo generali injunctum est ut Anconam proficisceretur ad quinque peditum millia subducenda, que in pontificis et urbinatis ditionibus erant conscripta._»
[21] NICCOLÒ MACHIAVELLI, _Discorsi sopra le Deche di Tito Livio_, lib. I, cap. XI, e XV: «_Quanto importa negli eserciti conservare incorrotte le pratiche della Religione._»
LODOVICO ARIOSTO, Il _Furioso_, XL, 11:
«_Come veri cristiani, Astolfo e Orlando,_ _Che senza Dio non vanno a rischio alcuno,_ _Nell'esercito fan pubblico bando,_ _Che sieno oration fatte e digiuno._»
[Marzo e luglio 1538.]
VI. — Papa Paolo con pio intendimento non lasciava, come ho detto, niuna pratica intentata per ridurre in pace tra loro i principi cristiani, senza di che non si potevano sperare effetti vantaggiosi dalla lega contro i Turchi, nè l'apertura del Concilio generale, da lui e da ogni altro ardentemente desiderato. E avendo per questi giorni saputo il re di Francia trovarsi in Provenza, e Carlo imperatore esser venuto vicino in Catalogna, deliberò mettersi di mezzo; e farsi paciere tra i due maggiori sovrani che tenevano diviso il mondo. Mosse pertanto da Roma il dì ventitrè di marzo per la via della Marca e Romagna, entrò in Parma, quindi scese da Alessandria a Savona, e per la via del mare con alcune galèe dirette a Barcellona navigò infino a Nizza, avendo prima spedito, secondo principe fedele ai trattati, il suo naviglio verso Levante[22]. Ma ai diciassette di maggio, come fu presso Nizza, maggiormente sentì la difficoltà del pacificare gli emuli pertinaci; ed ebbe a darci l'esempio di un congresso altrettanto arduo, quanto singolarissimo. Imperciocchè avendo il duca di Savoja fatto intendere non potere per certi rispetti consentire a ricevere nella sua città di Nizza nè i Francesi nè gli Spagnuoli nè altri; il Papa, dissimulando l'offesa, se ne andò in campagna a un convento di frati Minori. Colà sopraggiunse Francesco a trattare seco, ma non volle mai abboccarsi con Carlo; il quale fece altrettanto rispetto a lui. L'uno si posò a ponente, l'altro a levante; e Paolo di mezzo tra Nizza, Villanova e Villafranca, or coll'uno or coll'altro negoziando, scorreva alle opposte bande tra l'Imperatore ed il Re. Ottenne però, che i due sovrani (senza vedersi) firmassero una tregua di dieci anni, e intanto ciascuno tenesse quel che aveva, e il Concilio generale si celebrasse[23]. Con queste conclusioni prese congedo, e accompagnato da sei galèe del Re e da altrettante dell'Imperatore, venne senza novità a sbarcare nel porto di Civitavecchia, e tornossene in Roma[24].
Allora quei principi di levante e di ponente (cosa strana!) non soltanto si visitarono mutuamente e parlarono insieme, ma se ne andarono con tutta la corte di questo e di quello a solennissime feste in un luogo detto l'Acquamorta di Provenza. E il principe Doria, capitano generale dell'armata cristiana, in vece di essere secondo i patti non più tardi del mese di marzo in Levante pronto alla guerra contro i Turchi, si tratteneva lietissimo fino al mese di agosto in Provenza a far gazzarra sotto gli occhi di Carlo V. Insisto sul fatto della tardanza, perchè tocca al massimo dei disordini nelle faccende militari; e nondimeno ci torna sempre costante, sempre riprodotto, e apertamente voluto dalla corte di Spagna; non solo adesso, ma infino a trent'anni dopo: chè i comandanti al servigio di Madrid comparivano sempre in ritardo, lasciando perdere il tempo migliore, e tenendo i Romani e i Veneziani afflitti ad aspettare, e i Turchi sbrigliati a distruggere. Tutti dicevano necessaria la presenza del Capitan generale e dei suoi rinforzi; i trattati stabilivano il termine alla congiunzione, e i marinari appellavansi specialmente ai mesi estivi per imprese grandiose. Il Doria meglio di ogni altro doveva saperne: egli medesimo che a chiunque chiedevagli il nome del miglior porto di mare soleva rispondere non essere nè più nè meno di tre i migliori porti del Mediterraneo; e chiamarsi giugno, luglio, e agosto. Ciò non pertanto i tre mesi preziosi lasciavansi perdere; e Carlo approvava la tardanza dell'Acquamorta, per Andrea, come Filippo la tardanza e i disordini di Cipro per Giannandrea[25]. Io non dico che sieno criminose le feste di Provenza, nè gl'interessi di Tizio e di Sempronio; nè mi oppongo se altri gli chiama padroni di dare o no soccorso a chi ne chiede: potranno esserci diverse opinioni. Ma quando si fa lega con trattati e promesse, entra il dovere: nè sarà mai lecito ad alcuno, nè anche ai barbari, volere, lodare e assentire alla rottura della fede.
NOTE:
[22] PETRUS PAULUS GUALTERIUS, _Diaria Cærem._ Mss. cit., a die XXIII martii, ad VI julii.
ARCHIVIO RICCI cit., IX, 181: «_Il papa partì da Roma a ventitrè di marzo, e tornò ai primi di luglio._»
[23] NICCOLÒ TIEPOLO, _Relazione dell'abboccamento di Nizza tra Paolo III, Carlo V, e Francesco I, e della tregua seguitane_, ap. DU MONT, _Corps diplomatique_, IV, ii, 172.
RAYNALDUS, _Ann._, 1538, n. 8.
ANGELO PENDAGLIA, _Lettera narrattiva dell'abboccamento di Nizza_, con note del canonico GIUSEPPE ANTONELLI, in-4. Ferrara, tip. Bresciani, 1870.