La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 2

Part 15

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Il principe Doria, partitosi dalla Spezia con venti galèe, passò di Livorno per congiungersi colle tre dei Fiorentini, che erano a carico di Giordano Orsini di Roma e di Chiappin Vitelli di Castello. Notissimo il Vitelli nelle storie toscane per tutto il regno di Cosimo, e ne avremo a parlare più volte pei tempi seguenti. L'Orsino del ramo di Monterotondo, ancor giovane di venticinque anni, allievo di Gentil Virginio, e della marineria romana, dopo il generalato della fiorentina, militò coi Francesi alla Mirandola e a Siena, tenne per loro la Corsica, e finalmente acconciatosi coi Veneziani, morissi governatore di Brescia, lasciando ai posteri onorevoli memorie del suo valore e del suo ingegno[245]. Con questi signori il Doria se ne venne nel porto di Civitavecchia per unirsi allo Sforza. Felice presagio di lieti successi contro Dragut, come già la venturosa riunione quivi medesimo contro Barbarossa. Ma non avranno questa volta le fazioni dell'armata a procedere tanto spedite e concordi, come quando presedeva in persona l'Imperatore; anzi le vedremo arruffate pel capo di tre maestose figure, non troppo simili tra loro, che sono don Giovanni di Vega, vicerè di Sicilia, e generale dell'impresa; Andrea Doria, principe di Melfi, e generale dell'armata; e don Garzia di Toledo, figlio del vicerè don Pietro, cognato del duca Cosimo, e generale delle fanterie di sbarco. Nojosissimo quest'ultimo a sè stesso ed agli altri: pensava in gran sussiego tanto più rendersi orrevole, quanto meglio potesse senza suo carico mortificare gli ausiliari. Però cattiva cera all'Orsino di Firenze[246]: ed allo Sforza di Roma tale un tratto di perfidia, da disgradare quasi direi il feroce tumulto degli arrabbiati nemici in Malta contro di lui.

[6 maggio 1550.]

L'armata navale dei collegati, alli sei di maggio sull'ora di vespro, entrata nel golfo di Napoli, metteasi a remo in bella ordinanza. Il Doria nel mezzo, a destra lo Sforza coi Romani, a sinistra l'Orsino coi Fiorentini, e di qua e di là gli altri legni. Ecco intanto don Garzia di Toledo uscir fuori del porto tre miglia colle galèe del Regno incontro ai vegnenti. I quali, avendolo oramai vicino, allargano le righe per aprirgli il passo, e spalano i remi per fargli onore. Egli al contrario colla sua capitana, preso l'abrivo, come se volesse girarsi alla destra tra la reale del Principe e la capitana del Papa, svolge una gran curva, e prolungandosi a un tratto addosso allo Sforza, gli fracassa tutti i remi di banda sinistra[247]. Minor vituperio sarebbe se il Cane de' Tartari in carrozza andasse a rompere le gambe d'uno squadrone di cavalleria che stesse a salutarlo in parata. Atroce ingiuria! Ma non chiedetene altra riparazione: anzi rendetevi persuasi che è stata una piccola disgrazia. Così sono rimeritate dai superbi le cortesie e i servigi!

Dunque pazienza, e non si faccia zitto, nè per parte del capitano di Roma, nè dello storico. Il lettore sapiente pensi ad altro, e ciascuno di noi ringrazi la sorte e l'educazione del nostro paese, che ci aprono innocenti e nobili distrazioni coi classici. Qui si fa luogo a postillare la celebre frase marinaresca di Livio e di Cesare: _Detergere remos_[248]. Intorno al che non pochi si smarriscono per manco di vigoria, non bastando loro la lena di levarsi dal senso proprio al metaforico, quando il contesto lo richiede, secondo la speciale esigenza del subbietto. La citata frase marinaresca, nel senso dei classici, non indica, nè può esprimere l'atto proprio del forbire o dello asciugare i remi: funzioni che non voglionsi attendere dai nemici nel combattimento. Ma quel Tergere ironico ti mena a paragonare il palamento dell'avversario all'imbratto, ed a conchiudere ricisamente di scoparlo via; come di tante altre cose analoghe eziandio nel volgar nostro diciamo. Pertanto Livio e Cesare scrivevano sulle carte il fraseggio poetico dei marinari: i quali di vivace ironia condivano gli stenti della caccia contro il remeggio dell'avversario. E se riuscivano a levargli la forza motrice, a tarpargli le penne, ed a lasciarlo deriso e immobile, diceanlo terso e ridotto al pulito. Bastava a ciò una passata di contrabbordo rapida e vicina: perchè essendo la parte esterna o pala dei remi tanto lunga e sottile, quanto altrove ho ragguagliato; e il braccio interiore o girone più corto, grosso, fermo allo scalmo, e tenuto dai rematori, con piccolo sforzo alla punta le pale andavano in pezzi, come cadrebbe l'erba sotto al colpo della falce, o il pelo sotto alla menata del rasojo: di che ben si direbbe altresì pulita la guancia, e sbrattata l'ajuola.

Non sempre gli antichi bastimenti di guerra schermian di rostro: ma talvolta correvano al palamento, come oggidì si accenna all'elica o alle ruote del nemico per togliergli la forza motrice, per batterlo dalla parte più debole, e per ghermirlo. Similmente i difensori, a divertire il danno, faceano di tener sempre la prua sull'offensore, e coprivano i fianchi, o almeno acconigliavano e nascondevano i remi; che altrimenti non potevano per la loro fragilità non essere spezzati. Infino ai modellini di questi legni (se attendete) quasi sempre fallirà qualche remo scavezzo o franto. Nella cui previsione i maestri hanno usato mettere in forma gentile i remetti di due pezzi, uniti al cartoccio di sottil bandone, perchè all'occorrenza vi si possa alla pala magagnata sostituire la sana, senza il fastidio del rifare tutto il remo di nuovo. E per la stessa ragione amici e nemici, come ora portano fucine e macchinisti per racconciare elici e ruote, tubi e caldaje; così al tempo dei nostri maggiori portavano faggi di rispetto e maestranze speciali per rimettere in buon assetto il palamento. Ogni galèa infino agli ultimi tempi, oltre al calafato e al mastro d'ascia, imbarcava due maestri per lavorare di nuovo o di vecchio sui remi; e si trovano chiamati nei documenti (quantunque le voci manchino nei vocabolari) il maestro Remolaro, e il fante Remolarotto[249].

NOTE:

[239] HORATIUS NUCULA, _Coment. de bello Aphrodisiensi_, in-12. Roma, 1552, p. 23: «_Auria sibi adjunxerat tres triremes Julii tertii pont. max. apud Centumcellensem portum.... ad augendam classem, qua immanis ille archipirata saltem coerceretur._

ADRIANI cit., 282: «_Il Doria passando da Livorno menò seco in compagnia tre galere del duca di Firenze, delle quali Cesare per questa impresa lo aveva ricercato.... tre ne menò anche del Papa, sotto il governo del priore di Lombardia._»

[240] DOCUMENTI pel Palermo cit., 127: «_Le tre galere del Papa stanno assai bene._»

[241] BONAVENTURA THEULI, _Apparato minoritico della provincia romana_, in-4. Velletri, 1648, p. 84: «_Domino Francisco Andreotti, Civitatis vetulæ viro, omni bonitate ornato, militiæque clarissimo, et re bellica singularissimo._»

ANNOVAZZI, _Storia di Civitavecchia_, in-4. Roma, 1853, p. 286.

[242] P. A. G., _Marcantonio Colonna_, 158, 303, 314, 386, e i documenti ivi citati.

ARCH. de' Domenicani in Civitavecchia, cod. _Ricordanze_, segnato B, p. 303, (V. sopra, I, 397).

[243] ARCHIVIO dei Domenicani in Civitavecchia, codice intitolato _Campione_, p. 353, (Come sopra).

[244] ANONIMO, _Vita di Astor Baglioni_. Mss. alla Comunale di Perugia, segnato D, 24. — Non impaginato, ma pel mio conto a p. 20, e 21, ricorda la spedizione di Astorre in Africa, nomina i predetti perugini, e dice: «_Astorre prese una fregata in Civitavecchia, con molti gentiluomini di pezza che menava in sua compagnia.... e si pose su le galere di Carlo Sforza, prior di Lombardia che in quella impresa militava sotto il nome della Sede apostolica._» — (Vi sono in Perugia altre vite Mss. del medesimo Astorre: tanto era pregiata dai contemporanei la sua virtù. Il Vermiglioli, il Fabretti e l'Angelucci ne fanno autori Bernardino Tomitano e Guido Sensi. Io cito l'Anonimo della Comunale, visibile a tutti, che in sostanza dice le stesse cose degli altri, se pure non sono un'opera sola con qualche variante, e sotto diversi nomi nelle copie. Questo Mss. dell'Anonimo ho pur citato nel _M. A. C._, p. 196.)

SALAZAR cit., p. 61, A, I. Lo chiama più volte «_Astorvallon_.» (Avverto lo Spagnolismo della lezione per togliere equivoci.)

[245] ADRIANI cit., 282.

ARCHIVIO ST. IT. cit., 1848, app. n. 22. — Nato in Roma nel 1525, morto in Brescia 25 settembre 1564. Lasciò gli scritti seguenti:

«1. _Relazione alla repubblica di Venezia intorno al modo di stabilire una buona milizia in tempo di pace. Data del 22 nov. 1563._ (Pubblicata nell'ARCHIVIO cit. da p. 201 a 220.)

»2. _Modo di ben formare uno squadrone._» (Mss. all'Ambrosiana.)

[246] DOCUMENTI per F. Palermo, cit., 130: «_Virtù, valore, e consiglio del signor Giordano Orsini.... e il signor don Garzia, al principio che lui venne qui, non gli fece cera, nè in fatti nè in parole._»

[247] DOCUMENTI cit., pubblicati da F. PALERMO, p. 126: «_Il signor don Garzia colle sue galere andò ad incontrare il Principe tre miglia.... la sua capitana o per inadvertentia, o a posta, urtò la capitana del Priore, e gli ruppe tutti i remi di una banda.... Il Priore sta in cagnesco, non potendo aver lume donde sia proceduto questo disordine._» (Lettera di messer Francesco Babbi al duca Cosimo di Firenze, data da Napoli, addì 8 maggio 1550.)

[248] LIVIUS, XXXVII, 24: «_Si qua concurreret rostro cum hostium navi, aut proram lacerabat, aut remos detergebat._»

CÆSAR, _De bell. civ._, I, 58: «_Pluribus navibus adoriri singulas contendebant, aut remos transcurrentes detergere._»

[20 maggio 1550.]

IX. — Per opera delle maestranze Carlo Sforza prestamente si rifornì di palamento: e deposto quel po' di broncio, che a un uomo d'onore era impossibile celare nel primo giorno, fece legge a sè stesso di non pensare ad altri nemici che a' Musulmani, e di non vendicare altre offese che le patite dal cristianesimo. Però stette come prima al suo posto, e seguì l'armata contro Dragut in Africa, dove si voleva abbattere a un tratto la pirateria, se venisse mai fatto di cogliere lui, e i suoi navigli, e i seguaci nella nuova residenza. Ma costoro, ammaestrati per le lezioni di Barbarossa, eransi celatamente sottratti con quaranta bastimenti; e già da lungi scorrevano le acque della Sardegna e di Spagna, quando l'armata cristiana addì venti di maggio presentavasi innanzi alla piazza di Afrodisio.

I maggiori capitani andarono a riconoscerla dalla parte del mare, ronzando a piccola distanza dall'una e dall'altra parte intorno alla penisola; e dopo alcuni colpi di cannone ricambiati, con qualche morto e ferito di soldati e di ciurma, si allargarono per consultarsi tra loro. Pareva difficile l'espugnazione, bisognandovi grosse artiglierie da breccia, e fanterie numerose da campo, più che non erano sull'armata. Perciò volendo anche lasciare aperta a Dragut la via del ritorno in quelle parti, dove lo aspettavano; e insieme pensando di chiamare da Napoli, da Palermo, e dalla Goletta maggior nervo d'armi e di armati, deliberarono per suggerimento del Baglioni e dello Sforza di occupare un castello tenuto dalle genti di Dragut poco più di venti miglia lontano inverso maestro, e luogo opportuno a fermare l'uno dei capi della rete che gli si voleva tendere[250]. Questo castello, chiamato Monastero, comparisce da lungi ai naviganti proprio sulla punta sporgente che chiude la baja di Susa dal lato meridionale: un isolotto gli sta presso da tramontana, e le Conigliere per dodici miglia da levante. Alcuni mettono in quel punto l'antica colonia romana di Adrumeto, i Turchi infino al presente lo chiamano Monastir, e i nostri comunemente suppongono essergli venuto tal nome da una badia di Agostiniani, anteriore all'invasione degli Arabi[251].

Si principiò dall'acquata, sapendo essere presso al castello, dal lato di tramontana, ricche sorgenti di acqua dolce, tanto necessaria al sostentamento della gente[252]. Le galèe (come altrove in alcun luogo ho detto, e qui devo ripetere per non rimandare il lettore di qua e di là; oltre che non sarà male rimettere il discorso a nuovo, secondo il bisogno) le galèe per la qualità della loro costruzione non potevano imbarcare vasi di grande capacità; ma bisognava tenerle al barile. E quantunque i piccoli recipienti industriosamente ripartiti a tre e cinque per banco tra l'armatura del posticcio, senza ingombrare nè la coverta nè le camere, sommassero a due o tre cento in ciascuna galèa; nondimeno alla moltitudine della gente nell'arsura delle continue fatiche non sopperivano di bevanda che per quindici o venti giorni. Dopo i quali bisognava di necessità accostarsi a terra, e attignere a ogni modo da qualche fontana o ruscello, e di più combattere nel paese nemico, se venivano a impedire. Oltracciò più lungo tempo nei vasi di legno l'acqua non si sarebbe conservata, sapendosi per esperienza il pronto venirvi della medesima a nausea, a corruzione e a vermi: cause di pericolose dissenterie. Singolarissimo beneficio ha recato ai marinari colui che ha proposto le casse di ferro, dove l'acqua si mantiene lungamente freschissima e sana. Oggi tutti i bastimenti, massime i militari, usano vasi di bandone laminato; e mette letizia di refrigerio il vedere sul ponte la tromba per attignere, e la chiavetta della fontana sotto alla mano di tutti. In mezzo alle armate navali, nei grandi porti e nelle rade, senza che niuno si affatichi per acqua, da sè vengono le cisterne galleggianti condotte dalla macchina a vapore, e si mettono sotto il bordo di chi ne vuole, e gittangli la manica conduttrice. Il motore dimena le trombe, e ciascuno empie le sue casse a talento.

NOTE:

[249] DOCUM. toscano cit., (alla nota 25) p. 96: «_Un mastro d'ascia con suo garzone, un barbiere, un barbierotto.... Un remolaro, un barilaro._» Item, p. 131, 132, ec.

DOCUM. roman. cit., (alla nota 11); in tutti gli inventarî, strumenti, ruoli, e scritture, ripetesi sempre il ritornello: «_Il barbiere e il barbierotto, remolaro e remolarotto, calafato e calafatino, mastro d'ascia e suo dascino._»

CRESCENTIO, Nautica cit., 64: «_Maestranze.... che qua si dice Mastrodascia, Calafatto, Remorario, et Barilaro, de' quali se ne dà uno per galèa._»

PANTERA, _Armata_ cit., 129: «_Il Remolaro ha cura non solo di fare i remi nuovi, et di racconciare i vecchi, ma di rivederli se sono ben bilanciati, aggiugnere o levare del piombo, e accomodarli che si possano maneggiarli facilmente._»

[250] ANONIMO cit., Mss. _Vita del Baglioni_, 22: «_Astorre consigliò che almeno si prendesse Monasterio.... Questo consiglio portato al Principe_ (Doria) _dal Priore_ (Carlo Sforza) _come cosa propria di Astorre, fu trovato molto buono da tutti._»

[251] PLINIUS, _Hist. nat._, V, 4; et MORISOT, _Orbis marit._, 283: «_Tapsus, Leptis parva, Rhuspina, Adrumentum, Aphrodisium, Siagul, Neapolis._»

ATLANTE LUXORO del secolo XIII, pubblicato dal Desimoni e Belgrano in Genova, 1868, III, 266: «_Souxa, Monester, Coniere, Affrica, Capullia._»

LUIS MARMOL, _L'Afrique, traduite de l'Espagnol_, par Perrot d'Ablancourt, in-4. Parigi, 1667, II, 499.

DAPPER, _Description de l'Afrique_, in-fol. Amsterdam, 1686, p. 197.

M. BELLIN, _Atlas maritime, recueil de cartes et plans_, in-4. Parigi, 1764, III, 71.

W. SMITH, R. N., _Carte dell'ammiragliato britannico, colle correzioni fino al_ 1852: «_The coasts of Tunis: Monastir._»

G. R. WILKINSON, R. N., _Carte dell'Ammiragliato, del_ 1864: «_From Soussa to Mehediah: anchorage of Monastir._»

[252] NUCULA cit., 54: «_Universa classis aqua egere cæpit; cujus petendæ causa, idoneus Monasterii ager visus est, in quo probatissimæ aquæ magnam copiam esse constabat._»

[28 maggio 1550.]

X. — Tutti intesi all'acquata, si accostarono per ordine a terra presso il Castello, fuori del tiro delle artiglierie: empirono il barchereccio di ciurme e di barili: e prevedendo ostacoli dai nemici, distaccarono a sostegno degli acquatori alcune compagnie di archibugeri. Presto si scambiarono i primi colpi, crebbe la scaramuccia, venne in terra don Garzia, concorsero in maggior numero i combattenti. In quella Astor Baglioni alla testa dei Romani caricò gagliardamente le fanterie sortite dalla piazza[253], i Musulmani volsero in fuga, i nostri in gran fretta ad inseguirli: in somma vinti e vincitori entrarono mescolatamente nella terra, e il Baglione la prese di soprassalto il ventotto di maggio[254]

[29 maggio 1550.]

Restava la rôcca, dove la maggior parte dei presidiarî eransi raccolti: però fu presa subitamente a battere dalla parte esterna da don Alvaro de Vega, e di dentro tra le case circostanti da don Fernando suo fratello, figliuoli di don Giovanni de Vega vicerè di Sicilia, alla testa delle milizie veterane che il padre loro aveva mandato in Africa: valorosi giovani, osteggiati ambedue dalle crescenti pretensioni di don Garzia. La stessa notte posero in terra alcuni pezzi da breccia: ai quali, mancando il traino, provvidero don Alvaro de Vega e Giordano Orsino con certi carrettoni di contadini, tanto che la mattina seguente messi al posto meglio degli altri servirono. Al tempo stesso si batteva la rôcca dalla parte del mare, giuocando a maraviglia i grossi corsieri delle galèe sugli affusti a scalone, anche colla punteria di rialzo a gran volata. Sotto le percosse delle galèe cadde in isfacelo il mastio: le trombe chiamarono all'assalto, e la bandiera della Croce comparve sulla rôcca. I pirati fatti a pezzi, gli abitatori prigionieri, le mura del castello demolite. Dei nostri dieci morti, ducento feriti, e due galèe perdute: chè l'una del principe di Monaco colò da sè in fondo, crepatone con gran rovina il cannone, o per mancamento di getto o per acciarpìo di carica: e l'altra del marchese di Terranova, malmenata da simile fracasso, dètte in secco[255]. Intorno a questi fatti più importanti della marineria oltre le testimonianze italiane aggiungo le spagnuole, tuttochè le edizioni a quattro colonne di mastro Mattia, e di mastro Bartolommeo per difetto di torcolieri e di legatori nell'ordinamento delle pagine e dei numeri, pajano fatte a posta per istancare la pazienza di chicchessia[256].

[Giugno 1550.]

Assicurata la comodità dell'acqua alle sorgenti ormai libere di Monastero, l'armata andò a porsi presso le Conigliere, guardando quel tratto di mare, e facendo qualche corsa infino alla Goletta, che dal tempo della spedizione di Tunisi erasi sempre tenuta con grosso presidio dagli Spagnoli. Risiedeva colà per governatore il mastro di campo don Luigi Perez di Vargas, uomo di molto valore, di gran senno, e di lunga pratica nelle guerre e nei costumi africani. Esso approvò l'impresa di Afrodisio, posto che si facessero venire da Napoli artiglierie e fornimenti da breccia, e maggior nervo di fanti: offerì per sua parte tutti i rinforzi che si potevano cavare dalla Goletta, senza mettere a pericolo la difesa della piazza; e assicurò che, per mezzo del re del Caruano[257], suo amicissimo, non mancherebbe mai a giusto prezzo l'abbondanza delle vittuaglie e dei rinfreschi nel campo. Di che rallegrossi più d'ogni altro don Garzia, nella speranza di mettersi per supremo generale alle imprese di terra: e subito propose di correre in persona a Napoli, promettendo cavare dalla bontà di suo padre ogni fatta rinforzi. Nel vero andò e tornò sollecitamente, menando grosse navi piene di soldati, di artiglierie e di munizioni.

Se non che il Perez della Goletta, prima di separarsi, parlando all'orecchio di Andrea Doria, avealo ammonito e pregatolo di chiamare subito al campo il vicerè di Sicilia don Giovanni de Vega; e di affidare a lui, come a gran mastro di guerra, e secondo le leggi della monarchia, il supremo comando dell'assedio, prevedendo altrimenti non lieti successi. Andrea eziandio di ciò persuaso, e pensando ancora che il Vicerè da sua parte accrescerebbe forza alla spedizione colle armi della Sicilia, gli scrisse, lo richiese, e promisegli di fare una corsa a Trapani per imbarcarlo. In somma alla fine del mese tutti erano in punto, secondo questi concerti, salvo il furore di don Garzia. Il quale, trovato all'improvviso il Vicerè sull'armata, cioè un altro in procinto di occupare quel primo posto di onore e di autorità che esso nell'animo aveva fin allora tenuto per suo, tutto stizzito tirossi da parte, dicendo volersene andare colle sole galèe di Napoli ad inseguire Dragut pel Mediterraneo, senza mettersi in terra ad altri stenti[258].

Si ebbe a durare gran fatica per quietarlo alla meglio: e si potè soltanto ritenerlo colla promessa di formare un triumvirato, dove Andrea, Giovanni e Garzia starebbero alla pari; niente si farebbe senza il beneplacito dei tre, e le leggi andrebbero col nome soltanto dell'Imperatore[259].

[24 giugno 1550.]

Stabilite queste convenzioni, l'armata sciolse da Trapani alli ventiquattro di giugno: cinquantadue galere, ventotto navi, quaranta pezzi di batteria, e quattro mila uomini da sbarco; senza sfornire menomamente le galere, che dovevano sempre tenersi in punto per qualunque fazione, se mai comparisse squadra nemica sul mare o con Dragut o con altri. Davano speranza gli Arabi divenuti nemici dei Turchi, e la postura della piazza, che poteva essere con poca gente assediata dalla parte di terra. Il mare istesso ed i venti secondavano le aspirazioni dei marinari e dei soldati, i quali prestamente in due soli giorni navigando si facevano la mattina delli ventisei innanzi alla piazza voluta espugnare.

NOTE:

[253] ANONIMO, Mss. cit., _Nella vita_, p. 23: «_Astorre guidò le genti italiane che erano sulle galere del Papa, ed in breve tempo prese Monasterio._»

[254] JOANNES CHRISTOPHORUS CALVETUS STELLA, _De expugnato Aphrodisio_, ext. inter opusc. _De Rebus Turcorum_ edita a CONRADO CLASERO, in-fol. Basilea, 1556, p. 631.

FILIPPO CASONI, _Annali di Genova del secolo decimosesto_, in-fol. Genova, 1708. — _Ann._, 1550.

[255] NUCULA cit., 63: «_Jactura duarum triremium, in quibus tormenta, vitio fortasse conflata, vel incuria, magno impetu sonituque effracta._»

STELLA cit., 631: «_Triremes afflictæ.... primaria Caroli Aragonii, Terrenovæ marchionis, depressa._»

BOSIO cit., III, 267, D: «_Crepato il cannon di corsia ad una galera del signore di Monaco.... uccisi molti.... si aperse la galera...._»

[256] PEDRO DE SALAZAR, _Historia de la guerra y presa de Africa, con la destruycion de la villa de Monaster, etc._ in-4. figur. Napoli, 1552, in casa di Mastro Mattia, p. 22, A. I, med.: «_El cañon de cruxia de la galera de sancto Angelo del Marques de Terranova se abriò y la galera por medio._»

PRUDENCIO DE SANDOVAL, _Vida y echos del emperador Carlos quinto, rey catholico de España, etc._ in-4. Pamplona. En casa de Bartolomeo Paris, 1586.

[257] CARUANO, altri scrivono _Karoano_, e l'Amari _Kairwan_, regno nell'interno dell'Africa, alle spalle di Tripoli e di Tunisi.

DE HAMMER cit., XI, 219 (_Kairewan_).

[26 giugno 1550.]