La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 2

Part 19

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Finalmente addì sei di settembre tornò in Africa Marco Centurioni, e con lui il Montani e il Rinuccini commissarî, che avevano raccolto da Genova, dalla Spezia, da Viareggio e da Livorno gran quantità di munizioni da guerra, polvere e palle ammassate in quegli scali dai ministri e amici di Cesare e dai Signori lucchesi, per sopperire al consumo; potendosi calcolare a più di trentamila le palle di ferro colato da cinquanta libbre in su, scaraventate sui muri della piazza dal principio dell'assedio. Le due Sicilie in fatto di munizioni da guerra avevano già mandato il più che potevano; ed erano restate in grado di riceverne, anzi che di esitarne. Supplivano tuttavia colle vittuaglie e coi rinfreschi, specialmente coi vini: che le carni e le farine abondantemente si traevano, ed a prezzo discreto, dal paese e dagli alleati africani, i quali ognor più manifestavano il desiderio di scuotersi dalla servitù dei pirati e dei turchi. Oltracciò il Centurioni aveva condotto al campo quattro bandiere di fanteria spagnuola, un migliajo di uomini. Rinforzo sommamente desiderato[332].

[7 settembre 1550.]

Crebbe pertanto nei capitani non pur la speranza, ma la prontezza. Le munizioni, i soldati, la macchina, tutto in punto; altro non restando che scegliere il sito migliore dove affondare le áncore della sambuca, perchè da sè vi si potesse tirare coll'argano e coi tonneggi. Però la notte appresso al sette furono mandate, sotto il colore della ronda consueta, le galere a scandagliare i fondali, ed a stabilire le boghe[333] sulle áncore, a stendere andrivelli e gherlini, e a lasciarvi i segnali coi gavitelli. Eseguirono gli ordini a puntino, sempre rispondendo col cannone al cannon dei nemici: e, per meglio coprire il lavoro presso alla piazza, avevano istruzione di cogliere l'opportunità, e di levar via dal porto quella misera nave alessandrina e quelle due galeotte sdrucite che vi stavano abbandonate da tanto tempo, non forse avessero poscia da servire ai pirati per molestare la sambuca. Così adunque quella notte in una delle tante girate si accostarono destramente alla bocca del porto, e vi spinsero dentro sei palischermi armati. I marinari da diverse parti saltarono a bordo delle tre carcasse, tagliarono gli ormeggi, stabilirono i rimburchi; e arrancando a un fischio tra palischermi e galere tiraronsi appresso i tre legnacci, senza curare nè gli spari della piazza, nè le percosse delle carcasse per le sponde[334]. Abilissima manovra che onorerebbe la tattica d'ogni altro tempo, come onora quella del secolo decimosesto. Perfetto svolgimento di curva difficile in un tratto solo, sopra quattro coordinate all'asse maggiore: la scoperta, lo scandaglio, l'apparecchio, e la preda: e tutto ciò per espugnare una piazza senza dare niun indizio del finale intendimento al nemico.

NOTE:

[332] SANDOVAL, 134, A, 2: _Marco Centurion.... con los Capitanes Solis, Moreno, Manrique, y otro.... llegaron sobre Africa a seys de setiembre, muy bien recibidos._»

NUCULA cit., 202: «_Postero die (6 sett.) sub prandii tempus Marcus Centurio rediit.... pulveris, pilarum, commeatus vim, et mille quinquaginta advexit milites._»

SANDOVAL, 67, B; 68, A.

[333] BOGA (dal lat. _Bojæ, arum._ f.) Term. marin. da preferirsi a ogni altro per quel gavitellone ancorato, che serve ai bastimenti di facile ormeggio nelle rade. Esprime il ceppo e il ritegno, non è voce arbitraria, nè straniera, anzi dei Classici nel senso comune. E nel traslato marinaresco non porta equivoci col quadrupede Bove nè col serpente Boa, nè col carnefice Boja, come taluno vorrebbe scrivere, senza ragione.

[8 settembre 1550.]

XXIII. — All'alba del giorno ormai vicino la sambuca, condotta quanto più si poteva presso alla piazza, annaspava i suoi tonneggi all'argano, e lenta lenta se ne veniva al punto stabilito nella insenata di levante, a dugencinquanta metri dal muro: fondo di sabbia e di alga. Nove pezzi in batteria sul fianco destro della macchina: due capi bombardieri, undici serventi a ogni pezzo; due mozzi colla lanata a bagnar sempre le trombe delle troniere per difenderle dalla vampa; dieci calafati ed altrettanti mastri d'ascia, coi loro calafatini e dascini, pronti a riparare ogni avarìa. I capitani ordinarî de' due legni alla spalliera, e con essi i marinari consueti, oltre ai soldati di guardia. Dabbasso sotto coperta chirurghi, barbieri, e cappellani. Quattro catene di prua sulle àncore per tenere, e quattro gomenette di poppa sui ronzoni per abbozzare e addestrare la macchina secondo il bisogno. Sopra tutti l'ingegnere Arduini alla punteria dei pezzi, alla direzione del fuoco, ed al riconoscimento della breccia[335].

Dato il segno dal campo, sfolgorò l'artiglieria da ogni parte contro la piazza, traendo ciascuno a gara dell'altro, dalle trincere, dall'armata e dalla sambuca. I nemici peggio che peggio infuriati rispondevano a tutti, principalmente mirando a subbissare la macchina, che prevedevano più dannosa per loro. I colpi maggiori pareano diretti a quel solo bersaglio: e le palle come gragnuola frullavangli intorno, toccandola a quando a quando nei terrapieni, nelle opere morte, e talvolta anche nel vivo. Si sentivano già cigolare le botti, e vedevasi crescere acqua nella sentina: e la macchina, sparando a furia, e coperta di fumo, oscillava a ritroso sulle anche. In quella una palla di colubrina nemica, entratavi d'infilata, prima rompeva una bozza sulla bitta, appresso portava via ambedue le mani ad un servente, e la testa a quattro soldati[336]. Momento spaventoso pei macchinisti: corse il brivido per le ossa di tutti, si diffuse il panico, e tutti in massa a fuggire dabbasso. Di più spacciarono un palischermo al Doria, supplicandolo che li facesse incontanente levar di là, se non voleva vederli tutti perduti insieme colla sambuca[337]. Il Doria, mosso a compassione pel pauroso rapporto che a nome degli altri doveva aver fatto il più eloquente e il più costernato di tutti, mandò per loro. Ma che? Fosse arte, fosse fortuna, la sambuca stava immobile sull'orma, e non dava indietro un pelo, per quanto vi si adoperassero i marinari. Naturalmente a parer mio, (senza ricorrere ai prodigi del Nocella) aveva a star lì: perchè già menata quanto più si poteva vicino a terra, col sopraccarico di sì gran peso, dopo tante scosse e colpi, doveva essersi accasciata sul fondo, e tenacemente appiastrata tra la sabbia e l'alga: qualità tuttavia propria di quel rivaggio fino ad oggi, come segnano le carte marine dell'ammiragliato britannico[338].

Di che facendo ragione l'Arduini, e vedendo la sua macchina più stabile di prima, l'acqua allo istesso segno e non crescente nel pozzo delle trombe, l'artiglieria senza danno, e il fuoco dei nemici all'incontro rallentato, pensò che la gente di bordo farebbe di necessità virtù. Si pose tra loro con animose parole, fece sgombrare i cadaveri, mandò altrove il moncherino, e chiese un rinforzo di soldati per isgombrare ogni rimasuglio di pànico coll'esempio, e bisognando anche colla forza. Ebbe subito il sergente Pallares con sessanta fanti spagnoli; appresso il capitan Orihuela, che fu costretto a ritirarsi ferito di scheggia alla prima comparsa; e finalmente il capitan Solis colla sua compagnia. La gente tantosto riprese animo, tornò al dovere come prima: tutti a gara intorno ai pezzi per far bei tiri; e così andò il resto della giornata crescendo il fuoco della sambuca sempre con maggior vantaggio, a emulazione delle altre batterie di terra e di mare, che non avevano mai lasciato di trarre.

[9 settembre 1550.]

Nella notte lavorarono le maestranze a risarcire qualche danno della macchina, ed a crescervi quei ripari che l'esperienza e il raziocinio avevano mostrato convenienti. L'equipaggio prese ristoro, dimenticò lo spavento, e la mattina seguente più baldo e sicuro calcava i cartocci, e appuntava i pezzi sui tagli verticali e orizzontali che far si volevano a compiuta apertura del muro. Il dì nove si parve a tutti evidentissima la eccellente posizione di quella macchina, e il maneggio della sua artiglieria, che non solamente smantellava le muraglie della marina, ma i fianchi del così detto rivellino, e la spalla dell'ultimo torrione tra mare e terra sull'istmo; e di più scortinava per di dentro e di rovescio quasi tutta la difesa della fronte. Ondechè al furioso trarre della sambuca ruinò gran parte della cinta: e l'istesso gran rivellino maestro, che percosso in faccia non aveva mai dato un crollo, ora squassato da tergo, cadeva a pezzi. E quantunque i nemici infuriati per tanti danni, che principalmente provenir vedevano dalla terribile macchina, avessero volto tutto l'animo e lo studio a bruciarla, bolzonando colle balestre e col cannone saette ardenti di fuoco artificiato, non per tutto questo smettevano i nostri diligenza: anzi più prontamente giuocavano di cannonate, plaudendo l'uno all'altro ad ogni bel colpo; e spegnendo sempre che bisognasse l'incendio colle copiose acque del mare; eziandio che ciò costasse a parecchi la vita[339].

In somma la sera del martedì, nove di settembre, la piazza era aperta: e tutti avrebber voluto alla fine entrarci dentro. Solo il vicerè di Sicilia don Giovanni de Vega si oppose, e sostenne doversi l'assalto rimettere al giorno seguente, dicendo che per la notte ormai vicina si andrebbe male dentro una piazza sconosciuta, tra nemici disperati, a rischio di esser fatti a pezzi negli interni traghetti, e forse anche costretti a uscirne fuori con molta vergogna. L'esperienza successiva comprovò la saviezza del consiglio antecedente.

NOTE:

[334] SALAZAR cit., 70, A, 2: «_Domingo en la noche de siete de setiembre.... las galeras sacaron del puerto la nao y galeota.... estando ya reconocido donde se avian de plantar las galeras de la maquina de batir._»

SANDOVAL cit., 135, B, I: «_Domingo en la noche despues.... cogieron los navios y la galeota y los llevaron.... reconocido donde plantar para hazer batteria._»

[335] NUCULA, 229: «_Præerat tormentis machinæ optimus machinator Andronicus Spinosa nomine, cui magna ad rem peragendam._»

[336] SANDOVAL, 135, B, 2, fin.: «_Una pelota llevò la maroma, y las manos a uno, y las cabezas a quatro.... huvieron timor._»

[337] NUCULA, 233: «_Miserunt qui suo nomine rogarent Auriam, ut si machinam et qui erant in ea salvos vellet, inde illam amoveri juberet._»

[338] WILKINSON, _R. N._ cit., _Anchorages of Mehediah, ancient Africa._ 1864. «_S. Wd. sand and weed._» (Rena ed Alga.)

[339] SANDOVAL cit., 136.

NUCULA cit., 235.

[10 settembre 1550].

XXIV. — Nella stessa notte capitani, soldati e marinari approntarono le armi per la imminente giornata: chi assegnato di guardia alle trincere, chi di riserva ai soccorsi, chi ad una delle tre colonne di assalto. Nella prima, s'intende, don Garzia di Toledo contro il rivellino diroccato[340]; nella seconda don Giovanni di Vega contro la muraglia della primitiva prova[341]; nella terza dalla parte della marina mille italiani. Contate trecento romani del naviglio di Sforza, condotti da Astorre Baglioni[342]; altrettanti fiorentini, delle galèe dell'Orsino, sotto Chiappin Vitelli[343]; e quattrocento tra soldati e cavalieri di Malta, col commendatore Claudio della Sengle[344]. Claudio volle unirsi alla colonna italica, sebbene avesse a suo talento la scelta di quella che più gli fosse gradita. Sapeva bene il savio commendatore, e futuro Grammaestro, doversi unire i marini ai marini: massime a quelli, la cui tempra e valore negli ardui cimenti eragli di lunga mano già conta. Imperciocchè quanto allora stava in alto la fama delle fanterie spagnuole per la fermezza dell'ordinanza, altrettanto per gli assalti pregiavansi le milizie italiane: e veramente quel giorno a gara romani, fiorentini, genovesi e napolitani confermarono onorevolmente la comune riputazione[345].

Come fu giorno, tutte le galèe in battaglia si accostarono alla piazza, e la posero come bersaglio centrale a un semicerchio di cannoni. Il Doria al primo posto collo stendardo del Crocifisso all'albero maestro, secondo la consuetudine delle grandi giornate, spiegava da poppa gli aquiloni imperiali in ruote sopra le lunghe filiere dei gagliardetti e delle banderuole[346]: alla destra le galere sue, di Napoli e di Sicilia, che non avevano fanteria da sbarcare; a sinistra le galèe di Roma, di Firenze e di Malta, tutte imbandierate a festa come in giorno solenne; e i mille in arme allestiti per discendere in terra.

Se non che prima di venire all'ultima prova parve conveniente ai Triumviri di stancare nella mattinata i difensori, ripigliando a batterli con tutte le artiglierie dal mare, dalle trincere e dalla sambuca: volevano spianare vie meglio le brecce, e radere ogni riparo che vi potessero avere i nemici imbastito nella notte. Nella qual fazione di soverchio ardore, di prestezza e di fuoco incalzante, ebbe a crepare qualche pezzo; e tra gli altri uno delle galèe romane, senza altro danno, nè delle persone ne del legno[347].

Sul mezzodì le genti deputate all'assalto presero ristoro di cibo e bevanda, in piè colle armi allato, e tutti a un desco capitani, soldati e venturieri. Indi cessarono i fuochi. Quaranta palischermi portarono i soldati al lido sotto l'ultima breccia, dove prestamente guazzando presero terra, e formarono lo squadrone[348]. Al tocco delle tre pomeridiane, alto silenzio: poi di mezzo ai mille squillò la nota carica, sonata dalla tromba della Reale, e rispose dal campo un colpo solitario. Gli occhi di tutti al cielo, il ginocchio a terra, la mano al petto; i sacerdoti compartirono l'assoluzione in compendio: e i guerrieri, gridando: Avanti, Avanti, corsero ai varchi.

Or non mi è possibile narrare insieme l'andamento delle tre colonne: e come ognuno intende, sono costretto dir le cose ad una ad una, quantunque avvenute nello stesso tempo. Comincio dal punto ove siamo, e dove tutti mi vedono, cioè dalla marina: seguirò brevemente le mosse sempre rapidissime degli assalti, e sarò presto al sommo colle altre due valorose colonne di Spagna. Ecco Claudio, il Vitello, il Baglione, il Savello, la nobile compagnia dei venturieri romani e fiorentini, insieme col fior dei prodi nelle assise di Malta, salgono arditamente verso la breccia. La colonna, stretta in massa, assorbe la scarica dei difensori appostati dietro le rovine: cadono tra ufficiali e cavalieri più che venti persone, tutte principali. Ma al tempo stesso gli assalitori si gittano nella piazza, e pigliano a corpo a corpo colle spade e coi pugnali a sgombrare l'interno delle mura di verso l'istmo, per dare la mano ai compagni. Contrasto fiero, disperato, pertinacissimo, fuori e dentro ad ogni passo: difficile tanto il salire, quanto lo scendere dall'uno all'altro muro, anche per didentro; e sempre ostinatamente conteso dai nemici appostati sulle torri, alle finestre, pei tetti. Ciò non pertanto alcuni di salto, ed altri coll'ajuto di palanche trovate a caso trapassano, ed altri ancora più agiatamente dalla estrema destra entrano e si stabiliscono nell'interno della città, e poi mano mano si prolungano verso la sinistra accostandosi alle altre due colonne di verso terra[349].

Più duro intoppo incontrò lo squadrone del centro, dove caddero o morti o malamente feriti i capitani Zumarraga e Belcazar, e i due Ferranti di Toledo e Lupo, l'alfier Sedegno, il cavalier di Ulloa, cinque alfieri, sedici sergenti, e i tre generosi fratelli Moreróla, l'uno dopo l'altro colla bandiera in mano. Ma infine anche i prodi dello squadrone centrale scavalcarono dal primo al secondo recinto, discesero nella città, e si congiunsero agli altri. Tutte queste difficoltà potrebbonsi quasi stimare per nulla in confronto al contrasto incontrato dall'ultima colonna intorno alle ruine del torrione maestro, chiamato il rivellino: quasi tutti i capitani ed ufficiali restarono sulla breccia, e la maggiore mortalità diè prova di più alto valore. Là, al dir dei contemporanei, finalmente cadde Assan-rais governatore della piazza, nipote di Dragut (da non confondere con altri nipoti nello scambio dei prigionieri); e là si potè in conclusione gridar vittoria, che, vivente Assano, non si sarebbe gridata mai, come egli aveva sempre asserito[350]. Allora si congiunsero le tre colonne, corsero la città, disarmarono il presidio, restrinsero diecimila prigionieri, e aprirono le carceri, dove un centinajo di Cristiani, e tra essi cavalieri, sacerdoti, fanciulli e femmine, lasciavano giubilanti le catene[351].

Or quivi con maggiore esultanza capitani e soldati convenivano, rallegrandosi della fortuna dei liberati fratelli: e chi lodava il valore di questo o di quello, chi il senno degli architetti e degli ingegneri; e chi per isgombrare dalla mente quell'aria di tristezza che sempre gravita sur una città presa d'assalto (anche al pensiero dei vittoriosi soldati e degli umani lettori) ricercava la cervia del Vicerè.

Sia concesso anche a me per le stesse ragioni aver modo di dire come don Giovanni di Vega, vicerè di Sicilia, aveva al campo una giovane e bellissima cervia, mandatagli in dono da donna Isabella sua figlia, da lei stessa ridotta mansueta e domestica. Don Giovanni menavasela sovente appresso, la nutriva alla sua mensa, e ritenevala nella scuderia coi cavalli di battaglia. Tutti i soldati del campo la conoscevano e l'accarezzavano. Quando le colonne si aringarono per lanciarsi alla ultima prova, il mansueto animale venne in mezzo a vedere la mostra: e nel momento solenne del primo distacco, come ebbe riconosciuta la voce del padrone, e la sua mano distesa verso la breccia, e i soldati correre a quella volta, e squillare concitate le trombe di mezzo ai tamburi, essa al modo dei generosi destrieri fiutò la guerra, spiccò un salto, e via innanzi a tutti dentro nella città pei rottami. Dove non avendo poscia trovato nè padroni nè servi, ebbe ribrezzo, come possiamo pensare, della strage; e saltando oltre pei dirupi esterni della piazza ripigliò il genio degli aperti campi, perchè non fu potuta più, nè viva nè morta, ritrovare[352].

NOTE:

[340] SALAZAR, 71, B. 2.

[341] SANDOVAL, 136, B, I.

[342] ANONIMO PERUGINO cit., Ms. 23: «_Astorre Baglioni guidò all'assalto le genti italiane, che erano nelle galere del Papa.... i due generali del Papa e di Firenze restarono sulle galere a travagliare la piazza colle artiglierie.... le loro genti andarono all'assalto condotte da Astorre Baglioni._»

[343] NUCULA, 224: «_Victoriam adjuvit Carolus Sfortia, summi pontificis Julii III militibus, hoc idem Jordanus Ursinus cum suis._»

[344] BOSIO cit., III, 277, A.

[345] SALAZAR cit., 72, B, 1, med.: «_Romanos Florentines, y Ginoveses que havian salido de las galeras del Papa y del duque de Florencia, todos muy bien aderezados de guerra._»

NUCULA cit., 224: «_Astor Ballionius et Antimus Sabellus cæterique Itali nobilitate præstantes.... qui se itala virtute splendoreque dignos prœtiterunt._»

[346] SALAZAR cit., 74, A, 2: «_Llevando el Principe en su galera un estendarte tendido con un Crucifixo, y otro con el aguila imperial, con otras muchos banderas y gellardetes por popa y proa: y de la mesma manera todas las otras galeras del Papa y del armada._»

[347] SANDOVAL 136, A, 1, fin: «_Baterias muy vivas, y espesas, sin cessar, tanto que se quebrò una pieza de artilleria de las galeras del Papa._»

SALAZAR, 70, B, 2.

[348] NUCULA, 249: «_Acies aquam audacter ingressa per medios fluctus ad oppidum._»

SANDOVAL, 136, B, 2: «_A las tres de la tarde señal de arrometer._»

SALAZAR, 74, A B, 2: «_Sonò luego la trompeta del Principe en tierra, como estava acordado._»

[349] MAMBRINO ROSEO, _Storie del mondo_, in cont. del Tarcagnota, in-4. Venezia, 1598, III, 405: «_Fatta una batteria per mare sopra due galere, e dato l'assalto per quella batteria dai cavalieri di Rodi e dagli Italiani, la città fu presa._»

TOMMASO COSTO, _Storia di Napoli_, in-4. Venezia, 1613, II, 265: «_Dato l'assalto dagli Italiani e dai Cavalieri, fu presa la città d'Africa._»

NUCULA, 249. — SALAZAR, 72, B. — BOSIO, 277.

[350] Nucula, 247: «_In ea Præfectus mortem occubuit: et quod ipse eventurum prædixerat, urbem scilicet dum ipse viveret non capiendam, evenit._»

SALAZAR, 79, A, 1.

CIPRIAN MANENTE, _Historie_, in-4. Venezia, 1566, II, 296.

[351] SIGONIO cit., 289.

CAPPELLONI cit., 150.

STELLA cit., 644.

CAMPANA cit., II, 50.

NATAL CONTI, 92.

ADRIANI, 289.

[11 settembre 1550.]

XXV. — Il giorno seguente, volendo celebrare con più solennità la vittoria e rendere all'Altissimo le dovute grazie, ordinarono l'ingresso trionfale dal campo alla città per la porta maestra. Mettiamci sul ponte, e potremo a bell'agio vedere la sfilata: avanti a tutti i picconieri e la musica, appresso un drappello di archibugeri ed uno di picchieri, indi il vecchio Doria col notissimo berrettone di generale del mare; e in ricchi elmetti con lui don Giovanni e don Garzia: dopo in morione e corsaletto i generali delle galere Sforza, Orsini, e Claudio; e tutti arnesati di piastra e maglia i generali delle fanterie Baglioni, Savelli, Vitelli e gli altri. Ecco in gran frotta tra i capitani Filippo Orsini da Vicovaro, Francesco de Nobili da Lucca, Antonio Fani da Bologna, e tra i gentiluomini ed ufficiali l'Andreotti, il Filippetti, e il Biancardi, gli Oddi, il Ranieri, il Parisani, e tanti altri cavalieri e signori spagnuoli, romani, napoletani, genovesi e fiorentini[353]. Pensiamo splendore e bellezza di gente esultante, soldati e marinari delle varie bandiere, ed entriamo con loro per la sospirata porta nella città, infino alla novella chiesa di san Giovanni, ove si canta laude a Dio, per riconoscimento della compiuta vittoria.

[12-30 settembre 1550.]

Tanto bastò a don Giovanni di Vega per disciogliere a un tratto il triumvirato, quantunque grande prevedesse l'alterazione di don Garzia[354]. Terminata la guerra, solennemente fece pubblica la giurisdizione sua per ragione dell'ufficio, come vicerè della Sicilia: si dichiarò unico capitan generale in Africa, scrisse col suo nome i bandi, prese possesso della città, e la pose sotto il civil dominio di Mùlei Achmet re di Tunisi, amico e tributario del re di Spagna, a patto che non mai più quivi sostenesse nè tollerasse pirati; e di più facesse le spese alla guarnigione di mille fanti, che per malleveria dei patti intendeva lasciar nella piazza al modo stesso che si tenevano alla Goletta[355].

[30 settembre 1550.]

Alcuni già parlavano di voler fortificare Afrodisio alla moderna: e il Vicerè più d'ogni altro desiderava assicurare con grandiose opere difensive il possesso di piazza tanto importante, conquistata a gran fatica sotto il suo governo. Però a quel Prato architetto e ingegnere militare di sua fiducia, che abbiamo addietro nominato, diè il carico di studiare sul terreno le linee che meglio potessero convenire a rendere vie più sicuro quel luogo, già per sua natura fortissimo. L'architetto eseguì le commissioni, e non istette contento ai disegni di pianta sulla carta, ma volle farne il modello in rilievo di legname, così perfetto e bello, che il Vicerè si tenne onorato di farlo presentare all'Imperatore per le mani di un gentiluomo, spedito per questo rispetto alla Corte[356]. Intanto l'istesso Prato dava mano ai risarcimenti necessarî intorno alle brecce, ed a spianare le trincere dell'assedio, e ad imbastire qualche principio di nuovi rinforzi[357]. Sarà inutile entrare in altri particolari: come ciascuno facilmente prevede, non se ne fece più nulla, per la consueta difficoltà della spesa. Anzi l'istesso Imperatore dopo tre o quattro anni, pensandosi troppo aggravato di qualche soldo che gli andava per quelle genti, mandò colà don Fernando d'Acugna con buona provvisione di piccozze e di fornelli a smantellare tutte le fortificazioni nuove e vecchie, e a ritirarne il presidio[358].