La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 1

Part 7

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Pertanto il ventuno di dicembre il duca Alfonso, e con lui il fratello Ippolito cardinale da Este, i Trotti, i Mori, i Guidi, i Bagni, gli Ariosti, i Tassoni, la nobiltà e il popolo ferrarese, e insieme i capitani di Roma e di Francia, assaltarono a furia il ridotto bastionato di verso Ferrara. Non che pensassero di poterlo espugnare al primo attacco, ma solamente volevano costringere i Veneziani a chiudervisi dentro, ed a lasciare sgombro l'argine circostante del fiume, per coprire liberamente gli agguati dietro certe risvolte che non potevano essere dal ridotto nè battute, nè viste. Poi nella notte, forato l'argine a fior d'acqua in più luoghi, secondo il divisamento del Cardinale (molto ingegnoso e intendente di queste faccende), distesivi buoni panconi d'olmo e di rovere, e fatte a dovere le piatteforme e le troniere, vi condussero celatamente le migliori artiglierie della munizione ducale, che n'avea di bellissime, gittate da' più eccellenti fonditori di quel tempo, massime dagli Alberghetti[82]; e stettervi quieti apparecchiandosi alla fazione della dimane.

NOTE:

[80] ANDREAS MOCENIGUS, _Bellum cameracense_, in-12. Venezia, 1525, p. 44: «_Dux Ferrariæ rhodiginum Pollesinem cœperat, et amplius terra marique infestus erat._»

[81] MOCENIGUS cit., 46: «_Interea Ferrarienses, aucti gallicis pontificiisque auxiliaribus... castellum summa ope oppugnare aggressi sunt._»

[22 dicembre 1509.]

VII. — Il giorno del ventidue, per tempissimo, stavano le genti e le batterie dagli alleati, sopra e sotto all'armata nemica, coperti dagli argini, coi pezzi studiosamente livellati, e le munizioni pronte: nè i Veneziani sospettavano punto di quanto nella notte si era apparecchiato contro di loro, quando a un cenno del Duca, smascherate le trombe delle cannoniere, si aprì il fuoco. Piombò l'attacco tanto improvviso, e con tal vigore crebbe via via, che (quantunque i Veneziani subitamente riscossi non cessassero di rispondere) in men d'un'ora l'armata nemica fu rotta. Alcuni legni in fiamme, altri in fondo, il Trevisano sur un palischermo in fuga, la capitana tutta forata in deriva e indi a tre miglia sommersa; il presidio dei ridotti in precipitosa ritirata, il ponte distrutto; quindici galèe, tre navi grosse, e molte minori sottomesse; duemila morti, tremila prigioni: perdita di soli quaranta collegati[83].

Così terminossi in una giornata d'inverno la guerra di Ferrara per battaglia anfibia in terra e in acqua, fluviale e marina; donde Giulio seppe cavare gran frutto a beneficio degli stessi Veneziani, e riuscì finalmente a diffinire la intricata e strana questione della libertà del mare. Per questo mi sono fermato sul Po, e mi ci trattengo ancora infino a compiuto racconto, spettatore del marzial trionfo dei Ferraresi e del Duca. Di che Lodovico Ariosto, quantunque assente in quel giorno correndo per le poste ambasciatore straordinario del Duca a chiedere i soccorsi di Roma, ci ha lasciato ricordo nel classico poema, dove canta le glorie della sua patria innanzi all'istesso sovrano, cui dirige il discorso[84]. Procedevano a remo sul fiume otto galèe, prescelte tra le meno guaste, colle armi in mostra, e le bandiere nemiche in forma di trofeo: seguivano appresso i barconi del ponte disfatto, tutti pieni di prigionieri disarmati, e attorno fuste e brigantini di guardia colle milizie vittoriose. Il duca Alfonso vestito di tutt'arme, e sopravi lo strascico della clamide sovrana, sfoggiava dalla poppa della galèa dei Marcelli; e il cardinale Ippolito modestamente sopra una barchetta ordinaria, senza intromettersi negli onori della vittoria, dimostrava coi fatti di cederla tutta al fratello. Le trombe squillavano marziali armonie, e l'artiglieria rinforzava il concerto della pubblica esultanza vivamente espressa dalle altissime acclamazioni dei popoli accalcati sulle due ripe, o concorrenti appresso ai vincitori sopra burchi, scafe, gondole, battelli, lancioni, caicchi, sandali, schifi, in somma sopra palischermi d'ogni maniera.

Ritorno volontieri alla voce Palischermo, perchè mi credo onorato di parlare e di scrivere la lingua di Dante e di Colombo, anzichè accattare stranezze dalla Senna e dall'Ebro. I documenti del secolo decimoterzo, i classici, i giurisperiti, i viaggiatori, l'Ariosto, il Pulci, il Botta, il Carena, tutti ripetono Palischermo: tanto che se v'ha nella lingua d'Italia tecnico vocabolo di marineria da ogni uomo ricevuto, gli è proprio desso. Bel termine e vivo nella nostra lingua soltanto; la quale ci conserva, specialmente nelle cose del mare, le originali tradizioni dei Pelasghi. Secondo le radici arcaiche esprime la pluralità degli scalmi (πολύς σχαλμός); e secondo le italiche esprime pala e scalmo, cioè remo e caviglia. In somma risponde al supremo concetto di genere universale, tanto necessario nel discorso ordinato e diffinitivo: e comprende con una sola voce ogni maniera di piccoli legni assegnati principalmente a camminare coi remi, e a non dilungarsi troppo dal lido o dai navili grandi, pel servigio dei quali sono fatti e condotti. Sotto questo supremo genere entrano i subalterni, come dire palischermi marini, lacustri, e fluviali; e le diverse specie da caccia, da pesca, da lavori idraulici; e le diverse qualità di lusso, di salvamento, di milizia, con tutti i loro nomi particolari e distinti, come altrove ho notato, perchè si vegga la ricchezza e proprietà della marinaresca nomenclatura italiana, onde siam francati dalla miseria e dalla vergogna di accattare altrove[85]. Mi hanno risposto dicendo, che oggidì i marinari non costumano più la voce Palischermo; e in vece usano dire _Imbarcazione_. Grammercè di tali novelle, Signore, chiunque tu sii ostinato a stravolgere le voci con manifesto neologismo, e servile imitazione straniera, in senso non mai conosciuto dai nostri scrittori accreditati. Fa senno, vieni alla prova, rimetti in onore i termini nostrani; e presto presto vedrai i marinari averli più cari e ripeterli meglio che non le stranezze puntellate dall'abuso. Tutti sanno facilmente acconciarsi al bene, anche nel parlare: e gli stessi marinari ne forniscono luminosa prova, dismessa alla buon'ora tutta una congerie di vociacce, come tutti sappiamo. Essi han lasciato in specie il barbaro _Canotto_; tu in genere di' altrettanto della stravolta _Imbarcazione_, e vivi contento[86].

NOTE:

[82] Cap. ANGELO ANGELUCCI, _Documenti inediti per servire alla storia delle armi da fuoco italiane_, in-8. Torino, 1869, p. 278.

[83] CŒLIUS CALCAGNINUS, _Comment. de venetæ classis expugnatione_, in-fol. Basilea, 1544, p. 484.

BELCAIRUS, _Comment._, lib. XI, in-fol. Lione, 1625, p. 332.

BEMBUS cit., lib. IX, prop. fin.

GUICCIARDINI cit., lib. VIII.

PAOLO GIOVIO, _Vita di Alfonso da Este_, in-12. Venezia, 1597, p. 25.

[84] LODOVICO ARIOSTO, _Orlando furioso_, XL, 2:

«_Ebbe lungo spettacolo il fedele_ _Vostro popol la notte e il dì che stette,_ _Come in teatro, le inimiche vele_ _Mirando in Po tra ferro e fuoco astrette:_ _Che gridi udir si possono e querele,_ _Ch'onde veder di umano sangue infette,_ _Per quanti modi in tal pugna si mora_ _Vedeste, e a molti dimostraste allora._

«_Nol vidi io già, ch'ero sei giorni innanti,_ _Mutando ogni ora altre vetture, corso_ _Con molta fretta e molta ai piedi santi_ _Del gran Pastore a domandar soccorso._ _Poi nè cavalli bisognâr nè fanti,_ _Ch'in tanto al leon d'or l'artiglio e il morso_ _Fu da voi rotto, sì che più molesto_ _Non l'ho sentito da quel giorno a questo._

«_Ma Alfonsin Trotti, il qual si trovò al fatto,_ _Annibale e Pier Moro, e Ascanio, e Alberto,_ _E tre Arïosti, e il Bagno, e il Zerbinatto,_ _Tanto me ne contâr ch'io ne fui certo._ _Me ne chiarîr poi le bandiere affatto,_ _Vistone al tempio in gran numero offerto;_ _E quindici galèe che a queste rive_ _Con mille legni star vidi captive._»

[85] P.A.G., _Medio èvo_, II, 347.

[20 febbrajo 1510.]

VIII. — Per la giornata di Ferrara (nella quale di poco o di nulla s'intromise) crebbe tanto la riputazione di Giulio, che i Veneziani deliberarono volersi a ogni patto e subito pacificare con lui. Egli altresì da sua parte, chè in fondo non amava l'intramessa degli stranieri nelle cose d'Italia, e non voleva il totale abbassamento di quei Signori, volentieri dètte orecchio alle proposte; le quali immantinente tennero occupati i negoziatori dell'una e dell'altra parte: tanto che un mese dopo la battaglia tutto era fatto. Il Pontefice riceveva nella sua grazia i Veneziani, questi restituivano le città di Romagna, e insieme pubblicavano i capitoli della loro concordia. Ne' quali capitoli Giulio, tenendo conto di ciò che doveva aver promesso agli Anconitani, cavava fuori solenne dichiarazione, sommamente importante alla storia marinaresca, onde a gran trionfo della giustizia, anche per mutuo consenso delle parti, finalmente era riconosciuta la libertà del mare. Questo accordo, come troncò il corso a tante miserie e a tante guerre, così sia di compimento al largo discorso che ne ho fatto nella mia storia del Medio èvo; e venga qui volgarizzato alla lettera, dall'originale latino. Nojoso documento nella forma, nel contesto e nelle continue minutissime riprese, impugnazioni e riserve: dalle quali tuttavia ciascuno può meglio comprendere le cavillazioni con che tale libertà era impugnata a discapito pubblico, specialmente delle città marittime della Marca e della Romagna. Eccone il tenore[87]:

«Capitolo decimo. Similmente gli Oratori veneti a nome del Doge e del Senato, come sopra, hanno promesso e si sono obbligati per tutto il tempo futuro in perpetuo di non impedire mai più nè frastornare direttamente o indirettamente, sotto qualunque pretesto o ragione, i sudditi tutti e singoli immediatamente soggetti della santa romana Chiesa, o vero delle città, castella, terre e luoghi di ogni denominazione della stessa romana Chiesa, insieme coi loro cittadini, abitatori, e popoli: similmente dicono di non impedire i sudditi mediatamente soggetti alla medesima Chiesa che tengono città, castella e luoghi d'ogni maniera in feudo o in vicariato, insieme coi loro vassalli, cittadini, contadini, abitatori e popoli delle già dette città, terre, castelli e luoghi, tanto della Marca d'Ancona, che della Romagna, compresa eziandio la città di Ferrara col suo territorio e distretto, così che le persone di tutti i predetti luoghi, e i navigli d'ogni maniera, e le merci d'ogni specie possano navigare liberamente, speditamente, e senza niuna gabella, pedaggio, imposizione, spesa, estorsione, esigenza, o pagamento; ma in quella vece al tutto franchi possano andare per acqua in qualsivoglia parte così dell'Adriatico, come di ogni altro mare, e per le acque dolci. Anzi più gli Oratori veneti, come sopra, hanno promesso di lasciar sempre a tutti i predetti la navigazione libera, senza mai mettere impedimento alle persone, alle merci, alle sostanze in niun modo nè sotto alcun colore o causa, nè anche sotto il pretesto della guardia e custodia del mare, alla quale (in quanto si oppone alle predette promesse) hanno specialmente ed espressamente rinunciato; nè pure sotto pretesto di visitare le merci, o di rivedere i registri e le scritture in qualunque modo esistenti nei predetti navigli o presso gli stessi naviganti, ancorchè si allegasse il sospetto che le merci, le sostanze e ogni altra cosa espressa avanti potesse appartenere in tutto o in parte ad altre persone che non fossero soggette al Pontefice romano.»

Tante parole per togliere gli abusi, per troncare le dispute, e per stabilire il gran teorema della libertà del mare[88]!

NOTE:

[86] ARIOSTO, I cinque canti che seguono il _Furioso_, IV, 18:

«_Gittar fa in acqua i palischermi; e gente_ _A salutar lo manda umanamente._»

[87] JULII PP. II, _Capitula et conventiones cum illustri dominio Venetorum sub die XX februarii_ MDX. in-4. Roma, 1510. — Foglio volante alla Biblioteca Casanat. Miscell. in-4, volume 216.

JULII PP. II, _Capitula et conventiones in tractatu inscripto. Copia capitulorum factorum de anno MDX inter S. D. N. Julium secundum et Dominium Venetorum._ — Mss. Casanat., X, IV, 47, p. 160.

RAYNALDUS, _Ann._, 1510, n. 2 et segg.

SENAREGA, S. R. I., XXIV, 601, e.

BELCAIRUS cit., 329.

GUICCIARDINI cit., 567.

[Maggio 1510.]

IX. — In quella che papa Giulio si pacificava coi Veneziani, rompevasi coi Francesi e co' Tedeschi; non essendosi costoro collegati con lui, come ho detto, se non per togliere alla Repubblica ogni possedimento di terraferma, e per allargare ciascuno le sue fimbrie in Italia: quindi nè gli uni nè gli altri potevano adesso patire di vedere in qualche modo assicurato il dominio veneto all'ombra e sotto la protezione della possanza papale. I quali umori, ingrossati da altre non meno torbide sorgenti, quest'anno medesimo ruppero in aperte ostilità, volsero a rovescio lo scacchiero, e presto furono veduti gli alleati di Giulio pigliare l'armi contro di lui.

In questo secondo periodo della guerra si rialzò la fortuna di Venezia: i popoli di terraferma, stanchi dell'insolenza straniera, richiamarono san Marco; e le milizie papali, condotte dal celebre Francesco Maria della Rovere duca d'Urbino e nipote di Giulio, insieme con Marcantonio Colonna, antenato del Trionfatore, congiuntesi alle milizie veneziane capitanate dal notissimo Lorenzo Orsini, detto comunemente dai soldati, per ragione del feudo, Renzo da Ceri, affrontarono le schiere di Francia guidate da Carlo d'Amboisa e da Giangiacopo Trivulzio. I Papalini espugnarono per ingegno di Bramante la Mirandola, i Veneziani toccarono sul Po qualche altro rovescio, e più cose notevoli successero, secondo la grandezza dei prodi capitani che ho qui avanti nominati. Ma tutto questo, come negozio dal mio divisamento troppo lontano, metto da parte; dovendomi rivolgere al mare insieme coll'armata verso Genova.

Era la città di Genova da lungo tempo in gran turbamento per civili discordie, ora commosse dai popolani contro i nobili, ora dagli stessi nobili tra loro divisi; i quali tutti per sostenersi gli uni contro gli altri avean perduto insieme la libertà, chiamando padroni di fuori. Prima si eran posti all'obbedienza del duca di Milano, poi del re di Francia: ed avendo Lodovico XII per questi tempi in dominio anche il maggior ducato di Lombardia, si trovavano i Genovesi aggiogati insieme all'istesso carro di Parigi e di Milano. Ora sembrando dalla parte di terra troppo ristrette le ostilità contro i Francesi, Giulio papa ligure divisò portar loro la guerra anche sul mare; non solo per diversione, ma più colla speranza di prosciogliere la sua patria dal giogo straniero. Laonde spinse dalla Macra alla Spezia Marcantonio Colonna con grosso nervo di fanti e di cavalli; e chiamò da Varese un corpo di quasi diecimila Svizzeri, perchè urtando alle spalle i Francesi dalla parte di Milano, corressero difilati a congiungersi al Colonna sotto Genova.

NOTE:

[88] P. A. G., _La marina del medio èvo_. Le Monnier, 1871, I, 446, 451, 453, 458, 462, 463; II, 398.

[Luglio 1510.]

X. — Principalissimo fondamento per ottenere il fine aveva ad essere l'armata navale dal capitan da Biassa allestita nel porto di Civitavecchia, intorno alla quale si raccoglievano le migliori milizie di Roma, e quasi tutti i fuorusciti genovesi con Ottaviano e Giano Fregosi, con Girolamo e Niccolò Doria, ed altrettali uomini di quella potenza e seguito che tutti sanno. Costoro montavano tutti insieme sopra le sei galèe di papa Giulio; e appresso ne traevano undici di Venezia sotto il governo di Girolamo Contarini, sopracchiamato il Grillo[89]. Qui adesso mi si offrono diversi successi, e belli esempi di tattica navale, tutti del caso nostro, che narrerò con quei particolari che ci han conservato le scritture dei contemporanei.

Il Biassa a prima giunta occupò Chiavari, Rapallo, e Sestri che sono le migliori città e terre della Liguria orientale; poi condusse l'armata innanzi al porto di Genova, promettendosi che i partigiani di dentro farebbero rumore, secondo la consueta lusinga dei fuorusciti. Ma in quella vece cupo silenzio nell'interno della città, e gente desta alle difese e alle batterie intorno alle mura era a vedere; perchè al primo annunzio degli armamenti di Civitavecchia, i Francesi ed i loro partigiani (come poi si seppe) avevano introdotte molte milizie, ed altre continuamente ne chiamavano di Lombardia, e gran gente dalla riviera occidentale. Oltracciò era entrato nel porto Piergianni, cavalier di Rodi e capitano del re con sei galèe, e sei di quelle grosse navi che, per lo più usate nel traffico, prima dai Genovesi, poi dagli Spagnoli e Portoghesi, chiamavansi Caracche[90]. La voce deriva dal Càrabo dei Pelasghi: e rimenata dai nostri cronisti antichi, trapassa nel diminutivo a Caravella[91]. Con questi presidî, imbrigliata la città contro ogni movimento interno, non restava agli assalitori altro partito se non bloccarla dalla parte del mare ed affamarla: chè essendo in luogo sterile, e difficile a ricevere altronde che dal mare le vittuaglie, contavano trenta giorni di blocco per costringere la piazza alla resa.

Perciò il Biassa, praticissimo di quella riviera, persuase al Grillo di mettersi seco alla guardia presso il porto dal lato orientale in un senetto, chiamato allora la Fossa di Villamarina, dove era buon sorgitore, riparato dalle tempeste e dai nemici per un lungo ed ampio scanno di bassi quasi a fior d'acqua, innanzi al quale dovevano necessariamente frangere le onde, e dovevano arrestarsi i navigli vegnenti dal largo. Dunque le sei galèe di Roma e le undici di Venezia entrarono in quella insenata dalla banda di levante, dieron fondo, posero le vedette sui monti, e si tennero presti a uscir fuori per ghermire qualunque naviglio si fosse voluto avvicinare al porto. Questa stallìa non saprei dire con qual nome sia oggidì espressa dai Genovesi; nè posso dalla mia memoria, nè dalle relazioni degli amici dedurre la permanenza del seno e del banco[92]: ma rispetto al fatto che narro non è possibile nè a me ne ad altri il dubitare, perchè espressamente descritto da quel gran capitano e sommo tattico del suo tempo, nipote di papa Giulio, che aveva mano in queste faccende e ne sapeva tutto il filo e tutti i punti; dico di Francesco Maria della Rovere duca d'Urbino, dal quale ricavo le qualità e i nomi dei luoghi, come stavano allora[93].

NOTE:

[89] BIZARUS cit., lib. XVIII, p. 428.

BEMBUS cit., lib. X, p. 376.

GUICCIARDINI cit., lib. IX, p. 590.

BELCAIRUS cit., lib. XII, p. 343.

[90] ARIOSTO, _Orlando furioso_, XVIII, 35:

«_E quivi una Caracca ritrovâro,_ _Che per Ponente mercanzie raguna:_ _Per loro e pe' cavalli s'accordâro_ _Con un vecchio padron ch'era da Luna._»

[91] CAFFARO, _La Cronichetta di Gerusalemme_, p. 37 e più volte negli _Annali_, ediz. del Pertz; ed indice del medesimo che scrive talvolta _Gorabus_. — Noto il passaggio della _Bi_ in _Vu_.

ISIDORUS, XIX, i, fin. citato dal FORCELLINO; _Carabus_, _i_, m. e i Greci Κάραβος, ου, ό: «_Navigii genus._»

BARTOLOMMEO CRESCENTIO, _La nautica mediterranea_, in-4. Roma, 1602, p. 526: «_I Greci di oggi chiamano alla nave Caravi._» Dunque dal Pelasgo, comune ai Greci e ai Latini, _Carabo_; indi _Caracca_, e il diminutivo _Caravella_, senza bisogno di aspettare col chiarissimo AMARI gli Arabi in Sicilia, I, 302, che singhiozzando ci dicano _Karra-ka_ per nave incendiaria, fuor di proposito.

BOSIO cit., III, 7, 22, 25, 88, 99, 108. Parla della nuova e della vecchia Caracca di Rodi, la prima delle quali costruita a Nizza.

[92] CARTA di Genova e suoi contorni. Superba incisione in-fol. massimo alla Bibl. Casanat. Q. I, 4, in CC. (Niuno indizio di questa posizione).

CARTA idrografica della Liguria per gli ufficiali e piloti della marina sotto la direzione del viceammiraglio cav. Giuseppe Albini. Incisa nello stabilimento di Niccolò Armanno, gran fol. Genova, 1854. — (Mette un seno dietro lo scoglio della Campana, ma non al caso nostro, perchè troppo vicino e soggetto alla piazza, e di poco o niun fondo. I Genovesi da me interrogati non conoscono questo seno, nè il nome di Villamarina.)

[93] FRANCESCO MARIA DELLA ROVERE, _Discorsi militari_, in-12. Ferrara, 1583, p. 30: «_Come fece Piergianni francese poco lontano da Genova verso levante ad un luogo chiamato la Fossa di Villamarino con misier Hieronimo Contarino detto Grillo, il quale haveva diciassette galèe, undici venetiane et sei di Papa Giulio, il quale era stato in spiaggia aperta, con uno scagno però dinanzi coperto d acqua che lo faceva sicuro dalle barze, et voleva assediar Genova._»

XI. — Se non che il capitano Piergianni coi Genovesi del suo partito, non volendo perdere la città, nè lasciarsi bloccare, uscì fuori alla testa delle sei galèe e delle sei caracche, risoluto di sloggiare il Biassa dalla formidabile posizione e levare sè stesso di angustia. E sapendo egli pure dello scanno e degli ostacoli al suo procedimento, tenne questo modo. Innanzi alle caracche pose le galèe per rimburchio, e innanzi alle galèe mandò le sei barche maggiori per attacco; ciascuna barca con un pezzo da trenta sulla prua: caracche, galèe, e barche a sei righe, in tre file, tutte legate tra loro con lunghissimi gherlini intugliati, tanto che ogni legno potesse condurre, ed essere a un bisogno condotto dagli altri[94]. Ciò fatto Liguri e Francesi sulle barche con buon remeggio e il piombino alla mano, si accostarono fin quasi sullo scanno, e aprirono il fuoco co' sei pezzi da trenta contro il gruppo delle galèe ormeggiate, facendo loro gran danno, specialmente nei posticci e nel palamento.

Non mica che il Grillo e il Biassa e quegli altri caporioni stessero colle mani alla cintola, che anzi rispondevano a cannonate furiosamente. Ma presto si avvidero che per essere le barche piccoli legni, e sempre in moto sul mare, difficilmente si poteva offenderli. Provaronsi allora ad uscir fuori per fianco: ma le caracche a cavaliere sul callone dell'acqua piena, tempestando con lunghe colubrine e con doppi cannoni da cento libbre di palla, vittoriosamente difendevano le barche: nè a petto di quella grossa artiglieria potevano contrastare le galere nostre uscendo ad una ad una coi corsieri comuni da cinquanta[95]. In somma il Grillo e il Biassa dovettero filare costa costa per tirarsi fuori dal pozzo; e dovettero tornare indietro senza conchiudere nulla, anzi afflitti da molti danni. Il capitano di Francia assai rispettosamente seguilli alla coda. Toccaron gli uni e gli altri all'Elba: il Biassa a Lungone, Piergianni al Ferrajo. Poi dalla punta diforana dell'Argentaro questi rese il bordo verso Genova, e gli altri continuando la bordata ripararono nel porto di Civitavecchia[96].