La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 1

Part 6

Chapter 63,477 wordsPublic domain

[68] PARIS DE GRASSIS, _Diaria cærem._, MSS. _Itinerarium_, S. D. N., _Julii_, Pp. II, anno. MDVI. — BIBL. CASANAT., XX, III, 4: «_De positione primarii lapidis in arce bononien. per Legatum, Papa præsente. Die XX februarii MDVII, sabati, mane; hora XVI, Papa æquitavit ad locum Arcis fiendæ.... Cardinalis sancti Vitalis legatus cum magna populi turba, viso horologio solari.... Lapidem primum benedixit et posuit._»

ARCHIVIO SECR. VAT., _Memorie di artisti_, estratte da ALBERTO ZAHN, e inserite nell'_Arch. St. It._, ann. 1867, VI, i, 180: «_Die XXIX decembris, Magistro Bramanti architectori, S. D. N. pro expensis per eum cum suis sociis factis et faciendis Bononiæ et in reditu ad Urbem._»

VASARI, ed. Le Monnier, VII, 133: «_Andò Bramante ne' servizi di Giulio II a Bologna, quando ella tornò alla Chiesa.... Fece molti disegni di piante e di edifizi...._» 139: «_Lasciò suo domestico ed amico Giulian Leno, che molto valse nelle fabbriche de' suoi tempi._»

[69] VASARI, ed. Le Monnier, _Vita di Giuliano ed Antonio da Sangallo_, VII, 219; X, 15.

[1507.]

III. — Assettate le cose di Bologna e di Perugia, tornossene Giulio in Roma ai ventisei di marzo del 1507, col pensiero di andare oltre nell'assunto, e di ritogliere ai Veneziani Ravenna, Cervia, Rimini e Faenza: le prime due già da molto tempo perdute, e le altre cascate di mano a Cesare Borgia nella ultima catastrofe. Perciò dovette entrare in molti maneggi, e trattati, e spedizioni, e guerre; nelle quali lo servirono i migliori ingegneri di quella e di ogni altra età, come Bramante, Antonio da Sangallo, Baldassarre Peruzzi, Andrea da Sansovino; ed i capitani più eccellenti, come Marcantonio Colonna seniore, Francesco M. della Rovere, Alfonso da Este, Lodovico Pico, Francesco da Gonzaga, Giovanni Sassatelli, Raniero della Sassetta, Lucio Malvezzi, e Renzo da Ceri. Forte e sicuro dell'appoggio e delle opere di tali uomini, si dette a trattare la famosa lega di Cambrè, secondo le particolari vedute sue.

[Dicembre 1508.]

E, come se non avesse altri pensieri pel capo, s'imbarcò a Ripa sul bucintoro[70], e se ne andò a Civitavecchia, dove voleva murare una buona fortezza per la difesa del porto e della città[71]. Pose esso stesso colle sue mani la prima pietra addì quattordici dicembre del 1508, che fu principio a quel nobile edificio militare, disegnato da Bramante, che tuttavia si ammira, e del quale farò altrove più largo discorso.

Fra i grandi personaggi, che in quella occasione seguirono il Papa in Civitavecchia, vuolsi annoverare Giorgio Pisani ambasciatore di Venezia, il quale aveva dal Senato pressantissime commissioni di por mente a tutto ciò che potesse nella romana curia succedere, di tener l'occhio ai maneggi, di chiarire i sospetti, e di conseguire l'investitura delle quattro città controverse. Ed egli spiando diligentemente ogni luogo ed ogni tempo opportuno per venire a capo di negozio tanto difficile, finalmente un giorno, che tutti colà vedevano Giulio col capitano da Biassa e cogli altri ufficiali delle galèe scendere in terra del consueto bucintoro bellissimo e della passeggiata intorno al porto ed alla prossima marina sommamente lieto, non si lasciò fuggire l'opportunità; ed entrò apertamente nel discorso di Romagna, sperando in quella larghezza di cuore trovare la via per giugnere all'intento[72].

Quando precipitò la casa Borgia, e il duca Valentino in un giorno perse lo stato, i Veneziani avevano tolto dalle mani di costui Rimini e Faenza: e volendone mantenere l'acquisto, supplicavano Giulio che, come già da Cardinale aveva consigliato il Senato a liberare quelle città dal crudelissimo tiranno, così da Pontefice permettesse loro di ritenerle agli stessi patti di feudo e di vicariato, con che il Borgia le aveva tenute. Nel qual discorso, e col medesimo esempio dell'istesso Borgia, contrapponendo Giulio alla caducità di piccolo principe la tenace fermezza di potente repubblica; e quindi la facilità di ricuperare una volta dall'uno, e la malagevolezza di riavere mai nulla dagli altri; conchiudeva non poter acconsentire alla domanda. Ma al tempo stesso (toccando pur di altre differenze occorrenti tra Roma e Venezia, specialmente intorno a Ravenna, a Cervia, ed alla libertà del mare) si lasciò andare a promettere la concessione di Faenza e di Rimini in feudo a quel gentiluomo veneziano cui volesse il Senato presentarle; tanto che la repubblica potesse di fatto avere quelle città; e la romana Chiesa almeno in apparenza non perderle. Tutto inutile: Giorgio, dicendo non esser costume della veneta repubblica far principi i suoi cittadini, rifiutò l'offerta, e non fece motto di ciò nè al Senato nè al collega Giovanni Badoaro, restatosi infermo per quei giorni in Roma. Così per negligenza dell'ambasciatore in un punto di tanta importanza si trovò Venezia a un pelo dal precipizio: e gli uomini ebbero da apprendere come uno stato pieno di ricchezza e di riputazione, dopo essere per dieci secoli sempre cresciuto di potenza e di dominio, poteva in un sol giorno essere quasi totalmente rovinato. Proprio allora gli alleati di Cambrè pubblicavano i capitoli e le convenzioni di quasi tutta l'Europa contro Venezia[73].

NOTE:

[70] P. A. G., _Medio èvo_, II, 467, 473.

[71] PARIS DE GRASSIS, _Diaria cærem._, ad diem xiv decembris MDVIII: «_Ad Centumcellas pro lapide angulari Arcis novæ._» — Et XVII dicti: «_Heri sero Papa ex Civitate veteri per mare reversus est in Urbem._»

[72] BEMBO cit., 261: «_Cum Julio Centumcellas petente Georgius Pisanus in comitatu fuit.... Ibi cum Julium tranquillo mari navicula exhilaratum videret, qua una ille re magnopere delectabatur, Pisanus de eo ipso reipublicæ in Flaminia negotio alloqueretur, Quin tu (inquit Julius) non cum Senatu tuo agis ut is aliquem ex suis civibus mihi proponat cui ego dem Ariminum Faventianaque romanæ reipublicæ nomine obtinenda?... Ita et habebitis re vos a me oppida illa, et ego ad speciem non amisero._»

[73] LÜNIG JOANNES CHRISTIANUS, _Codex Italiæ diplomaticus_, in-fol. Lipsia, 1725-35, t. I, p. 134; t. II, p. 1995; t. IV, 1827.

DU MONT, _Corps universel diplomatique du droit des gens, contenant un recueil des traités d'alliance, de paix, de trève, de neutralité, de commerce, etc._ in-fol. Amsterdam, IV, i, 113. — La Lega fu sottoscritta in Cambray tra Cesare, Spagna e Francia a' 10 dicembre 1508.

[15 gennajo 1509.]

IV. — Giulio tornato in Roma sul bucintoro per la via del mare e del fiume; aspettandosi di lunghe e fortunose guerre, anche nell'Adriatico, considerate le brighe dei Veneziani; e volendo tenersi pronto alla spedizione contro i Turchi, di che esso pure ed ogni altro sentiva la necessità; indusse gli Anconitani a costruire sei galèe, promettendo di mettere per capitani sopra tre delle medesime gli ambasciatori della città che allora stavano in corte, cioè Gabrio Bonarelli, Galeazzo Fanelli, e Melchiorre Acquieri. Il Breve di papa Giulio, che per essere inedito volgarizzo col testo latino a fronte, diceva così:[74] «Ai figli diletti, Anziani e Consiglieri, della nostra città d'Ancona, Giulio papa II. — Diletti figliuoli salute ecc. Dappoichè ci è stato concesso dalla divina bontà quello che noi sempre abbiamo desiderato e ricerco; ed oramai i principi cristiani, tolto via ogni fomite di contenzione, sono venuti tra loro a concordia, tanto che finalmente possiamo sperare di poterci volgere più che mai forti e con possente armata contro la perfidia dei Turchi e degli altri nemici del nome cristiano; volendo noi andare innanzi a ogni altro coll'opera e coll'esempio, quando si tratta di spedizione pietosa altrettanto che necessaria, abbiamo deliberato di apparecchiare poderosa armata navale. Sapendo per tanto che in cotesta città nostra di Ancona, specialmente diletta, si possono costruire eccellenti galèe, vogliamo che intanto ne siano cominciate sei sotto la vostra direzione. Il governo delle tre prime galèe abbiamo già assegnato di nostra spontanea volontà ai diletti figliuoli, oratori vostri appo noi, Gabriele de' Bonarelli cavaliere, Galeazzo de' Fanelli, e Melchior Acquieri, uomini prodi e che ci sembrano attissimi a tale ufficio. Vi esortiamo dunque con paterno affetto a mettere tutta la vostra cura e diligenza nella predetta costruzione, e noi penseremo alle spese. Perchè intanto l'opera proceda spedita e voi abbiate il danaro occorrente al taglio dei legnami, vogliamo e comandiamo al diletto figlio Niccolò Calcagni, tesoriero in cotesta provincia nostra della Marca, che di presente vi conti cinquecento ducati d'oro. Di più espressamente comandando, ordiniamo ai diletti figli, uomini e popoli delle nostre terre di Montesanto, di Santelpidio, di Civitanova, e di Castelfidardo, che a voi ed ai vostri ministri benignamente permettano tagliare e trasportare pei loro territorî e distretti il legname necessario alla costruzione delle nominate galèe; messa onninamente da parte ogni scusa e contradizione.»

«Dato a Roma addì quindici di gennajo 1509, del nostro pontificato anno sesto. — Sigismondo»[75].

Gli Anconitani pigliarono a volo la bella occasione che loro s'offriva: ed istruiti altresì dalle lettere private degli ambasciatori capirono il gran conto dell'armamento e della fabbrica, secondo l'interesse della città, del porto, del commercio e della navigazione, come tra poco vedremo. Nell'anno medesimo le sei galèe erano fatte, varate, e in punto di ogni cosa, tranne il corredo mobile; di che non avevano ricevuto nè istruzione nè danaro[76]. Perciò l'istesso Giulio alla fine dell'anno, di nuovo encomiando la diligenza degli Anconitani, ordinava il fornimento degli attrezzi e del corredo; e spediva danaro, come dalla lettera seguente, che per la sua importanza nell'istesso modo qui pubblico[77]:

«Ai figli diletti, eccetera. Pei discorsi del diletto figliuolo Galeazzo Fanelli, concittadino ed oratore vostro (più volte e sempre volentieri da noi veduto ed udito), e insieme per le relazioni del venerabile fratello Antonio arcivescovo Sipontino, generale uditore della Camera, testè tornato d'Ancona, abbiamo inteso il procedere delle fortificazioni di cotesta città nostra, e delle galèe da voi per ordine nostro costruite. Gratissime le notizie dell'uno e dell'altro: e noi approviamo pienamente e lodiamo la vostra diligenza e sollecitudine. Ma perchè poco sarebbe l'avere ben cominciato opere degne, se non si facesse di condurle poscia a perfezione con pari diligenza e premura, noi confidando sempre nella vostra prontezza e sollecitudine vi commettiamo di provvedere al fornimento delle dette galèe con tutti quegli attrezzi e corredi che fanno al navigare; cioè vele, remi, áncore, antenne, alberi, ed armamenti; e tutto col minor dispendio e la maggiore celerità possibile; perchè, come il bisogno ne venga, noi ce ne possiamo immediatamente servire. Sarà nostro pensiero somministrarvi il danaro: e intanto, perchè possiate meglio eseguire le nostre commissioni, abbiamo già scritto al diletto figlio Tesoriero di cotesta nostra provincia che vi paghi a vista mille ducati d'oro della nostra Camera a conto delle spese; e appresso liberalmente vi manderemo quel che sarà necessario.

«Dato a Roma, presso san Pietro sotto l'anello del Pescatore, addì quattro dicembre 1509, del nostro pontificato anno settimo. — Sigismondo.»

NOTE:

[74] JULIVS PP. II, classem adversus Turcas paraturus, Anconitanis mandat ut sumptibus Sedis Apostolicæ sex triremes construant. ARCH. MUN. ANCON. — COD. VATICANO, n. 8046. — SCHEDE BORGIANE in Propaganda. — SARACINI, _Storie di Ancona_, lo accenna senza pubblicarlo, 301.

«_Dilectis filiis antianis et consiliariis civitatis nostræ Anconæ. — Julius II, Dilecti filii salutem, etc. — Quando id quod semper optavimus et quæsivimus Dei benignitate est factum ut Reges et Principes christiani, sublato omnis discordiæ fomite, in mutuam pacem concordiamque convenirent, spesque major quam antheac unquam affluxerit valida expeditione contra perfidos Turchos et alios christiani nominis hostes arma sumendi, nosque ad tam sanctum et necessarium opus, opere et exemplo reliquos anteire velimus, et propterea statuerimus validam classem parare, sciamusque civitatem nostram istam peculiarem et dilectissimam opportunissimam esse triremibus fabricandis; idcirco sex triremes apud vos fieri volumus, quarum curam vos suscipere debeatis. Et trium ex sex triremium hujusmodi gubernationem et patronatum dilectis filiis Gabrieli de Bonarellis equiti, et Galeatio de Fanellis, el Melchiori Aquerio, oratoribus apud nos vestris, nam ii nobis peridonei visi sunt, motu proprio demandavimus. Hortamur igitur vos charitate paterna ut fabricandis hujusmodi triremibus exactissimam curam et diligentiam adhibeatis. Nos enim pro fabrica dictarum triremium vobis satisfieri curabimus; et insuper ut triremes ipsæ celeriter confici possint, pro incisione lignorum pro dicta fabrica facienda per dilectum filium Nicolaum Calcaneum istius provinciæ nostræ thesaurarium summam quingentorum ducatorum auri ad præsens vobis persolvendam volumus et mandamus. Dilectisque filiis, comunitatibus et hominibus Montis sancti, Sancti Elpidii, Civitenovæ, et castri Ficardi, terrarum nostrarum, expresse præcipiendo mandamus quatenus vobis et commissariis vestris in earum territoriis et districtu ligna, quæ fabricandis hujusmodi triremibus necessaria fuerint, cedere et inde asportare benigne permittant, omni excusatione et contradictione cessante._»

«_Datum Romæ apud S. Petrum sub anulo Piscatoris, die XV januarii, MDIX. Pont. Nost. Ann. VI. — Sigismondus._»

[75] Questi è il celebre Sigismondo de' Conti da Foligno, segretario di Giulio II, ritratto da Raffaello nel notissimo dipinto della Madonna di detta città, e autore dei _Commentari storici_ del suo tempo, come ho notato nella mia _Storia del Medio èvo_, II, 426.

[76] ARCHIVIO DI STATO IN FIRENZE cit., Medio èvo, I, 403: «_Fabbricasi la galea, se vi si attende con diligenza.... in giorni sessanta, havendo però tutto il legname pronto.... benchè dichino che il principe Doria ne fece fare una in ventisette giorni._»

[77] Archivio ut sup.: «_Dilectis filiis etc. Intelleximus non solum a dilecto filio Galeatio Fanello, concive et oratore vestro, quem pluries et vidimus et audivimus libenter, sed etiam a ven. fratre Antonio archiepo Sipontino, Cameræ Aplcæ generali auditore, qui proximis diebus isthic fuit, quo in statu esset fabrica iam murorum istius nostræ civitatis, quam triremium quæ apud vos jussu nostro construuntur: fuerunt nobis gratissima omnia quæ illi retulerunt, et vestram in omnibus diligentiam et studium probamus atque laudamus. Verum quia parum esset rem aliquam strenue cœpisse, nisi illa pari diligentia perficeretur et perduceretur ad optatum exitum, de eadem diligentia et sedulitate vestra confisi committimus vobis ut dictas triremes de oportunis omnibus remis, ancoris, velis, antennis, arboribus, armamentis, et aliis rebus necessariis ad navigandum ea qua fieri poterit majori celeritate, et quo minori potest sumptu provideatis; ita ut cum necesse fuerit nihil obstet quo minus illis uti possimus. Nos providebimus de pecuniis ad id necessariis; et interim ut ea comodius exequi possitis scripsimus dilecto filio istius provinciæ nostræ Thesaurario ut solvat statim vobis ducatorum auri de Camera mille pro parte sumptus dictarum triremium, successiveque benigne præbebimus reliqua necessaria._»

«_Datum Romæ apud S. Petrum, sub anulo Piscatoris die IV decembris, MDIX. Pont. Nri. Anno VII. — Sigismundus._»

[Giugno 1509.]

V. — Mentre questi armamenti si facevano con gran pressa in Ancona, altrettanto rapide correvano le spedizioni da Roma e da Civitavecchia, come portava l'accesso di Giulio alla lega di Cambrè; e l'impetuosa indole di lui, che avrebbe voluto ogni cosa pensata e fatta a un tempo solo. Tutto verso Romagna e verso Lombardia, dove squillavano già da più parti le trombe contro Venezia. Massimiliano imperatore voleva togliersi dal viso la vergogna della cacciata poc'anzi sofferta, e contava unire all'imperio il Friuli, Verona, Treviso, Vicenza, e Padova: Lodovico di Francia consentiva con lui per annettere al Milanese Crema, Cremona, Brescia, e Bergamo; Ferrante spagnuolo per riscuotere Brindisi, Trani, Otranto, e Monopoli; il duca di Savoja per ottenere il reame di Cipro; il Papa per ricuperare Ravenna, Cervia, Faenza, e Rimini; i Fiorentini per assicurarsi il dominio di Pisa; e il duca di Ferrara per arrotondare i suoi confini d'Oltrepò. La congrega di tanti competitori, con intendimenti così diversi, non poteva durare più d'un anno; e i Veneziani facevano assegnamento sulla rivalità dei nemici per sostenersi: non così però che nel primo impeto della guerra, concorrendo da ogni parte tanta gente contro di loro soli, non perdessero a un tratto quasi tutto lo stato di terraferma.

Io non seguirò l'esercito di Francia alla battaglia della Ghiaradadda, nè le schiere imperiali dentro Padova, nè le bande roveresche intorno a Ravenna; perchè non devo torcere lo sguardo dai navigli e dalle acque dell'Adriatico e del Tirreno, dove in quest'anno occorrono due fatti assai diversi presso al Tevere di Roma, e sul Po di Ferrara. Comincio dal primo.

[Agosto 1509.]

I Barbareschi tra le nostre discordie e le continue guerre intestine crescevano d'arte e di ardire; e non trovando contrasto, venivano da padroni sulle riviere d'Italia. L'anno precedente avevano saccheggiato la Liguria, menando preda di sostanze e di schiavi da ogni parte, specialmente dal Diano, grossa terra di quella riviera, dove gli abitanti collo stormo dei paesi vicini erano a pena riusciti a sollecitare la ritirata dei nemici, senza poterne ricuperare nè roba nè persona[78]. In quest'anno i medesimi pirati, come i nomadi dell'Africa che mutano cogli armenti le pasture dopo aver consumato le erbe dei prati, finchè non siano ricresciute, facevano accolta di rapina sulle maremme di Toscana e di Roma, avventurandosi sino alla foce del Tevere presso Ostia. Erano colà alla guardia due galèe del Biassa, tutte fiacche e dimesse per aver mandato le migliori fanterie al campo di Ravenna, e però esposte a perdita quasi necessaria. Non mi richiedete il numero dei nemici, nè l'arte del mostrarsi in pochi, nè gli agguati dei molti, nè il combattimento dei sorpresi: i contemporanei non toccano i particolari di questo fatto; ed io vorrei ignorarlo, e presso che non dissi cancellare ogni memoria delle due galere. Vi basti questo: una fuggita, e l'altra presa[79].

Così i Romani impararono a calcare le vie di Algeri rasati, scalzi, e incatenati: così i pirati, che avevano già raccolto nell'Africa le bandiere delle altre nazioni, e dei monarchi maggiori della cristianità, poterono ridurre a compimento l'araldica collezione degli stemmi, aggiugnendo a suo luogo anche la bandiera papale. Dove mi bisogna notare che, sopra cencinquanta e più legni nemici in questi sessant'anni della guerra piratica presi dai nostri marini e dalla loro brigata, ne abbiamo perduti solamente sei. La galèa del Biassa nel mare di Ostia, la capitana del Vettori l'anno diciotto nel canal di Piombino, la sensile del Divizi il trentotto alla Prèvesa, e la generalizia colle due conserve dell'Orsino il sessanta alle Gerbe. Della prima e dell'ultime due, mai più novella: in somma tre perdute per sempre, e tre ricuperate. Quella del Vettori dopo un anno rimenata a Civitavecchia da Andrea Doria, quella del Divizi ripresa alla Capraja da Gentil Virginio dopo tre anni, e la generalizia dell'Orsini riconquistata dopo undici anni per mano di Ruggero degli Oddi alla battaglia di Lepanto.

NOTE:

[78] PETRUS BIZARUS, _Historia genuensis_, in-fol. Anversa, 1579, p. 425: «_Anno 1508 aliqui turcici myoparones sinum Lugusticum mirifice inquietarunt, et descensione in continentem facta, justa Dianum oppidum, duobus mille pass. a mari distans, haud pænitendam prædam abegerant.... Sed indigenarum viribus, male mulctatis hostibus, ut reprimerentur factum fuit._»

RAYNALDUS, an. 1508, n. 27.

[79] SENAREGA, _De rebus genuens._ S. R. I., XXIV, 600: «_Anno 1509 Mauri hac æstate admixti Turcis littus Romanum et mare Tuscum infestarunt: duæque biremes maurorum unam Pontificis triremem cæperunt, altera in fugam versa._»

BIZARUS cit., 426: «_Non procul ab Ostia iidem Piratæ alteram triremem pontificiam facili negotio intercepere.... alteram vero in fugam conjecerunt._»

GIUSTINIANI cit., 265, F.: «_Mori e Turchi rovinarono in quest'anno 1509 la navigazione et in spiaggia romana pigliarono una delle due galere dalla guardia del Papa, l'altra se ne fuggitte._»

RAYNALDUS, Anno 1508, n. 27 (per errore di anticipazione come avverte il Manzi): «_Id in anni sequentis æstatem 1509 referendum esse:_»

[21 dicembre 1509.]

VI. — Intanto i Veneziani, da ogni parte compressi, sdrucivano con tutto l'impeto della indignazione contro il duca di Ferrara: nemico più vicino, debole, ed odioso[80]. Avendogli già preso ed arso Comacchio, divisavano percuoterlo della stessa o peggior rovina dentro Ferrara, col concorso dell'esercito dalla parte di terra, e dell'armata di galere, di navi e di barche pel Po. E quantunque alcuni senatori volessero dissuadere la intramessa dei navigli nelle acque interne; e tra gli altri si dichiarasse contrario il capitano Angelo Trevisani, dicendo che per le molte fortificazioni piantate dal Duca sulle ripe del fiume, e per la magrezza delle acque non si poteva rimontarlo tanto addentro senza grave pericolo; nondimeno prevalendo negli altri l'opinione della propria possanza navale, e non avendo altrove come impiegarla, il Senato ordinò allo stesso Trevisano di eseguire gli ordini, e di assalire gli stati del Duca pel fiume con diciotto galere, sei navette, ed altri legni minori.

Il Trevisano venne nel Po per la bocca delle Fornaci; ed abbruciata Còrbola, predando il paese intorno, salì il fiume infino al Lagoscuro; e mandò oltre un grosso corpo di cavalleggieri, che per terra lo accompagnavano, a scorrere le campagne sulla riva sinistra dall'Occhiobello al Ficheruolo. Esso coll'armata, non potendo passare avanti, si fermò in mezzo al fiume dietro l'isoletta di qua della Polesella; luogo distante undici miglia da Ferrara, e molto acconcio a travagliarla; dove voleva aspettare l'esercito di terra che prosperamente procedeva da quella parte, ricuperata Montagnana, e quasi tutto il Polesine di Rovigo. Intanto allestiva il bisognevole ai vegnenti: gittava un ponte di barche per assicurare il passo ai fanti e ai cavalli, e con grandissima prestezza muniva le teste del ponte medesimo con due ridotti molto forti sulle opposte ripe del Po.

Erasi il Duca adoperato inutilmente ad impedire la costruzione e l'afforzamento del ponte: e di ciò esso, e i capitani suoi, e i Romani e i Francesi venutigli di soccorso, stavano in gran pensiero; parendo a ciascuno che la città di Ferrara non fosse in quel modo senza pericolo[81]. E chi un partito, chi un altro proponendo, finalmente gli stessi Ferraresi per la perizia loro dei luoghi e del fiume facilmente ponevano il modo di sgominare l'armata, il ponte, e i ridotti dei nemici: cose da principio sembrate difficilissime.