La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 1

Part 36

Chapter 361,166 wordsPublic domain

Però a Solimano da ogni parte giungevano sinistre novelle: abbandonata la Puglia, disfatto l'esercito, perduti gli schirazzi, le galèe, la gente, gli ambasciatori; e ciò per opera soltanto di una quarantina di bastimenti. Lo sdegno suo cercava vendette: e sospettando che non avrebbe sortito tanti successi l'armata nostra in quella campagna senza secreta intelligenza coi Veneziani, gittavasi perdutamente ai danni della Repubblica, facendone assalire per terra e per mare tutti i confini, massime i possedimenti della Dalmazia e della Grecia; ed egli in persona col maggior nervo dei suoi metteasi all'attacco di Corfù. Ma in queste imprese sparpagliate, non altro gli successe se non desolare le campagne, bruciare le ville, e ridurre in schiavitù alquante migliaja di contadini; avendo le fortezze, e prima di ogni altra la piazza di Corfù, fatto buona prova contro gli assalimenti suoi. In Dalmazia Camillo Orsini e il conte Giulio da Montevecchio colle fiorite legioni della Marca e di Roma non solo difesero le piazze forti, ma tolsero ai Turchi diversi castelli; tra i quali Ostrovizza, importantissima per la posizione tra Zara e Traù[562].

In somma caduto d'animo per tante perdite, non compensato dagli incendî, e posto anche in pericolo della vita per una congiura di Cimmeriotti, che avevano risoluto di sbranarlo nel suo stesso padiglione; vedendo di più avvicinarsi l'avversa stagione, e temendo molestie dall'armata veneziana e dalla nostra se più tardasse la ritirata, si levò Solimano a mezzo settembre dall'assedio di Corfù, ed a Costantinopoli si ridusse, non senza gran vergogna per tanti disegni tornatigli vani nel primo cominciare. All'incontro le premure di papa Paolo sortirono felici effetti a vantaggio dell'Italia e della cristianità in tanti modi afflitta. Egli stesso, che intendevane l'importanza, e pigliava animo dalla cacciata di Solimano a sperare cose maggiori, segnavane il ricordo in una medaglia simbolica rappresentante il Delfino vincitore del Coccodrillo[563]. Basta accennarla, perchè ciascuno ne intenda il concetto, senza spendervi altre parole, non vi si trovando cosa che tocchi direttamente all'armata navale.

NOTE:

[561] JOVIUS cit., 332: «_Abductis aliquot hostium triremibus captivis, quæ erant integræ._»

BOSIO cit., 172, A: «_Il principe Doria, havendo partito il bottino colle galere del Papa e della Religione, se ne andò al Pacsù._»

[562] JOVIUS cit., 340, 31: «_Conscriptis Anconæ cohortibus et opportuno tormentorum instrumento, atque item commeatu, Pontifex liberaliter adjuvit Crosiccium in Dalmatia.... Lucas Anconitanus pontificiis præerat auxiliis.... Misso Camillo Ursino, Ostrovizzam expugnarunt._»

MAMBRINO ROSEO cit., III, 194: «_I Veneziani mandarono al presidio di Zara Camillo Orsini col conte Giulio di Montevecchio, che frenarono il grande ardire dei Turchi.... Camillo assaltò con gran vigore e prese Ostrovizza, luogo forte dei Turchi._»

[Ottobre 1537.]

XVII. — Buon per noi che la ritirata di Solimano avvenisse in tempo, e secondo il bisogno; perchè a un punto, quando colui se ne andava da una parte a Costantinopoli, sboccavano dall'altra in Italia più numerose le genti del re Francesco: che quando si fossero incontrati insieme, certamente avrebbero ridotto a mal partito più i popoli che l'Imperatore. Nondimeno peggiori guerre si ripigliavano ai nostri danni in Piemonte e in Lombardia: il marchese del Vasto cozzava col signore delle Humières, questi cadeva di male in peggio, il Re spedivagli il figlio con molto rinforzo, poi presentavasi esso stesso in persona sul campo. Ma venendo sempre meno la fortuna di Francia, e vedutosi il Re agli estremi, non dubitò di mandare a Costantinopoli il signore di Rincon con dieci galere provenzali per richiamare in Italia Solimano e Barbarossa ad ajutarlo.

Intanto l'armata cristiana in Messina, rifattasi delle avarie e rifornita di gente, e cresciuta colle galere di Spagna, e con molte navi, fino al numero di cento legni, salpava, e rimetteasi nelle acque dello Jonio a tenerne lontano i Barbareschi, ed a pizzicare la coda degli Ottomani nella ritirata. Durante questa ultima parte della campagna non occorse fatto di rilievo. Barbarossa fuggiva di lungo, e i nostri appresso senza potergli altro dare se non fretta maggiore, nè togliergli che pochi bastimenti da carico da lui licenziati per Barberìa; facendovi però molti prigionieri, de' quali la squadra romana ebbe la parte che le veniva[564].

Finalmente il Doria, avendo saputo del passaggio che far doveva il signor di Rincon, nuovo ambasciatore di Francia (per la morte del La Foresta avvenuta alla Vallona nel mese di luglio), virò di bordo, volendo andare ad incontrarlo sull'altura di capo Passero; e per manco disagio, menarlo a riposo nel castello di Mattagrifone in Messina. Ma in questa caccia nè Romani nè Maltesi il seguirono, avendo gli uni e gli altri espresso comandamento di non mescolarsi nelle contese private dei principi cristiani, sotto qualunque colore. Per ciò lo Strozzi fece vela verso Malta, e l'Orsino verso Civitavecchia, ambedue risoluti di svernare. E il principe Doria dopo alquanti giorni, avendo inutilmente cercato pei mari l'ambasciatore di Francia, seguì l'esempio altrui, volgendosi al riposo di Genova, come disse qui in Civitavecchia in casa dell'Orsino, cui volle personalmente riverire e ringraziare[565].

I grandiosi fatti del trentasette da una parte, e dall'altra le mene dei turchi e dei pirati, le minacce contro l'Italia, l'invasione della Puglia, la guerra ai Veneziani, l'assedio di Corfù, e tutti i patimenti del cristianesimo[566], aprirono a papa Paolo la strada per condurre a termine la tanto sospirata alleanza dei principi cristiani contro il nemico comune, secondo l'esempio dei tempi anteriori, ed a modello dei seguenti. La trattazione più larga della lega conclusa nel trentotto tra Paolo III, Carlo V e i Veneziani; e gli infelici successi non meno importanti che negletti della medesima, mi costringono (insieme col Tipografo) a dividere in due parti il libro sesto. Grandi cose abbiamo veduto nella prima parte, e maggiori ne vedremo nella seconda. Ma tristo paragone tra i fatti precedenti di fede manifesta, ed i successivi di coperta gelosia; come meglio che altrove apparirà qui nel volume secondo.

FINE DEL VOLUME PRIMO.

NOTE:

[563] PHILIPPUS BONANNI, _Numismata Rom. Pont._, in-fol. figur. Romæ, 1699, I, 199, tav. II, n. 35:

PAULUS . TERTIUS . PONT . MAX.

[564] BOSIO cit., 172, B: «_Doria prese una germa di Turchi e buon numero di schiavi.... de' quali partecipò la porzione._»

[565] PETRUS PAULUS GUALTERIUS, Aretinus præfect. Cærem. in _Diariis_ cit., sub die 28 septembris 1537.

[566] JOANNES CRISPUS, Ægæi maris dux, _Ad Christianos Principes, ex Naxo cal. decemb. MDXXXVII_, ap. CLAUSERUM _de reb. Turc._, in-fol. Basilea, 1556, p. 590, 594: «_Extimulat infinitus numerus Christianorum captivorum compedibus ferreis cathenisque vinctus qui mahometano Tyramno durissime ac dolentissime servit._»

INDICE DEL VOLUME PRIMO.

Proemio Pag. 1

Libro Primo. — Capitano Lodovico del Mosca, cavaliere romano (1500-1503) 3

Libro Secondo. — Capitano Baldassarre da Biassa, gentiluomo genovese (1503-1513) 57

Libro Terzo. — Capitano Paolo Vettori, marchese della Gorgona (1513-1526) 125

Libro Quarto. — Capitano Andrea Doria, dei signori di Oneglia (1526-1533) 271

Libro Quinto. — Capitano Bernardo Salviati, cavaliere di Malta e priore di Roma (1533-1534) 335

Libro Sesto. — Capitano Gentil Virginio Orsini, conte dell'Anguillara dal 1534 al 1548. Parte prima (dal 34 al 37) 391

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (canapi/cánapi, ancore/àncore, archivi/archivî e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.