La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 2

Part 14

Chapter 143,489 wordsPublic domain

V. — L'ultima partita del documento toscano conferma l'uso del secolo decimosesto di allumare non solo le maggiori artiglierie, ma ancora le manesche per mezzo della corda accesa, cui davano il nome di Miccio: e dico forte e marziale, al mascolino, come usavano dire comunemente i cinquecentisti. Nei primi tempi le artiglierie di ogni maniera, grosse, minute e portatili si accendevano colla bacchetta di ferro arroventata in un braciere; l'uncino della quale al bisogno si portava sul focone dell'arma voluta sparare. Appresso veniva il miccio: corda sottile e pastosa di infimo tiglio, poco torta, lissiviata nella cenere, e bollita per quattr'ore nella soluzione di nitro, colla giunta successiva di poco acetato di piombo. La qual corda, accesa che sia da una estremità, continua sempre a bruciare lentamente con fumo azzurrognolo e senza fiamma, fino a tanto che non sia tutta consumata. Nel maneggio delle artigliere incavalcate s'incastrava il capo acceso di questa corda della forcella d'un'asticciuola, chiamata Buttafuoco: il primo servente di destra, al comando dell'ufficiale, brandivalo sul focone del pezzo, e l'arma tonava. Per le armi manesche ciascuno archibugiere portava parecchie braccia di questa corda in pezzi, appesi alla tracolla; e nelle fazioni un capo sempre acceso nella mano sinistra: venuto il momento spianava l'arma, scoprivane il bacinetto, pigliava il miccio colla destra, scuotevane il ceneraccio, e finalmente il colpo partiva. Poi vennero il draghetto e il serpentino: figurette contorte a imagine dei detti animali, che stringevano la corda accesa tra le mascelle, e al tocco del grilletto la portavano sul focone. Con questo il soldato aveva le mani più spicce, e più sicura la punteria. Ma e' doveva star sempre sopra di sè coll'occhio alla guardia del fuoco: e spesso spesso ridare la corda, e più e più ricacciarne dalla bocca del fantoccino, secondo il consumo. Lunga noja di più secoli: al cui compenso forse introdussero i militari nelle capitolazioni la clausola del miccio acceso, come ultima testimonianza di solerzia e disciplina anche nei vinti. I marinari esposti più di ogni altro ai casi repentini di combattimento, e sempre più che altri guardinghi del fuoco, usavano il micciere, per allumare a un tratto due o tre cento micci. Era una specie di bacino metallico, che si teneva sulla palmetta o sulle rembate; concavo a mo' di clibano, e contornato da qualche centinajo di bischeri a forcella messi in più ordini, donde le cime di altrettante corde facevano capo nella scodella centrale. Bastava gittare nel mezzo un pugnetto di polvere e una scintilla per avere a un tratto tutte le cime accese, tanto che ogni soldato e marinaro potesse di presente pigliare in punto la sua. Ho veduto io di questi arnesi vecchi e rugginosi nel Museo dell'arsenale di Venezia. Ora indarno più cerchereste per le fortezze e per le caserme la corda cotta: solamente potreste trovarne sui bastimenti militari, dove i marinari continuano a tenersela sempre accesa, giorno e notte, dentro un barlotto di metallo per comodo di chiunque voglia allumarvi il sigaro, o la pipa.

Niuna cosa giugne improvvisamente alla perfezione. Dalla bacchetta rovente e dalla corda cotta si venne al draghetto, al serpentino, e poi al fucile a ruota: progresso reso necessario dagli inconvenienti dei primi metodi, i quali nella pratica, come si è veduto in Algeri, rendevano qualche volta difficilissimo il maneggio delle armi da fuoco. Gli ingegni si scossero: e dall'attrito sprizzarono le prime scintille sulle artiglierie di terra e di mare. Tutti sapevano cavar faville percotendo insieme la selce e l'acciajo: non restava se non trovare il modo di portare la percossa sicura e spedita vicino al focone dell'arma. Indi l'acciarino a ruota: gentile macchinetta, composta di un cane che stringe tra le mascelle la pietra focaja, e a volontà la porta di taglio sul bacinetto dell'arma: sotto al taglio della pietra una rotella di acciajo a tamburetto girante alquanto eccentrico tra due colonnini con dentrovi una striscia di molla avvolta sull'asse; molla simile alle consuete degli orologi. Caricata la detta molla con una chiavetta, e frenata a segno con un dente, si faceva poscia scattare al tocco del grilletto; e girando rapidissima la rotella sul taglio della pietra, cacciava sprazzi di scintille sul bacinetto e colpi di fuoco dagli archibusi. Le armi fornite di questo arnese chiamavansi a ruota. Dicevansi pure a fuoco morto; perchè non ardeva sempre, nè si consumava come il miccio: e nondimeno era fuoco sempre pronto al bisogno sotto al braccio di chi voleva usarne. Gran passo di vantaggio: ma pur sempre gran difetto il lungo frullio rotatorio, l'incertezza del momento efficace, e quindi la perplessità nella mira. L'origine di questa invenzione si ha a cercare tra la fine del quattrocento e il principio del cinquecento, segnata dallo spavento dei principi e dei popoli per l'abuso dei traditori nelle private vendette. Alfonso da Este, duca di Ferrara con un bando del diciassette febbrajo 1522, richiamando più altri bandi e gride anteriori, proibiva sotto pene gravissime l'avere e il portare gli archibugetti a ruota[218]: ed io stesso nelle prime pagine di questo libro ho accennata l'uccisione di un cavaliero spagnolo, l'anno 1547, per mezzo dell'archibugio a ruota; donde il tumulto, e la massima indignazione in Malta contro la terribilità dell'arma usata dall'omicida[219].

L'invenzione in principio restava limitata agli usi e agli abusi delle private persone, non essendo stata adottata nè dai soldati, ne da' marinari. Ciò si fa manifesto della spedizione di Algeri del 1541: dove essendo insieme il fiore delle milizie di Europa, specialmente Tedeschi, Spagnuoli e Italiani, e tra loro l'istesso imperatore Carlo V, non si potevano adoperare le armi da fuoco, perchè tutti i micci erano spenti dalla pioggia[220]. Nondimeno due anni dopo, Piero Strozzi fiorentino, che poi fu maresciallo di Francia, armava lo squadrone della sua cavalleria italiana d'archibugetti a ruota[221]; coi quali ajutava la vittoria di Ceresole addì 14 aprile 1544. Tre anni dopo nelle guerre d'Ungheria contro Solimano, dove erano milizie di tutto l'Oriente, i soli cavalieri tedeschi avevano cominciato a portare attaccato all'arcione l'archibugetto a ruota. I Turchi, dice il Giovio[222]: «Osservarono la capitolazione, e niuna cosa fu tolta ai cavalieri tedeschi di loro privata proprietà, tranne gli archibugetti che in forma nuova portavano appesi alla sella. Queste armi smaniosamente i Turchi volevano per sè, maravigliandosi della novità e del sottile artifizio, pel quale a talento, senza bisogno di miccio, per mezzo di piccola rotella girante attorno alla pietra focaja, di presente si accendevano e sparavano.»

Queste cose dovevo io dire con più ragione del Giovio, per chiarire la mia storia tecnica rispetto all'armi ed alla amministrazione: massime in quella parte che per la sua vetustà è oramai entrata nel dominio della storia, e che intanto si svolge intorno alle persone, ai fatti e ai tempi, dove col racconto ci troviamo. Altrove si avrà a parlare delle invenzioni seguenti, specialmente del fucile a martellina, durato infino alla nostra fanciullezza; e poi delle chimiche preparazioni fulminanti, messe nei cappellozzi, nei cannellini, o nelle cartuccie, per accendersi col percussore, colla stratta, o coll'ago.

NOTE:

[218] CAP. ANGELO ANGELUCCI, _Documenti inediti per la Storia delle armi da fuoco italiane_, in-8. Torino, 1868. (Continuazione a fascicoli non compiuta ancora in quest'anno 1875), p. 307, 308.

[219] BOSIO cit., 248, E: «_Nell'anno 1547, e mese di giugno.... in Malta un gentiluomo del priore di Lombardia affrontò Francesco Ribadenira, cavaliero castigliano.... et appuntato avendogli al petto un archibusetto a ruota, se lo fece cadere morto ai piedi._» E p. 249, B: «_Arma tanto insolita e proibita tra gli huomini d'onore, e forse per l'addietro non mai più nella religione usata contro Cristiani._»

V. sopra, p. 149.

[220] VILLEGAGNON, e gli altri cit. lib. prec. nota 130, p. 101.

[221] CESARE CAMPANA, _Vita di Filippo II, e guerre de' suoi tempi_, in-4. Vicenza, 1605. Parte 1ª, p. 94: «_Piero Strozzi con Lorenzo suo fratello, Fabiano del Monte, Francesco de' Pazzi, ed altri nobili al numero di dugento, et ben montati, et forniti di quanto faceva di mestieri ad una riguardevole cavalleria, cogli archibugetti a ruota._»

ULLOA cit., 170, B.

MAMBRINO ROSEO, 329.

[222] JOVIUS. _Histor._ cit., in-fol. Basilea, 1578. Lib. XLIII, p. 552, lin. 30: «_Anno MDXLVIIII.... nec quidquam nostris ademptum est præter sclopettos parvos, quos novo more hastati æquites germani ab ephippiis, uti mortiferum atque habile telum, suspendunt. Hos maxime concupiebant Barbari, novitate capti, quod ita mirum esset artificium, ut sine succenso funiculo, quum luberet, per machinæ rotulam, percusso pyrite lapide, ignem repente conciperent, et celerrime disploderentur._»

[Aprile 1549.]

VI. — Intanto il capitan Carlo Sforza, che tra le nevi e i ghiacci ha passato l'invernata al pari di noi, rivedendo armi e artiglierie, cifre, carati e corredi delle nuove e delle vecchie galèe, ci richiama con un tiro di cannone alla partenza sua e della squadra sui primi di aprile. Egli non solo prode, ma savio e di bell'indole, piglia a sbrattare i mari circostanti dalla schiuma dei ladroni, e a favorire i naviganti, il commercio e l'abbondanza nella capitale e nelle province. Dove vedendo che i pirati non si sarebbero ormai più arditi nella stagione corrente rivolgere la prua, pensò di fare una corsa in Levante, come era già solito; e così farsi rivedere in Malta, e riconciliarsi coi nemici, da cavaliere cristiano. Di più voleva mostrare che nè esso nè altri in Roma avevano prestato ascolto alle voci sparse contro del Grammaestro, imputato da alcuni di occasione o consenso alle violenze commesse contro di lui.

[21 maggio 1549.]

Se ne andò pertanto in Sicilia, e passando da Siracusa si congiunse fortuitamente col balì Giorgio Adorno suo grande amico, e insieme la mattina del ventuno di maggio entrarono nel porto maggiore di Malta, salutando con tutta l'artiglieria la città, il castello Santangelo, e le galèe gerosolimitane quivi presso ormeggiate. Poi recatosi in palagio, baciò le mani al Grammaestro, e si rappaciò in convento con tutti i religiosi, procurando altresì il perdono a quei cavalieri che per cagione della rissa, erano tuttavia sostenuti nelle carceri. E tanto graziosamente uscì d'impegno, che indi in poi coll'affetto e colla stima de' virtuosi confratelli superò l'odio e l'invidia de' pentiti avversarî.

[Giugno e ottobre 1549.]

Pochi giorni appresso prese a bordo alcuni piloti greci di pratica per la navigazione dell'Arcipelago, e sciolse le vele verso Levante a danno de' Turchi; durando in crociera per quei mari tutta l'estate e parte dell'autunno. Se volete sapere di sue prodezze, di gente riscattata, di pirati sottomessi, di combattimenti sostenuti, di vittorie conseguite, di prede riportate, chiedetene agli scrittori domestici, ai municipali, agli archivisti, agli enciclopedici, in somma a quelli che pretendono saper tutto, aver detto tutto, ed essere i primi in tutto: interrogate costoro. E dove essi non sappiano dirvi nulla, proprio nulla, permettete a me, ultimo di tutti, il cavar fuori da estraneo scrittore, che per la natura dell'argomento suo non doveva dir di più, le seguenti parole[223]: «Carlo Sforza giunse in Malta il 21 di maggio 1549; quindi colle galere del Papa navigò in Levante a danno degli infedeli, riportandone poi a Civitavecchia assai ricca et honorata preda.»

Chiunque conosce lo stile cavalleresco del commendator Giacopo Bosio, per la solennità delle brevi e concettose parole intorno a fatti alieni dall'argomento suo, può di leggieri comprendere l'onoratezza delle fazioni, combattute contro forze uguali o superiori; e comprendere la ricchezza degli acquisti di navigli, artiglierie, prigionieri, riscatti, e simili per numero e qualità di gran pregio. Però i Civitavecchiesi dell'armamento, rimunerati largamente da Carlo, si affezionarono a lui e alla sua casa, come non guari dopo a chiare prove gli dimostrarono; ed i Romani altresì per lui ripresero il costume di farsi servire dagli schiavi. Tanti ne condusse in Roma, che n'ebbe chi ne volle: essendosi concessa piena licenza di poterli comprare, ritenere e vendere, non ostante qualunque divieto precedente. Fin dal principio di quest'anno, quando Carlo si apparecchiava a pigliarne, uscì il seguente[224]:

«Bando sopra al tenere de li schiavi et schiave in Roma. — » Avendo la Santità di N. S., signor Paulo per la divina provvidenza papa terzo, per sua benignità et clementia, per pubblico utile et bene de tutte et singule persone habitante et esistente in quest'alma città di Roma, concesso che si possano tenere schiavi et schiave che si comperaranno per lo avenire, come per un motuproprio, diretto alli magnifici signori Conservatori et Popolo romano, per Sua Santità fatto, appare.

»Per tanto per parte et commissione de prefati signori Conservatori se notifica et fassi intendere a tutte et singole persone in detta città habitante et esistente qualmente quelli che haveranno coprato o compraranno schiavi et schiave, dopo la data del ditto motuproprio, dato sotto il dì ottavo di novembre del xlviii prossimo passato, et sia lecito tenere detti schiavi et schiave, senza essere impediti da persona alcuna; non ostante qualunque concessione fosse fatta o da farsi, alla quale espressamente per il ditto motuproprio se derogano, et per il presente bandimento se intendano derogate et annullate.

»Dat. in palatio praefatorum Dominorum Conservatorum. Die XII januarii MDXLIX.

»De Mandato. — Lucas Mutianus, C. Conservat. scriptor.

»Io Pietro Santo ha fatto lo soprascritto bando per Roma alli XIIII di Gennaro.»

Più volte nei miei libri mi è venuto detto di questa materia[225]: ma un discorso speciale intorno agli schiavi turchi, ed al loro trattamento nello Stato romano, massime nel porto di Civitavecchia, dove sino alla fine del secolo passato duravano numerosi nei pubblici e nei privati servigi, devo rimettere a quel tempo, al quale si riferiscono i documenti che ho raccolto in buon dato.

NOTE:

[223] BOSIO, cit., III, 262, C.

[224] COLLEZIONE di bolle, editti, bandi, notificazioni, decreti ec. della romana Curia, stampati in fogli volanti, e riuniti insieme dal principio della stampa infino al presente, nella Biblioteca Casanatense, più che cento volumi in foglio nel camerino a sinistra. Al volume primo, dove è questo Bando, segnato a penna col num. 65. Foglietto di stampa volante, carta e caratteri romani, niuna nota di tipografo. In alto due armette incise in legno: a destra la papale, triregno e chiavi incrociate, sei gigli rossi in campo d'oro; a sinistra la municipale, corona ducale, e la nota banda colla sigla notissima _S. P. Q. R._

[7 febbrajo 1550.]

VII. — La notte seguente al dì sette di febbrajo, compiuta l'elezione, Giulio III successe a Paolo III già mancato ai vivi nel precedente anno ai dieci di novembre: quindi molte novità di cariche e di ufficî nella corte e nelle province. Soltanto alla marina ogni cosa restò nello stato di prima, rifermata la condotta di Carlo Sforza; perchè egli, tanto esperto e chiaro, continuasse a difendere la Spiaggia romana, e desse sicurtà di navigazione ai pellegrini pel giubilèo intermedio del secolo, che quanto prima il nuovo Pontefice voleva felicemente aprire. Bisognavagli però guardare il mare; il cui dominio, almeno per metà, era in mano ai pirati della terza quadriglia, allievi ed eredi della seconda. A costoro ritorna sempre, anche a non volere, il discorso che ora son costretto riassumere. Cadde il Moro nel trentaquattro sotto i colpi dei Veneziani nelle acque di Candia[226]: Cacciadiavoli crepò nel trentacinque alla cisterna di Tunisi[227]: il Giudèo sdilinquì a Suez l'anno quarantaquattro tra le braccia del figlio[228]: Barbarossa il tre di luglio del 1546 da Costantinopoli scese sotterra intorno al Bosforo presso Terapia, dove tra le piante parasite ancora durano gli avanzi e la cupola della sua tomba[229]. Appresso cresceranno appajati Scirocco pascià di Egitto, e Luccialì re d'Algeri, ambedue pirati e comandanti principali a Lepanto dell'ala destra e della sinistra nell'armata di Selim[230]: ed ora s'imbrancano tra i novelli sovrani di Barberia gli altri due famosi Morat e Dragut. Il primo per sua conquista e per l'investitura di Solimano s'intitola re di Tagiora, l'antica Thagura di Vittore Uticense e dell'Itinerario di Antonino[231], a mezza via tra Tunisi e Tripoli; e di là corre schiumando il mare, specialmente ai danni dei Cavalieri gerosolimitani[232]. L'altro, non contento al principato delle Gerbe, volendo crescere nella stima dei Turchi e nella grazia dell'Imperatore, con inganni e per sorpresa si è impadronito della grande e forte città di Afrodisio, da qualche tempo governatasi a popolo[233]. Venuto in tal guisa più vicino alla Sicilia e al Tirreno, e posta in Afrodisio[234] la sua principale residenza, gli arsenali e i magazzini, da quel covo scioglieva per dar la caccia alle galere di Malta, e pigliavane una ricchissima con tutto il carico di danaro raccolto dalle corrisposte del comun tesoro in Francia[235]. Un'altra ne toglieva al visconte Giulio Cicala, sopra capo Passaro; sbarcava al Gozo, ardeva Rapallo, disertava la Liguria, la Corsica, le Baleari, la Catalogna, traendo roba e danari da ogni parte[236]. Più monta la schiavitù d'infiniti Cristiani, ai quali talvolta per violenza faceva pur rinnegare la fede[237].

Non parlo delle riviere di Calabria e di Sicilia, perchè Dragut non aveva più nulla a fare in quei luoghi. Dalle piazze forti in fuori era tutto un deserto. I popoli littorani fuggivano a turme. Quando le dolci aure della primavera mettevano il mare a tranquillità, essi abbandonavano le odorose convalli della marina, e riduceansi sui gioghi delle aspre montagne; donde più non discendevano se non colle sonanti tempeste dell'orrido verno, mescolando coi muggiti del mare i loro lamenti, nella speranza che alcuno avesse finalmente a francarli dalla obbrobriosa oppressione[238].

Carlo d'Austria aveva firmato da poco tempo con Solimano una tregua: non voleva nè doveva romperla. Ma saviamente distinguendo le obbligazioni sue verso un sovrano di fatto, non giudicò doverci comprendere i ladroni ricalcitranti contro qualunque trattato; i quali rubando a tutti, sempre a un modo, così dopo, come prima della tregua, da sè stessi poneansi fuori della legge. Il perchè costretto di soddisfare al pubblico desiderio, ordinò al principe Doria di mettersi sulle tracce del ribaldo, e fare ogni prova per cacciarlo almeno dal covo appostato a ruina della società.

NOTE:

[225] P. A. G. _Medio èvo_, I, 187; II, 379.

_Marcantonio_, 93, 105, 254, 260, 264, 310.

_Guerra de' Pirati_, V. all'Indice, voce _Schiavi_.

[226] Vedi sopra, I, 379.

[227] Vedi sopra, I, 428.

[228] Vedi sopra, II, 124.

[229] DE HAMMER cit., X, 625: «Nella relazione del bailo. I, R. arch. dom. 4 luglio 1546, si legge — _Barbarossa è morto questa notte passata alle ore.... fu sepolto al collegio da lui istituito a Beschiktasch alla spiaggia del Bosforo_. — Colà anco oggi si erge in modo pittoresco da muschio ed edera circondata la cupola della sua tomba.»

[230] P. A. G., _Marcantonio Colonna_, 212, e seg.

[231] BAUDRAND, _Lex. geogr._, voce _Thagura_.

BOSIO, III, 108, e segg.

[232] BOSIO, III; 216, 245, 263, 279, 314.

[233] LUIS MARMOL, _L'Afrique, traduite de l'Espagnol_ par Porrot d'Ablancourt, in-4. Parigi, 1667, II, 499.

[234] WILLIAM H. PRESCOTT, _History of the reign of Philip the Second, King of Spain_, in-8. Boston, 1856, II, 356 — Londra, 1855, I, 308.

[235] BOSIO cit., III, 244, D; 251, B; 258, D.

[236] ANTONIUS GEUFFRÆUS, _Aulæ turcicæ descriptio per Guillelmum Godelevæum latine reddita_, in-4. Basilea, 1577, p. 533.

[237] SANDOVAL cit., _Vida de Carlos imp._ II, 122.

[238] DOCUMENTI sulla _Storia del regno di Napoli_, raccolti e ordinati con illustrazioni da Francesco Palermo, nell'ARCH. STOR. IT., in-8. Firenze, 1846, IX, 123: «_Omissis aliis.... Dragut rais, ancorchè il signor vicerè dica non aver nuova certa, è stato veduto fuori verso questi porti di Puglia con quaranta vele.... Tutta questa provincia da Napoli al Faro di Messina è in grandissimo terrore; e tutti i populi marittimi si reducono a' luoghi forti o alle montagne._»

(Sono lettere di messer Francesco Babbi, secretario del duca Cosimo, residente in Napoli, del quale parla pur l'ADRIANI, 183, C; 186, H, ecc.)

PRESCOTT cit., Boston, 1856, II, 353: «_The Mediterranean in that day presented a very different spectacle.... long tract of desert territory might then be seen on its borders, with the blackened ruins of many a hamlet proclaming too plainly the recent presence of the corsair.... scarcely a day passed without some conflict between Christians and Moslems._»

[Aprile 1550.]

VIII. — Per questo l'Imperatore richiese al duca di Firenze l'ajuto delle sue galere, e con maggiore istanza ne scrisse al nuovo Pontefice, sapendosi da tutti la perfezione, alla quale coi viaggi e colle esperienze degli anni precedenti aveva condotto Carlo Sforza il suo armamento[239]. Il nome dell'egregio cavaliero gerosolimitano, capitano generale delle galèe romane, scusava ogni elogio[240]: e gli crescevano riputazione attorno i suoi compagni d'arme, Filippo Orsini da Vicovaro, Francesco de' Nobili da Lucca, e Antonio Fani da Bologna capitani delle tre galèe; e i giovani ufficiali di Civitavecchia Francesco Andreotti[241], Filippo Filippetti[242], e Trajano Biancardi[243]; che poi divennero capitani di chiara fama, specialmente il secondo nominato sovente nei documenti Colonnesi a Lepanto, e il terzo che nello scorcio del secolo salì al grado di colonnello. A questi poscia si aggiunse fiorita schiera di giovani perugini, tra i quali ricordo Ruggiero e Grifone degli Oddi, Luca Signorelli, Lodovico Monaldi, il cavalier Ranieri, Camillo Perinelli, Livio Parisani, ed altri molti, sotto la condotta di quel prode rampollo di valorosa famiglia che era Astorre Baglioni, eletto comandante delle fanterie da sbarco; il cui valore aveva a sostenere degnamente in Africa la riputazione della scuola braccesca, ed a crescere poscia sublime nella difesa di Famagosta in Cipro[244].