La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 2
Part 10
[147] ANDREAS MAUROCENUS cit., 533, 537.
MARCO GUAZZO cit., 247.
SANSOVINO, per tot.
[148] ADRIANI GIAMBATTISTA, _Storia de' suoi tempi_, in-fol. Firenze, 1583, p. 106, G: «_Gentil Virginio Orsino, conte dell'Anguillara con quattro galere.... se n'era andato a Marsiglia, e dal Re era stato carezzato, e datogli l'Ordine di san Michele.... e fatto luogotenente generale di tutta la sua armata._» 114, E; 118, G, ec.
ANTONIO DORIA, _Compendio_ cit., 113: «_Era generale delle galere di Francia Leone Strozzi, fatto dal re Francesco (privato che n'ebbe il conte dell'Anguillara) e fattolo imprigionare per sospetti havuti di lui, dei quali ritrovato innocente fu da Henrico, dopo la morte del padre, liberato._»
[Aprile 1543.]
XXIV. — Intanto il Pontefice, restato con tre sole galèe, e tutta l'armata turchesca vicina, chiamò a sè il capitan Bartolommeo Peretti da Talamone, che era stato luogotenente del Conte[149]. Nominatolo comandante della squadretta, gli ordinò di andarsene subitamente a Malta, e di tenersi là al sicuro colle tre galèe, infino a che Barbarossa non fosse passato; sapendosi per certo che tra poco doveva venire nel mar Tirreno, diretto a Marsiglia, e aspettato dal re Francesco. Il capitano Peretti, uomo di gran valore, scritto alla nobiltà di Siena, accasato con una dei Migliorati di Pisa; pel cognome, per lo stemma, e per le relazioni dei posteri ci fa pensare alla sua consanguinità coi Peretti portati in Roma da Sisto V: comunemente dicendosi da uno stesso ceppo illirico essersi derivati quelli della Marca, di Toscana e di Corsica, per la emigrazione notissima degli Albanesi, che dopo la morte di Scanderbeg fuggivano a torme dal dominio dei Turchi[150]. Il valoroso discendente degli ultimi campioni della Macedonia ci si mostra prima comandante di fanti pei Senesi, poi nel trentasei venturiero sul mare con una galèa, nel trentotto capitano coll'Orsino, nel quaranta suo luogotenente, e finalmente in quest'anno successore: però quasi sempre nei servigi della marina romana, ai quali erasi dato di preferenza, avvegnachè talvolta negli intervalli di scioverno o di congedo abbia fatto da sè o con altri per mare e per terra[151].
[Maggio 1543.]
Il capitan Peretti non ebbe gran che da indugiare per mettersi in salvo, essendo Barbarossa uscito di Costantinopoli nel mese d'aprile coll'armata ottomana e piratica: settanta galere, cinquanta legni minori, cento navi grosse, e quattordici mila turchi di sbarco, accompagnati da Antonio Polino, ambasciatore del re di Francia, e direttore della tregenda. Costoro alla fine di giugno per lo stretto di Messina fecero capo a Reggio di Calabria, donde tutto il popolo spaventato erasi fuggito ai monti. Di là gl'infelici vedevano nel giorno il sacco, e nella notte l'incendio della patria. Altri ed altri appresso videro nello stesso modo ruine, saccheggi e fuoco per le riviere della Calabria e della Campania, e infinita gente di ogni sesso e condizione imbrancata sulle galere turchesche a perpetua schiavitù[152]. La temerità di Barbarossa nella passata trionfale giunse in fino alle rive del Tevere, donde bravando e minacciando sarebbe voluto venire a veder Roma e il Papa, se non fosse stato ritenuto a stento dal Francese. Piena la città di costernazione per più giorni, e i popoli delle campagne e delle terre vicine tutti in fuga, cercando ricovero nelle fortezze e nei luoghi sicuri. Fatta l'acquata nel Tevere, i Turchi passarono a Nizza, ebbero a patti la città, bombardarono il castello, saccheggiarono il contado: e finalmente si ritirarono a svernare nei porti di Marsiglia e di Tolone[153]. Colà a maggior confusione dei miseri Cristiani fatti schiavi, ed ammassati come vili giumenti sopra i legni infedeli, si facevano bellissime feste in onore di Barbarossa e dei Turchi. Scellerati!
[Settembre 1543.]
Intanto il capitan Bartolommeo, tornato da Malta a Civitavecchia alla larga appresso all'armata ottomana, e avute nuove istruzioni da Roma, prestamente ne ripartiva coll'ardito disegno di entrare nell'Arcipelago e di dare il guasto alle marine dei nemici, lasciate in abbandono da Barbarossa. Voleasi fargli danno e vergogna, ed anche indurlo a levarsi presto dai nostri mari. Tornò dunque a Malta colle tre galere, vi giunse addì ventotto di settembre, nel qual giorno presentò al Grammaestro e al consiglio due brevi del Papa per avere seco di conserva le galere dei Cavalieri a difesa comune[154]. Ma non sembrando a quei signori conveniente l'invito, per la confusione dei Turchi coi Francesi; e non volendo, come dicevano, mettersi al pericolo di combattere gli uni in vece degli altri, o vero tirarsi addosso il risentimento simultaneo di tutti e due, lasciarono i Romani senza conserva.
[Ottobre e dicembre 1543.]
Andò dunque solo il capitan Bartolommeo: e solo in quest'anno tra tutti i Cristiani ardì scorrere in arme i mari di Levante contro i pirati e contro le orde turchesche. Nella qual crociera fece cose degnissime di memoria, per questa sola ragione ite in dimenticanza, perchè niuno tra noi ha trattato di proposito la storia della milizia navale. Che se appresso vorrà qualcuno metterci la mano, sappia di non dover pigliare a opera i libri stampati: perché quanto mai si poteva cavare di là, l'ho fatto io. Sì bene gli prometto gran frutto se cercherà negli archivi, tanto da avvantaggiarne il capitale che io lascio. Dalle lettere, dai giornali, dagli strumenti potranno derivarsi in maggior copia i particolari: ma la sostanza dei fatti, l'ordine dei tempi, ed i caratteri dei personaggi staranno sempre dove e come io gli ho posti. Valga l'esempio del capitan Bartolommeo, del quale ora parliamo: certamente egli fece quest'anno strepitose prodezze, ma i ragguagli ci mancano, meno quei pochi che si sono potuti raggranellare dagli archivi sanesi e fiorentini[155]. Eseguì l'ardimentoso disegno, scorse per l'Arcipelago, si fece vedere alla bocca di Dardanelli, scese nel ritorno a Metellino, dette il guasto alla villa di Barbarossa, e sulla fine dell'anno rimenò in Civitavecchia le tre galèe cariche di preda, e piene di prigionieri[156]. Non sopravvisse lungamente al suo trionfo: fuggitosi di Roma per certi sospetti (forse potrebbono essere questioni coi Camerali pei quarti delle prede), se ne andò in Siena malato; e quivi, quantunque giovane di quarant'anni, morissi addì sei di febbrajo dell'anno seguente.
[6 febbraio 1544.]
La morte del capitano Bartolommeo, come cosa di rilievo, fu scritta al duca Cosimo di Toscana dal Duretti residente ducale in Siena, così[157]: «Il capitan Bartolommeo da Talamone, che già era capitano delle galèe del Papa, quale per timore si fuggì da Roma, se ne venne qui in Siena ammalato di mal di pietra, la quale si fece cavare sei giorni sono; et o per difetto di chi la cavò, o per quel che si sia, si è morto; che ha arrecato universalmente malagevolezza e danno a tutta questa repubblica et a le sue terre di mare; per ciò che egli, oltre essere molto valente della persona, era ancor di molto credito. Hanno fatto questi signori onore alla sua sepoltura, et in somma è molto doluto, et è stato grandissimo danno.» L'Ugurgeri ci ha conservato la memoria della lapida onoraria, che si leggeva a suo tempo nella chiesa di san Francesco, in questi termini[158]: «A Bartolommeo Peretti da Talamone, già capitano di fanti al servizio di questa repubblica: il quale, messosi dappoi sul mare con una galèa, divenne celebre navigatore e capitano della navale armata pontificia, che egli felicemente governò per quattro anni. Ultimamente navigando tutte quasi le marine dell'Asia contro i Turchi, carco di preda e di prigioni tornò, e morissi in mezzo al corso degli onori. Ottavio al fortissimo ed ottimo padre. Visse anni quaranta, spirò addì sei di febbrajo 1544.»
Non parlo del suo testamento, perchè rimonta a tempo anteriore di quasi otto anni prima della morte. Forse quando egli cominciò a correre di lungo il mare in compagnia del conte dell'Anguillara scrisse per ogni evento le disposizioni della sua ultima volontà[159]. Sì bene posso aggiugnere, per cortesia del chiaro signor Luciano Banchi direttore dell'archivio di Stato in Siena, conservarsi in quei registri il ricordo dei pagamenti fatti per due epitaffi in marmo alla memoria di esso capitano, da metterne uno in Siena a san Francesco, e l'altro non si dice dove: quantunque ciascuno possa pensare alla chiesa di Talamone, insieme col corpo, o coi precordî dell'illustre defunto, che da quel luogo aveva preso il nome[160]. Ma che? Il fuoco incalzava anche per le chiese, anche sotto ai marmi, anche nelle ossa il capitan Peretti. La lapida postagli dal figlio in san Francesco andò perduta nell'incendio di quella chiesa l'anno 1655; e dell'altra in quest'anno medesimo si narra per opera di Barbarossa quel trattamento che tra poco vedremo.
[Marzo 1544.]
Morto adunque il Peretti, e ritrattosi già prima l'Orsino, le galèe camerali restarono per poco sotto il governo del capitan Francesco de' Nobili, infino a tanto che non le comperò dalla Camera la casa Farnese a nome di Orazio terzogenito di Pierluigi, il quale le prese cogli stessi patti e capitoli dell'Orsino[161]. Segno che la crociera del Peretti aveva eccitato l'emulazione dei grandi, e che all'Orsino era riservato il ritorno.
NOTE:
[149] UGURGERI, _Le pompe Sanesi_, in-4. Pistoia, 1649, II, 198: «_Bartolomeo Peretti da Talamone.... fu fatto nobile sanese per il suo raro valore.... Paolo III lo dichiarò capitano generale della squadra delle galere, con le quali quattro anni continui scorse tutte le barbare riviere.... riportandone infiniti schiavi e ricchissima preda._»
[150] UGURGERI, I, 58, 152, prova che Sisto quinto papa, e Bartolommeo Peretti vescovo de' Marsi, erano della stessa famiglia coi Peretti di Talamone.
UGHELLUS, _Ital. Sac._, I, 915, di Bartolommeo Peretti, vescovo de' Marsi, 14 aprilis 1596. — _Obiit Romæ in carcere_, 1628.
CASIMIRO TEMPESTI, _Vita di Sisto V_, in-4. Roma, 1754.
RATTI NICCOLA, _Famiglia Sforza, Cesarini, Peretti_, in-4. Roma, 1795, II, 348, 356: «_I Peretti originari di Schiavonia._»
HÜBNER, _Sixte-Quint_, in-8. Parigi, 1870, t. I, p. 218: «_La famille, d'origine esclavone, avoit paru en Italie au milieu du siècle precédent, fuyant à l'approche des Turcs._»
[151] LETTERE _a Pietro Aretino_, in-16. Bologna, Romagnoli, 1874; p. 196: «_A Pietro Aretino Jacobo Giustiniani dal Campidoglio, 17 maggio 1540. — Lione d'Arezzo fu condannato alle galere di Sua Santità, delle quali è capitano Mèo da Talamone côrso._»
[152] MARTINUS BELLAJUS, lib. X.
BELCAIRUS cit.
CAMPANA cit., 93.
ULLOA cit., 169, B. fin.
[153] GOFFREDO, _Storia delle Alpi marittime_, etc. int. _Monum. hist. patr._, in-fol. Torino, 1839, IV, 1455.
[154] BOSIO cit., 228, A: «_Giunsero in Malta due galere et una galeotta del Papa comandate dal capitano Bartolommeo da Talamone._»
SEBASTIANO PAOLI, _Codice diplomatico_ cit., II, 206, n. 185.
UGURGERI cit., II, 198.
[155] LUCIANO BANCHI, _I porti della maremma di Siena durante la repubblica_, narrazione storica con documenti inediti, pubblicata dall'ARCH. STOR. IT., in-8. Firenze, 1870, parte II, disp. IV, p. 69. — E notizie da lui gentilmente a me trasmesse per più lettere.
[156] JOVIUS cit., 599: «_Bartholomeus Telamonius, pontificiarum triremium præfectus, ad Lesbum insulam, mytilenæum agrum paternasque Barbarossæ possessiones evastavit._»
BOSIO cit. 232, D: «_Bartolommeo da Telamone.... capitano del Papa.... scorrendo l'Arcipelago fino a Metellino, diede il guasto alle paterne possessioni di esso Barbarossa._»
MAMBRINO ROSEO cit., 334: «_Bartolommeo da Telamone, huomo valoroso in mare, essendo con le galere del Papa.... haveva rovinato a Metellino le possessioni di Barbarossa._»
[157] ARCHIVIO di Stato in Firenze, Carteggio universale di Cosimo I, filza 364 a 694. — Lettera di Bernardino Duretti a Cosimo data di Siena, 9 febbr. 1544. (Per favore del ch. Banchi.)
[158] P. ISIDORO UGURGERI AZZOLINI, _Le pompe sanesi_, in-4. Pistoia, 1649, vol. II, p. 199:
D. O. M.
BARTHOLOMEO . PERETTO . THELAMONENSI CUM . AB . HAC . REPUBLICA . PEDITUM . COHORTEM . OBTENUISSET ET . MOX . FACTA . UNA . TRIREMI BREVI . INSIGNIS . IN . NAUTICA . EVASISSET UT . MERITO . PONTIFICIÆ . CLASSIS . PRÆFECTUS ILLAM . QUATUOR . ANNIS . FELICITER . REXISSET ET . PRÆTERITO . ANNO OMNES . ASIÆ . ORAS . PRÆTERVECTUS TURCAS . UNDIQUE . INFESTASSET PREDAQ . ET . CAPTIVIS . ONUSTUS . REDISSET IN . MEDIO . HONORUM . CURSU . EXTINCTUS . EST OCTAVIUS . PATRI . FORTISSIMO . ET . OPTIMO VIXIT . ANNOS . QUADRAGINTA . OBIIT . DIE . SEXTA . FEBRUARII MDXLIII.
[159] ROGITO di ser Ventura Montani all'anno 1536 nei protocolli dei notaj di Siena.
[Maggio 1544.]
XXV. — Nè per tutto questo Barbarossa si levò mai dai porti di Francia. Sentì nel vivo l'ingiuria fattagli dal Capitano di Roma; quando tanti altri, che parevano maggiori, l'onoravano in Francia: pensò alla vendetta pel corso della primavera, e svernò in Tolone e nei porti vicini con quella pubblica corruzione, anche dei provenzali, che ciascuno può intendere. Alla buona stagione riprese il mare per rimenare il ferro a contrappelo in Italia. Primamente si posò a Vado presso Savona, e avrebbe distrutto il borgo felice per la sua magnifica rada, se dalla repubblica di Genova con grosse somme non fosse stato prestamente redento quel luogo e tutto il resto del dominio. Poscia diè fondo all'Elba, minacciando sangue e fuoco se non gli veniva subito subito restituito un garzonetto, figlio del famoso Giudèo.
[22 giugno 1544.]
Del qual vecchio pirata, avendo promesso in alcun luogo dire la fine, ora ricordo che egli per questi tempi dimorava in Suez presso il mar Rosso, come ammiraglio di Solimano alla difesa di quei commerci e navigazioni contro i Portoghesi delle Indie. Sazio di onori, di ricchezze e di poteri, l'ammiraglio del mar Rosso piangeva sempre nel cuore, richiamando il prediletto suo figlio, perduto con tutti i suoi bastimenti a Tunisi nel trentacinque. Il fanciullo, allora decenne e mozzo sull'armata, preso prigione dal principe di Piombino, erasi cresciuto e nobilmente allevato come proprio figliuolo nella casa di lui; dove, battezzatosi di spontanea volontà, viveva onorato e benvoluto da tutti. Alle richieste, di Barbarossa, rispondeva assennato: esser pronto di ritornare liberamente a rivedere il padre, perchè cosa giusta; e richiedere per onor di lui che le terre e le isole dei suoi benefattori non patissero danno. Andò dunque in Egitto: dove il padre, imbevuto dei principî della legge mosaica, dalla quale tanto di perfezione ridonda alla natural legge della paternità, ardentemente lo desiderava. Ma quando un giorno all'improvviso, tra splendida compagnia di servi e di ministri ordinatigli intorno da Barbarossa, rivide il figlio, dopo dieci anni già grande, bello e costumato, il Giudèo ne prese tanta allegrezza, e con sì grande espansione d'affetto abbracciollo, che sollevatoglisi il cuore, in poco d'ora cadde morto[162]. Pietoso e rarissimo caso, cui tra tutti i terribili compagni del tristo mestiere niuno forse più di lui poteva trovarsi soggetto.
[25 giugno 1544.]
Ora a noi, chè Barbarossa si accosta alle nostre marine: e prima occupa per sorpresa Talamone, fa schiavi quanti incontra, trae dalla chiesa le memorie del capitan Bartolommeo, scuote le tombe, brucia le ossa, sparge le ceneri al vento[163]. Nella maremma di Siena arde Monterano, e piglia Portercole dopo breve resistenza. Orbetello si salva soltanto per la sua posizione, e pei rinforzi mandativi dal duca Cosimo. Non così il Giglio: donde Barbarossa cava gran preda di bestiame e di schiavi, e lasciavi ogni cosa cenere. Poi si accinge a disfogare la sua rabbia contro chi lo ha messo in ripicco; e viene deliberato di bruciare in Civitavecchia le galere, i marinari, ogni cosa. Che se il terribile pirata l'indomita ira ritenne a non venire all'effetto, ciò vuolsi attribuire alla fortezza del luogo, ben munito da Bramante e dal Sangallo, e meglio difeso dal capitan de' Nobili e dai nostri marinari; anzi che al rispetto del re di Francia, o de' suoi ministri, o delle terre del Papa[164]. Gli storici nostri municipali al solito non ne sanno nulla.
[1 luglio 1544.]
Quindi la tempesta dei musulmani, menata da Barbarossa nel Regno, si scaricò sull'isola d'Ischia, feudo del marchese del Vasto, nemicissimo della congrega turco-gallica. I ladroni scesero in terra di notte, presero schiavi quasi tutti gli abitatori della campagna, bruciarono i grossi villaggi, specialmente Forìo; e non potuto avere il castello principale per essere ben difeso e inaccessibile sopra rupe nel mare, andarono nella baja di Pozzuolo, fecero bottino a Procida, presero Lipari con settemila prigionieri, arsero Cariati, empirono di strage e ruine la Calabria, e finalmente carichi di preda volsero a Costantinopoli, traendosi appresso in catena infiniti Cristiani, cui non potendo convenientemente nutricare, lasciavanli in gran parte di fame, di sete, di stenti morire; e gittavanli, come inutile e funesto ingombro, nel mare[165]. Gli altri squallidi, impietriti nel dolore, e privi d'ogni umano conforto, navigavano maledicendo la crudeltà delle furie musulmane, e l'ambizione dei principi cristiani, che a loro comodo funestavano l'Italia di tanto crudeli ribalderie. Orrori sul mare pei Turchi, e guerra accanita per Francesco e per Carlo in Piemonte, in Lombardia, e nelle viscere della Francia con gravissima infamia di chi la maneggiava. E quando da ogni parte i popoli disperati chiedevano tregua a tanti mali, senza vederne la fine; allora, contro la comune opinione, a due frati spagnoli dell'abito di san Domenico era riservata la grazia di poter ammansire i feroci animi di coloro, pe' cui rancori a ferro e a fuoco andavano quasi tutti i popoli della Cristianità. Fra Pietro di Soto, consigliere dell'Imperatore, e fra Gabriello di Gusman direttore della regina di Francia, araldi di pace, s'interposero tra le spade dei combattenti; e riuscirono dopo molti stenti sull'entrante di agosto a quei preliminari, che poscia fermarono il diciotto di settembre la pace detta dal luogo di Crespy[166]. Cessate le guerre, finalmente fu tempo di aprire nell'anno seguente il tanto sospirato Concilio generale di Trento.
NOTE:
[160] ARCHIVIO di Stato in Siena, e copia presso di me per favore del ch. Banchi.
[161] FLAMINIO ANNIBALI DA LATERA, M. O. _Notizie Storiche di casa Farnese_, in-8. Montefiascone, 1817-18, I, 58: «_Orazio il terzo creato duca di Castro col breve: Quia postquam.... datum Romæ, apud S. Petrum pridie nonas nov. MDXLVII, pontif. an. XIV._»
(Nè esso, nè gli altri citati alla fine della nota 126 dicono di più intorno a questa compra delle galèe.)
[162] BOSIO, 232, D: «_Il Giudeo poco dopo haver riveduto il figliuolo per soverchia allegrezza se ne morì._»
JOVIUS cit., 598.
MAMBRINO cit., 334.
[163] JOVIUS cit., 599, lin. 24: «_Barbarussa in domum Bartholomæi Thalamonii igne desæviit, sepulchrumque ejus paulo ante defuncti violatis ossibus disjecit._»
ADRIANI cit., 148, E: «_Barbarossa prese Telamone e novanta persone._»
BOSIO, 132, E: «_Barbarossa prese Talamone per vendicarsi del cap. Bartolommeo.... sepolto nella chiesa principale del luogo.... lo fece dissotterrare, e spargere l'ossa e le ceneri per la campagna._»
BELCAIRUS, _Comment. Rer. Gall._ in-fol. Lione, 1625, libro XXIII, p. 758: «_Barbarussa Telamonem, Monteanum, Herculis portum, Igillium, cœpit, diripuit, et magnam omnis sexus ætatisque multitudinem in servitutem abduxit._»
MAMBRINO ROSEO cit., III, 334: «_Barbarossa prese Telamone.... fece dissotterrare le ossa del cap. Bartolomeo, e gittarle alla campagna._»
[164] JOVIUS cit., 601, lin. 29: «_Barbarossa Centumcellas invadere atque cremare minatus est, ex eadem causa qua Telamonem delevisset. Sed deprecante Leone Strozza ab injuria temperavit._»
BOSIO cit., 232, E: «_Barbarossa stette per voltarsi contro Civitavecchia, desiderando abbruciare quelle galere, colle quali il capitan Bartolommeo da Telamone la patria sua danneggiato aveva.... distolto dal priore Strozzi._»
SABELLICI, _Histor. Suppl._ in-fol. Basilea, 1560, p. 663.
[165] BOSIO cit., III, 235: 32: «_L'armata turchesca fu a Lipari il primo di luglio._»
[166] DU MONT, _Corps diplomat._, IV, ii, 279.
RAYNALDUS, _Ann. Eccl._, 1544, n. 23.
JOVIUS cit., lib. XLV.
MARTINUS BELLAIUS, lib. X.
[10 agosto 1544.]
XXVI. — Chiunque studia le storie del mondo, e s'incontra nei perpetui litigi degli uomini, deve più d'ogni altro intendere la infinita sapienza della legge di mutua carità; senza di che le creature ragionevoli si fanno simili alle belve feroci. Non vi è altra formola per la pace, nè si possono altrimenti finire i dissidî privati e pubblici: se no, questi succedono a quelli, e quelli a questi con tortuosa, ma infrangibile catena. Così ora per punto nella nostra storia, cessate le guerre de' principi maggiori, ma non deposti i rancori dei partigiani, succedono per conseguenza i dissidî privati ai pubblici con tanta perturbazione e sì gran disordine, che niuno potrebbe imaginarne non che prevederne la enormezza, se non vi fosse condotto dai fatti medesimi e dalle loro ragioni. Ne dirò brevemente, perchè non posso ancora separarmi dall'Orsino: il quale avvegnachè non entri nello scompiglio che ora ci stringe, nondimeno sta sempre lì dietro le quinte per ripigliare, come di fatto ripiglierà per conseguenza, il comando. Non ancora avevano i negoziatori di Crespy firmato i capitoli della pace tra le grandi potenze, ed ecco i partigiani attaccarsi tra loro con quelle astiosità, che poi toccarono il sommo nella congiura dei Fieschi in Genova, dove cadde Giannettino; e nella congiura dell'Anguisciola in Piacenza, dove seguillo Pierluigi; e tutto ciò strettamente connesso coi fatti della nostra marina, avvegnachè da niuno fin qui osservata, secondo la sua importanza. Eccone il filo.
[15 agosto 1544.]
Era passato di vita quel monsignor Imperial Doria, vescovo di Sagona in Corsica, del quale per incidente abbiam fatto parola nel quarto libro; e memore dei beneficî e della parentela, aveva lasciato erede di certe sue rendite nel regno di Napoli (ingrandite, come è solito, dalla fama) lo stesso principe Andrea Doria, perchè ne avesse a sollevare dalla miseria alcuni poverissimi della stessa loro famiglia. Se non che volendo Andrea entrare al possesso dell'eredità, trovò l'ostacolo dei Camerali romani, che avevano già fatto giudizio di tirare i beni del vescovo defunto alla camera degli spogli. Vero è che incominciata la lite e venuti i protesti, il cardinal Farnese aveva fatto proporre ad Andrea di transigere con lui nella metà dei beni, ed anche nel tutto, purchè lo ricevesse come dono: ma l'altro, consigliato dai suoi avvocati, e riputandosi maggiormente offeso dalla liberalità, che parevagli oltraggiosa, deliberò con pericoloso e corsaresco consiglio di smaccare i Farnesi, avversarî politici, e di ricattarsene da sè. Avvisò Giannettino suo nipote, e s'intese con lui, perchè catturasse e portasse a Genova le quattro galere, proprietà come è detto dei Farnesi, che la Camera apostolica teneva al soldo per la guardia consueta.