La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 2
Part 18
Qui mi vien bene aggiugnere alcuni fatti minuti di costoro presso la spiaggia romana, durante l'anno del giubilèo: fatti narrati da scrittore contemporaneo[308]. Tre ladroni, sciolti dalla brigata di Dragut, eransi messi in società tra loro, e in busca pel Tirreno: chiamavasi l'uno Cametto, l'altro il Bagascia, e l'ultimo il Bollato. Ladri nomi, come ognun sente, e certamente imposti dai nostri e loro amici, conforme ai meriti. Essi venivano con tre legni, due fuste e un brigantino: e insieme di notte al primo abbordo presso Napoli cattivarono una grossa nave carica di vini, che il vicerè don Pietro mandava in Africa a don Garzia suo figlio. Fecero schiavi il capitano e i marinari, e mandarono alla Gerbe marinato il bastimento e il carico. Poi volsero all'isola di Ventotiene per racconciarsi e dividere i guadagni minuti. Dopo cinque giorni alzarono la vela alla volta del Circèo: ma sorpresi da grosso fortunale rifugiaronsi a Ponza, dove stettero dieci giorni a ridosso. Indi ripigliata la via per maestro, presto ebbero l'incontro di una tartana con venti passeggeri, usciti anche essi al buon tempo da Gaeta, e vôlti cheti cheti alla Fiumara di Roma ed alle indulgenze del giubilèo. Pensate rubalderia di Turchi! presero a un tratto pellegrini, marinari e tartana; e consegnarono ogni cosa al Bollato, perchè col suo brigantino di scorta menasse gli schiavi e il naviglio al mercato della Maometta. Le due fuste vennero avanti alla foce del Tevere, cercando se altri volesse entrare od uscire senza spese di rimburchio: ma scoperti dalla torre Bovacciana, allora più propinqua al lido, e salutati di alcune cannonate, tirarono oltre. Non furono guari lontano, che si parò un bastimento di Civitavecchia diretto al Tevere: ed i pirati addosso. Allora il padrone non potendo tornare addietro pel vento di Ponentemaestro, nè volendo allargarsi a mare, animò la sua gente, distese tutto il cotone, aggiunse sei remi, e prese a correre verso la Fiumara, sempre tenendosi dalla parte di terra il più che poteva. Le fuste più leggiere, e fornite di maggior remeggio, dopo strettissima caccia già già erano per investirlo; e allora il padrone, che aveva anche a questo provveduto, mollava la scotte, dava fondo a due ferri, e abbandonava il bastimento, fuggendo collo schifo e con tutti i suoi marinari a salvamento in Ostia. I pirati nondimeno salparono le áncore, menaronsi il bastimento, rubarono ogni cosa, e poi l'abbandonarono quaranta miglia al largo.
Questo fatto pose di mal umore Cametto contro il Bagascia, perchè costui sconsigliato nella caccia aveva troppo stretto il nemico alla spiaggia, in vece di sforzarlo ad allargarsi; e con ciò cresciuto favore alla fuga delle persone. Ebbero tra loro di male parole, e si separarono, dicendo il Bagascia volersene tornare in Barberia per bisogno di panatica. Al contrario se ne andò solo all'Elba, dove scoperto dalle guardie, e assalito da due barconi dell'isola col rinforzo di molti soldati, combattè lunga pezza, dette e toccò le busse: ma in fine gli riusci di smucciar via, tuttochè mal concio; e corse a ripararsi prima in Bona, poi in Algeri, dove fece mercato del bottino e dei prigioni.
Cametto altresì solo restò sulla Spiaggia romana per due giorni, e poi navigò a Talamone. Colà ebbe incontro quattro galeotte di Dragut, appartenenti alla schiuma di un altro stuolo: e tutti insieme quei furfanti fecero gran baldoria per l'allegrezza di essersi incontrati; dandosi a vicenda l'uno l'altro le notizie di quanto avevano lasciato in Africa, e trovato in Italia. Andarono quattro giorni insieme, fino a capo Côrso; poi si divisero, continuando le galeotte a ponente verso la Spagna; e tirandosi Cametto a ostro per la Corsica e per la Sardegna. Nella prima isola prese un povero prete di campagna nella stessa sua pieve, fuggitone a precipizio il vicario più destro e più giovane. In Sardegna ghermì due fanciulli che nuotavano per sollazzo alla riva. E prolungandosi per quelle costiere, ogni notte gittava in terra dieci o dodici uomini a far preda per le campagne, attaccandosi a tutto, posto che si potesse trasportare. Ma essendosi i Sardi riscossi chi a piè chi a cavallo per ricuperare le persone e le cose perdute, indarno Cametto spese altri otto giorni a ronzare intorno a quelle rive: tutto era guardato e difeso. Però volse la vela verso Biserta, rendendo suo malgrado onorata testimonianza alla virtù dei Sardi[309]. Trista condizione della dimora, dei viaggi e dei commerci per le nostre marine.
NOTE:
[307] NUCULA, 175: «_Marco Centurioni negotium datur ut cum decem triremibus Genuam... inde Liburnum... impositisque militibus, reverteretur._»
SALAZAR, 57, 59, 67.
[308] SALAZAR cit., 46, A, I; 63, A, B; 64
[309] SALAZAR cit., 63, 64.
P. A. G., _Medio èvo_, I, 206, 208, 210.
[31 luglio 1550.]
XIX. — In quella Carlo Sforza, speditosi da Roma, e ripresa a Napoli la capitana e le munizioni che ho detto, veniva a golfo lanciato verso l'Africa, non senza cacciarsi dattorno lo sciame dei pirati, dalle cui mani alle Eolie pur riscuoteva una fregata napolitana con tutta la gente[310]. Il suo ritorno all'armata ed al campo, che fu il trentuno dello stesso mese di luglio, ravvivò la speranza di sollecita espugnazione, e più che mai rivolse i pensieri altrui alle batterie di costa verso la marina, sul debole della piazza, secondo che egli aveva sempre proposto. Di questo suo pensamento, con lunghi e stringenti discorsi, durante la traversata, erasi studiato di far capaci i due ingegneri che aveva preso seco a Palermo: coi quali per maggior convincimento, e prima di mettere piede in terra, scórse a bello studio tutta intorno la penisola fortificata, segnando col dito a quei signori i punti che meglio degli altri potevano essere con buon successo battuti; e pigliandone i rilievi dalla poppa del suo schelmo[311]. Seguo in questa parte la perizia di Carlo Botta, che usa la voce Schelmo per sincope di palischermo, quasi a ogni pagina del Viaggio intorno al globo: e per questa stessa ragione mi sembra termine molto acconcio ad esprimere per eccellenza la barca assegnata all'uso personale del comandante: perchè come si distingue per la ricchezza e nobiltà delle forme, così anche vada per la concisione e forza del nome meglio in armonia colla dignità della persona[312].
I due ingegneri, chiamati con gran pressa dalla Sicilia dopo la battaglia dell'Oliveto, e indi menati al campo dalla prima galèa di passaggio per quelle parti, che fu proprio la capitana di Roma[313], passano ambedue presso che ignoti nella storia dell'arte; e però più meritevoli di special ricordo, come abbiam detto del Ferramolino. Il primo, chiamato Andronico Arduini, oriundo di nobile famiglia messinese[314], nato in Rodi, bombardiere di vaglia in quell'assedio, fattosi poscia seguace del Martinengo, divenne eccellente nel maneggio delle artiglierie, negli ingegni delle macchine, e nelle dottrine della nuova fortificazione militare[315]. Dunque di origine e di scuola italiana, quantunque per andare meglio a' versi dei padroni di Spagna si facesse chiamare col nome di capitano Spinosa, sì come ripetono sempre gli scrittori di quella nazione[316].
Dell'altro parlano quasi tutti implicitamente; ma il solo Orazio Nocella da Terni, attore e testimonio dei fatti, nei commentarî stampati in Roma, esplicitamente ricorda il nome, dicendo[317]: «Presa la città di Afrodisio, tra le molte provvisioni del Vicerè vuolsi ricordare la proposta di renderla più forte, e più difendevole, anche con poca gente. Laonde al signor Prato, nobile architetto, di cui si serve continuamente per le sue fabbriche, e per le fortificazioni delle città e d'altri luoghi, die' commissione di farne il disegno, e di mandarne la figura all'Imperatore, lavorata e finita come si costuma per mostrarne l'artificio.... Il modello, prestamente composto, fu presentato a Cesare da Giovanni Ossorio di Quignones, insieme colle notizie della felice espugnazione e conquista.» Dunque anche il Prato era presente al campo, e pigliava parte all'espugnazione, e aveva il carico dei lavori, quantunque non sia espressamente scritto dal Salazar e dagli altri[318]. Il nome del Prato è certamente italiano, come ognun vede, e forse di quella stessa famiglia da Lecce, donde un secolo prima si era generato Leonardo Prato, cavaliere gerosolimitano, cui i sovrani aragonesi avean dato il carico di riparare le fortificazioni di Otranto, dopo la celebre cacciata dei Turchi[319]. Ora che abbiamo fra noi il Ferramolino, l'Arduino, ed il Prato, passiamo a considerarne le opere magistrali.
NOTE:
[310] SALAZAR, 46, A, I: «_El Prior con la capitana del Papa.... fue en busca de la fusta.... y topò la fragata que a salvamiento venia._»
[311] SANDOVAL cit., 134, B, 2, med.: «_Dixo Espinosa que, quando venia de Sicilia, avia reconocido per el mar ser aquella parte lo mas flaco de la plaza, y que de là seria bien dar le batteria._»
[312] CARLO BOTTA, _Viaggio attorno al globo, di Duhaut de Cilly,_ 1, 7, 39, 129, 130, 136, 216, etc.
ARIOSTO, _Orlando Fur._, XXXVI, 7.
[313] SALAZAR cit., 60, A, I: «_Despues el dia de Santiago.... escribieron.... a Andronico de Espinosa ingeniero del reino de Sicilia, que fuesse a servir al campo imperial sobre Africa.... de mas de Hernan Molin._»
IDEM, 68, A, 2: «_Andronico de Spinosa ingeniero, que el Visorrey a Cecilia embiò a llamar con diligencia, se embarcò y fue al campo._»
[314] EMMANUELE E GAETANI (marchese di Villabianca), _La Sicilia nobile_, in-4. Palermo, 1757, II, 387: «_Arduini famiglia antichissima messinese dei tempi dei Normanni._»
[315] BOSIO cit., III, 286, A, B: «_Merito di Arduino rodiotto, già bombardiere e vassallo della Religione, il quale dopo aver servito il prior Gabrielle Tadino di Martinengo, fattosi molto perito et experto in fabbricar macchine, stava al soldo del Vicerè di Sicilia, e nella milizia spagnola si faceva chiamare il capitan Spinosa._»
[316] SALAZAR cit., 72, B, 1, 2. — SANDOVAL cit., 134, B, I.
[317] NUCULA cit., 265, 266: «_Quamobrem Prato nobili architecto, cujus opera in ædificiis construendis, urbibusque ac locis muniendis pro rex assidue utitur, negotium dedit.... ut munitior Urbs fieret, et custodiri posset.... et formam exprimeret ad architecturæ leges.... ad Cæsarem mittendam._»
[318] SALAZAR cit., 85, A, I, med.: «_El Visorey en Africa.... dexo un ingeniero, para que haziesse reparar._» Questi è il Prato.
[319] ANTONIO DE' FERRARI, detto IL GALATÈO, _Successi dell'armata turchesca in Otranto_, tradotti dal Marziano, in-4. Napoli, 1612, p. 85.
[4 agosto 1550.]
XX. — Dei lavori precedenti sul campo non fa bisogno altro commento: gabbioni, fascine, terrapieni, fossi, trincere, e due parallele, secondo il metodo ordinario. Dalla parte della piazza due muraglie, l'una a riparo dell'altra, il fosso in mezzo, la breccia difficile, l'assalto impossibile. Il Ferramolino si volge alle mine: ma non può camminare di lungo sotterra, dove a ogni passo incontra due ostacoli insuperabili; pietra viva, ed acqua morta[320]. Condizioni geologiche necessarie del sito, quando si dice rupe presso al mare sottoposta a monti più alti e vicini. Venuti gli altri ingegneri, deliberano insieme di accostarsi alla piazza e di attaccarle il minatore per mezzo di una galleria di nuova forma, e acconcia quanto più si può alla qualità del terreno. Cavamento fino a trovare il macigno, ripari laterali di terra e fascina, e copertura superiore di travate e panconi da nascondere e difendere i lavoranti e i minatori.
[18 agosto 1550.]
La galleria divisata venne presso che compiuta, non ostante il fuoco continuo della piazza, e l'opposizione dei nemici vigilantissimi ai nostri danni. Se non che la notte seguente, che la travata s'appressava alla scarpa del muraglione, quei Turchi terribili dalle loro feritoje annaffiarono i palchi di catrame, e vi gittarono sopra giunco, ginestra, stipa e fuoco; a spegnere il quale perchè niuno venisse appostarono tutta la loro archibuseria. Pensate il Ferramolino là sotto colle trombe, coll'acqua e colla terra ad affogare ed a vincere l'incendio: pensate quegli altri a replicare catrame, tizzoni e archibugiate. In somma tre volte domate, tre volte riaccese le fiamme: morendovi molti soldati e guastatori chi cotto, chi trafitto: e urlando i Turchi ad ogni bel colpo dalle feritoje basse del torrione. Finalmente toccò una palla in fronte al Ferramolino, che vi restò gelato sul colpo[321]. Prode ed infelice ingegnero! troppo raffidato nell'arte tua, lasciasti le ossa ascose nella terra dei barbari, e il nome presso che obliato nel tuo stesso paese! L'estremo vale dello storico scusi il monumento della tua tomba, e tenga viva la memoria delle tue benemerenze nell'affetto dei posteri, dovunque alligna cortesia.
[28 agosto 1550.]
Sottentrò l'Arduino alla testa degli ingegneri, prese la direzione dell'assedio, e depose il pensiero delle mine. Uomo nuovo, doveva far novità: venuto dal mare collo Sforza, doveva sforzare dal mare. Mutò subito la postura delle batterie. Salvo alcuni pezzi di fronte, presso al centro del campo e del quartier generale, trasportò il resto di grosso calibro all'estrema destra per battere l'ultimo angolo della fronte verso levante; dove il muro, per essere sul pendio della rupe, non montava più grosso di sette palmi, e pareva privo di contrafforti anteriori e di fosso. All'alba del giovedì ventotto di agosto, essendo ogni cosa in punto, l'Arduino aprì il fuoco della nuova batteria, e se ne videro subito effetti stupendi[322]. La debolezza del muro, la grossezza dei calibri, la vicinanza di dugencinquanta metri, e più di tutto la direzione normale dei colpi facevano a pezzo a pezzo cascar giù la muraglia, e con tale prestezza, che quei di dentro non erano in tempo nè a sgombrar le macerie, nè a riparar la rottura. Indarno i Turchi abbarcavano tavole, terra e fardelli di cotone e di lana; indarno Assano in persona conduceva al lavoro gli operaj; indarno tagliate e traverse. La nostra artiglieria scopava ogni cosa da quella parte: e non restava che un po' di torrione a demolire, perchè senza molestia dei fianchi si potesse ordinare a sicurtà l'assalto. Ma quel torrione stava duro, come gli altri della fronte: strigneva il tempo, bisognava far presto, non dare agli assediati la comodità di riparare. In somma era necessario ajutarsi con tiri perpendicolari dalla parte del mare.
E perchè il luogo ristretto, le acque poco fonde, e la suggezione alla numerosa e terribile artiglieria della piazza, non permettevano senza gravissimo pericolo il ronzare delle galere, come si era fatto a Corone, alla Goletta e a Castelnovo, si pensò adoperarvi una macchina navale, cui era riserbato finalmente il vanto principale della vittoria.
NOTE:
[320] SANDOVAL cit., 134, B, I, mod.: «_Començose la trinchea: mas hallaron tanta agua.... juntando con el muro para que pudiesen picarle y minarle._»
ADRIANI cit., 289, B: «_Havendo prima tentato cave sotterra.... per andare coperti alle mura per iscalzarle et abbatterle: ma nulla era giovato, chè le mine intoppavano in pietra dura._»
[321] STELLA cit., 640: «_Ferramolinus, architector et machinator excellens, cum cuniculos jam prope pomerium egisset, glande tormentaria secundum frontem ictus est._»
NUCULA cit., 182: «_Ferramolinus, optimus architector et machinator Cæsaris.... cum tectum cuniculum agi curaret, glandis ictu in caput secundum frontem interiit._»
SALAZAR cit., 68, B, 2, fin.: «_A Hernan Molin dieron un escopetazo por los pechos, de que muriò._»
SANDOVAL cit., 134, B, 2.
[322] SALAZAR cit., 69, A, 2 princ: «_Jueves a la noche veynte y siete de agosto, hizieron plantar pieças gruesas, y al romper del alva de otro dia començaron a jugar.... estaban a doscientos y treynta passos.... cogian mas en lleno.... hizo grande operacion._»
SANDOVAL, 135, A, I. — Nota che nel 1550 e mese d'agosto il ventisette era mercoledì, dunque il giorno seguente è giovedì ventotto. La notte deve intendersi precedente.
[31 agosto 1550.]
XXI. — Questa macchina doveva essere in sostanza una grossa batteria galleggiante da accostarsi facilmente per mare al punto voluto sbrecciare: macchina di gran piazza, formata con due navigli incatenati in un sol corpo, fornita da molte e grosse artiglierie, e ben riparata dalle offese nemiche per sicurezza di sè stessa, dei pezzi e dei serventi. Fu pronta in pochi giorni: e tra poco ne vedremo meglio la costruzione e il servigio.
Intanto se alcuno domanderà il nome dell'egregio inventore, deve mettersi meco tra le varietà dei libri e delle sentenze. Chi dice il Ferramolino, per averne lasciato il disegno prima di morire: chi ne dà il merito al Doria, al Vega, o a don Garzia; chi propriamente all'Arduino; chi dice esserselo preso da sè Giulio Cesare Brancaccio; e chi doversi cercare più abbasso un siciliano, un galeotto, uno schiavo, un rinnegato[323]. Dunque possiamo conchiudere che gl'inventori furono tutti: e tanto meglio la diversità delle altrui opinioni confermerà la nostra, quanto è pur vero che gli uomini, stretti dalle medesime necessità, tornano sempre agli stessi ripieghi. Fin dai tempi di Mitridate e di Scipione si sono viste macchine composte con due o più bastimenti incatenati tra loro: ne parla Tito Livio, Appiano Alessandrino, Festo, Vegezio, Vitruvio[324]. E senza andar tanto lontano, per ogni altro tempo si è veduto nei nostri porti spianare in lungo e in largo gran piazza sopra alcuni bastimenti legati insieme, volendosi riunire in mezzo al mare per maggior sollazzo molta gente a danze, a conviti, e simili[325]. Dunque senza pretendere vanto di bell'ingegno poteva facilmente chiunque al modo istesso proporre di piantarvi il giuoco di una batteria di grossi cannoni; come gli antichi sopra due o più bastimenti collegati piantato avevano gli arieti cozzanti, le torri mobili, le scale volanti, e i ponti di assalto e di traghetto. Io stesso nella storia marinaresca del Medio èvo ne ho parlato diverse volte; e più vi ho messo la speciale descrizione di una di queste macchine, vittoriosamente spinta l'anno 1218 ad espugnare la torre del Nilo innanzi a Damiata[326]. Si faceva doppia, o scempia, o tripla, secondo il numero dei bastimenti componenti; e fin dalla rimota antichità pelasga con voce comune ai Latini ed ai Greci si chiamava la Sambuca, per la ragione dei canapi obbliquamente distesi tra la torre, l'ariete e la scala, alla similitudine delle corde tra il corpo e l'arco nello strumento musicale dello stesso nome.
Venuta poscia l'invenzione della polvere di guerra, e smessi gli arieti con tutto il resto, nondimeno la macchina conservò l'istesso nome di Sambuca, perchè ordinata allo stesso fine. Però invece dei vecchi arnesi si fornì dei nuovi cannoni: di che ho pur detto qualcosa nel mio Marcantonio Colonna per l'anno 1572, quando una macchina di questo genere per espugnare Modone fu costruita con pessimo effetto dall'architetto Giuseppe Buono[327]. E qui calco a bello studio il cognome dell'architetto, e dico Buono, perchè così leggo nei Documenti colonnesi e vaticani, così nelle storie dell'Adriani fiorentino e del Sereno romano, e così nelle scritture dei contemporanei[328]; non trovandosi altrove Bonello, che nel Paruta veneziano e posteriore, certamente per errore di stampa o simile. Accade a chicchessia, anche ai più diligenti ed assennati scrittori. Valga per tutti l'esempio del chiarissimo Carlo Promis, altrettanto dotto che accurato, il quale nondimeno, preso in un punto da certa vertigine tra il testo e le note, confonde in poche righe luoghi, tempi, e persone: Buono con Bonello, Afrodisio con Tripoli, e l'ultima campagna della Goletta mette nel 1572, che fu recisamente due anni dopo, ai ventitrè di agosto 1574[329]. Non fo io professione di censore: ma ho l'obbligo di difendere la verità storica, e di mantenere gli assunti miei.
Dunque i nostri capitani volendo battere la piazza dalla parte del mare, facilmente convennero di mettere allo sbaraglio due sole galere: una genovese, chiamata la Brava; ed una siciliana, detta la Califfa. Alle quali, avendo prestamente levato alberi, antenne e ogni altro attrezzo, attraversarono gli alberi stessi e le antenne loro da poppa e da prua, incatenandole insieme tanto strettamente, da formare un ponte solo, non soggetto a barcollare perchè equilibrato sopra due punti stabili, cioè sulle due chiglie. Poi le maestranze spianarono la coverta; e avanti a chiodar panconi, a livellare piatteforme, a condurre parapetti, ad aprire troniere, e a mettervi per riparo gabbioni terrapienati, alti di palmi dodici, profondi di quindici; e ben ristretti con traversoni, puntelli, bracciuoli, legami, chiovagione: fortissimo e portentoso lavoro. Indi il capitan Arduini incavalcò alla banda destra della macchina nove pezzi di artiglieria grossa sui carri da esser maneggiati tanto comodamente quanto sopra qualunque piattaforma murata: e perchè la macchina meglio avesse a sostenere il gran peso, ed a resistere ad ogni percossa dei nemici, la circondò con una ghirlanda di botti vuote, ben chiuse e stagne, ed imbracate a corto per disotto alla carena[330]: Lavoro eseguito presto e bene dalle navali maestranze; e copertamente dietro alle galèe ed alle navi dell'armata, perchè i nemici non ne avessero sentore[331].
NOTE:
[323] BOSIO cit., III, 276, B: «_Dànno alcuni la intiera lode al bell'ingegno di don Garzia.... altri affermano che fu invenzione di un rinnegato di nazione napoletano.... altri di un forzato, altri di uno schiavo africano.... ma siasi di chiunque.... non devesi defraudare don Garzia e Arduino._»
[324] FESTUS, _De verbor. signific._, in-4. Amsterdam, 1700: «_Sambuca.... Organi genus; et per similitudinem etiam machinam appellant qua urbes expugnant: nam sicut in organo chordæ, sic in machina funes intenduntur._»
LIVIUS, _Rom. hist._, XXX, 10.
APPIANUS, _De bell. Mitridat._
VEGETIUS, _De re milit._, IV, 21.
VITRUVIUS, _De archit._, X, ult.
LIPSIUS, _Poliorcet._, I, 16.
[325] _Nucula_ cit., 135: «_Machina in pulcherrimo Messanæ portu, ludicræ navalis pugnæ spectandæ causa, constructa fuerat; atque in ea convivium principibus viris primarisque fœminis celebratum._»
[326] P. A. G., _Medio èvo_, I, 362.
[327] P. A. G., _M. A. Colonna_, 410.
[328] ARCHIVI Colonnese e Vaticano prodotti e citati continuamente nella mia _Storia_: e nei Documenti del THEINER, _Ann. Eccl._, t. I, p. 484, _Lettera di Paolo Giordano Orsini al card. di Como_, 28 settembre 1572, dall'armata: «_Si è atteso a fabbricare una macchina per consulta di Giuseppe Bono architetto._»
ADRIANI cit., 922, ult.: «_Giuseppe Bono._»
SERENO cit., 308, fin.: «_Giuseppe Bono._»
THEINER, _Ann. Eccl._, app. t. I, p. 484: «_Giuseppe Bono._»
[329] CARLO PROMIS, _Gli ingegneri militari che operarono o scrissero in Piemonte dal_ MCCC _al_ MDCL, in-8. Torino, 1871, p. 28.
[330] SALAZAR cit., 70, A, 1, 2: «_El Principe mandò la galera llamada la Brava, el Visorey la Califa, quales Espinosa hizo juntar, ligandolas con clavazon y madera.... hizo sus troneras.... cercolas de botas betunadas, puso por costado nueves piezas gruesas de artilleria._»
SANDOVAL cit., 135, B.
NUCULA cit., 186.
[331] NUCULA cit., 207: «_In statione, ubi tota classis erat, fabricata est machina, ut hostes fallerentur._»
CAPPELLONI cit., 129.
[6 settembre 1550.]
XXII. — Mentre queste cose si facevano, le batterie di terra non cessavano di trarre ogni giorno: e la notte tre o quattro galere per turno, cominciando dalle romane, spiccavansi dall'armata e andavano di ronda intorno alla piazza, tessendo e raddoppiando da un seno all'altro le acque della penisola; dando e ricevendo alla cieca, come sempre succede, colpi di cannone o d'archibugio, dovunque appariva segno di persona o di cosa in moto. Chiusa agli assediati ogni via di comunicazione.