La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 2

Part 16

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XI. — Eccoci dunque un'altra volta dopo cinque secoli coll'armata cristiana a fronte degli islamiti sotto le mura di Afrodisio: le stesse ragioni ci guidano ora nel mezzo del cinquecento contro Dragut, che già ci guidarono nello scorcio dell'undecimo secolo contro Timino[260]. Sovrani ambedue del medesimo stato, e simili tra loro nelle crudeltà, nelle rapine, nell'infestamento dei mari e dei nostri paesi. Identica la città antica e moderna nel medesimo sito: perciò le conservo l'istesso classico nome, comunemente usato dai contemporanei. Nome più dolce, e non soggetto ai sospirosi squarci gutturali nè agli equivoci grossieri, come gli equivalenti arabi e medievali di Mêhdiah e di Africa[261]. Ricordate una rupe circondata dal pelago per ogni parte, meno che dove una lingua di angusto passaggio sporge sull'altipiano dalla terraferma alla città? Mettetela coll'asse maggiore di due chilometri dentro il mare da Ponentelibeccio a Grecolevante, datele un mezzo chilometro di larghezza, coronate il ciglione di torri, e avrete il prospetto della capitale di Timino e di Dragutte, come tuttavia si mantiene colle antiche sue cupole, co' suoi minaretti, e colle altre bizzarrie dell'architettura moresca, conforme agli avanzi tuttavia conservati in Sicilia, nelle Spagne, e più che altrove in Egitto.

Volendo ora rendere chiaro il racconto, mi bisogna dire con precisione lo stato militare della piazza; perchè i fatti dell'attacco sono intimamente connessi coi dati della difesa, ed ambedue colle opere della fortificazione. Gran disdetta, per chi scrive dopo tre secoli, il silenzio e talvolta la confusione dei primi scrittori, i quali o per oscitanza, o per difetto di cognizioni tecniche, non si spiegano a dovere intorno alle condizioni principali di questo genere. Essi mi hanno tenuto più giorni perplesso, e quasi direi sfiduciato di poter spiegare prima a me stesso e poscia agli altri l'andamento dell'assedio. Se dovessi metterci io una cinta di mio genio, avrei pronto il disegno, acconcio alla qualità del sito: chiudere l'istmo, dove è più angusto per trecento metri; mettere due baluardi reali simmetrici e casamattati alle estremità; cinquanta metri alle facce, venticinque ai fianchi, dugento alla cortina; tre cavalieri a scoprire la campagna; fosso, opere esteriori, e batterie per tutta la fronte e di rovescio sulle due ripe del mare. In somma vorrei ripetere per Afrodisio il lavoro fatto per Nepi dal Sangallo: il quale in questo modo ha fortificato l'angusta fronte, donde soltanto si può avere l'accesso alla città, per essere ogni altro lato sopra dorso di rupe isolata tra precipitosi abbissi[262]. Ma nel fatto di Afrodisio non troviamci così: e checchè ne dicano i cinquecentisti di baluardi, di bastioni, di rivellini e di fianchi, non eravi nulla della nuova maniera. I fatti dell'assedio escludono la stretta interpretazione delle parole: e certamente la grandezza della spesa deve aver ritenuto Dragut a contentarsi delle antiche mura in quel luogo, come ritenne i cavalieri di Malta in Tripoli al vecchio sistema[263]. Dopo il conquisto soltanto vedremo i disegni nuovi degli ingegneri per ridurla alla moderna.

Dunque non abbiamo ora a cercare novità di architettura militare, ma soltanto la durata delle antiche difese. Sulla fronte di verso terra da un mare all'altro per lo spazio di sopra a trecento metri una muraglia alta grossa e soda, difesa da sette torri: quattro di pianta rettangolare, due rotonde, ed una di mezzo chiamata il Rivellino. Vuolsi intendere un torrione più grosso, più sporgente, coll'angolo rivolto alla campagna, di faccie e fianchi ugualmente grandi, e di pianta pentagonale[264]. Niuno pigli maraviglia di antica torre pentagona col sagliente alla campagna: poco comune invero, ma non ignota del tutto. Bastami citare in conferma la torre del mastio in Astura, più antica dei Frangipani[265]; le cinque o sei torri egualmente pentagone del tempo di Federigo II alle mura di Viterbo[266]; le due fiancheggianti la porta di Silivria presso Costantinopoli, certamente anteriori a Maometto II; e le tre di Lucera del tempo degli Svevi[267]; senza mettere a conto le molte di Nola, perchè fabricate alla fine del quattrocento, che è epoca pel nostro proposito troppo recente[268]. Continuandomi intorno ad Afrodisio, trovo la grossezza dei muri infino a quindici piedi, equivalenti nella sezione a cinque metri per tutto il ricinto principale; e innanzi al medesimo trovo una seconda cinta di muro esteriore in figura di barbacane, grosso per metà del primo; e tra i due muri il fosso largo e profondo[269]. Sistema da essere ricordato, perchè serve come di preludio ai pensamenti del Machiavello sull'arte della guerra. Una sola porta verso terra, aggirata a più risvolte di androni ciechi tra ponti e trabocchetti, da non potersi passare senza i brividi[270]: e per tutte le altre parti la città difendevasi da sè, stante la sua posizione inaccessibile di precipizî tra il mare e i dirupi, aggiuntovi pure al sommo un giro di muraglione turrito. Restami a dire del porto nascosto in una insenata tra due rupi pel rombo di scirocco sulla linea centrale della città: porto capace di contenere i suoi trenta o quaranta bastimenti da corso a stazione sicura, e ben munita di torri e catene[271]. Arrogi il parco di numerosa e bellissima artiglieria: cannoni di grosso calibro, e colubrine di lunga passata per ogni parte.

Al governo della piazza presiedeva Assan-rays nipote di Dragut, giovane di gran coraggio; e con lui milletrecento veterani tra soldati e marinari, più altri quattrocento venuti di Alessandria in soccorso con due navi, proprio di quei giorni che l'armata nostra (espugnato Monasterio) erasi gittata a Trapani per levarne il Vicerè e le munizioni già dette. Presidio sufficiente alle sortite, e sovrabbondante alle difese: poteano metterne mille alla campagna, e sulla linea di attacco otto per metro.

NOTE:

[258] BOSIO cit., 269, A: «_Tanto spiacque a don Garzia il vedersi dal Vicerè.... occupare il luogo che nell'animo suo già presupposto si haveva.... che stette per ritornarsene.... dal principe Doria quietato.... Convitò a mangiar quei signori.... e trattò che da tutti tre, come da buoni fratelli si ordinasse l'impresa._»

[259] SALAZAR cit., 33, A, 1: «_Et principe Doria.... tractò con el Visorey consintïese en que don Garcia tuviese con el ygual imperio y potestad.... todo eso fue acordado._»

[260] P. A. G., _Medio èvo_, I, 215.

[261] HORATIUS NUCULA, DE BELLO AFRODISIENSI, in-12. Roma, 1552, p. 10: «_Nomina urbium Africæ. Aphrodisium, vulgarmente Africa, città principale dell'Africa menore._»

STELLA cit., _De expugnato Aphrodisio_, p. 619: «_Aphrodisium vulgo Africa, Mauri Mahadiam appellant._»

BIZARUS cit., 510: «_Excepta urbe Lepti quæ Mohomedia a Poenis, a nostris vero Africa, ab antiquis autem Aphrodisium._»

AMMIRATO cit., II, 486, A: «_Africa, terra posta nei liti di Barberia, la quale dagli antichi fu già detta, da un tempio di Venere, Afrodisio._»

RAYNALDUS, Ann., 1550, n. 25: «_Urbs Leptis, alias dicta Aphrodisium, sive Africa, quam Dragutus archipirata insederat._»

SIGONIO, _Vita di Andrea Doria_, trad. dall'Arnolfino, 287: «_La terra di Afrodisio era chiamata Africa._»

BOSIO cit., III, 271, A: «_Fu questa città dai barbari chiamata Mehedia, dai latini Aphrodisium, e dagli italiani Africa._»

[262] VASARI, ed. Le Monnier, X, 15: «_Seguitò poi Antonio da Sangallo per lo detto duca di Castro la fortezza di Nepi, e la fortificazione di tutta la città che è inespugnabile e bella._»

RANGHIASCI, _Storia di Nepi, e Pianta della città_, in-8. Roma, 1818.

[263] BOSIO cit., III, 188; 217, 230.

Vedi appresso, e all'Indice voce _Tripoli_.

[264] CAMPANA cit., II, 49, B: «_Le mura.... fortificate da cinque torri.... e da un gran rivellino.... che sporgeva in punta molto infuori ben fiancheggiato.... muro antico e sodissimo.... le difese dei fianchi._»

BOSIO, III, 273, C: «_La fronte sulla lingua di terra passi trecento.... sette torri, e la torre di mezzo più grossa e forte sporgeva tanto in fuori che a guisa d'un gran rivellino fiancheggiava tutta la fronte._»

STELLA cit., 628, B: «_Aditus ad ducentum passus.... duplici muro et altissima fossa inter utrumque.... murus interior pedum quindecim, qui vero pro fossa quinque patet._»

SANDOVAL cit., 123: «_Fortisimo sitio.... sobre roca dentro et mar.... doscientos pasos de mar a mar.... muro alto y grueso.... seis toreones en el, quatro quadrados, i los dos redondos.... Barbacana y cava._»

SALAZAR cit., 14, 37, 74, _Piante della città_ e prospetti incisi rozzamente in legno.

G. R. WILKINSON, R. N., _From Soussa to Mehediah._ — Carte dell'Ammiragliato in gran foglio colla pianta particolare della città, incisa geometricamente in Londra nel 1864.

E tutti gli altri citati alla nota 63.

[265] NIBBY, _Contorni di Roma_, 1838, II, 286: «_Astura._»

ALBUM, _Giornale Romano_, 3 agosto 1844, XI, 177: «_Prospetto di Astura._»

PIANTA e rilievo del castello di Astura, disegnato dagli ufficiali pontificî del genio, e copia presso di me.

[266] FELICIANO BUSSI, _Storia di Viterbo_, in-fol. Roma, 1742. (Una alla porta della Verità, una alla Sallupara, una al bivio dello stradone della Quercia, due alla porta Salsiccia; la minore delle quali da me misurata ha per ciascuna faccia m. 6.75, e per ciascun fianco fino al muro m. 3.40.)

[267] CAP. ANGELO ANGELUCCI, _Ricerche preistoriche, e scritti varî_, in-8. figur. Torino, 1872, p. 43, tav. 3ª.

[268] AMBROSIUS LEONIS, _Antiquitates et historia urbis Nolæ_, lib. I, cap. VIII. ap. BURMAN IN THESAURO colla pianta, IX, IV.

[269] STELLA cit., 628, B: «_Duplici muro, et altissima fossa inter utrumque._»

SANDOVAL cit., 123: «_Tenia la cerca Barbacana y cava._»

[28 giugno 1550.]

XII. — Due giorni stette sulle àncore l'armata cristiana per dare ai soldati il consueto riposo prima di esporli alle fazioni di terra, dopo il travaglio della mareggiata: e intanto consigli di Triumviri, e apparecchi di equipaggi. Tutti vedevano la facilità di bloccare la piazza dalla parte del mare con sì gran numero di bastimenti che stavanle intorno; ed anche capivano la facilità di bloccarla da terra, tanto solo che chiudessero le angustie dell'istmo. Alle spalle gli abitatori dei monti e delle campagne vicine, Arabi, Mori, Beduini, amici del re di Tunisi, amici del Caruano, amici del Perez eransi apertamente dichiarati contro Dragut, contro i Turchi, contro i Pirati. Dunque sicurezza di stazione e di vittuaglia al campo, e bevanda vicina in gran copia di acque dolci da molte fontane. Non restava altra difficoltà che l'espugnazione di viva forza sopra una sola fronte di attacco, chiusa da due fortissime muraglie col fosso in mezzo; e difesa da numeroso presidio concentrato in un punto solo.

Ciò non pertanto, confidando più nei proprî che negli altrui vantaggi, gittavansi risoluti a compiere prestamente il disegno. La mattina del ventotto alla guardia della diana erano all'ordine cencinquanta palischermi, e trenta barconi: questi carichi di ventiquattro pezzi da batteria colle munizioni e coi carri necessarî, quelli abbarbati alle scalette dei maggiori navigli pigliavano ciascuno venticinque soldati in arme[272]. Le tende, le riserve, le provvigioni pronte in coverta per la seconda passata. Si issano le bandiere, squillano le trombe, e il barchereccio in due stuoli corre inverso il lido africano, dove senza contrasto piglia terra sopra due senetti arenosi. Un'ora dopo potevi vedere correre squadronati in ordinanza quattromila cinquecento soldati: la vanguardia con don Garzia occupare la montagnetta rimpetto all'istmo, e gli altri colle artiglierie nel centro, girando fuori del tiro attorno alla piazza, seguirli e sostenerli nella medesima direzione. Potevi vedere i palischermi tornarsene spediti ai navigli, e apparecchiarsi al secondo e al terzo ritorno, perchè nulla avesse a mancare nel campo.

Intanto che ferveva l'opera dei marinari e dei soldati, un uomo di genio, architetto e matematico, condotto di Sicilia dal vicerè Giovanni de Vega, squadrava il terreno: metteva il quartier generale sopra un'altura solitaria in fondo alla gola dell'istmo, cinquecento metri dalla città; disegnava una grande traversa con fianchi e bastioni regolari da contravvallare la piazza, e a tergo un argine ugualmente bastionato per circonvallare il campo e assicurarne le spalle in ogni evento. Tra le due linee i quartieri, le poste dell'artiglieria, i magazzini delle munizioni e delle vettuaglie, e gli sbocchi disegnati sul posto per andare avanti cogli approcci e colle batterie.

Questo egregio uomo, come tutti gli ingegneri militari del suo tempo negli eserciti di ogni nazione, era italiano, nativo di Bergamo, allievo del Martinengo, e di nome Lodovico Ferramolino[273]; quantunque alcuni con isconcio di lingua e di giustizia lo chiamino Hernan Molin[274]. Parlerò appresso di altri due ingegneri fatti venir di Sicilia: e non lascerò di rilevarne le opere principali nell'assedio, tanto per la loro importanza, quanto per la finale risoluzione, che darà la vittoria ai marinari ed alla loro macchina, degna di speciale ricordo. Intanto ciascuno può ripensare da sè il lavoro delle trincere, l'intreccio dei gabbioni, l'ammasso dei terrapieni, lo stabilimento delle piatteforme, le risvolte degli approcci, e tutto quel resto di opere che si usano comunemente in ogni assedio[275].

NOTE:

[270] STELLA, 628: «_Porta admirabilis.... tot anfractus inextricabiles, tot gyri, tot arcuati flexus, suis quisque æratis portis muniti._»

NUCULA cit, 122: «_Transitus per septem portas æreas, non recte, sed oblique positas, in Urbem._»

[271] SANDOVAL cit., 139, B: «_Puerto por arte con muelle y cadena, y buen surgidor._»

STELLA, 628: «_Navale alios antecellit.... tutissimo loco.... aditum perangustum._»

BOSIO, 271, C: «_Faceva anche cavare un piccolo porto, che dal mare entrava nella città._»

[272] SANDOVAL cit., 126, B: «_Sabado a veinte y ocho de junio, vispera de san Pedro y san Pablo, ya que queria abrir el alba, toda la gente de la armada en barcos esquifez, bateles, y fragatas, fueron para ir a tomar tierra._»

[273] NUCULA cit., 181: «_Celeberrimus ædificiorum et operum Cæsaris architector et machinator optimus, Ferramolinus nomine, genere italus, Bergomi natus._»

BOSIO cit., III, 273, B: «_Secondo il disegno dell'ingegnere Ferramolino, condotto dal Vicerè a quell'impresa, si attese a far ripari, trinchèe fiancheggiate, ec._»

[274] SANDOVAL cit., 134, B: «_Otro ingeniero que havia en el campo se llamaba Hernan Molin._»

SALAZAR cit., 68, B: «_Tractando sobre los ingenios Andronico de Espinosa y Hernan Molin se acordaron que.... se hiciesse una trinchea desde el campo hasta el muro._»

[1 luglio 1550.]

XIII. — Ventisei bocche, tutte di grosso calibro, aprirono il fuoco la mattina del primo giorno del mese di luglio, alla distanza media di quattrocento passi, che a parer mio possono essere altrettanti metri, valutandoli alla pari, secondo il discorso di quel tempo: e ciò senza altre ripetizioni valga per ogni simile ragguaglio in questo libro. Tre pezzi rinforzati alla montagnetta, dieci cannoni grossi e due colubrine sulla fronte del campo, otto cannoni ordinarî alla destra, e tre mortaj da bombe alla sinistra, tonavano insieme[276]. I capitani, intenti a notare le percosse di ogni palla ed a cercarne gli effetti sui muri, presto ebbero a persuadersi della difficoltà di abbatterli: antiche costruzioni, massicce e durissime, che non volevano lasciarsi andar giù: e dove pur qualcosa intronavasi era peggio; perchè i rovinacci e le macerie della prima muraglia pigliando i colpi, riparavano la seconda. Arrogi la diligenza e la prontezza dei difensori nel contrabbattere, nel riparare, ed anche nell'assalire con gagliarde sortite le nostre trincere, e potrai intendere con quanta fatica e mortalità passarono i primi dieci giorni della batteria.

[11 luglio 1550.]

Dopo i quali parve al Ferramolino di poter arrischiare l'assalto: o per impadronirsi del rivellino, o almeno per veder meglio da presso a qual termine fosse ridotta la piazza, e come più giusto si avesse a indirizzare il fuoco e l'attacco nel proseguimento. I capitani si accordarono del modo e del tempo: e la notte seguente al dieci sopra l'undici di luglio lanciarono tre compagnie scelte verso quella parte della prima cinta che sembrava più praticabile, coll'ordine di scavalcare il muro, e per la via di dentro occupare il rivellino, e stabilirvisi. Salirono ardimentosi sulla contragguardia, vi piantarono sette bandiere, trovarono innanzi profondissimo fosso, e di rimpetto la seconda muraglia intatta. Però quando volevano irrompere nella punta del gran rivellino, trovarono i Turchi svegliati e pronti a mietere le teste. I sette alfieri delle bandiere, venti cavalieri di Malta, e sessanta soldati a pezzi: gli altri quatti quatti si ritirarono, portandosi appresso in gran numero i feriti[277].

L'infelice successo di quella notte crebbe le difficoltà e le discordie nel campo: chi voleva levarsi di là, chi mettersi ad altra impresa, chi compier l'opera incominciata continuando la batteria di fronte, e chi la dava per finita battendo di fianco alla marina[278]. Tutti chiedevano munizioni di guerra, polvere e palle: chè, dopo dieci giorni di continuo trarre, cominciava a mancare ogni cosa. Passava il tempo, crescevano attorno le dicerìe, e molti oppressi dallo stento e dal calore di clima disusato languivano. Oltre ai feriti, che ogni giorno crescevano, moltiplicavansi, come sempre in simili casi avviene, le comuni infermità, le dissenterie, le congestioni e le febbri maligne. Vorrei io qui far contenti i medici che leggono: e appresso ad Omero sarebbemi ventura citare i nomi dei Podalirî e dei Macaoni del tempo seguente. Ma le istorie tacciono, ed io non trovo altro nome più antico del dottor Niccolò Ghiberti, medico delle galèe di Nostro Signore, cui sulla fine del cinquecento il Crescentio con molte lodi deputava a lettore amico della celebre sua Nautica[279]. In ogni tempo i medici e i chirurgi hanno seguìto, o volontarî o condotti, gli eserciti di terra e le armate di mare: le storie e i documenti ne parlano solo per le generali. Più spesso in vece ritornano sopra quei praticanti la bassa chirurgia, cui davano il nome di Barbieri e di Barbierotti; titoli che durano ancora nei bagni penali dei paesi marittimi. Ciò non pertanto posso aggiugnere pei tempi più recenti non esservi bastimento militare senza il medico o chirurgo a bordo, i quali hanno grado di ufficiali, ed entrano nei ruoli dello stato maggiore. L'esperienza e la storia dei viaggi negli ultimi due secoli dimostrano la stranezza degli ufficiali sanitarî, e le cattive conseguenze della loro caparbietà. Se chi legge appartiene alla rispettabile classe dei Dottori, tolga l'avviso pel suo e pel comun beneficio: faccia di uniformarsi alla disciplina degli altri ufficiali, e di seguire i suggerimenti del comandante.

Tra i sacerdoti la nostra storia nomina il padre Laynez, celebre Gesuita, cappellano maggiore e presidente dello spedale in Africa, il quale aveva ducenquaranta infermi alla sua carità affidati; e nomina il socio della stessa Compagnia padre Martino da Estella; il fra cappellano di Malta don Matteo; fra Michele da Napoli, e fra Alonso Romero, dei Minori: e quattro Cappuccini, due de' quali vi morirono insieme a tanti altri, e due presso che morti furono rimenati in Sicilia[280]. Sugli afflitti, lungi dalla patria e dai congiunti, scenda propizio il sollievo della religione; e le parole di pace per la bocca de' sacerdoti, partecipi delle stesse sofferenze, confortino l'animo virtuoso di chi non si perita professare pubblicamente la sua fede. Ecco come di questi soldati e marinari in procinto di partenza per la spedizione africana scriveva un diplomatico ad un sovrano[281]: «Tutta la fanteria, capitani, maestro di campo, ed ogni sorta di gente jeri mattina si confessò e comunicò con molta devozione: e credo che avranno fatto bene, per essere questa un'impresa da restarcene assai.... Ogni uomo va risolutissimo di avere a combattere, e di avere a morire.»

NOTE:

[275] NUCULA cit., 177: «_Interim in aggeribus jacendis, tectisque cuniculis agendis, et testitudinibus, nil a nostris remissum._»

[276] SALAZAR cit., p. 14, 37, 74. (Con rozze tavole incise in legno rappresenta i pezzi e le batterie nella loro posizione.)

SANDOVAL cit., 128, A, med.

[277] NUCULA cit., 137.

SANDOVAL cit., 129, B.

[278] ANONIMO, _Vita di Astor Baglioni_ cit., 22: «_Li pareri erano molto diversi: perchè altri voleva andare alla Goletta, altri in Sicilia, et altri levarsi di questa et fare altre imprese._»

[279] BARTOLOMMEO CRESCENTIO, _La Nautica Mediterranea_, in-4. figur. Roma, 1602, in princ.: «_Al signor dottore Niccolò Ghiberti di Lorena già medico delle galèe di N. S., amico lettore, Bartolomeo Crescentio ingegniero pontificio sanità perpetua. — Se mal non mi ricordo, unico amico, tornato che io fui di Francia in Civitavecchia coll'armata ecclesiastica d'accompagnare la Serenissima Granduchessa, mi fu riferito esser Voi venuto ivi per medico delle galèe.... mi maravigliai che Uomo tale, privandosi di Roma dove da giovane, ancorchè forastiero, due volte del Collegio Protomedico si vide, veniste a navigare e scorrere o inospiti paesi, o barbari lidi...._»

[280] NICOLAUS ORLANDINUS, _Historia Societatis Jesu_, in-fol. Anversa, 1620, p. 238: «_Cum classe, cui pontificiæ triremes, florentinæque, ac melitenses adjunctæ erant.... Jacobus Laynius ad instruendum nosocomium.... socius Martinus a Carnoxa.... levamen quatuor Cappuccinorum.... ducenti sæepe et quadraginta jacebant._»

SALAZAR cit., 35, B, 2: «_En visorey.... hizo hospital.... y diò cargo de la cura de ellos a un frayle teatino su confessor y predicador, llamado Laynez, y a otro su cappillan don Matteo de la orden de san Juan._»

BOSIO cit., 277, A: «_Frate Alonso Romero dell'ordine di san Francesco, confessore e teologo di don Garzia di Toledo, il quale fu poi fatto dal Papa primo vescovo di Africa._»

SANDOVAL cit., 126, B, 2; 137, A, I. (Con più altre notizie dei due francescani)

[15 luglio 1550.]

XIV. — Crescendo il numero dei feriti e degli infermi, quelli di essi che potevano alla meglio sostenere il travaglio della navigazione andavano sui grippi trasferiti agli spedali di Sicilia, con ordine alle galere della scorta di rimenare al ritorno il supplemento di gente e di munizioni, quanto più se ne poteva. La buona stagione, il quieto mare, ed i Ponenti freschi prestamente gli conducevano all'andata ed al ritorno; sempre di buonbraccio sotto vela, senza altro fastidio che di cambiare le mure, o di rovesciare il carro dall'una o dall'altra banda. Coll'occasione dei ritorni, molti venturieri italiani continuamente sopravvenivano in Africa; tra i quali devo ricordare più che trenta gentiluomini romani, accordatisi tra loro di fare onore e spalla a Carlo Sforza nelle dure fazioni dell'assedio[282]. I foglietti volanti stampati in Roma di quel tempo manifestano la pubblica simpatia della città a loro favore[283]. Primo tra questi signori nominerò Giambattista del Monte, nipote del nuovo Pontefice, giovane desideroso di mostrare il suo valore in tanto onorata guerra, offertosi colla scelta compagnia dei suoi provvisionati[284]. Metterò appresso il signor Antimo Savelli[285], alla testa di molti amici e seguaci della principesca sua casa, il quale in questa e in tante altre imprese meritossi elogi universali, che fia ben ripetere coll'enfasi di Benedetto Varchi[286]: «Chi non ha sentito, non dico ricordare, ma portare insino alle stelle il signor Antimo Savelli, il signor Luca, il signor Antonello, il signor Troilo, e mille altri, tutti signori, tutti Savelli, tutti gran maestri di guerra?»

[18 luglio 1550.]