La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 2

Part 11

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Dopo la ritirata di Barbarossa, Giannettino Doria colle galere della sua casa al soldo di Spagna erasi ridotto a Napoli; e colà per dargli mano aveva altresì fatto raunanza la squadra nostra, condotta dal provveditore e luogotenente generale di Orazio Farnese, che era per questi tempi il capitano Francesco de Nobili da Lucca, più volte nominato avanti, e più da nominare in seguito[167]. La mattina del quindici di agosto, intanto che si spedivano alcune faccende di sua commissione in Napoli, Francesco uscì dal porto colla squadra, e fece una passeggiata di esercizio fino a Torre del Greco. Al ritorno fuori del porto trovò Giannettino sul passo con quindici galere: il quale, fattolo chiamare al suo bordo, dissegli volersi servire della squadra romana infino a Genova. Dopo diverse repliche da una parte e dall'altra, Giannettino uscì tutto aperto e tutto ardito nel mostrare di avere la forza in mano, e di esser pronto ad usargli violenza. L'altro protestò contro il tradimento, e non potendo nè volendo combattere con lui, uscì di bordo, e andò a presentare i suoi reclami alla Nunciatura di Napoli[168]. Giannettino al contrario mandò subito a levare dalle nostre galere i soldati, e ogni altro ricalcitrante, e a mettervi gente dei suoi; coi quali, senza punto indugiarsi, l'istesso giorno prese la via di Genova, menandosi appresso catturata la squadra papale[169]. Non però di meno prima di partirsi per tutta sua giustificazione presso il Vicerè, cui lasciava all'improvviso il tristo retaggio dei litigi con Roma, scrisse il seguente biglietto[170]: «Io mi sono assicurato delle galere del Papa: e non l'ho fatto intendere a V. E. innanzi, per non li fare disservitio. Non vengo da Lei per trovarmi in punto di andare a Genova, e comandimi se posso servirla.»

Andarono via l'istessa notte: e il giorno seguente alterossi papa Paolo grandemente, tanto che pose a general sequestro i beni dei Genovesi in tutto lo Stato, e minacciò di voler procedere severamente contro gli usurpatori. Tutta la casa Farnese attorno soffiava sul fuoco, massime Pierluigi, futuro duca di Parma, ed uomo per vecchie rancure nemicissimo della casa Doria. Però Andrea, dopo alquanti giorni, mosso anche dalle rimostranze della sua repubblica, e non volendo interporre l'autorità di Cesare nel privato negozio, di propria volontà liberò dal sequestro le quattro galèe, e le rimise in Civitavecchia; contentandosi di aver mostrato che non gli mancava nè animo, nè forza da far risentimento. Dopo di che Paolo III ebbe per bene di chiamarsi soddisfatto; e la causa dell'eredità, rimessa alla curia di Napoli, fu decisa in favore di Andrea.

Ma il disordine non finì lì; duravano i partiti, celavansi le vendette e gli odî: ed era scritto nei fati di casa Doria che una sola di quelle galèe cavate da Civitavecchia sarebbe bastata a catturarne venti nella darsena di Genova, e a mettere in ponte il dominio di Carlo e di Andrea nella stessa città.

NOTE:

[167] ANNIBAL CARO, _Lettere scritte a nome del card. Alessandro Farnese_, in tre volumi, Padova, Comino, in-8. 1865, III, 55: «_Al vescovo di Lucca.... Vostra signoria deve sapere la fedele ed onorata servitù che messer Francesco de Nobili ha fatto molti anni alla bona memoria del duca Orazio mio fratello, e che ora continua con la casa nostra. Per queste e per le altre qualità sue semo tenuti tutti noi ad amarlo e favorirlo in quel che giustamente possiamo._»

DOCUMENTI cit., v, app. nota 181: «_Magnificus Dominus Franciscus de Nobilibus de Lucca, procurator exmi D. D. Horati Farnesi._»

[168] LETTERE del duca di Ferrara, e di altri, pubblicate nell'Arch. Stor. It. in-8. Firenze, 1848, app. n. 22, p. 189. — Lettera del Vescovo Arcella nuncio in Napoli al cardinal Farnese in Roma, data del 16 agosto 1544 (non la ripeto, perché pubblicata.)

[169] BIZARUS cit., 520: «_Quatuor triremes Andreas, haud veritus Rom. Pont. majestatem, cæperat et Genuam captivas abduxerat._»

SIGONIO cit., 246, 247: «_Andrea fece pigliare quattro galee del Papa da Giannettino, le quali.... furono condotte a Genova._»

ANTONIO DORIA, _Compendio_, 105: «_Andrea Doria pretendendo alcuni denari delle spoglie del vescovo di Sagona suo nipote fece prendere quattro galèe delle sue (di Papa Paolo) che teneva Pier Luigi Farnese al soldo della Chiesa, benchè assai presto gliele fece restituire._»

AUGUSTINUS THUANUS, _Historiarum sui temporis_, in-fol. Londra, 1733, lib. III, princ.

ADRIANI cit., 208, 209.

[Giugno 1545.]

XXVII. — Imperciocchè tornata la squadra in Civitavecchia, i ministri del Papa e dei Farnesi si lasciarono intendere di volersene levare il peso, e darne la condotta ad alcuno che le comprasse e tenesse a suo conto, sotto le condizioni consuete di mutuo vantaggio, specialmente per la guardia della Spiaggia romana. La conclusione del negozio tardò un anno, e intanto la squadra nel giugno seguente, sotto l'amministrazione diretta della Camera, e la condotta del capitan Francesco de' Nobili, navigava a Malta; avendo il Grammaestro offerto al Papa alquanti schiavi da rinforzare le ciurme, purchè gli piacesse mandare le galèe a prendergli, ed a fare una corsa coi Cavalieri suoi, e cogli altri concorrenti contro Dragut[171]. Furono insieme colà del mese di giugno diciotto galere: tre di Roma, quattro di Malta, quattro di Sicilia, tre del visconte Cicala, due del principe di Monaco, e due del marchese di Terranova, che ai ventitrè del mese sciolsero di conserva e si posero a lungo corso per le coste di Barberia, alla Galitta, a capo Bono, a Tunisi, alle Conigliere, alle Cherchene e per tutte quelle isole, senza aver mai trovato una vela di nemici, salvo che la prima sera nelle acque di Trapani sei galeotte, le quali si salvarono dalla caccia per l'oscurità della notte; e ne dettero subito conto a Dragut ed agli altri pirati, per quello che ne fu giudicato dappoi. Ai sedici di luglio, scioltasi in Malta la detta raunanza, le nostre galèe ripresero la strada di Civitavecchia, quando finalmente si aveva a concludere la vendita dei legni, e l'appalto del mantenimento, secondo le forme consuete dei precedenti capitoli.

[23 ottobre 1545.]

Il duca Pierluigi di Parma pose più di ogni altro le mani in questa faccenda; e ne trattò con uno dei Sauli di Genova; ne ebbe domanda anche da Piero Strozzi, e da Adamo Centurioni; e finalmente nell'occasione della visita di omaggio che facevagli Gianluigi Fieschi pel feudo di Calestano, strinse con lui il negozio delle galèe, tanto che addì ventitrè di ottobre dell'anno medesimo 1545 concluse col Fiesco in Piacenza l'atto di vendita[172]. Nel contratto si legge quattro galèe, Capitana, Padrona, Vittoria e Caterinetta: prezzo trentaquattro mila scudi d'oro, da pagare in tre rate; la prima subito, e le altre alla fine dei due anni seguenti: garanzia sull'ipoteca del feudo di Calestano. Ora non mi dà l'animo di aggiugnere altro, nè di esaminare il mercato: ne parlerò tra poco con miglior fondamento e opportunità. Intanto posso asserire che dal solo prezzo, senza inventario e senza carati, non si può arguire frode nell'intenzione dei contraenti.

[Maggio 1546.]

Sì bene dai fatti successivi, dai documenti, e dalla concorde testimonianza dei contemporanei risulta che l'animo del Fiesco fin d'allora covava magagna: perchè non si era mai impacciato nè voleva impacciarsi di navigazioni e di galèe; ma intendeva mutare lo stato di Genova, cacciandone gli Spagnoli e la casa Doria. Non facciam repliche di Catilina, nè di Cicerone, nè di altri personaggi o scrittori di classica antichità: gli è il tramestìo di Genova, solito per quei tempi, tra la plebe, i nobili, il cappellaccio e gli stranieri. I Genovesi m'intendono. Qui abbiamo la scossa delle indomite fazioni francese e spagnola, che intendono a scavalcarsi. Ciò che i signori Fregosi avean fatto agli Adorni coll'ajuto dei Rovereschi, e gli Adorni ai Fregosi coll'ajuto dei Medicei, e ciò che Andrea Doria aveva fatto a tuttaddue coll'ajuto degli Austriaci, voleva il Fiesco fare a tutti e tre col consentimento dei Borbonici. Se fosse riuscito nell'intento sarebbe divenuto doge, cappellaccio, e forse più. Ma perchè cadde, restossi vituperato oltre il dovere nella memoria dei posteri. Difficile è stato e sarà sempre, tanto per la politica quanto per la morale, il maneggiare congiure: e similmente è stato e sarà sempre disonesto l'aggravare nel doppio i caduti, e il tenere diverse misure per gli stessi falli.

Venne il Conte in Roma del mese di maggio pel possesso delle galere, e per la firma della condotta[173]: nè è da stupire se nella stessa città i ministri, i cortigiani, e ogni altro a giovane signore e novello capitano facessero liete accoglienze, e parole di cortesia e di felici augurî. Ed egli con molto bel garbo, mostrandosi contento, pigliava possesso in Civitavecchia, sottoscriveva in Roma i capitoli consueti della guardia, cogli annuali vantaggi e pesi consueti; e poneva in sua vece comandante sulle tre galèe assoldate il conte Girolamo suo fratello minore, del quale non ho a dir nulla rispetto alla marina, se non che governavasi col capitano Giulio Podiani[174]. Sì bene devo avvertire che la Caterinetta, perchè non compresa nei soldi camerali tra le altre tre galèe della guardia, restava fuor di linea agli ordini particolari del conte Gianluigi, il quale facevala navigare da Civitavecchia a Genova sotto il governo del padron Giacopo Conti[175], col disegno di acquistar grazia e autorità nel popolo, e di tenersi attorno gente armata per terra e per mare, senza destare troppi sospetti, e senza scoprire il disegno che nel profondo del cuore chiudeva.

[24 dicembre 1546.]

Questa Caterinetta specialmente da Civitavecchia alla fine dell'anno chiamò col padrone Giacopo Conti: e l'ebbe nel porto di Genova la vigilia di Natale, quando si avvicinava il giorno assegnato al compimento dei suoi propositi[176]. Pei quali aveva già dato voce di voler armare quella galea di gran rinforzo, e similmente accrescere gente di spada e di remo nelle altre tre, sotto colore di mandarle al corso: facendo così venire da' suoi feudi uomini di fiducia, alcuni alla scoperta, altri celatamente, parte nelle sue case, e parte sopra questo bastimento, col quale si preparava all'ultima prova della famosa congiura[177]. Tutti parlano di questa galèa, meno l'Olivieri: e tutti, fuorchè lui, come di principalissimo strumento per coprire e terminare il disegno[178].

[2 gennajo 1547.]

La notte di domenica del secondo sopra il terzo giorno dell'anno quarantasette il conte Gianluigi Fieschi chiamò seco a cena Giambattista Verrina principalissimo confidente, molti amici ed uomini armati: propose il partito della congiura, ebbe l'approvazione di molti, e pose gli altri alle strette di consentire con lui. La maggior parte di coloro, attoniti alla novità, e commossi alle parole di libertà, popolo e patria, che ripetutamente echeggiavano, giurarono seguirlo. In quella, stando la città senza sospetto, e quasi disarmata, occuparono facilmente la porta degli Archi a santo Stefano verso il Bisagno, e quella di san Tommaso alla Lanterna; il capitan Borgognino dalla parte di terra scalava la darsena, e la Caterinetta ne occupava la bocca dalla parte del mare[179]. Essa dava col cannone il segno, essa rinchiudeva, e s'impadroniva di tutte le galèe di casa Doria. Allora Giannettino, tratto al rumore, cadeva morto da un'archibugiata di Agostino Bigellotti da Barga; Andrea quasi solo fuggiva a cavallo fino a Sestri, a vela fino a Voltri, e in lettiga fino al castello di Masone. Il Fiesco per un'ora restava padrone della città.

Certamente avrebbe potuto in quella notte menar via da Genova venti galèe, come altri ne avea menate quattro da Civitavecchia: ma il Conte aveva disegni diversi pel capo, e in quel tramestio gli tuffò tutti insieme colla vita nel mare. Fuor di sè pei primi successi, mentre ratto scorreva dall'una all'altra di quelle galèe, mancatagli sotto una palancola di trapasso, cadde nel mare armato come era di tutto punto, e di sopraccollo tre o quattro congiurati, tutti insieme nel fondo sopra di lui. Dove egli non potutosi ajutare di nuoto per la grave armadura, e per la confusione ed oscurità della notte non veduto nè soccorso dai compagni, restossi, come fu ripescato dopo alquanti giorni, morto nella melma.

Per questa perdita, mancato il capo della congiura, invilirono i complici, rilevossi il partito contrario, e cadde l'impresa: ma d'accordo colla Signoria, e col patto della impunità promulgata e sottoscritta da Ambrogio Senarega, cancelliere del Senato. Non guari dopo tornò il vecchio Andrea più possente di prima, tornarono sitibondi di vendetta i padroni di Spagna, e cominciarono a lavorare i giudici ed i carnefici a dispetto dei patti, e secondo l'esigenza delle pubbliche e private discordie. Anzi più, allora allora si affilarono i coltelli, pe' quali addì dieci di settembre dell'anno medesimo il duca Pierluigi Farnese nella sua camera dentro la cittadella di Piacenza fu fatto a pezzi. Sempre e dovunque si vede avvenire l'istessa cosa: e tale mercede ciascuno ricevere, quale ne fa altrui.

La Caterinetta fuggì da Genova: sbarcò a Nizza alcuni prigionieri che aveva a bordo, tra i quali il capitan Lercari, e si riparò in Marsiglia, ricevuta a gran festa dai Francesi[180]. Le altre tre stettero in Civitavecchia: richieste da Carlo V, come beni di suo ribelle; richieste da Scipione Fieschi, come erede del defunto; e più richieste e tenute da Orazio Farnese, come creditore del prezzo non pagato[181].

NOTE:

[170] LETTERA cit., del Vescovo Arcella, ed ivi la copia.

[171] BOSIO cit., III, 238, D: «_Avendo il Gran Maestro scritto anco al Papa.... risultò che nel mese di giugno nel porto di Malta vennero tre galere del Papa.... che furono rinforzate con alquanti buoni schiavi.... perchè solamente deboli di ciurma._»

[172] STRUMENTO di vendita ec. fatto in Piacenza addì 23 ottobre 1545. L'originale si conserva nella Biblioteca civica di Piacenza, cui donollo con altri documenti il prof. Luciano Scarabelli, il quale pubblicò per le stampe lo strumento medesimo alla pagina 89 della sua _Guida di Piacenza_, ivi uscita in luce nel 1841. E fu riprodotto in Genova da Agostino Olivieri tra i documenti e note aggiunte da lui alla ristampa della Congiura di Gianluigi Fiesco dettata dal Cappelloni, edita in Genova, in-8. 1858, p. 48. — Si calcola ivi la ciurma per le quattro galere, così:

Forzati a vita N. 300 Detti a tempo » 185 Schiavi turchi » 188 ——————— N. 673

cioè censettanta per galèa. E si ricordano «_Gli eredi del quondam capitano Pereto da Talamone._»

[173] CAPPELLONI cit., 144: «_Andò il detto conte a Roma al mese di maggio, dopo che haveva fatto la compra delle galere del Duca, a presentare al Pontefice Girolamo suo fratello, che egli haveva destinato al carico delle galèe che stavano allo stipendio della Camera apostolica._»

[174] CELESIA, _La congiura di Gianluigi Fieschi_, in-8. Genova, 1862, p. 104: «_Gianluigi commetteva il comando (delle galere in Civitavecchia) a Giulio Pojano._»

IDEM, p. 135: «_Gianluigi si soprattenne in Pontremoli assai lunga stagione indettandosi col conte Galeotto della Mirandola, coi Pusterla, col Cibo, coi marchesi di Valdimagra, coi Bentivoglio, cogli Strozzi, e con quanti avversavano il giogo imperiale, secondato da Cataldo di Rimini, e da quel Giulio Pojano, cui aveva commesso il comando delle galere._»

[175] DOCUMENTI _ispano-genovesi dell'Archivio di Simancas_, ordinati e pubblicati da Massimiliano Spinola, L. T. Belgrano, e Francesco Podestà, in-8. Genova, 1868: «_Giacobbe Conte, figlio del medico ebreo fatto cristiano, padrone della galèa._»

CELESIA, _La congiura_ cit., 140: «_Primo intendimento richiamare da Civitavecchia la quarta galea, sotto il comando di Giacobbe Conte._»

[176] DOC. DI SIMANCAS, _Adamo Centurione a Carlo V_, cit., 19: «_Havendo fatto venire da Civitavecchia una sua galera, la quale dava fama di voler mandare in corso, sotto colore di armarla bene di gente da combattere era andato introducendo da trecento uomini._»

CAPPELLONI cit., 125: «_Giunse la vigilia di Natale in Genova la galera del Conte, che egli haveva chiamata da Civitavecchia._»

BONFADIUS cit., 187: «_Interim ex Urbe quam Veterem vocant, ex triremibus quatuor.... unam ad se adduci jubet._»

[177] SIGONIO cit., 254: «_Gli bisognava fingere di volere armare e mandare in corso la quarta sua galera, la quale haveva fatto venire in Genova.... della quale non tirava soldo dal Papa._»

[178] JACOBUS M. CAMPANACIUS, _Motus a Joanne Aloysio Flisco excitatus_, in-4. Bologna, 1588, p. 29, 30.

UBERTUS FOLIETTA, _Conjuratio Joannis Ludovici Flisci_. Ap. BURMAN in _Thesaur._, II, 896.

JACOBUS BONFADIUS, _Ann. Genuen._ in-8. Brescia, 1797, p. 187.

BIZARUS cit., 529.

ADRIANI cit., 210, H.

AGOSTINO MASCARDI, _La congiura del conte Luigi Fieschi_, in-8. Venezia, 1629, p. 14, 19, 53.

EDUARDO BERNABÒ BREA, _Sulla congiura del conte Giovan Luigi Fieschi_, Documenti inediti, in-12. Genova, Sambolino, 1863.

EMMANUELE CELESIA, _La congiura del conte Gian Luigi Fieschi_, Memorie storiche del secolo XVI, cavate da documenti originali ed inediti, in-8. Genova, 1865.

F. D. GUERRAZZI, _Vita di Andrea Doria_, in-12. Milano, 1864, II.

LUIGI TOMMASO BELGRANO, _Analisi di detta Storia nell'Arch. St. It._, in-8. Firenze, 1866, IV, t. 1, serie III.

IDEM, _Nuovi documenti e illustrazioni, e la Relazione di Massimiliano Spinola_, dal vol. VIII, fasc. 2º. _Atti della Società Ligure di storia patria_, 1872.

AGOSTINO OLIVIERI, _La Congiura di Gianluigi Fiesco_, dettata dal Cappelloni, con doc. e note, in-8, Genova, 1858. Tace c. s.

[179] BIZARUS, 529, prop. fin.: «_Triremis præfecto imperat ut cum triremi, ad angustas fauces interioris portus, in quo triremes Auriæ erant in hibernis, obsidendas proficiscatur._»

ADRIANI cit., 210, H: «_Mandò il Verina alla sua galera armata, perchè pian piano in sulla bocca della Darsena, dove il Doria teneva le sue galere, andasse; e quivi con un tiro d'artiglieria desse cenno._»

BONFADIUS cit., 198: «_Dato a trireme signo, in portum irrumpit. Completur militibus locus, triremes occupantur._»

DOCUM. DI SIMANCAS, cit., 13: «_Una galera del conde de Fiesco se ha puesto a la boca de la Darsena adonde estan las del Principe ha comencado a tirar._»

[22 marzo 1548.]

XXVIII. — Dopo questi successi tutti in Roma e alla marina richiamavano l'Orsino; e il Papa istesso diceva non esservi altr'uomo che in quelle circostanze potesse rimettere a sesto la squadra, e rilevarne la fortuna. Perciò Orazio Farnese che non aveva ricevuto nè poteva più ricevere dai Fieschi il residuo del danaro alle scadenze pattuite, così consigliato da papa Paolo, le vendette al conte Gentil Virginio Orsini per diciassette mila e cinquecento scudi d'oro in oro, come dall'istrumento rogato in Roma addì ventidue di marzo 1548, per gli atti di Girolamo da Terni, notajo e cancelliere della Camera[182].

Dal documento possiamo arguìre la divisione dei beni liberi lasciati dal duca Pierluigi ai suoi figli; e l'assegnamento delle quattro galere ad Orazio, che già le aveva possedute[183]. E ciò anche per rispetto al suo genio militare, ed alle politiche inclinazioni favorevoli alla Francia: dove poi, sposato alla Diana giovane di Pottieri naturale di Arrigo II, giovanissimo morì combattendo alla difesa della piazza di Hesdin nell'Artoà, da esso stesso fortificata con tanta maestria, che lui vivo non si sarebbe mai potuta espugnare; come disse il celebre generale napolitano Giambattista Castaldo all'Imperatore, quando l'ebbe per suo ordine riveduta[184].

Similmente dallo stesso istrumento abbiamo la continuata presenza del capitan Francesco de' Nobili di Lucca, sempre aderente agli Orsini, ai Farnesi ed agli Sforza nelle cose della marina. Abbiamo i nomi delle tre galèe restateci, Capitana, Padrona e Vittoria; meno la Caterinetta, già pagata nella prima rata dei Fieschi; che sarebbe stata presa in Genova, se non fosse fuggita a Marsiglia. Abbiamo finalmente nell'ultima chiamata dell'Orsino, tutto francese, una prova evidente dei mutati disegni della romana curia verso la corte di Spagna: i cui eccessi, come crescevano fastidio a Paolo III, così dovevano poscia produrre la guerra di Paolo IV.

[Giugno 1548.]

Non guari dopo la compra delle tre galèe, furono pubblicati i capitoli della condotta, precedentemente rifermata dal cardinal Guidascanio Sforza al conte Gentile[185]. Capitoli da non ripetere, perchè simili agli altri già prodotti, riserbando a suo tempo la pubblicazione di quei totalmente nuovi, che saranno concertati tra la Camera e il capitan Francesco Centurioni[186]. Ora fa pressa la fine del libro. Il conte Gentile riprese le redini colla consueta sua diligenza e saviezza: pose sul cantiere una galèa nuova da sostituire alla Caterinetta, e dopo cinque mesi l'ebbe pronta a varare presso all'istesso porto di Civitavecchia; costruita sotto la sua direzione dalle maestranze medesime che teneva nella squadra. Armò le galere, fece alcuni viaggi intorno alle isole vicine. Se non che nel meglio de' suoi apparecchi, venuto infermo qui in Roma del mese d'agosto, pose fine alla vita e al capitanato, ed ora lo pone a questo mio libro.

[Agosto 1548.]

Fu uomo per grandezza d'animo e per antico senno onorato in Italia e fuori; ricercato dalla Francia, e sempre altrettanto osservato dalla Spagna: capitano e marinaro eccellentissimo del suo tempo, salito ai primi gradi nelle armate navali con titoli meno pomposi, ma più autorevoli dei moderni; attore e testimonio romano delle tre famose giornate di Tunisi, della Prèvesa e d'Algeri: vincitore di Dragut, di Mamì e di Scirocco. Edificò nei suoi stati le rôcche di Monterano, di Stigliano, di Cervetri, e dell'Anguillara. Non ebbe discendenza maschile, e la contèa passò a Paologiordano suo cugino. La Maddalena sua figlia, maritata a Giampaolo di Renzo da Cere; e la Caterina secondogenita, maritata a Trajano Spinelli principe di Scalèa, eredi de' beni liberi, vendettero l'istesso anno le tre galere e il fusto di nuova costruzione, ancorchè disarmato, al cavalier Carlo Sforza, novello capitano, del quale avremo a parlare nel libro seguente.

NOTE:

[180] DOCUMENTI _ispano-genovesi di Simancas_, ordinati e pubblicati da MASSIMILIANO SPINOLA, L. T. Belgano, e Fr. Podestà. _Atti di storia patria_, VIII. — Figueroa a Carlo V, p. 27: «_La galera del Conde tambien se fue a la vuelta de poniente..._» p. 32: «_La dicha galera se fue a Marcella...._» Andrea Doria a Cesare, 66: «_Questa galera che fu la prima a tentare, andata a Marsella, è stata ben ricevuta e trattata._» 72: «_La galera del Conde que huyò de aquï, llegò a Marsella; y segun dicen fue bien recibida._» 107: «_Quando giunse la galera di quel ribaldo Conte a Marsella, li furono fatte grandissime carezze dai Francesi._» Ib. 32, 40, 66, 115, ec.

[181] DOC. DI SIMANCAS cit., 120, 137, 151, 188, 190.

[182] ARCHIVIO dei Notari e Cancellieri di Camera a Montecitorio di Roma. Volume intitolato: _Instrument. Anni 1546 ad 1551. Not. H. De Terano_, chart. 131 a 140: «_Die XXII martii MDXLVIII. — Magnificus dominus Franciscus de Nobilibus de Lucca, procurator Illmi et Excllmi DD. Horatii Farnesii ducis Castrensis, nomine præfati Illmi Ducis, Vendidit Illmo DD. Virginio Ursino de Anguillaria tres triremes, cum omnibus et singulis earumdem triremium remigibus seu ciurmis ad numerum tercentorum septuaginta ascendentibus.... etc...._

Segue: »_Inventario della galera Capitana...._ _Et della Patrona...._ _Et di la galera Vettoria...._

»_Nota de' forzati et schiavi de le galere consignate questo dì ventidoi di marzo 1548 all'Illmo signor conte de Languillara...._

»_Acta fuerunt hæc Romæ in Palatio Apostolico, die, mense, et anno ut sup. etc._»

[183] NICCOLA RATTI, _Della famiglia Sforza_, in-4. Roma, 1794, I, p. 282, col. 2, lin. 4: «_Girolamo da Terni, Hieronymum de Terano._»