La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 1
Part 5
XVII. — Presa l'isola, si pensa subito a mantenere e a fortificare il castello della capitale: perciò un distaccamento di quindici galere, come dire buon numero di gente ai lavori; di ufficiali a dirigerli, di ciurme ad eseguirli, di soldati a difenderli. Duolmi non trovare nome di ingegnere; perchè essendo già da cinque lustri inventata la nuova maniera di fortificare, ed oltre alle due scuole del Sangallo e del Martini surta pur la scuola mista con Basilio e con Leonardo, come altrove ho detto e dirò, doveva naturalmente svolgersi l'arte medesima nella guerra viva, nell'assedio e nella difesa delle piazze, e nei loro risarcimenti. Indi si potrebbe forse dimostrare che le opere a cantoni di nuova maniera, le teste del ponte, e i tre rivellini fiancheggiati intorno al vecchio castello, tanto dalla parte dell'isola, che di terraferma, come si vedono delineati nelle carte del cinquecento e del seicento[51], sono stati primamente imbastiti di terra e di fascine nel 1502 dagli ingegneri che le armate di Venezia e di Roma in quel tempo non lasciavano mai di aver con loro in qualsivoglia spedizione. Dovevano probabilmente essere tra i Veneziani gli allievi Urbinati del Martini, dell'Amoroso, di Ciro; perchè il Senato dalla Romagna e dalla Marca traeva il nervo delle sue fanterie; e già sentivano della nuova maniera i primi Savorgnani, Girolamo Genga, e quel Basilio della Scola che era stato sopra l'artiglieria di Carlo VIII e dei Signori veneziani, e aveva poco anzi fatto modelli di fortezza in nuova forma[52]. Tra le genti di Roma dovevano essere ingegneri della scuola Sangallesca; perchè in quel tempo di tanta ricchezza e concorrenza di maestri si raunava in Roma attorno al Valentino per amore o per forza il fiore dei grandi artisti, come Antonio Giamberti, Leonardo da Vinci e i loro seguaci; per opera dei quali in questi tempi avevano a rafforzarsi con opera di nuova maniera il castello di Santangelo, le rocche di Nettuno e di Civitacastellana, e le due fortezze di Bologna e di Perugia. Qualcuno degli allievi di cotesti maestri deve aver diretto i nuovi lavori a Santamaura. Fia bene averlo notato per quei riscontri che col tempo e con altri documenti potranno venirci innanzi.
Finalmente dal contesto e dalle esplicite dichiarazioni del nostro Commissario, secondo la lettera diretta al Grammaestro, apertamente si rileva come tutti allora volevano dare al Turco e ai pirati; e come pur tutti si scusavano di non poterlo fare. Niuno taceva la necessità di spegnere l'incendio, questi lo diceva a quello, e ciascuno ne lasciava il carico all'altro. Il mondo sempre a un modo: ostacoli, impotenze, e scuse non mancano mai a chi ne cerca; e la buona volontà sempre di mezzo. Che dubbi? Tutti hanno ragione. E per tanta sovrabbondanza di ragioni in ogni tempo sono cresciuti, durano e dureranno i disordini.
NOTE:
[51] PIANTE, INCISIONI E SCULTURE, come alla nota 44.
[52] MARIN SANUDO, _Annali Veneti_, Mss. alla Marciana, I, 70, b.
BART. CARTARI, _Lettera al duca di Ferrara_. — CAMPORI, _Letter. Art._, p. 1.
LUIGI DA PORTO, _Lettere storiche_, 1.
[1503.]
XVIII. — Nel vero l'acquisto di Santamaura avrebbe potuto riscaldare le pratiche della lega, e dar campo al Grammaestro, almeno nell'anno seguente, di eseguire il suo divisamento: ciò era condurre l'armata del Papa, di Francia, di Venezia, e di Spagna a Costantinopoli, mentre Bajazet era impigliato ai confini estremi ed opposti del suo imperio nelle guerre cogli Ungheresi e co' Persiani. Poteasi a un tratto cessare dal cristianesimo la calamitosissima peste e il vituperosissimo servaggio. Ma Consalvo di Cordova allora allora rompeva la tregua e assaltava i Francesi, volendo cacciarli al tutto dal Regno; allora l'Italia da un capo all'altro andava sossopra, e allora volavano le famose mine contro il castello dell'Uovo, condotte secondo i principî del nostro Francesco di Giorgio Martini, ingegnere sanese; alle quali, checchè ne abbia altri congetturato[53], è impossibile assegnare lui stesso come direttore, perchè era già morto l'anno avanti del mese di gennajo, nella sua villetta della Volta a Fighille, come pur da venti anni sopra sicuri documenti il Milanesi ha dimostrato[54].
Bisogna tuttavia notare che delle mine al castello dell'Uovo nel 1503 si è fatto gran rumore di maraviglie e di scritture, perchè eseguite dagli stranieri, tuttochè non fossero altro che copie: al contrario tanto poco si è detto della prima mina originale, allumata quivi stesso in Napoli otto anni avanti contro Castelnovo da un italiano, che infino a jeri si dubitava dell'inventore e dell'esecutore. Sorte comune di tutti quasi i nostri successi domestici. Ma ora gli è tempo di mettere la cosa a certezza colla testimonianza dei contemporanei: essendo oramai evidente che la prima mina, condotta con principî tecnici, e di efficace operazione, e con pieno successo, brillò il venerdì ventisette novembre 1495 contro la cittadella o mastio di Castelnovo in Napoli, tenuto dai Francesi di Carlo VIII, ed assalito da Ferdinandino di Aragona, durante il breve risorgimento della sua Casa[55]. Certo altresì l'ingegnere nella persona del celebre Francesco di Giorgio Martini, scrittore di quell'importantissimo _Trattato di architettura civile e militare_ che fu pubblicato dal professor Carlo Promis. Il quale Martini più volte era stato richiesto dell'opera sua dai principi Aragonesi, e certamente nell'assedio di Castelnuovo serviva di ingegnere maggiore al giovane re Ferdinando, come ne fa fede lo Spannocchi, oratore dei Senesi in corte di Roma, per una lettera pubblicata dall'Angelucci[56]; e per lungo discorso il contemporaneo Vannoccio, ed altri[57]. Dunque il Narciso toscano del Giovio, celebre macchinatore di opere ammirabili, maestro di lavori sotterranei, che offerì l'opera sua al re Ferdinandino per espugnare Castelnovo di Napoli, fu senza dubbio il nostro Francesco[58]; il quale oltracciò nelle sue tavole lasciò disegni bellissimi delle mine, certamente finiti prima del cinquecento tre.
[18 agosto 1503.]
In mezzo ai rumori delle mine e delle armi, nazionali e straniere, morissi a' diciotto d'agosto papa Alessandro, precipitò Cesare Borgia, Giacopo d'Appiano riprese Piombino, tutti gli altri tornarono alle case loro: e per quel che riguarda i successi della nostra marina devo chiudere il primo libro dicendo che i Veneziani, costretti a fare la pace col Turco, seppero dare buon conto di Santamaura per ricuperare in cambio la Cefalonia che avevano perduta[59].
NOTE:
[53] CARLO PROMIS, _Architettura civile e militare di Francesco di Giorgio Martini_ con dissertazioni e note, in-4. Torino, 1841, II, 344, e segg.: _«A Francesco di Giorgio autori gravissimi rivendicarono le mine di Napoli del 1503.... Vannoccio Biringuccio.... Francesco de Marchi meglio istrutto nelle rettificazioni.... Girolamo Cardano.... il Folard. — E veramente in quell'anno 1503, benchè non esista alcun documento che lo indichi in Napoli, pure nessuno ve n'è che lo dica soggiornante altrove: rimane però la difficoltà che si fosse per allora allontanato da Siena, egli che contava ottant'anni di vita.»_
[54] CAV. GAETANO MILANESI, direttore dell'Archivio Mediceo in Firenze, _Documenti per la Storia dell'arte Sanese_, in-8. Siena, tip. Porri, 1854, II, 466, produce documenti del dì 9 febbrajo e del 5 marzo 1502, nei quali i giudici e notaj di Siena parlano della vedova e dei pupilli _«Magistri Francisci Georgii.... olim magistri Francisci Georgii pictoris et magistri ingegneris de Senis.»_
CARLO PINI, _La Scrittura degli artisti italiani riprodotta con la fotografia_, in-4. Firenze, 1870. Dispensa quinta. Autografo di Francesco di Giorgio e notizie della sua vita: _«Nato in Siena addì 23 settembre 1439.... morto nel mese di gennaio 1502.»_ Dunque di anni sessantadue, e non ottanta di vita.
[55] SILVESTRO GUARINO, _Diario napoletano_, ex. ap. PELLICCIA, _Raccolte di Cronache e Diari napol._, I, 223: «_A dì 27 novembre 1495, de venerdì, ad ore 23 la cittadella del Castello fo pigliata, perchè ce erano state fatte chiù tagliate nella fabrica e fosso, con fascine e polvere de bombarde, in modo che tutta cascao insieme._»
[56] M. ANTONIO SPANNOCCHI, Lettera data da Roma addì 7 dicembre 1495, accennata nelle note del Vasari, ediz. Le Monnier, IV, 206, e pubblicata dall'ANGELUCCI, _Ricordi e documenti di Uomini e trovati italiani_, in-8. Torino, 1866, p. 14: «_D'intorno al Castello è il nostro M. Francesco di Giorgio, et con cave ed altre materie non attende che a stregnerlo di modo che in brevissimi giorni, o per amore o per forza, si existima sarà del Re, chè sotto con cave, et di fuora le bombarde, assai l'hanno offeso._»
[57] VANNOCCIO BIRINGUCCI, _La Pirotecnia_. Venezia, 1540, lib. X, cap. IV: «_Fu il primo inventore (delle mine) Francesco di Giorgio.... ancorchè tal gloria si desse e dia da chi non lo sa (come io) al capitan Pietro Navarra.... advenendo in questo, come sempre adviene, che la fama delle cose grandi è data alli più degni. Ma l'inventor vero, come v'ho detto, ne fu il sopradetto Francesco, il quale con grande stipendio per le sue virtù stava in Napoli in quelli tempi che il re di Spagna lo tolse dalle mani del re di Francia.... Fece tre di queste mine et con polvere; a un tratto, quando tempo li parve, offese sotto la cappella della chiesa del Castello._» Intendi Nuovo, del quale parla, non dell'Uovo.
[58] PAULUS JOVIUS, _Historiar._, lib. III, 92.
[59] BEMBO cit., lib. VIII. — PIETRO GIUSTINIANI cit., lib. X. — GUICCIARDINI cit., lib. VI.
DE HAMMER cit., VII, 138: «_La principal condizione della pace era la restituzione di S. Maura, ritenendo in cambio i Veneziani Cefalonia._» e p. 264: «_Aloisio Segundino, segretario di Venezia, mandato alla Porta per la pace, con istruzioni del 20 luglio 1503._»
LIBRO SECONDO.
Capitano Baldassarre da Biassa, gentiluomo genovese. [1503-1513.]
SOMMARIO DEI CAPITOLI.
I. — Giulio II, e i suoi capitani di mare. — Baldassarre, Giovanni e Antonio da Biassa (novembre 1503).
II. — Disegni di Giulio e accentramento. — Il sistema feudale, i baroni, e le città libere. — Mossa contro i Bentivogli e i Baglioni. — Le due fortezze di Bramante e del Sangallo (1506).
III. — Le città di Romagna in mano ai Veneziani. — Ingegneri e capitani di papa Giulio (1507). — Gita a Civitavecchia per la pietra angolare della fortezza (dicembre 1508). — Propositi colà coll'Ambasciatore veneziano.
IV. — Costruzione di sei galere in Ancona. — Capitani anconitani. — Breve di Giulio (15 gennaio 1509). — Altro Breve, e termine della costruzione nell'anno medesimo.
V. — Mosse e intendimenti diversi degli alleati di Cambrè (giugno 1509). — Molestie dei pirati nella Liguria. — Ruine nel Tirreno. — Una delle nostre galèe presa dai pirati (agosto 1509). — Trofei di bandiere in Africa. — La sorte delle sei galere perdute.
VI. — La guerra di Ferrara. — L'armata navale dei Veneziani sul Po. — Ponte di barche e ridotti alle due teste. — Scorrerie nel ducato, e pericolo di Ferrara (21 dicem. 1509). — Provvisioni del duca e batterie coperte dietro gli argini.
VII. — Si apre il fuoco la mattina (22 dicembre 1509). — Rotta dell'armata veneziana. — Acquisto di quindici galèe e di altri legni e prigioni. — Il ritorno militare, e i palischermi.
VIII. — I Veneziani chiedono la pace. — Capitoli e convenzioni sulla libertà del mare (20 febbrajo 1510).
IX. — Rottura coi Francesi. — Fatti d'arme in Lombardia e alla Mirandola. — Condizioni di Genova sotto i Francesi. — Giulio move l'armi per cacciarli (giugno 1510).
X. — Armamenti e fuorusciti in Civitavecchia. — Sei galèe romane, e diciassette veneziane. — I nostri bloccano Genova. — Le Caracche. — Posizioni del blocco (luglio 1510).
XI. — Ordinanza del capitano Piergianni per rompere il blocco. — Giuoco delle barche armate e dei legami. — Ritirata dei nostri. — L'arte antica e i suoi pregi. — La tattica secondo gli emergenti. — Vantaggi degli assalitori. — Discapito di chi non può muovere in ordine di battaglia.
XII. — Le artiglierie usate in queste fazioni (luglio 1510). — Origine del cannone, e perchè chiamato Pezzo. — Nomi arbitrarî delle artiglierie nei primi tempi. — Forme e composti diversi, ed a più canne. — Magnificenza degli ornati. — Criterio logico del nuovo ordinamento a multipli. — I tre generi, e le specie subalterne delle artiglierie.
XIII. — Ritorno e armamento maggiore sopra Genova. — Rassegna alla foce del Tevere. — Donativo. — Giulio s'imbarca ad Ostia, scende in Civitavecchia, e va in Lombardia. — Le due armate a Portovenere. — Combattimento sotto vela su due linee parallele. — Ardimento di Giano Fregosi. — Ritirata (settembre 1510). — Genova caccia i Francesi.
XIV. — Capitoli col capitan Giovanni da Biassa per la guardia del mare contro i pirati (15 settembre 1511).
XV. — Considerazioni sui capitoli. — Forza delle galèe e dei brigantini. — Soldi, razioni, specchio.
XVI. — Tassa del due per cento. — Servigio di guerra, di dogana, e di polizia. — Freno alle rappresaglie. — Metodo per duplicare la forza dell'armamento. — Rifacimento dei danni. — Proibizione dei noli. — Amici e nemici. — Malfattori al remo. — Missioni straordinarie.
XVII. — Concilio di Laterano. — Richieste dei padri, e trattati di lega contro i Turchi. — Documento (3 maggio 1512). — Apparecchi per la spedizione. — Morte di papa Giulio (21 febbraio 1513). — Fine del Biassa.
LIBRO SECONDO.
CAPITANO BALDASSARRE DA BIASSA,
GENTILUOMO GENOVESE.
[1503-1513.]
[Novembre 1503.]
I. — Morto papa Alessandro Borgia, e in men d'un mese andatogli appresso Pio III dei Piccolomini, salì al supremo seggio nel primo giorno di novembre dell'anno medesimo il cardinal Giuliano della Rovere, nipote di Sisto IV, e vescovo Ostiense, che si fece chiamare Giulio II. Più volte nei libri precedenti ho parlato di lui: e senza ripetere a sazietà ciò che tutti sanno, mi terrò ora contento a considerare l'applicazione del marzial suo genio alle cose del mare.
Fin dal principio chiamò capitano dell'armata navale, ed intimo consigliere nelle marittime bisogne, Baldassarre da Biassa, prode uomo, di antica famiglia genovese, della quale ora non resta discendenza; ma soltanto nella riviera occidentale della Spezia, tra Marinasco e Pegazzano, il castello di originaria pertinenza chiamato Biassa; e nel blasone ligure presso a quel nome resta lo stemma segnato con un lione rampante in campo d'azzurro, sotto corona di marchese. Baldassarre, veterano della naval milizia, affine dei Fregosi, discendente di valorosi marini, e benemerito del cardinal Giuliano della Rovere per averlo trafugato da Ostia a Savona, quando pericolosi frullavano i risentimenti borgiani, fu da lui medesimo (divenuto papa) largamente riconosciuto e nominato capitano del mare[60]. Modesto titolo, che in quei tempi scusava i più sonanti dei moderni ammiragli, e portava pari grandezza e maggiore autorità. Il capitano del mare, comandante supremo, nominava e toglieva gli ufficiali, faceva giustizia, a niuno cedeva eccetto al sovrano, e intorno alla sua persona adunava cinquanta o sessanta gentiluomini o capitani veterani, che formavano la sua casa militare. Insieme con questi mettete Giovanni, figlio e successore di Baldassarre, come vedremo[61]; metteteci Antonio della stessa famiglia[62]; e poi Lorenzo degli Egidi, gentiluomo civitavecchiese[63]; e tre nobili anconitani, Gabrio Bonarelli, Galeazzo Fanelli, Melchiorre Acquieri[64]; e i due Mutini, Lorenzo e Girolamo[65]; e avrete in compendio, secondo il tempo, lo stato maggiore della marina.
Con questi campioni papa Giulio si andava preparando alle imprese già di lunga mano meditate, infino a tanto che duravano i fastidî continui dei segni e contrassegni per ricuperare le rôcche del Valentino; e più anche i fastidî delle guerre ancor vive tra Francesi e Spagnoli nel Regno. Col suo da Biassa, ora sulle galèe, ora sul bucintoro, navigava all'occasione pel Tevere e pel Tirreno ad Ostia e a Civitavecchia: mirava a Genova, attendeva il tempo opportuno, e faceva grande assegnamento sulla marina per venire a capo dei suoi divisamenti. Il Bembo, solenne conoscitore del Papa e delle sue tendenze, con un solo tratto di penna e da gran maestro scolpisce uno dei principali caratteri dell'animo di lui, non avvertito da altri: ciò è dire che l'unico diletto di Giulio, per riposo di stanchezza, era spaziare sur una barca pel mare[66]. Paride de Grassi, prefetto delle cirimonie, non ha omesso alcune volte di registrarne le navigazioni, specialmente quando si terminavano sul Tevere alla basilica di san Paolo, e gli andavano all'incontro i Cardinali[67].
NOTE:
[60] UBERTUS FOLIETTA, _Clarorum Ligurum elogia_, ap. BURMANN _in Thesaur._ I, i, 816: «_Balthassar de Biassia complures annos, magna cum rerum gestarum gloria, sub Julio II meruit, summæ navalium rerum præfectus; quem Ioannes filius, duarum triremium dominus, æmulatus est._»
GUICCIARDINI, _Stor._, lib. X, ediz. di Ginevra, in-4. 1645, p. 594: «_Papa Giulio aveva fatto venire da Civitavecchia il Biascia, capitano delle sue galere._»
FEDERICI, _Abecedario delle famiglie nobili di Genova._ Mss. consultato per favore dal ch. cav. Cornelio Desimoni.
DIVERSORUM, _Codice dell'Arch. Genovese._ Nominato: «_Pellegrino da Blasia custode della darsena circa il 1432._»
[61] BARTHOL. SENAREGA, _De reb. genuen._, S. R. I, XXIV, 602, c: «_Triremis pontificia, cui Joannes Blaxia, præerat._»
DOCUMENTO qui appresso, cap. XIV: «_Johannes de Blaxia, nobilis januensis, præfectus et capitaneus generalis classis, S. R. E._»
AGOSTINO GIUSTINIANI, _Annali di Genova_, in-4, 1537, p. 266, M: «_Et una galera del Papa, capitano Giovanni di Biassia._»
[62] GIUSTINIANI cit., p. 272, Q: «_Et due gallere del Papa, le quali comandava Antonio de Biassia della Spezza._»
[63] JULII II, _Introitus et Exitus Camer. Aplcæ. ann._ 1507-8. — ARCH. SECR. VAT., codice segnato C, 1664, p. 214: «_Die trigesimo primo augusti ducatos sexcentum auri de Camera magnifico domino Laurentio de Ægidiis, capitaneo triremium ad stipendia S. D. N., pro sua provisione duorum mensium._»
ITEM, C. 1666, p. 146: «_Die secundo decembris magnifico Laurentio de Ægidiis, capitaneo triremium, ducatos 900, pro ejus provisione trium mensium._»
ARCHIVIO Municipale di Civitavecchia. V. Indice, voce _Egidi_.
[64] JULII PP. II, _brevia Anconitanis_, V. appresso nota 15, e 18.
[65] JULII PP. II, _Introitus et Exitus_ cit, Codice segnato C, 1666, p. 166: «_Prima die Martii Laurentio Mutino, cap. triremium SSmi D. N. pro ejus provisione duorum mensium ducatos 600._»
CATASTO _ad Sancta Sanctorum_. MSS. p. 203, anno 1510: «_Hyeronimus Mutinus capitaneus trium remium, pro quo solvit Hyeronymus de Picchis florenos quinquaginta pro anniversario animæ ejus, sepultus in Ecclesia S. Augustini._»
GALLETTI, _Inscript. Rom._, Class. X, n. 7: «_Laurentio Mutino.... in eamdem triremium præfecturam ab Julio II suffecto._»
[66] BEMBUS, _Histor._ cit., 261: «_Julius tranquillo mari navicula exhilaratus, qua una ille re magnopere delectabatur._»
[1506.]
II. — L'ardente animo di papa Giulio, in quelle traversate, grandiosi e forti disegni mulinava: ed anzi tutto ricuperare gli stati della Chiesa romana, sbrattare dalle grandi città gli ostinati ribelli, e ridurre le provincie a più stretto legame colla capitale.
Ciò che Cesare Borgia aveva principiato con frode ed a privato vantaggio, voleva Giulio alla scoperta e per pubblico beneficio compiere. Trent'anni di cardinalato, e lunga esperienza nei grandi affari veduti, uditi, e trattati, davangli convincimento di giustizia nelle sue intenzioni: e per la dignità dello Stato, e per la quiete de' popoli, pensava non dover più oltre tollerare l'oltracotanza dei baroni. Allora gli Estensi di Ferrara, i Bentivogli di Bologna, gli Ordelaffi di Forlì, i Manfredi di Faenza, i Riari di Cesena, i Malatesta di Rimini, gli Sforzeschi di Pesaro, gli Uffreducci di Fermo, i Varani di Camerino, i Vitelli di Castello, i Baglioni di Perugia, i Feltreschi di Urbino, i Colonnesi, gli Orsini, i Conti, i Savelli, i Gaetani, i Capizzucchi, i Cesarini, i Farnesi per tutta la campagna romana, erano in continui tafferugli tra loro e cogli altri, a pubblico danno. Principati, ducati, baronie, repubbliche, comuni, quel che volete: ma sempre più o meno dipendenti da Roma, sempre attenenti a quello Stato che era venuto nel dominio dei Pontefici. Errore sofistico sarebbe chiamare assolutamente indipendenti le predette o qualunque altra città o provincia dal Tronto al Po, e dall'Argentaro al Circèo: errore il non volerle comprese nel dominio della storia pontificia. Impossibile distruggere il fatto, in quanto tale. Sarebbe pure ingiustizia chiamare indistintamente tiranni tutti i baroni o cittadini che vi dominavano. La maggior parte non erano tali di origine, avendo ricevuto dagli stessi Pontefici dei tempi passati le investiture a titolo di feudo o di vicariato; e spesso la condotta militare, includente la ricognizione baronale e il consentimento dei popoli, donde traevano le milizie: e in quanto al modo del governare, essi procedevano come gli altri principi maggiori e minori del tempo loro. Ma il sistema feudale aveva ormai finito il corso, e doveva dar luogo alle esagerazioni del biasimo, seguace perpetuo d'ogni forma dismessa: doveva esser seguìto dalla monarchia assoluta, di che Ferdinando spagnuolo aveva fatto piantare il primo tipo nel Regno per mezzo di Consalvo; tipo perfezionato dappoi per gli studî di Carlo V in ogni altra parte del vecchio e del nuovo mondo.
I tempi dunque volgevano propizî ai disegni di Giulio: il quale come ebbe veduto quietare le armi di Francia e di Spagna, mosse da Roma per l'impresa di Perugia e di Bologna, contro ai Baglioni e ai Bentivogli. Occupò fortemente le due città, riformò lo stato, e fece disegnare due fortezze per mantenerlo. Alla Bolognese, presso porta Galliera, pensò il Bramante, che ne fece il disegno, e ne commise l'esecuzione a Giulian Leno, architetto romano, suo domestico ed erede[68]. Se ne ignora la forma: ma deve essere stata solamente imbastita di fascine e di terra, perchè non guari dopo i Bolognesi la distrussero in due giorni.
Per la fortezza di Perugia fu chiamato da Arezzo Antonio, il vecchio, da Sangallo, ingegnere militare dei Fiorentini; il quale sull'altipiano rimpetto alla cattedrale, alla piazza, e al corso, molto acconciamente pel sito di quei dirupi, disegnò la pianta secondo le regole dell'arte nuova, già da lui stesso osservate in Roma, in Nettuno, e in Civitacastellana. Secondo il primitivo disegno del primo Antonio la rôcca fu condotta a compimento dal secondo Antonio, detto il giovane, nel pontificato di Paolo III[69]. I cartoni dell'uno e dell'altro, che ho visti nella Galleria di Firenze, potranno supplire alle memorie del tempo futuro: perchè la fortezza dopo il 1860 è stata totalmente disfatta e rasata. Antonio il giovane prese nome più dello zio, come questi superò la fama del fratello, perchè l'uno e l'altro vissero più tempo dopo Giuliano, quando l'arte della fortificazione, per tante occasioni propizie, e per tanti ingegni eccellentissimi, ogni giorno progrediva; ma quanto al merito dell'invenzione, Giuliano è stato e sarà sempre il maestro del fratello e dei nipoti e di quanti altri vennero dappoi.
NOTE:
[67] PARIS DE GRASSIS, _Diar. Cærem._, Mss. Bibliot. Casanat., XX, III, 3, 4, 5. Tom. primo, ad diem XVIII octobris, MDV: «_SSmus D. N. ivit.... ad Civitatem veterem et Ostiam, tandem hodie decimaoctava octobris, quæ est dies sancti Lucæ, rediit ad Urbem per flumen Tyberis usque ad s. Paulum, ubi discendens ex navi obviaverunt ei duo reverendissimi domini Cardinales._»
IDEM, Mense augusti et novembris MDVII.
IDEM, Mense decembris, die XVII, MDVIII.