La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 2

Part 17

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Il Ferramolino intanto, ricevuti i rinforzi dal Regno, e più dalla Goletta due altri cannoni grossi, due lunghe colubrine, ed un serpentino da breccia[287], aprì la seconda parallela, divisando portare le trincera coi loro rami, risvolte, e bisce, e batterie cento metri più avanti[288]. Per tutto questo cresceva la fatica ai soldati: guardia alle armi, al campo, ai pezzi; lavori di terra e di trincera; e la comandata in giornèa al bosco per la fascina. Ogni giorno una grossa brigata in arme andava a legnare in certi oliveti lontano uno a due miglia: la scorta coll'archibuso, i guastatori colla scure, i garzoni e i giumenti colle ritortole. Rimenavano pali e stecconi da trincera, ramaglie e schegge da salsiccioni, cepperelli e trucioli per le cucine, tronconi e mozzi da carbonizzare per le fucine. Conciossiachè sempre ardevano nel campo due grandi fucine, dove si faceva ogni lavorìo di ferro, occorrente alla giornata, massime in servigio dell'artiglieria: piastre, cerchioni, perni, chiavarde ed attrezzi[289]. Non erano bambini, nè aspettavano i maestri di ogni cosa, come alcuni presumono nel nostro secolo. Tutto è antico: la fucina di campo, lo stento dell'assedio e la gelosia dei Triumviri.

[20 luglio 1550.]

La mattina del venti di luglio cinque galèe piene di infermi e feriti, e alcuni grippi coi lettucci per gli aggravati sotto il comando e la scorta di Carlo Sforza salpavano verso gli spedali di Trapani: e di là le galèe corsero a Napoli per levarne gente e munizioni[290]. Vi giunsero la sera del ventidue a due ore di notte: e vedendo Carlo che qualche giorno sarebbe passato a caricare le polveri, i projetti, le provvisioni e i soldati, prese le poste e se ne venne a Roma, volendo dare direttamente al Papa informazione esatta di ciò che passava in Africa, perchè ne avesse a ricevere sicuro ragguaglio l'Imperatore, ed indi venirne il rimedio. Il parere dello Sforza intorno a questo assedio ci è stato conservato da uno di quei tanti diplomatici che il duca Cosimo teneva in ogni parte di Italia; il quale, dando conto allo stesso Duca del lungo discorso fatto col Capitano di Roma, ne ripete le parole in questa forma[291]: «Nell'esercito vi è tanto poco ordine, che non si può veder peggio.... perchè il governo è in mano di giovani e di persone senza nessuna esperienza; e quelli che alla ventura potrebbero sapere, non sono chiamati alli consigli, e se ne stanno da banda, senza ingerirsi in cosa alcuna, lasciando abusarsi a quei giovani intorno alla muraglia. Alla quale circa cinquecento Spagnuoli dettero un assalto da una parte che era andata a terra; e si portarono con tanta viltà, che ducento Turchi che escirono dalla terra gli seguitorono fino alle loro trincere, ammazzandone e ferendone quanti volseno[292]... Il signor Principe non esce di galera, e tutto giorno giuoca a tarocchi, e non manca andar qualche volta in villa con la brigata a piacere... Al priore Sforza ed al signor Giordano Orsino non è stata observata cosa che fussi lor promessa... Ed ogni minimo spagnolo ha avuto ardire di comandare alli Italiani ogni vile azione: i quali non hanno servito ad altro che per guastatori, tirar l'artiglieria, far gabbioni, e simili altre mercenarie opere: et al primo, quando si dette la batteria, andò un bando che i soldati italiani non ce intervenissino... In somma, s'el si tira questa posta, sarà grande: ma pare disperata, considerato il valore di dentro, e il poco ordine e manco experienza di fuori.»

Dunque dissensioni tra i comandanti: lo Sforza, l'Orsino, e anche il Doria in disparte per l'arroganza di don Garzia[293]. Disperato in quel modo l'attacco dalla parte di terra; e la vittoria riservata ad altro metodo di batteria per la parte del mare, con quelli ordini e ingegni che vedremo al ritorno in Africa del nostro Capitano.

NOTE:

[281] DOCUMENTI pubblicati dal PALERMO cit., p. 131. — Lettera di messer Francesco Babbi al duca di Fiorenza, data da Napoli, addì 16 giugno 1550.

[282] SALAZAR cit., 72, B, I: «_Elegidos en la orden hasta treynta gentiles hombres romanos._» — Item, 8, B, I.

[283] FOGLIO VOLANTE di quattro pagine in-4. stampato in Roma colla data del 24 settembre 1550, e intitolato: «_La presa d'Africa con il nome de li colonnelli et capitani, et persone di conditione, con el numero delle persone morti et feriti de l'una parte e l'altra, et tutte le cose successe di mano in mano._» — BIBL. CASANAT., _Miscell._ in-4. vol. 9, n. 14.

[284] DOCUMENTO pubb. dal PALERMO cit., 127. — Lettera del Babbi al duca Cosimo, data da Napoli, 7 maggio 1550: «_Il signor Gio. Battista Del Monte ha mandato qui un suo uomo.... al principe Doria, perchè gli vuol far compagnia in questo viaggio con due dozzine di gentiluomini._»

ADRIANI cit., 284, G: «_Il signor Giovanbattista Del Monte desiderava nel mestiero delle armi divenir grande et honorato, et havea a provvisione molto buoni et arditi soldati._»

[285] JACOBUS AUGUSTINUS THUANUS, _Historiar. sui temporis_, in-fol. Londra, 1733, I, 264: «_Aderant et Carolus Sfortia, et Jordanus Ursinus, Astor item Balleonus, et Antimus Sabellus.... qui se ad id bellum contulerant._»

FOGLIO VOLANTE cit., 3: «_Il signor Antimo Savello.... si difese bravamente._»

[286] BENEDETTO VARCHI, _Orazione funebre detta in morte del signor Giambattista Savelli, luogotenente generale di tutte le genti di Toscana_, detta in san Lorenzo di Firenze l'anno 1551. — Ext. tra le _Orazioni di Uomini illustri pel Sansovino_, in-4. Lione, 1741, I, 278.

[287] SALAZAR cit., 43, B, I: «_Luis Perez escribiò a la Goleta a su lugarteniente, y al contador Cervantes, entregassen dos culebrinas, i dos cañones gruesos, y el reforzado serpentino, y doscientos quintales de polvora, i dos mil pelotas._»

[288] NUCULA cit., 204: «_Aggeribus ad passus ducentos proprius urbem jactis._»

SALAZAR, 46, B, 2: «_Mandaron hacer otra trinchea, cien passos mas adelante._»

SANDOVAL, 130, A, I.

[289] SANDOVAL cit., 128, B, I, med.: «_Traxessen leña para que dos herrerias ardiessen siempre; y se hiziessen en ellas clavos, plancas, y hierros para la artilleria, y otras cosas necessarias en el campo._»

[290] NUCULA cit., 138: «_Saucios milites et male affectos Drepanum ut ibi commodius curarentur misit._»

SALAZAR cit., 43, B, 2: «_Mandaron allà salir al Prior de Lombardia y la capitana del Papa.... todas eran cinco galeras._»

SANDOVAL cit., 130. A, I: «_En Napoles fueron el Prior de Lombardia, y Filipin Doria.... et Visorey les dio une compañia de infanteria.... pelotas, quintales, etc._»

[291] DOCUMENTI etc. pub. dal PALERMO cit., nell'ARCHIV. STOR. IT., IX, 133.

THEINER, _Ann. Eccl._, I, 481.

[292] Parla dell'assalto dato la notte seguente all'undici di luglio.

[293] SIGONIO, _Vita di Andrea Doria_ cit.,289: «_Il Vicerè mal soddisfatto che il Doria gli avesse anteposto don Garzia suo emulo, si alienò da lui._»

BOSIO cit., III, 275, D: «_I tre capi dell'armata cristiana erano tra loro discordi._»

NUCULA cit., 208, 210, 216, 269.

[21 luglio 1550.]

XV. — Intrattanto cannonate continue alle mura, scaramucce perpetue col presidio, e giornèa quotidiana per la fascina. Nel tempo di quest'ultima più umile fazione si aveva spesso spesso a menar le mani, o all'andata o al ritorno, contro certe imboscate di Mori e di Beduini attizzati da Dragut con lettere, promesse e minacce. Fra gli altri erasi reso celebre un Cavaliero africano, che non fu mai veduto uscir fuori di caverna o di bosco o di altro riposto nascondiglio, che non ottenesse alcun segnalato vantaggio. Costui compariva solo or qua or là improvvisamente; e talvolta alla testa di otto cavalli e di circa trenta pedoni, tutto ammantato di bianco, e cavalcando nobile corsiero di bianco mantello, chiazzato di bajo alla criniera e alla coda. Il giorno seguente alla partenza dello Sforza toccò a Giordano Orsino farne la conoscenza, e portarne i ricordi. Imperciocchè Giordano proprio in quel primo giorno, privo della consueta compagnia, pensò distrarsi con Astorre Baglioni e alcuni altri gentiluomini fiorentini e romani, seguendo la carovana dei taglialegna: desideroso pur di osservare meglio la campagna, e di vedere da presso la qualità e i prodotti delle terre africane. Se non che la cavalcata andò più lontano che non si conveniva; tanto che volendo ritornare tutti insieme a cavallo di piccoli, ma briosi barberi, si avvidero essere l'ora già tarda, e i guastatori colla scorta partiti dall'oliveto. Per maggior disdetta vennero veduti all'Orsino certi volatili pellegrini di bei colori tra quelle solitudini posarsi sulla cima degli alberi non molto lontano dalla via: ed egli, che aveva seco sospeso all'arcione l'archibusetto a ruota, col quale era uso fare bellissimi colpi, s'appartò con quello in mano alquanto dai compagni, seguendo copertamente tra le macerie la direzione della preda. Quando ecco uscir fuori improvvisamente il Moro dal bianco mantello, e con tal prestezza investire di zagaglia l'Orsino, che in un subito gli trapassò il braccio sinistro e lo gittò da cavallo, senza dargli tempo di voltare nè faccia nè arme[294]. E già messo piede a terra e sguainata la scimitarra gli avrebbe troncata la testa, se Astorre ratto come suona il suo nome, a briglia sciolta e chiamando ad alta voce i compagni, non si fosse gittato pel primo e risolutamente contro l'offensore, costringendolo a risaltare in sella, e a fuggir via: non tanto però confusamente, che colui non si portasse al guinzaglio il cavallin di Giordano, e non gridasse a più riprese: Cristiani, un'altra volta più attenti! Il Baglione tuttavia e gli altri, desiderosi di dargli la risposta più che di parola, galoppavangli appresso a spron battuto; sì che il Moro per salvarsi fu costretto di rilasciare all'istesso Baglioni, che eragli quasi ai garetti, il cavallino predato; e senza altra novità si sottrasse. La brigata di ritorno pensava alla necessità della vigilanza e circospezione, quando si è in guerra pel paese nemico; e come ogni diletto, ancorchè onesto, può divenir fatale, se distoglie l'uomo dall'attendere alle cose di maggior momento ed alla guardia di sè stesso.

Or noi leviam di terra il mal ferito Orsino, e rimeniamlo a bordo per curarlo: che avrà a fare tra breve più degna prova[295]. E perchè tutti sogliono volgersi alla storia, e da lei aspettare giudizî, e lode, e biasimo, secondo le opere, mi sia concesso di soddisfare al debito mio e al desiderio delle onorate persone, rendendo a nome dell'Orsino e dell'inclita sua casa pubbliche grazie, non vendute nè compre, ad Astorre Baglioni. Le povere parole di romito scrittore faccian ghirlanda al caro capo del gentil Cavaliero perugino; e restino scolpite attorno al suo nome in vece della corona di quercia che da altri avrebbe dovuto ricevere per avere salvato sul campo la vita di un cittadino romano[296].

NOTE:

[294] NUCULA cit., 201: «_Afer clarus.... albo equo sed versicolore juba caudaque.... tanta Ursinum celeritate invadit ut prius lancea brachium illi transverberet, præcipitemque ex equo trahat, quam tormentum deflectere possit.... Ursinus graviter vulneratus et equo privatus in castra relatus est._»

SALAZAR cit., 60, B, 2: «_Jordan Ursin deseaba ver bien los campos de Barberia.... anduvo con la escolta, mirando, holgando mucho, ec._»

[22 luglio 1550.]

XVI. — Volgiamci adesso al principale avversario contro chi si fa la guerra. Dragut già da tre mesi batte il mare da lontano, facendo il più che può insulto, danno e vergogna ai naviganti ed ai paesi littorani della cristianità, coll'intendimento di strapparne l'armata dall'Africa. Ma non per questo i soldati e marinari nostri rallentavano l'assedio, sapendo che il tristo non potrebbe arrischiarsi sulle coste d'Italia, senza correre pericolo di restarvi avviluppato da forze maggiori; e che sulle coste di Spagna troverebbe in guardia con dodici buone galere don Bernardino di Mendoza a tenerlo in rispetto. Perciò lo strattagemma non produsse effetto favorevole ai disegni suoi: anzi l'espose a parecchi rovesci, tra i quali gravissimo lo scacco toccatogli sulle coste occidentali della Sardegna; dove essendosi arrischiato a sbarcare per far preda e per espugnare una terra, quei terribili isolani si levarono a stormo, e non solo ricacciaronlo alle navi, ma gli ammazzarono circa quattrocento scherani[297].

Dopo cotal fazione più che mai avvilito, e abbandonato dagli Algerini stanchi di lui, si trovò molto basso con soli quindici o venti piccoli bastimenti. Nondimeno rilevando quanto degli antichi spiriti gli restava, e risoluto di spendere per sua salvezza i tesori corseggiando in tanti anni accumulati, tornò celatamente in Barberia, e si diè a correre le maggiori città, picchiando alle porte degli amici suoi: rappresentava a tutti il pericolo, che egli diceva comune; prometteva e donava largamente, intendeva scioglier l'assedio e far gente. Scrisse al re di Tunisi e a quello del Caruano, fu a Sfax, a Tagiora, alle Cherchere, e specialmente alle Gerbe, tanto che raccolse da ogni parte un tremila settecento Mori, ottocento Turchi, e sessanta cavalli. Indi scrisse al Nipote in Afrodisio di tenersi pronto pel venticinque del mese, che egli verrebbe dalla parte di terra a soccorrerlo, ed a congiungersi con lui.

Le lettere di Dragut entrarono nella piazza, come poi si seppe, portate di notte da esperto marangone; il quale durante il giorno, tenutosi nascosto nell'oliveto, e poi tra le tenebre messosi a nuoto, prese la direzione del porto facendosi riconoscere alle guardie per quello che era. L'esercito dei Mori similmente, marciando a gran giornate, giunse al sito convenuto, cinque miglia lungi dalla piazza assediata, e Dragut la stessa notte del ventidue, venuto per mare con alcune sue galeotte, gittossi in terra con ottocento Turchi, per mettersi alla testa della sua gente. In somma grossa tempesta si addensava sul capo degli assedianti, senza che niuno ne avesse sentore: salvo che si udivano aggressioni più del solito frequenti contro i soldati o contro cavalieri sbandati intorno all'oliveto[298].

NOTE:

[295] LITTA, _Famiglie celebri_. — Orsini di Roma, ramo di Monterotondo, tav. VIII.

[296] ANONIMO cit., Mss. nella _Vita del Baglioni_, p. 27: «_Astorre salvò Giordano Orsino, generale del duca di Fiorenza, caduto in mano agli Arabi._»

[297] NUCULA cit., 132: «_Dragutes.... in Sardinia strenuos viros, dum pagum ibi capere tentaret, circiter quadringentos amisit._»

IDEM, 171; «_Strenuos autem, quos habuerat Dragutes, amiserat in Sardinia._»

[25 luglio 1550.]

XVII. — La mattina del venticinque tre compagnie di dugencinquanta uomini l'una, spalleggiando ducento guastatori siciliani, condotti in Africa dal Vega, eran sull'incamminarsi agli oliveti per legnare, secondo il consueto, quando il Vicerè informato allora allora di certe dicerie correnti tra i Mori alleati faceva uscire con loro altre tre compagnie, e tutti sotto due sole bandiere, per coprire il numero, e metteavi per mastro di campo don Luigi Perez di Vargas, governatore della Goletta: uomo che, per essere più di ogni altro pratico delle insidie e delle scaramucce moresche, era stato fatto venire a posta, e trattenuto al campo[299]. La colonna marciava in bell'ordine: ottanta file per diciassette righe. I picchieri armati di corsaletti alla vanguardia e alla retroguardia, nella battaglia gli archibugeri, alla coda i guastatori, a destra e a sinistra due catene di moschettieri. Queste genti, appressandosi all'oliveto, vedevano qua e là Mori e Turchi in piccoli drappelli, massime intorno a certe muraglie diroccate pei campi: ed essendosi avvicinate al bosco consueto, scoprirono finalmente il grosso dei nemici, che a primo aspetto fu stimato di quasi tremila fanti. Dragut, la cui presenza era ignota ai nostri, e ignota restò fino al termine della giornata[300], erasi tenuto nascosto perchè la colonna si allontanasse più e più dalle trincere: ma avendola oramai vicina con suo gran vantaggio di numero e di posizione studiosamente scelta, faceva dar nelle trombe, e assaltava il fronte dello squadrone. A quello scontro don Luigi Perez da bravo spagnuolo correndo avanti a cavallo gridava: «Animo, amici, avanti, e dagli alla trista canaglia: Santiago, e dagli!»[301].

Si attacca la scaramuccia alla destra e alla sinistra, cresce la mischia sul fronte, e al rumore tutti si riscuotono dal campo, dalla piazza e dal mare. Tutti vorrebbero esser là: e non potendo altrimenti, ciascuno manda l'ajuto ai suoi e lo sgomento ai nemici con altissime voci e col rombo del cannone. Le galere specialmente, accostatesi di fianco, tengono coi loro corsieri in rispetto i barbari: e non ostante la grande distanza al secondo o al terzo rimbalzo squartano o maciullano fanti e cavalli[302]. Il Vega, veduta l'azione impegnata, lascia don Garzia alla guardia delle trincere, e si avanza colle riserve, opportunamente giugnendo a sostenere la colonna sul terreno, dove non cede un palmo. In quella le maniche dei moschettieri si spiegano con soverchia larghezza, intesi a coprire le spalle dell'ordinanza, sì come i nemici minacciano girarla; e il Vicerè manda Luigi Perez a raccoglierli a segno. Già don Luigi ha rannodato il cordone di sinistra, e già galoppando trapassa alla destra, dove trova maggior difficoltà, e più fiero riscontro: mentre chiede soccorsi per ricongiungere allo squadrone l'altra manica, una palla di schioppo di un beduino appostato sugli alberi lo coglie nel petto, e gli esce dagli arnioni[303]. Sentendosi ferito a morte, volge le briglie per mettersi tra suoi: ma prima di potervi arrivare, cade morto in terra, e il cavallo gli si ferma allato. I Musulmani in furia per avere il cadavere, gli Spagnuoli in furore per ricuperarlo. Si viene alle strette: scimitarre contro spade, lancie contro picche, schioppi contro archibusi, saette contro pugnali. Contuttociò gli Spagnoli raccolgono la salma, rimettonla di traverso sul cavallo, e si rannodano allo squadrone.

Intanto i guastatori, come se nulla fosse intorno, avevano compito il lavoro della fascina, e preso il carico delle legne e delle ramaglie: però il Vega ordina che dalla stessa parte, cioè dalla sinistra, si ritiri al campo la colonna, ed esso stesso mettesi alla coda per sostenere i suoi, e per tirarsi appresso i nemici sotto al fuoco delle trincere[304]. Marciano in ritirata: sempre colla faccia volta al nemico, sempre combattendo, e sempre incontrati da gente fresca di soccorso. Notevole in questa ritirata il ricordo dell'artiglieria di campagna maneggiata sui carretti, per tenere addietro la piena dei barbari[305].

In quel momento Assan-rais che dalle sue torri vede lo squadrone in ritirata, Dragut sulla pesta, e le trincere più che mai sguernite, caccia fuori della piazza il presidio, risoluto a fare l'estrema prova di spianare i lavori, di chiodare le artiglierie, e di dar mano agli amici, secondo le istruzioni da tre giorni ricevute. Se costui fosse riescito nell'intento, la campagna di Afrodisio sarebbe a ricordare funesta quanto quella d'Algeri. Ma don Garzia è sul posto, e quivi di piè fermo sostiene l'assalto di Assano: il Ferramolino dirige i fuochi sulla fronte delle trincere, fiancheggiate per filo radente, e munite di molte artiglierie e di archibusoni da posta. Ambedue scopano d'infilata a metraglia; e il Vicerè, trovandosi oramai vicino, rimanda dentro mano mano maggior rinforzo. Fatte inutili e disperate prove con molta strage de' suoi, Assano si ritira in fretta, e tanto prestamente fa chiudere le porte innanzi al rincalzo dei nostri, che molti dei suoi, per rientrare nella piazza, sono costretti gittarsi a nuoto nel mare[306].

Dragut collo sguardo di pirata aveva seguite tutte le fasi del combattimento. Vedeva intatto lo squadrone, rimessa la fascina, ricacciata la sortita, assicurate le trincere. Tutto al rovescio dei suoi disegni. Nè in principio per sorpresa, nè appresso per forza, nè in fine pel concorso del nipote, non aveva mai potuto venire a capo di nulla. Molto meno confidava di vincere l'accampamento, munito di argini, di fossi e di numerose artiglierie. Pressato dalla volubile accozzaglia della gente raccogliticcia, tirossi indietro. Spese la notte in consulte inutili, e il giorno seguente sciolse le bande dei Mori, e se ne tornò coi Turchi verso le Gerbe. Di là tanto meglio, quanto da luogo più vicino e sicuro, attese a considerare il procedimento dell'assedio: sempre pronto ad ogni occasione che mai potesse la fortuna mettergli avanti.

Così passò la grande giornata del venticinque, nella quale si parve in tutto il suo splendore la bravura e la fermezza delle fanterie spagnuole, che non avevano pari in quel tempo per stabilità sul terreno, secondo gli ordini con che le aveva disciplinate Gonsalvo. Si parve eziandio l'antico metodo delle milizie deputate a combattere alla spicciolata, in branchetti o in cordoni distesi oltre alla fronte di battaglia, come fanno oggidì i bersaglieri. Di più ci ritornano le artiglierie minute da campagna coi loro carretti; e notiamo i bei tiri di rimbalzo delle galere a distanza di più che due miglia. Nè vuolsi tacere la savia direzione di tutti i capitani dal mare, sul campo, alle trincere; e l'intrepidezza dei guastatori nel compiere il loro servigio sotto il fuoco del nemico.

NOTE:

[298] NUCULA cit., 151, 152: «_Superioribus diebus nonnullos Afros partem nostrorum palantium aggressos esse, alios vulnerasse, alios morte affecisse, et Alvarum ducem.... pene circumventum fuisse constabat._»

[299] SANDOVAL cit., 131, A, 2: «_El Virrey por algunos Alarabes tenia aviso que soccorro venia.... no que Dragut lo traxesse._»

NUCULA, 164, 165.

[300] SANDOVAL cit., 131, A, 2: «_El Virrey tenia avviso por algunos Alaraves que venia soccorro.... no sabia que Dragut lo traxesse._»

NUCULA, 164, 165: «_Vega nondum compertum habebat se eo die cum Dragute ad manus venisse._»

[301] SALAZAR cit., 54, B, I: «_Perez andava sin parar da un cabo a otro esforzando los soldados, diziendoles: Ea, amigos, muera esta mala canalla enemiga nuestra, Santiago, y à ellos._»

SANDOVAL cit., 129, A, I: «_Diziendo, Santiago, y à ellos._»

NUCULA cit., 245, fin.: «_Divi Jacobi nomine invocato, ut Hispani milites prœlium ineuntes semper facere consueverunt._»

[302] SALAZAR cit., 54, B, 2: «_Otra pieça de una galera, dando primero dos saltos en tierra, al terçero diò a un hombre de cavallo por el cuerpo; y lo hizo pedaços._»

[303] SALAZAR, 55, A, I: «_Dieron a Luis Perez un escopetaço por los pechos, que la pelota de et le saliò por los riñones.... bolviò las riendas.... cayò muerto en el llano, y et cavallo se parò._»

[304] SALAZAR, 55, A, 2: «_Sabiendo el Visorey que la faxina y rama era echa.... la mandò llevar al campo.... y mandò retirar el esquadron.... retirandose el rostro a los enemigos y peleando._»

[305] BOSIO cit., III, 274, D: «_Conducendo massimamente il Vicerè alcuni pezzetti d'artiglieria da campagna._»

[306] THUANUS cit., lib. VII, n. 6.

NUCULA cit., 165.

[30 luglio 1550 ]

XVIII. — Dato il primo governo a circa dugento feriti, e resi gli ultimi onori a un'ottantina di morti, specialmente al prode don Luigi Perez, tornò nell'esercito e nell'armata la consueta giovialità, cresciuta dalla speranza di successi migliori. E perchè gl'infermi in cura avessero a essere meglio provveduti, senza crescere fastidio ai combattenti, ordinarono a Marco Centurioni, luogotenente del Doria, di portarli con dieci galere agli spedali di Trapani; e poi esso scorresse infino a Napoli, a Livorno, alla Spezia e a Genova, per raccogliere da quei centri gente e munizioni, secondo l'ordine dell'Imperatore a tutti i suoi ministri in Italia, tanto che l'impresa d'Africa giugnesse a buon termine[307]. Quando salparono le dieci galèe del Centurioni, si aspettavano di ritorno le cinque dello Sforza; e al tempo stesso Dragut sguinzagliava alcune delle sue fuste per codiarne i movimenti, e per non lasciarsi cogliere, come il vecchio maestro, con tutti i legni in un punto solo.