La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 1
Part 4
Fra le sette isole possedute lungamente dai Veneziani, che non ha guari formavano stato indipendente sotto la protezione dell'Inghilterra, ed ora stanno insieme col regno di Grecia, non ultima di grandezza e di popolazione avvisiamo l'isola di Santamaura, chiamata altresì Leucade; e specialmente ricordata nelle storie pel salto che dicono quindi abbia fatto da una rupe nel mare la poetessa Saffo, tradita dal giovanetto Faone: salto che per lungo tempo a gara ripetevano gli amanti disperati della Grecia e di Roma, pensandosi di spegner pure nella scossa repentina delle gelide acque il fuoco ardente della passione. L'isola si prolunga da presso alle coste dell'Epiro, proprio rimpetto alla provincia dell'Acarnania; non essendovi di mezzo altro che un canale di dieci miglia, angusto altrettanto che lungo, e nella estremità superiore verso borea tanto sottile, da farci supporre che nei secoli più remoti sia stata congiunta da quella parte l'isola al continente. Ma nel tempo della nostra impresa, come al presente, essa era ed è circondata per ogni lato dal mare, quantunque nella parte più ristretta, sopra bassi fondi, ed a cavaliere di alcune isolette o scogli vi sia stato gittato un ponte che sbarra il canale, mette l'isola in comunicazione colla terraferma, e mena di fronte alla metropoli, donde tutta l'istessa isola piglia il nome. Questa città così posta, e con buoni sorgitori attorno, è stata sempre piazza di molta importanza per chiunque guerreggia nello Jonio, e più o meno fortificata secondo i tempi. Nel principio del secolo decimosesto ell'era ricinta in giro di grossa e buona muraglia, fiancheggiata da massicci torrioni, munita di molta artiglieria, e maggiormente assicurata da un castello di pianta quadrilunga, protetto da cinque grandi torri rotonde, e da quattro piccole torri quadrate. Intorno alle scarpate della piazza e del castello fossi profondissimi, allagati dal mare; e aperto alle spalle sur una penisola il borgo, abitato da pescatori e da povera gente[44].
NOTE:
[43] JACOMO BOSIO, _Storia dei Cavalieri gerosolimitani_, in-fol. Roma, 1602, II, 560. Seconda edizione riveduta ed ampliata.
FRANCESCO FERRETTI, _La pietra di paragone della vera nobiltà_, in-4. Ancona, 1685, p. 135.
GIULIANO SARACINI, _Notizie storiche della città di Ancona_, in-fol. Roma, 1675, p. 506.
[44] P. VINCENZO CORONELLI, cosmografo della repubblica di Venezia, _Atlante Veneto_, in-fol. magn., 1690, II, 27. _«Isola e fortezza di Santamaura, dedicata al N. U. Matteo Sanudo, procur. di san Marco.»_
IDEM, _Città, fortezze, isole e porti principali d'Europa_, in-fol. Venezia, 1689, tav. 155: _«Fortezze della Prevesa e Santamaura.»_ — T. II, 238: _«Forte di Santamaura»_, e tav. 260, _«Santamaura.»_
TOMMASO PORCACCHI, _Le isole famose del mondo descritte_, in-4. figur., Venezia, 1604, p. 75.
ANONIMO, _Isole, fortezze e terre famose_, in-8. bislungo figurato. Venezia, senza l'anno. Bibl. Casanat., Oa, XIII, 3, p. 33, 34, 36.
NICHOLAS BELLIN, _Atlas maritime_, in-4. figur. Parigi, 1764, IV, 116.
CAP. W. H. SMITH, _Jonian Sea, Santamaura Surveyed, an. 1825._ — Carte dell'ammiragliato britannico: _«The strong castle of Santamaura.»_
BASSORILIEVO in Venezia, Chiesa di santa Maria gloriosa dei Frari; sulla base del monumento, scolpito da Lorenzo Bregno e da Baccio di Montelupo alla memoria del generale Benedetto Cappello, vedesi il prospetto della fortezza di Santamaura.
[23 agosto 1502.]
XII. — Volendo pertanto il General veneziano, e il Commissario nostro, da ogni lato circondare la piazza, dove per l'abbarramento del ponte non potevano spiegare in giro l'armata, fermarono di procedere con due divisioni convergenti da un lato e dall'altro al medesimo punto obbiettivo: sì che la divisione romana colla prua a borea per didentro, fin dove è più angusto il canale tra il continente e l'isola, tagliasse le comunicazioni colla terraferma, e togliesse ogni via di sortita e di soccorso al presidio: allo incontro la divisione veneziana, per di fuori a largo mare, fino al porto di Demata, investisse la piazza e battessela dall'altra banda.
Era il ventitrè d'agosto, e il Commissario nostro colle dodici galere romane, favorito dai venti australi, infilava rapidamente tra la terraferma e l'isola; oltrepassava lo Scorpione, il Drepano, la punta delle Torrette, il forte Sangiorgio; ed entrava nel grande stagno presso la estremità del canale, dove si tenevano in posta dodici galeotte di pirati. Costoro, già sugli avvisi, speravano poter cogliere l'armata nostra sprovveduta, o almeno conquidere i legni ad uno ad uno, come venissero a sfilare dall'angusto passaggio. Ma i Romani altrettanto animosi che guardinghi, sempre col piombino in acqua, tenendosi stretti tra loro in due linee di fronte, al primo comparire dei nemici, poggiarono tutti insieme sopra di loro, arrancando con tale impeto, e fulminando con tanta furia di cannonate, che tutte le galeotte volsero in fuga alla spiaggia; e i pirati gittandosi a guazzo fuggirono, lasciando i dodici legni abbandonati in potere dei vincitori[45].
Non per questo i nostri marini indugiarono punto in festa o in bottino: anzi provvidamente seguirono la vittoria. E poichè niuno più poteva togliere dalle loro mani la preda, tirarono innanzi, ruppero il ponte, appostarono quattro galèe alla terraferma per impedire i soccorsi; e sbarcando sull'isola un migliajo di fanti, investirono la piazza dal lato meridionale, e occuparono il borgo. La sera dello stesso giorno, coperti dalle case, ponevano l'alloggiamento vicino al castello, e ne tagliavano l'acquedotto. Prosperi successi per terra e per mare dove è accertata la direzione.
NOTE:
[45] RAYNALDUS cit., 1502, n. 21.
PETRI BEMBI, _Rerum venetarum historiæ_, lib. VI, in-4. Venezia, 1718, p. 212.
GUICCIARDINI, _Storia d'Italia_, in-fol. Venezia, 1738, p. 404.
BOSIO cit., II, 561.
DE HAMMER, _Storia dell'impero osmano_, versione ital., in-16. Venezia, Antonelli, 1828, VII, 135: _«La flotta papale di venti galere, e la veneziana assediarono e conquistarono S. Maura.... Gli storici osmani passano perfino sotto silenzio la detta conquista.»_ Però anche il De Hammer procede confuso colle persone, coi luoghi e co' tempi, cose d'altronde chiarissime pei documenti che qui si citano.
[29 agosto 1502.]
XIII. — Il Generale dei Veneziani, che doveva dall'opposta banda consentire all'assalto improvviso, giunse coi venti australi in capo all'isola, fino alle piagge dei Pineti; ma non potè orzare tanto da accostarsi alla piazza: però in tutto quel giorno fu costretto tenersi largo sulle volte. Ma la dimane, favorito dalla brezza notturna, sbarcò la fanteria con alcuni pezzi di grosso calibro, e prese a battere in breccia il castello. Quindi da ogni parte più e più vigorosa l'oppugnazione. Quei di dentro, quattrocento assappi, cento giannizzeri, e duemila terrazzani, quasi tutti pirati, disperatamente rispondevano all'urto e alle percosse sempre più incalzanti dei Cristiani. E dalla parte dell'Epiro, affacciatosi il soccorso di mille cavalli con qualche nervo di fanti, spediti dal governatore di terraferma, furono talmente più volte frustati e rifrustati a metraglia dalle quattro galere romane, che gran ventura ebbero di potersi salvare con disperatissima fuga, e di non farsi più rivedere alla testa del ponte.
Questa cacciata abbassò l'orgoglio del presidio, composto di gente riottosa e discorde. I quali vedendo di non potersi a lungo sostenere, e sfiduciati omai del soccorso, dopo sette giorni di batteria, e già aperta la breccia, uscirono tumultuariamente sulla porta per trattare la capitolazione: chiedevano salva la vita e le sostanze di tutti, dappoichè la piazza e il castello più salvare non potevano. Nondimeno in quella che i capitani delle due parti dibattevano la forma dei capitoli, volendo specialmente il Generale veneziano ricevere a giusti patti i soldati regolari del presidio, e lasciare fuori della legge a sua discrezione i pirati; costoro, infelloniti quasi più contro i compagni che contro i nemici, presero ad altercare, mostrandosi pronti ad ogni eccesso. Pensate le milizie borgiane e marcoline se potevano tollerare in sul viso minacce e millanterie di pirati! Al primo lampo d'indignazione sprizzato dalla mano d'un fante incollerito, tutti gli altri dettero dentro, sforzarono il passo, ed ebbero di presente la terra e il castello. Così addì ventinove d'agosto venne in poter dei Cristiani la fortezza di Santamaura, dove il nostro Commissario scioglieva le catene a gran numero d'infelici pugliesi, siciliani e calabresi che gemevano in dura schiavitù; e il Generale veneziano di presente faceva appiccare ai merli per la gola o tagliare a pezzi i più tristi pirati di quel luogo; tra i quali l'istesso Camalì Aichio, detto dai Turchi Kamàl-raìs[46]. Tal sia del primo.
[15 Settembre 1502.]
XIV. — Jacopo il commissario, scrivendo al cardinal Legato in Rodi, narra distesamente questi successi: e perchè nella lettera si contengono particolari importanti alla marineria, io non posso nè devo lasciare di riprodurla qui per esteso, come si legge nelle colonne del Bosio: avvertendo però che Sopraccomito era il titolo che si dava al comandante di un naviglio, quando non si diceva Capitano se non di squadra, o di armata. I Veneziani, più d'ogni altro tenaci, ne hanno mantenuto l'uso, anche nel secolo decimosesto. La voce è formata da Comito, primo ufficiale della marinaresca, e da Sopra in significato di eccellenza, come dire superiore degli ufficiali e genti di una galèa o nave. La voce Ammiraglio, derivata dall'arabo _Al-Emir_, principe dell'armata navale, fecesi nostrana al tempo delle Crociate, colle varianti di Almirante, Almiraglio, ed Armiraglio, che si leggono nei secoli decimoterzo e decimoquarto: ma nel decimosesto niuno dei grandi in Italia ha avuto questo titolo, nè anche Andrea Doria; e il grado supremo esprimevasi col dire Capitan generale. Anzi in Venezia la voce Ammiraglio era venuta tanto giù da non significare altro se non il primo Nostromo dell'armata, o del porto, dell'arsenale[47]. Ecco la lettera[48]:
«Reverendissimo ecc. Hier sera che fu a' quattordici del presente ritornò Francesco Cintio anconitano sopraccomito a salvamento con la galera pontificia, e bacio le mani alla S. V. R.ma de' favori e delle cortesie usategli. V. S. è prudentissima et haverà molto bene compreso quanto grande sia il buon animo di Sua Santità, e quanto ella sia stata defraudata delle speranze, delle promesse, e della fede datale dalli potentati cristiani, che unitamente contro le cose turchesche intervenir dovevano. Questo procede, Reverendissimo Signore, dalle differenze nate tra loro, onde non può la Santità Sua adempiere ciò che a V. S. R.ma significato haveva, in far concorrere et intervenire i potentati suddetti, e tutti i fedeli popoli cristiani a questa santa speditione. Ma poichè contro ogni speranza restano le cose dei Cristiani così fredde et addormentate, come V. S. R.ma può molto bene comprendere; e che Sua Beatitudine resta con infinito dispiacere e rammarico di non poter adempire l'ardentissimo suo desiderio in reprimere le forze di questi cani turchi, non vedo io in ciò altro rimedio che pregare la divina clemenza, alla quale ogni creatura è sottoposta, che si degni illuminare le menti e muovere i cuori dei Principi cristiani.
»Delle galèe apostoliche io non ne ho ricevute se non tredici; e siamo già si può dire nel verno: nè tengo speranza alcuna delle altre che mancano al compimento delle venti. Le tredici sono stipendiate solamente per quattro mesi, che spirano per tutto ottobre; nè a me sarebbe lecito preterire i limiti et il termine statuitomi da Sua Santità, senza altro suo espresso comandamento.
»L'armata di Francia non è venuta: e si crede che, per le differenze nate tra lui et il re di Spagna per conto del regno di Napoli, non verrà altrimenti. Le quattro galere del capitan Prejanni francese[49] sono partite tredici giorni sono da Santamaura, per andare al soccorso del re di Francia; essendosi il detto Capitano partito subito che intese che i Francesi erano in arme contro Spagnoli nel detto regno di Napoli.
»L'armata veneziana, ed io con essa, fummo ai ventitrè del passato a Santamaura, nido di corsali turchi[50], che facevano mille danni: e con l'ajuto di Dio ai ventinove del medesimo pigliammo la terra et il castello con seicento Turchi, e molte femine et fanciulli. Il magnifico Generale fece tagliare a pezzi i corsali, facendo prigioni i giannizzeri ed altri soldati. Abbiamo liberati molti Cristiani schiavi.
»Questa felice vittoria in gran parte attribuir si deve all'armata apostolica, la quale era dalla banda dove erano più di mille cavalli turchi ben armati con buon numero d'infanteria turchesca, che più volte tentarono di soccorrere Santamaura; e con le nostre artiglierie pontificie glielo abbiamo proibito, con morte di molti di loro.
»E perchè il magnifico Generale ha risoluto di fortificare il castello di Santamaura, non si potrà assentare di qua; anzi sarà necessario (dopo che avrà fatto le debite provvisioni), che lasci qui da quindici galere per ajutare la fabbrica e la fortificatione. Onde V. S. R.ma può considerare che egli rimarrà con poche galere: e conseguentemente la S. V. R.ma resta defraudata delle promesse e della fede datale, e della speranza di vedere unite insieme e di comandare alle galere del Papa, del re di Francia, e di questa repubblica veneziana. Oltrechè noi non siamo in tale stato da fare l'onorata et utile impresa, alla quale V. S. R.ma proposto havea di condurci. Resta solamente che Ella si degni accettare il mio buon animo; e che mi favorisca di farne fede alla Santità di Nostro Signore con sue lettere.
«Dall'isola di Santamaura, nella galera capitana del Sommo Pontefice, a' 15 settembre 1502. — Giacopo da Pesaro, Com.º»
NOTE:
[46] SANUDO, _Diarî citati_, mss. alla Marciana, IV, p. 108,109: _«Li Janissari si arresero, ma i Asapi non vollero; e per questo tutti fece tagliar a pezzi, e apichar.»_
ANONYMO, _Histoire de Pierre d'Aubusson grand Maître des chevaliers de Rhodes_, mss. Casanat., X, VIII, 30, p. 463, 465.
PETRUS JUSTINIANUS, _Historia Venet._, lib. X, in-fol. Argentina, 1611, p. 211.
GABRIELIS MAURI, _Oratio in funere Benedicti Pisauri ad Ducem senatumque Reipub. Venetæ_, ext. ap. LUNIG, _Orationes procerum Europæ_, in-12. Lipsia, 1713, p. 182.
CICOGNA, _Iscrizioni Veneziane_, in-4. 1830, III, 269. Sulla tomba di Benedetto Pesaro: _«Leucade . Expugnata . Aichio . Sævissimo . Pirata . Interfecto.»_
DE HAMMER cit., X, 444.
[47] MALIPIERO, _Annali Veneti_ cit., VII, ii, 624.
PARDESSUS, _Collection des Lois maritimes de tous les peuples_, V, 70, 72, etc.
P. A. G., _Marcantonio Colonna_, p. 197.
[48] GIACOPO PESARO, commissario sull'armata del Sommo Pontefice, al Rev.mo signor cardinale di sant'Adriano legato dell'armata cristiana in Oriente contro i Turchi. — Lettera data dall'isola di Santamaura nella galera capitana del Sommo Pontefice ai 15 settembre 1502. — BOSIO cit., II, 561.
[49] Questi è il _Prejeant de Bidoux_, del quale si è detto alla nota 41, e vedi l'Indice pel resto: chè nei fatti di Santamaura non fece altro che una breve comparsa.
[50] Qui dal contesto si intende pirati, come torna alla p. 49.
[Ottobre 1502.]
XV. — Non mi crederei di avere pienamente soddisfatto al mio debito, se pei fatti ora narrati, e pei documenti prodotti non venissi alle conseguenze, onde il magisterio della storia discende alla pratica utilità. Però devo segnalare la tattica dei nostri antichi marini: i quali senza gran fatto smarrirsi nelle astruserie dell'analisi, come oggi dicono della scienza, risolvevano a colpo sicuro i più ardui problemi della milizia navale, e non fallivano alla meta.
Eccoli pigliare guerra offensiva contro i Turchi sul mare; e primamente volgere tutte le forze contro l'armata nemica per isbrattarla dal campo, senza pensare sul principio nè ad isole nè a castelli. Questa è semplicissima teoria, e di gran momento: tuttochè non sempre osservata da altri. Col nemico vicino e grosso, le isole non si pigliano; ma in quella vece si toccano le busse a doppio tra terra e mare: essendo impossibile tentare piazza ben difesa e non patire avaria nell'armamento e perdita nella gente, intanto che il navilio del nemico resta intatto, e può sempre a suo vantaggio piombare improvvisamente e opprimerti lacero e stanco.
Dunque gli antichi coi fatti e colle parole dicevano: prima di tutto cerca l'armata nemica, e sfidala a battaglia. Se accetta, devi contare di averla vinta, posto che tu imprenda a ragione guerra offensiva con forze sufficienti. Se il nemico non accetta, suo peggio: chè dovrà tenersi vituperato agli occhi propri ed altrui, con quell'effetto morale di abbattimento, che pareggia e talvolta supera una disfatta. Nell'uno e nell'altro caso ti rendi padrone del campo. Così nel fatto presente i Veneziani fin dal principio della guerra avevano costretto l'armata turchesca a sgombrare dallo Jonio, ed a ritirarsi dietro alle guardie dei Dardanelli. Quindi divenuti padroni del mare potevano a scelta tentare l'espugnazione di questo o di quel castello o isola, che loro tornasse meglio, senza temere altro impaccio.
Sopraggiunta l'armata romana al Cerigo nel mese di luglio, i capitani alleati appuntano tra tutte la piazza di Santamaura, la cui importanza ancor si mantiene, come una delle chiavi dell'Adriatico e dello Jonio; e dove tutti i dominatori, fino al primo Napoleone e al ultimo Palmerston, han tenuto l'occhio e il presidio. Gli alleati formano due divisioni di tutta l'armata, perchè non si può altrimenti circuire la piazza: ma vanno spediti e convergenti allo stesso punto; corrono co' venti medesimi a un tempo verso borea sulle due parallele; gli uni di dentro per le coste orientali, gli altri di fuori per le occidentali; e spargono da ogni parte lo sgomento nel cuore del presidio. Ben possono andar sicuri, tanto congiunti che divisi, perchè non v'ha armata nemica appresso per attaccarli a ritaglio.
Il nostro Commissario entra improvvisamente nel canale, procede serrato in battaglia con ordine di fronte, secondo l'uso perpetuo dei legni militari muniti di rostro e di artiglierie sulla testa: dico artiglierie d'ogni genere, antiche o moderne, da corda o da fuoco. Alla vista delle galeotte piratiche, egli non dispiega le file, nè si perde in giravolte e ritortole (come altri farebbe, incaponito nel metodo eccezionale dei vascelli a vela); ma dritto ed abbrivato corre a investire: con che obbliga il nemico alla fuga, e piglia sulla spiaggia tutto il suo navilio. Nè qui si arresta: anzi procede oltre allo scopo principale, rompe le comunicazioni tra il continente e l'isola, occupa il ponte, si alloggia nel borgo, investe dalla sua parte la piazza; e appostatosi dì prua in terra colle artiglierie di quattro galèe, impedisce ogni movimento dei nemici, e ricaccia sempre indietro le migliaja dei cavalli e dei fanti che cercano rompere le linee dell'assedio. Dove è da notare il gran vantaggio delle batterie navali per la difesa dei passi in litorale aperto o di piano inclinato; perchè esse possono incrociare i fuochi e spazzare da ogni parte la campagna, senza correre pericolo di essere prese d'assalto, come non di raro avviene alle batterie, tuttochè ben difese, sulle colline.
Dall'altra parte la prima divisione corre coi venti del secondo quadrante fino all'altura della piazza, indi orza a raso, e non potendosi prolungare contro vento, tanto da presso archeggia, che alla prima brezza favorevole della notte mette in terra le genti e le artiglierie, munisce le trincere, apre la breccia, e in pochi giorni costringe alla resa il castello, e piglia tutta l'isola. Effetti sicuri di cause ordinate, quando è posto l'uomo certo alla cosa certa, e quando ciascuno fa a dovere la parte sua.
XVI. — Venendo ai capitoli, voglionsi distinguere le condizioni diverse del presidio: altri i patti convenienti ai giannizzeri ed alle milizie regolari; altri i patti ai pirati, contuttochè chiamati corsari. Dove torna acconcio notare la enormità del confondere queste due voci, capitalmente diverse, quantunque date per identiche, e diffinite l'una per l'altra anche dalla Crusca, e dai seguaci. Non tutti i naviganti sono corsari, nè tutti i corsari sono pirati: convengono nel genere rimoto del correre; chè naviganti, pirati, e corsari tutti corrono sul mare; ma si distinguono per le diverse ragioni de' corsi loro: e le differenze si hanno a cavare non tanto dalle scritture private dei letterati, quanto dalle sentenze dei pubblicisti e della giurisprudenza marittima, cominciando dal classico Consolato del mare. Corsaro propriamente dicesi Colui, che, quantunque privata persona, nondimeno (autorizzato con lettere patenti dal suo governo) comanda un bastimento armato, e corre il mare contro i nemici del paese, in tempo di guerra, a suo rischio e guadagno. Per estensione dicesi pur corsaro o corsale il bastimento e l'equipaggio. Essi portano la bandiera nazionale, sono soggetti alle leggi dello stato, hanno tribunali che ne giudicano i fatti e le prede: devono essere rispettati dai neutri, possono rifugiarsi nei loro porti; vincitori o vinti godono sul mare le medesime guarentigie che il diritto di natura e delle genti accorda ai comandanti e persone dei corpi franchi in terra. Al contrario i pirati si pareggiano in tutto cogli assassini: Compagnia di ribaldi senza altra legge che il libito, uniti insieme per rubare sul mare, senza bandiera, o vero con bandiere bugiarde, senza rispetto di pace o di tregua, senza patenti, senza tribunali: pubblici nemici di tutti, peste e flagello dei mari.
Or di che tempra fossero quei cotali delle dodici galeotte e del castello, si fa manifesto dalle forche, assegnate non a tutti i prigionieri, ma a loro soltanto; perchè essi soli in ogni tempo, o di guerra o di pace o di tregua, rubavano e infestavano i mari per mestiero e pertinace costume ladronesco. Erano dunque veri pirati, e non corsari. Per tali gli ebbero i giannizzeri, che nella difesa li provarono riottosi; par tali i vincitori che, avutili prigioni, li fecero a pezzi; per tali, senza equivoci, gli avranno i miei lettori.