La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 2
Part 1
LA GUERRA DEI PIRATI
E LA MARINA PONTIFICIA DAL 1500 AL 1560
PER IL P. ALBERTO GUGLIELMOTTI DELL'ORDINE DEI PREDICATORI, TEOLOGO CASANATENSE.
VOLUME SECONDO.
FIRENZE. SUCCESSORI LE MONNIER. 1876.
LIBRO SESTO.
Capitano Gentil Virginio Orsini, Conte dell'Anguillara. [1534-1548.]
PARTE SECONDA.
DAL 37 AL 48.
SOMMARIO DEI CAPITOLI.
I. — Cresce l'armamento. — Il Conte lascia e ripiglia il capitanato. — Ritiene le galèe di sua proprietà. — Breve confidenziale di Paolo III (5 nov. 1537).
II. — La consegna e l'inventario delle galèe. — Documenti. — Perizia dei pratici, e del capitano Ermolai. — Prima occultazione dell'Orsino, riflessioni e conseguenze (12 novembre 1537).
III. — Trattato della lega. — Difficoltà politiche. — Capitoli stabiliti in Roma (8 febbrajo 1538). — Analogia tra la lega di Paolo III nel 1538 e l'altra di Pio V nel 1571. — Mia protesta perpetua.
IV. — Il patriarca Grimani, legato e prefetto. — Armata papale di trentasei galèe. — Gente e fornimento, Girolamo Grossi e il vescovo di Sinigaglia. — Difficoltà dei rematori. — Giovanni Ricci e i suoi Mss. — (10 febbrajo 1538).
V. — Rassegna dell'armata in Ancona. — Nota delle galèe e dei capitani (11 giugno 1538). — Fanterie romane pei Veneti. — Religiosità degli equipaggi. — Congiunzione a Corfù.
VI. — Viaggio intermedio di Paolo III a Nizza. — Conferenze tra Francesco e Carlo. — Tregua di dieci anni. — Il Doria in Provenza per tutto luglio.
VII. — Querele dei Veneziani in attesa (1 agosto). — Ferrante Gonzaga tiene a bada. — L'armata di Roma esce sola da Corfù per attaccare la Prèvesa (14 agosto).
VIII. — Il golfo dell'Arta e la piazza della Prèvesa. — Sbarco, batterie, assalto, morti e feriti. — Si ritira il Patriarca dalla Prèvesa e fa ritirare Barbarossa dalla Canèa. — Lettera inedita del Patriarca (19 agosto 1538).
IX. — Arrivo del Doria a Corfù (8 settembre 1538). — Specchio dell'armata. — Consigli e raggiri (10 settembre). Pretensioni spagnuole e rifiuti veneziani. — Sempre le stesse cose. — Equipaggio più o meno numeroso, secondo i paesi.
X. — Arte d'Andrea e di Barbarossa. — Amendue per evitare la battaglia. — Scaramucce alla bocca dell'Arta. — Andrea si ritira (26 settembre).
XI. — Barbarossa segue appresso. — Ordinanza bellissima dei nemici e dei nostri. — Lunghi e inutili consigli. — Il Condulmiero attacca la battaglia. — Il Doria si trattiene. — Barbarossa l'imita. — Ardore dell'armata cristiana e mormorazioni contro il Doria. — I generali alleati lo esortano ad investire, tutti chiedono battaglia. — Andrea piglia la fuga (27 settembre 1538).
XII. — Confusione di ogni altro per la fuga del Doria. — Perplessità di Barbarossa. — Finalmente i Turchi danno la caccia ai fuggitivi. — Perdite e vergogne. — I Turchi montano al più alto segno di arroganza.
XIII. — Esame di amici, di nemici e d'imparziali. — Giudizio della storia sincera. — Sempre l'istessa politica di Ferdinando alla Cefalonia, di Carlo alla Prèvesa, di Filippo a Lepanto.
XIV. — Miniato Ricci al tesoriere Parisani. — Notizie della giornata. — Documento inedito (30 settembre 1538).
XV. — Lettere del Doge al Doria. — I Veneziani si piegano a ricevere i venticinque. — Insulti di Barbarossa a Corfù (7 ottobre 1538).
XVI. — Attacco alla fortezza di Castelnovo. — Manovra delle galere. — I marinari espugnano la piazza. — Valore dei Veneziani (27 ottobre).
XVII. — Il Doria contro la fede dei capitoli piglia possesso della piazza. — La presidia con quattromila Spagnuoli. — I Veneziani traditi fanno tregua. — Le parole e i fatti. — Gli Spagnuoli perdono Castelnovo, e i Veneziani salvano Cattaro (1539).
XVIII. — Ritorna l'Orsino al comando. — Il pirata Dragut e le cinque squadre contro di lui. — Preso prigione dai nostri. — Ricuperata la galèa del Bibbiena, perduta alla Prèvesa (giugno 1540).
XIX. — Detti e fatti di Dragut in catena. — Biasimo comune dei contemporanei per la liberazione di Dragut (ottobre 1540).
XX. — Vendette dei pirati. — Gli Spagnuoli chiedono Algeri. — Carlo ottiene le nostre galere. — Ottavio Farnese e sua brigata. — La galèa imperiale. — L'armata nelle acque di Algeri (24 ottobre 1541). — Sbarco e prime fazioni (26 ottobre). — La pioggia, la stella e il tramonto (27 ottobre).
XXI. — La tempesta della notte cresce nel giorno seguente (28 ottobre 1541). — Naufragare, sferrare, rompere, investire in terra. — Saldezza e disciplina delle galèe dell'Orsino. — Condizioni dell'esercito, e ritirata (30 ottobre). — Ritorno del Conte in Civitavecchia.
XXII. — Armamento maggiore. — Il Conte rimettesi in crociera pel Tirreno. — Documento. — Piglia la squadra del pirata Scirocco (1542).
XXIII. — Altre guerre tra Carlo e Francesco. — Questi richiama i Turchi, e quegli i Protestanti. — Il Conte si ritira (marzo 1543).
XXIV. — Il capitano Bartolommeo da Talamone conduce in salvo le nostre galere a Malta. — Passaggio e rovine di Barbarossa (luglio 1543). — Feste in Marsiglia ai Turchi. — Il capitano Bartolommeo scorre per l'Arcipelago e brucia i giardini di Barbarossa. — Suo ritorno e morte (dicembre 1543). — Gli succede per compera Orazio Farnese.
XXV. — Barbarossa sverna in Provenza. — Di là ritorna verso il Tirreno. — Taglie a Genova. — Il figlio del Giudèo all'Elba. — Fuoco a Talamone. — Minacce a Civitavecchia. — Ruine nel golfo di Napoli e in Calabria. — Due Domenicani mettono la pace tra Carlo e Francesco (4 agosto 1544). — Intimazione del Concilio di Trento.
XXVI. — Litigi privati appresso ai pubblici. — Questioni del Doria coi Camerali di Roma. — Cattura delle quattro galere di Civitavecchia (15 agosto 1544). — Clamori dei Farnesi, e restituzione.
XXVII. — La nostra squadra col capitano de Nobili in Barberìa (1545). — Vendita delle quattro galèe dei Farnesi a Gianluigi del Fiesco. — Il conte Girolamo in Civitavecchia con tre galere; ed il conte Gianluigi colla quarta (la Caterinetta) fuor di linea (1546). — La congiura, e tutte le galèe del Doria prese dalla Caterinetta. — Fine della congiura (3 gennajo 1547).
XXVIII. — Tornano le galèe all'Orsino. — Il conte Gentile ripiglia la condotta (marzo 1548). — Sua morte, e ricordo delle più belle giornate (agosto 1548).
LIBRO SESTO.
CAPITANO GENTIL VIRGINIO ORSINI,
CONTE DELL'ANGUILLARA.
[1534-1548.]
PARTE SECONDA.
DAL 37 AL 48.
[5 novembre 1537.]
I. — Solenne alleanza dei principi cristiani, dugento navigli di linea, cinquanta mila fanti, quattromila cavalli, guerra in ogni parte di Oriente, assedî ed espugnazioni di fortezze, scontri sul mare con tutta l'assembraglia turchesca e piratica, in somma per le mani mi cresce la materia, ma non l'autorità del conte Gentile, protagonista del libro sesto: anzi per la stessa ragione dell'armamento straordinario esso tirasi indietro, e cede rispettosamente la mano ed il passo ad un dignitario ecclesiastico, chiamato dal Pontefice al primo posto d'onore e di autorità col titolo di Legato apostolico sull'armata navale[1]. Vediamo or dunque discendere il Conte alla seconda linea, e appresso lo vedremo risalire alla prima; e poi ritirarsi e ritornare, non lasciando mai per altri dieci anni, cioè infino all'estremo giorno della sua vita, di mostrarsi principal condottiero alla nostra marina. Però senza rompere il filo, penso di continuare la seconda parte del sesto libro sotto gli stessi auspicî dello splendido suo nome, perchè egli solo tra noi per dieci anni resta fermo, quando gli altri vengono e vanno.
Nel fervore delle pratiche, trattandosi la lega, e dovendosi mettere in sesto dalla parte di Roma il primo fondamento alla futura squadra marittima del Legato infino a trentasei galere, i Ministri camerali deliberarono riprendere dall'Orsino le tre della condotta: e trovandosi egli in Civitavecchia, mandarongli colà il vescovo di Pavia con un brevetto papale del tenore seguente[2]: «Al diletto figliuolo, nobil uomo Gentil Virginio Orsini conte dell'Anguillara. — Figlio diletto, salute ed apostolica benedizione. — Mandiamo costà in Civitavecchia il venerabile fratello Giovanni de Rossi, vescovo di Pavia, per rivedere e riconoscere l'amministrazione delle nostre galere. Ed esso da parte nostra ti avrà altresì a dire certe cose. Però tu presterai piena credenza alle parole di lui, come presteresti a Noi medesimo. — Dato a Roma, presso san Pietro, addì cinque novembre 1537, del nostro pontificato anno quarto. — Fabio Vigile.»
Parrebbemi villanìa entrare in camera dove parlano da solo a solo il Vescovo e il Conte, coll'intenzione di riferire altrui i loro discorsi. Detesto l'origliare di certuni al bucolino, molto più sotto le speciose apparenze di rendere servigi. Ma se ad alcuno verrà vaghezza di sapere i trattati dei due personaggi, secondo il brevetto, aspetti che quei signori escano in pubblico, e vadano al notajo, e allora con tutta dicevolezza saprà che il Conte pel buon andamento della lega, e per la maggior quiete dei contraenti, riconosce la convenienza di mettere il Legato sull'armata: quindi lascia (per poi riprenderlo a suo tempo) il titolo di capitan generale e di commissario in Civitavecchia, scrive l'inventario e la perizia delle tre galèe papali, le consegna ad un altro capitano, e se ne resta colle quattro galèe sue proprie, come venturiero capitano assoldato nella armata papale sotto gli ordini e lo stendardo del Legato per la prossima spedizione generale contro il Turco[3].
NOTE:
[1] RAYNALDUS, _Ann. eccl._, 1537, n. 54: «_Medio septembri Pontifex.... meditabatur sacrum fædus cum Cæsare et Venetis contra Turcum.... quo represso, Concilium quantocyus celebrare._»
P. A. G., _Medio èvo, e Guerra dei pirati_, Vedi l'Indice alla voce _Legato_. — Qui sopra, nel vol. primo, p. 32.
[2] PAULUS PP. III, _Dilecto filio nobili viro G. Virginio Ursino, comiti Anguillariæ_. — Dall'Archivio dei Notaj camerali, come alla nota quarta, protocollo di B. Berisio, ch. 381 vers.: «_Dilecte fili etc... Mittimus isthuc venerabilem fratrem Joannem epum Papien., causa revidendi et recognoscendi computa galearum nostrarum, qui etiam tibi nonnulla nostro nomine referet. Quare ejus relatis, non secus ac Nobis habebis fidem. Datum Romæ apud s. Petrum, die quinto novembris MDXXXVII, pont. nri. an. quarto. — Fabius Vigil._»
[11 novembre 1537.]
II. — Ecco il tenore dell'istrumento[4]: «Giorno di domenica, undici di novembre 1537. — Civitavecchia, nel palazzo camerale. — Perchè il reverendissimo in Cristo padre e signore Giovanni de Rossi, vescovo di Pavia, presidente e chierico della Camera apostolica, e commissario delegato da nostro Signore nella terra di Civitavecchia; ed insieme con lui il reverendo don Guido Pacelli commissario della Camera predetta, ed Alessandro Benci computista, intendono ritirare dall'illustrissimo ed eccellentissimo signore Gentil Virginio Orsini, conte dell'Anguillara, le tre galèe di nostro Signore, con tutti i loro armamenti e corredi ed altre cose appartenenti alle medesime, e appresso intendono consegnare le istesse tre galere al nobile signore Giacopo Ermolai, cameriere secreto di sua Santità, eletto capitano delle dette galere, secondo che la Santità sua verbalmente ha espresso al predetto reverendissimo Signore vescovo e chierico; il quale similmente ha ricevuto la istessa commissione verbale dal reverendissimo signor vescovo riminese, Tesoriere generale di nostro Signore e della Camera apostolica, e nondimeno essi non vogliono accettare la consegna delle predette tre galere senza il lodo di alcuni periti e pratici marinari, e senza la visita del predetto signor Ermolai con altri due marinari di sua fiducia e da lui nominati, i quali concordemente attestino che le dette galere sono atte a navigare e pronte a qualsivoglia combattimento marittimo, non avendo i predetti Vescovo, Commissario, e Computista niuna esperienza di queste cose; per ciò fecero chiamare alla loro presenza il signor Paolo Giustiniani di Venezia, Giovanni da Milano padrone della galèa sant'Agostino e Giorgetto Camilli comito della galèa medesima, i quali dinanzi agli stessi signori Vescovo, Commissario e Computista affermarono aver visitato le stesse galere di sua Santità, ora ormeggiate nel porto di Civitavecchia, e chiamata, l'una san Pietro, l'altra san Paolo, e la terza san Giovanni, ed essere veramente atte alla navigazione e pronte al combattimento, secondo l'uso di mare, posto che siano fornite di ciurma e di panatica: e così dissero doversi le stesse galere tenere e giudicare, come essi tengono e giudicano.
«Questi Atti furono compiti in Civitavecchia nel palazzo camerale, giorno ed anno come sopra.»
[12 novembre 1537.]
«L'altro dì seguente venne il predetto signor Giacopo Ermolai, e disse ed affermò di avere già da quattro giorni veduto bene ed accuratamente le tre galere designate negli atti presenti, e di aver visitato tutti gli armamenti, corredi ed altre cose attenenti alle dette galere, sempre accompagnato da due marinari pratici e sperimentati, fedeli ed amici suoi, per nome Bartolommeo di Gallipoli padrone della capitana di nostro Signore, e Domenico da Genova padrone della galèa san Paolo, ambedue chiamati dal medesimo signor Giacopo e insieme con lui revisori e giudici; ed ora afferma di aver riconosciuto e giudicato le dette tre galere per buone, atte a navigare, pronte a qualunque fazione ed esercizio marittimo, ed anche a battaglia navale.»
Dopo il preambolo delle testimonianze e dei giudizî, segue in lingua volgare l'inventario delle tre galèe[5]. Non lo ripeto, perchè niuno ci troverebbe cosa che non fosse già prodotta e dichiarata nei documenti precedenti, specialmente trattandosi del capitan Salviati nel quinto libro[6]. Comincia l'inventario sulla galèa san Giovanni, capitana della squadra papale, continua sulla galèa di san Paolo, poi sul san Pietro; termina colla quietanza a favore del conte dell'Anguillara, e colla consegna delle tre al capitano Giacopo Ermolai.
Dunque il Conte al suo ritorno, dopo navigazione piena di combattimenti e di vicende, còlto all'improvviso, rende buona ragione del materiale affidato alle sue cure; e si piega volentieri a tutte le esigenze del governo pel miglior servigio della cristianità nella guerra contro il Turco. Le galèe sono giudicate perfette anche per la battaglia navale, conforme al parere di un capitano e due ufficiali dalla parte del Conte; Giustiniani, Giovanni e Giorgetto: di un capitano e due ufficiali dalla parte della Camera; Ermolai, Bartolommeo e Domenico. Testimoni intelligenti, perchè del mestiero; e imparziali, perchè scelti a disegno da province lontane. Patisce eccezione la panatica, perchè si prende quando bisogna, e nei porti si compra alla giornata: resta la difficoltà perpetua tra noi di trovare gente da remo.
Il capitano Ermolai, qui sopra nominato, non fa gran comparsa nella guerra viva; ma primeggia negli apprestamenti e nella amministrazione, provveditore solertissimo, o come oggi direbbesi ufficiale generale di intendenza e di commissariato navale. Egli durante l'annata di guerra erasi con somma lode adoperato nelle provincie della Marca e della Romagna all'imbarco delle milizie papali per la Dalmazia; e più all'abbondanza del biscotto e delle vittuaglie per rifornire l'armata del Doria e dell'Orsino nello Jonio. Giacopo sovrastava ai magazzini e ai forni impiantati in Ancona ed in Fano, e facevane trasportare ogni bene dai legni di traffico delle città medesime, secondo le istruzioni ricevute direttamente dal Papa. Inoltre le sue commissioni si estendevano a mantenere la sicurezza delle provincie littorane sull'Adriatico contro qualunque scorreria vi potessero fare i Turchi in tanto sobbollimento di guerre vicine dalla Puglia, dalla Dalmazia, e dalle Isole Jonie[7].
Finalmente il vescovo di Pavia per delegazione straordinaria commissario nel porto e piazza di Civitavecchia aveva a fare ufficio di mediatore tra l'Orsino e l'Ermolai; e dar mano agli apprestamenti dell'armata per l'anno seguente, prevedendosi vicina la conclusione della lega. Il perchè si ponga ben mente al novero delle prime sette galèe che si allestiscono in Civitavecchia, colle quali dovranno poscia congiungersi le otto armate in Ancona, e le quindici prese a Venezia. Teniamo segnata la capitana, la padrona e la sensile della Camera, coi nomi di san Giovanni, san Paolo, e san Pietro: teniamo l'Orsina la Vittoria, il sant'Agostino, e il san Paolo del Conte; che tutte insieme tra poco saranno in Levante coll'Orsino che rassegna le galèe camerali, coll'Ermolai che le piglia, col Giustiniani che le rivede, con Giorgetto, Giovanni, Bartolommeo e Domenico che le giudicano, e con tutti quegli altri che appresso dirò[8].
NOTE:
[3] L'ARCHIVIO principesco degli Orsini, aperto per la somma cortesia dell'eccellentissimo don Filippo alle mie ricerche, forse appresso darà maggior chiarezza ai fatti del conte Gentile, quando saranno fatti gli indici e gli inventarî, recentemente ordinati dalla saviezza del possessore.
BOSIO, e gli altri appresso alla nota 8.
[4] ARCHIVIO dei Notaj e cancellieri di Camera a Montecitorio in Roma. Volume segnato, _Contract._ ab anno 1534 ad 1539. Not. Berisius, ch. 377: «_Die dominica undecima novembris MDXXXVII, Civitævetulæ in palatio Cameræ etc. — Remus in Christo pater et dominus Joannes de Rubeis epus Papien. Cameræ aplicæ præsidens et clericus, et commissarius a SSmo D. N. Papa ad locum Civitævetulæ destinatus, rev. d. Guido Pacellus commissarius et Alexander Bencius computista dictæ Cameræ, qui ex eo quod intendunt tres triremes SSmi D. N. Papæ cum suis armamentis, furnimentis, et rebus eis necessariis sibi ipsis ab illmo et exmo d. Gentile Virginio Ursino, comite Anguillariæ consignandas, postquam sibi consignatæ fuerint, nobili dno Jacobo Hermolao Sanctitatis suæ camerario secreto, et dictarum triremium capitaneo asserto consignare, prout Sanctitas sua verbo tenus dicto rmo dno epo et clerico, ut ibidem assertum fuit, commisit; et similiter remus d. epus Ariminen. Sanctitatis suæ et Cameræ aplicæ generalis thesaurarius similem commissionem sibi dedit verbo: tamen easdem triremes recipere nec acceptare intendunt nisi prius per aliquos peritos expertos nautas, et per dictum d. Jacobum cum aliis duobus nautis ab eo nominandis, si navigabiles et paratæ ad exercitium maritimum fuerint, dictum et attestatum fuerit, cum in similibus experientiam aliquam non habeant; et propterea coram ipsis vocare fecerunt dnum Paulum Justinianum venetum, Joannem de Milano patronum galeræ sancti Augustini et Georgetum Cammillum comitum dictæ galeræ qui demum coram eisdem rmo d. epo. ac dnis commis. et computista affirmarunt dictas tres galeras Sanctitatis suæ nunc in portu Civitævetulæ existentes, nuncupatas unam S. Petro, aliam S. Paulo, reliquam S. Joanni, vidisse illasque in rei veritate navigabiles aptasque et paratas ad bellum et usum marittimum, dummodo earum ciurmis et panaticis necessariis furniantur, etc. et pro talibus teneri et adjudicari posse prout ipsi tenent et judicant. Super quibus etc._
»_Acta fuerunt hæc. Civitævetulæ in palatio Cameræ etc, die et anno ut supra._
»_Successiva vero die præd. d. Jacobus Hermolaus dixit et affirmavit tres galeras in præinsertis designatas cum armamentis furnimentis et aliis rebus dictis galeris necessariis jam a quatuor diebus citra cum aliis duobus practicis et expertis nautis, sibi fidis et amicis, nominatis Bartholomæo de Gallipoli patrono capitanæ, et Dominico de Genua patrono triremis S. Pauli, ab ipso d. Iacobo vocatis; et cum eo revidentibus et judicantibus, bene et fideliter atque accurate vidisse, illasque pro bonis et navigabilibus ac aptis et paratis ad omnem et quamcumque factionem et exercitium marittimum, etiam ad navalem bellum, cognovisse et judicasse._»
[5] ARCHIVIO cit., nella nota precedente ch. 382: «_Inventario de la ghalera Capitana de santo Joanne de Nostro Signore, qual'è al presente nel porto de Civita vecchia, et altre cose consegnate per l'illmo et exmo signore il signor conte de Languillara al rmo signor vescovo di Pavia presidente et chierico di Camera aplca, come commissario di Sua Santità a dì XII de novembre del MDXXXVII. Velame etc. — Sartiame ecc. L'artiglieria di san Giovanni ecc.... — Inventario della ghalera di san Paulo.... ecc. — Et de sancto Pietro ecc._»
[6] P. A. G., nel primo volume, p. 364.
[7] PAULUS III, _Jacobum de Hermolais nuncium et commissarium deputat pro securitate littorum Romandiolæ et Marchicæ, earum comunitatibus præcipiens ut cujuscunque generis victualia, earum naviliis conducenda, justo prætio recepto, subministrent trans mare Christianæ Classi. — Datum Romæ die secunda januari MDXXXVII._ — ARCH. SECR. VAT. ex tom. minut. brev. die dicta, numero 40, p. 52, e copia presso di me.
[8] BOSIO cit., III, 177, E: «_Tutta l'armata in Corfù.... comprese.... le galere che in Civitavecchia armate s'erano a carico del conte dell'Anguillara, che erano del Papa._» 178, A: «_Il conte non portava stendardo alcuno._»
MARCO GUAZZO, _Istorie de' suoi tempi_, in-8. Venezia, 1549, p. 234: «_Presenti all'armata quattro galèe del conte dell'Anguillara, Capitana, Padrona, santo Agostino, e santo Paolo._»
DOCUM. cit., nota 4: «_Paulum Justinianum, Joannem de Milano, et Georgettum Camillum comitum galeræ sancti Augustini._»
ARCHIVIO de' Notari Camerali, alle ultime note di questo libro: «_Inventario della galea Vittoria consignata all'illmo signor conte de Languillara._»
[Gennajo 1538.]
III. — L'invernata del trentasette rapidamente scorreva tra gli apprestamenti dalla parte dei Cristiani e dei Turchi, volendo gli uni e gli altri tornare più che mai gagliardi ai ferri nella buona stagione del trentotto. Al tempo stesso papa Paolo trattava l'argomento della lega, sempre desiderata, e non potuta mai fermamente stabilire tra i principi cristiani. Lettere, brevi, messaggeri, viaggi, maneggi, nunci per tutta l'Europa; e specialmente grandiose trattazioni in Roma tra il pontefice Paolo III, e i ministri di Carlo V, e del doge di Venezia al fine di conchiudere una lega stabile contro il Turco. Cosa facile in apparenza, perchè Paolo e Carlo già erano di fatto collegati contro Solimano; e i Signori veneziani pur di fatto già combattevano contro lo stesso nemico: quindi non si poteva dubitare che non avessero a volere la compagnia e i soccorsi di gente, di navigli e di danaro dal Papa e dall'Imperatore. Ma per venire con patti determinati alla conclusione dell'alleanza solenne bisognava superare non poche difficoltà tra i Veneziani e Cesare: gelosi i primi di conservare il loro dominio e la loro indipendenza, cupido il secondo di accrescere i suoi confini, e di avere tutti in Italia deboli e soggetti. Questi intendimenti rimaneggiati per ragione di stato, coperti sotto il manto dell'urbanità, e pienamente conosciuti dalle due parti, non potevano non portare diffidenza tra loro. Per vincere la quale il Pontefice adoperava tutto il suo gran senno, non perdonando nè a fatiche nè a dispendio. Spingeva i Veneziani, frenava Carlo, chiedeva fiducia e la mostrava, voleva spedizione gagliarda, e si offeriva pronto ad armamenti maggiori: ma non poteva togliere le conseguenze necessarie di funesti principî.