La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 1

Part 35

Chapter 353,533 wordsPublic domain

CAROLUS . V . IMPERATOR TUNETO . EXPUGNATO VECTEM . ET . SERAM . HANC BEATO . PETRO OB . INSIGNEM . VICTORIAM TRANSMISIT.

[5 aprile 1536.]

XII. — Mentre da un capo all'altro d'Italia dovunque passava l'augusto Carlo si facevano feste straordinarie con archi, trionfi, statue e pitture, lavorandovi tutti gli artisti del tempo buoni e cattivi, come dice il Vasari[546]; e mentre si ripetevano con infinita esultanza dei popoli le lodi sue, per avere condotto felicemente a termine la guerra piratica; già agli occhi dei savî per certi segni apparivano nuove sventure, e gli scoppi imminenti di altre guerre intestine. Imperciocchè essendo morto improvvisamente e senza prole, addì ventiquattro d'ottobre, Francesco Sforza duca di Milano, non poteva nè il re di Francia nè quel di Spagna lasciare il retaggio al rivale senza discapito, nè ritenerlo per sè senza battaglia. Di fatto Carlo, venuto da Napoli in Roma il cinque d'aprile, alla presenza del Pontefice, e dei cardinali, e degli ambasciatori, e di tutta la corte, in pubblico concistoro, disfogava acerbamente le sue querele contro Francesco; l'Ambasciatore parigino rispondeva a Cesare: e dopo le ingiurie tra loro venivano i danni sopra noi[547].

[Maggio-dicembre 1536.]

Suonarono adunque di malauguroso squillo le trombe in Italia, campo di battaglia a tutti i rivali. Non si parlò più del Concilio: ed i principi nostri in poco tempo furono veduti tutti pieni di gelosie e di guerre. Il Piemonte calpestato, Genova assalita, Venezia sospettosa, Milano straziato, e gli Svizzeri da ogni pretendente subillati, offrirono spettacolo da potersene rallegrare tutti i pirati, e Barbarossa e Solimano. Quest'ultimo principalmente, conoscendo l'altrui tramestìo opportuno ai casi suoi, stimò bene di smettere la guerra che faceva già da più anni al Sofi di Persia, e di assaltare in vece l'Italia: tanto più che i pirati lo incitavano a entrare in questo campo di sicure vendette e di maggiori guadagni. Si diceva anche pubblicamente allora, ciò che gli scrittori e i fatti hanno dappoi largamente confermato, essersi inteso il re Francesco coll'imperatore Solimano, per mezzo dell'ambasciatore La Foresta, di mettersi insieme contro Carlo in Italia; e che venendo il Re coll'esercito dalla parte di terra sul Po, verrebbe Solimano coll'armata dalla parte del mare sopra la Puglia[548].

Lo svolgimento di questa semenza, come ognun vede, troppo lussureggiava per maturare a un tratto: ma forbivano i ferri, si apriva la campagna in Provenza, in Piemonte, in Lombardia, e intanto il re Francesco allestivasi a passare oltralpe in persona collo sforzo di Francia, e Solimano a spedire nello Jonio l'armata di mare per ajutarlo. Barbarossa, alla testa degli arsenali e dei navigli, dava voce di voler passare in Egitto, e di là pel mar Rosso ai mercati delle Indie contro i Portoghesi, i quali avevano nella guerra precedente favorito i Persiani, ed ora tentavano chiudere le porte del commercio ai Turchi. Ma quantunque sì fatte voci fossero artificiosamente divulgate, non potevano non essere sospette alle persone pratiche degli affari; e il Papa apertamente diceva che il turbine turchesco sarebbe certamente piombato in Italia. Per questo spedì nunci straordinarî alle corti, propose ai principi eque condizioni di pace o di tregua, ed all'Orsino prescrisse di tenere le forze marittime pronte ad ogni evento. Esso stesso per dar calore agli armamenti e alle difese della Maremma andò in persona a rivedere le rôcche, a confortare i popoli, a dar animo ai capitani e alle milizie. In ventisette giorni, movendo da Roma, visitò Nepi, Viterbo, Montefiascone, Orvieto, Gradoli, Capodimonte, Acquapendente, Toscanella, Corneto, Civitavecchia e Cere: e lasciando in ogni parte ordini e provvisioni, pel compimento dei restauri e delle opere nuove, si volse poi con tutto l'animo alle mura di Roma[549]. Notate il tempo e tutte le circostanze, e vi sarà manifesto come non per Clemente, nè pel Borbone, nè pel sacco; ma contro Barbarossa, e contro i Turchi ebbero principio le moderne fortificazioni di Roma, e le opere del Sangallo e del Castriotto attorno alla città, al Borgo e al Vaticano.

NOTE:

[546] VASARI, _Vite degli artisti_, ed. cit., VI, 135.

[547] SFORZA PALLAVICINO, _Istoria del Concilio di Trento_, in-fol. Roma, 1666, p. 83: «_Cesare in Concistoro fece un ragionamento per lo spazio d'un'ora.... passò ad un'agra doglianza del re Francesco.... l'ambasciatore di Francia lesse una risposta.... senza altro frutto per l'una e per l'altra parte, che di sfogare, o più tosto di scoprire, la soverchia passione._»

[548] RAYNALDUS, _Ann. Eccl._, 1536, n. 21: «_Franciscus rex impio fædere cum Solymano percusso, illum proximo anno ad Neapolitanum regnum invadendum pellexit._»

SANDOVAL cit., II, 215: «_El rey de Francia despacho sus ambaxadores al Turco.... a pedir a Solyman que embiase contra el Emperador su armata._»

JOVIUS cit., lib. XXXVI, princ.

BELCAIRUS cit., in-fol. Lione, 1625, p. 686.

MAMBRINO ROSEO cit., III, 190.

[549] PETRUS PAULUS GUALTERIUS, Aretin. præfect. cœrem. _Diaria_, Mss. cit., sub die quarta octobris MDXXXVI: «_Itinerarium domini Papæ.... die undecima septembris mane diluculo discessit ab Urbe.... die duodecima Nepete.... die decimaquarta ad Caprarolam.... die decimasesta Viterbii.... die decimanona ad Montem Faliscum.... die vigesimaprima Urbeveteri.... die vigesimaquinta ad Acquampendentem.... die vigesimaseptima ad Gradulum.... die vigesimanona in Capitamontis.... dia secunda octobris ad Tuscanellam.... die tertia ad Cornetum.... die quarta ad Civitatemvetulam.... die sexta in Cære Veteri.... die septima reversus ad Urbem._»

[29 aprile 1537.]

XIII. — Ma perchè sempre più montavano i sinistri presagi, e dal mare si vedevano crescere le punte della luna tra nubi procellose, tornava papa Paolo in Civitavecchia per rivedere l'armamento delle galèe e della fortezza, e per aggiungere nuovi stimoli a Gentil Virginio ed a Michelangelo che vi si adoperavano[550]. E non andò molto che avveraronsi le sue previsioni. Solimano nel mese di maggio, lasciata da banda la Persia, l'Egitto e i Portoghesi, fece uscir dai Dardanelli contro l'Italia l'armata sua di quattrocento vele agli ordini di Barbarossa, con gran convoglio di fanterie e di cavalli.

[8 luglio 1537.]

Costoro dall'Epiro si appressarono alla Puglia, cercando luogo opportuno di sbarco insieme e di fermata: e veduta ben munita la città di Brindisi, non meno che la piazza di Otranto, gittaronsi più abbasso otto miglia; e parte per sorpresa, parte per inganno di Troilo Pignattelli, ebbero dal cavalier Mercurino Gattinara la terra di Castro, dove subito subito principiarono a fortificarsi, non senza scorrere le provincie vicine disertando e predando roba e persone[551]. In questo modo un'altra volta si posò fermamente la bandiera dei Turchi sulle torri d'Italia.

Non può a parole esprimersi quale fosse la scossa di tutti i vicini e dei lontani, e l'ardore dei popoli e dei principi per togliersi d'attorno quella peste. Il vicerè di Napoli spediva nella Puglia fanti e cavalli, il principe Doria raccoglieva in Messina navi e galere, il Grammaestro mandava da Malta cavalieri e capitani, e il Papa da Roma spediva incontanente marinari e soldati[552]. L'Orsino, tenendosi in punto, e già imbarcati i rinforzi straordinarî, e la fiorita compagnia di gentiluomini romani seguaci della sua casa, al primo rumore salpò da Civitavecchia, menando seco sei galere; cioè le tre di sua proprietà privata, e le altre della Camera, secondo i capitoli della condotta. La prima, che faceva da capitana ed era navigata dal Conte, per ragion di famiglia, chiamavasi l'Orsina; la seconda, messa a padrona, per felicità di augurio nomavasi la Vittoria; la terza, per le tradizioni di Ostia e di più altri luoghi della spiaggia romana, sant'Agostino: le altre tre, per le ragioni che ognun vede, eran chiamate san Pietro, san Paolo e san Giovanni: alle quali non guari dopo il Conte aggiungeva la settima che teneva sul cantiere in costruzione, e chiamavala per riverenza del Pontefice suo congiunto ugualmente san Paolo; distinguendosi le due omonime coll'aggiunta del Papa o del Conte[553].

L'Orsino prestamente si congiunse in Napoli colle sette galere del Regno, e in Messina colle tre di Sicilia, e colle ventidue del Doria, formandosi uno squadrone di trentotto galere: non certamente valido a disfare l'armata nemica, ma sufficiente a molestarla. Con questo disegno dal capo Spartivento si tirarono al Zante, mettendosi alla coda, e pigliando a rovescio l'armata nemica, e scorrendo per le marine dell'Epiro attesero a proibire il passaggio dei convogli, delle vittuaglie, delle munizioni e della gente nuova, con tanto successo e sì grande ardimento che i Turchi alla spicciolata ebbero a restare quasi sempre conquisi. Alla loro virtù, e più presto che non si sarebbe potuto sperare, dobbiamo noi, come espressamente i contemporanei giudicarono, attribuire la cacciata dei Turchi dalla Puglia. Passeremci delle minute avvisaglie, per venire drittamente ai due fatti più importanti della crociera.

NOTE:

[550] BLASIUS MARTINELLI, De Cœsena, _in Diariis_, Mss. cit., sub die vigesimanona aprilis MDXXXVII: «_Papa recessit ab Vrbe versus Civitatemveterem, ut videret triremes et provideret contra piratas marittimos._»

[551] ZUCCAGNI ORLANDINI, _Corografia di tutta l'Italia_, in-8. figur. 1843. — Regno di Napoli, Terra d'Otranto.

BAUDRAND, _Lexicon geographicum_, in-fol. Parigi, 1670, p. 173: «_Castrum Minervæ nunc Castro, urbs fuit Salentinorum in provincia Hydruntina in ora littorali maris Jonii, alias male habita a Turcis, nunc utcumque reparata et munita._»

[552] SCIPIONE MICCIO, _Vita di don Pietro di Toledo vicerè di Napoli_, pubblicata nell'ARCH. STOR. IT., prima serie, t. IX, p. 31 e 34: «_Et non molto dopo arrivò il principe Doria con venticinque galere et doi galeoni: e appresso entraro cinque galere di Papa Paolo III._»

BOSIO cit., 170, B: «_Sollecitato il Doria dal Papa e dal Vicerè a mettere insieme l'armata.... mandandogli il Pontefice a quell'effetto sei galere sue, benissimo armate._»

[13 luglio 1537.]

XIV. — Stando i nostri alla guardia nelle riviere dell'Albania tra la Rilla e la Parga, addì tredici di luglio, scoprirono da lungi molti navigli di quella specie che i Levantini chiamano schirazzi (bastimenti da carico di gran corpo, alberi a pioppo, e vele quadre), i quali, come poi si seppe, venivano da Alessandria mandati dal Giudèo con munizioni ed attrezzi militari per l'esercito di Puglia. I marinari degli schirazzi scoprirono altresì le nostre galere: ma non pensando mai che potessero i Cristiani in arme per quei giorni navigare tanto lontano dai porti loro, e così da presso ai rivaggi altrui; anzi per molte apparenze persuasi che le galere nostre fossero barbaresche, proseguirono sbadati la loro navigazione per gittarsi poscia dal capo Bianco di Corfù al capo d'Otranto in Italia. Venuti da presso, scoprirono l'errore, ma non furono più in tempo a ripararlo: tentarono la fuga, si coprirono di cotone; tutto inutile. Da ogni parte circondati e investiti si arresero, senza che ne fuggisse pur uno. I Turchi messi al remo, le munizioni ripartite, ed i quattordici navigli con un po' di paglia e di stipa sotto coverta bruciati in mezzo al mare[554].

[18 luglio 1537.]

Dopo cinque giorni, facendosi diligentemente alla penna la scoperta sul tramonto e sulla levata del sole, ebbero un altro incontro di sommo rilievo per le conseguenze. Tanto nelle fazioni di guerra giova la vigilanza! Alla prima mattina del diciotto di luglio furono alla vista nel canale di Corfù due galere ed una galeotta di nemici, e si ordinò incontanente la caccia. Coloro, vedendosi inseguiti da forze maggiori, presero a fuggire, investirono in terra, abbandonarono i legni, e si imbrancarono verso i monti dei Cimmeriotti, gente cruda e bestiale, dai quali furono fatti a pezzi senza pietà, eccetto alquanti maggiorenti, cui salvarono la vita più tosto per ingordigia di grosso riscatto, che per altri rispetti. Tra i vivi ricorderò un dragomanno turco, chiamato Jonus-Bey, o, come dice il De Hammer, Junis-beg, uomo notissimo nella storia ottomana di questi tempi, favorito dell'Imperatore, e da lui mandato a Girolamo Pesaro, generale dei Veneziani in Corfù, per richiamarsi di certe baruffe occorse poc'anzi tra alcune galere delle due parti, a cagione di saluti. Or costui col capo pieno di Veneziani, di risentimenti e di tafferugli, caduto nelle mani dei Cimmeriotti, e tutto spavento, non capì mai che altri, se non i Veneziani medesimi, gli avessero fatto il brutto tiro di dargli la caccia, e di gettarlo in quelle strette; perchè quanto al Doria ed all'Orsino non pensava nè meno che avessero potuto tanto presto, e in così piccol numero, comparire per quelle marine. Però scrisse lettere furiose a Solimano: e incaponito come era in questo che la Repubblica abusasse perfidamente della pace per abbassare la casa Ottomana, ora sotto pretesto di saluti dinegati, ora di bandiere non conosciute, ora di dragomanni presi a sospetto, aggiunse nelle medesime lettere orribili cose contro di loro; e con questo si fece strada a chiedergli il riscatto[555].

Tanto bastò per liberare la Puglia. Solimano già inquieto, nell'udire sul fatto le querele dell'ambasciatore, si accese di grande ira: e, subillato da Barbarossa, di presente giurò precipitosamente di non volere più attendere a niuna impresa, se prima non si fosse vendicato dei Veneziani. Dichiarò guerra alla repubblica, stabilì di andare in persona all'assedio di Corfù, e tantosto richiamò le genti e l'armata da Castro. Ecco dunque per la prontezza e valore di quelle poche galèe liberata un'altra volta l'Italia dai Turchi; ed ecco a nostro vantaggio di prospetto l'alleanza dei Veneziani.

NOTE:

[553] DOCUMENTI, inventarî e testimonianze seguenti alle prime note della parte seconda.

[554] JOVIUS cit., 331: «_Ejus generis navigia, quæ a Turcis schiratia vocantur, capta.... Turcis ad transtra triremium traductis, translata præda, navigia incensa._»

MAMBRINO ROSEO cit., 192: «_Il Doria incontrò molti schirazzi che da Alessandria all'armata di Solimano.... Questi pensavano che le galere del Doria fossero di Barbarossa.... presi tutti, messi al remo, la preda sull'armata, bruciati i vascelli._»

BOSIO, 170, D: «_Il Doria s'incontrò in quattordici schirazzi, caricati di munizioni e d'armi al soccorso dell'armata turchesca.... tutti si rendettero, presero le robe più pretiose, tutti i vascelli abbruciati._»

ANTONIO DORIA, _Compendio_ cit., 70; «_Andrea Doria.... presso a Corfù prese tredici schirazzi con circa ottocento Turchi e deliberò abbruciare i legni._»

[555] SABELLICI CONTINUAT., in-fol. Basilea, 1560, lib. XXI, vol. III, p. 468.

JOVIUS cit., 331.

MAMBRINO ROSEO cit.. III, 192.

ANDREAS MAUROCENUS, _Hist. Ven._

PIETRO GIUSTINIANI, _Storia Veneziana_.

DE HAMMER, _Storia_ cit., IX, 215: «_Junis-beg._»

[22 luglio 1537.]

XV. — In un momento per tutto l'Adriatico corse il rumore degli apprestamenti ordinati alla Vallona per assaltare Corfù e gli altri possedimenti della repubblica, standovi l'istesso Solimano in persona a sollecitare e a dirigere l'armamento; e là raccogliendo gli avanzi delle forze materiali e personali che avevano campeggiato nella Puglia. Però levati a maggiori speranze, e certi ormai di avere in ajuto contro i Turchi la numerosa e bellissima armata di Venezia (infino allora tenutasi neutrale), continuavansi più che mai diligentemente i nostri a solcare di giorno e di notte quei mari, pigliando lingua da ogni parte, specialmente dagli Albanesi. Tanto meglio, che erano testè venute di rinforzo le quattro galere di Malta condotte da Lione Strozzi, colle quali l'armata nostra saliva al numero di quarantadue galere, montate da gente numerosa, prode, esperta e capace di fare buoni effetti, massime per lo sbandamento dei nemici. Da indi a quattro giorni, parlamentando con una barca levantina, seppero di certe galèe nemiche, capitanate da Aly-Zelif, uomo di molta autorità tra gli Ottomani, che dovevano passare pel canale di Corfù conducendo i migliori uomini di cavalleria della guardia imperiale, chiamati di gran fretta alla Vallona attorno alla persona di Solimano, con ordine di lasciare ad altri la cura dei cavalli, perchè a mano agiatamente gli conducessero per la via di terra.

Laonde i nostri di notte e celatamente andarono a mettersi sul passo agli agguati presso le Merliere, che sono quattro isolette, chiamate dagli antichi Ericusa, Elafusa, Marate e Multace; dove spartitamente e con buone guardie aspettando, scoprirono di fatto la sera del ventidue le dodici galere, che facevano la strada predetta. Levaronsi per incontrarle, e durante la notte essendo già plenilunio e chiarissima luce, non dubitarono punto di investirle e di combatterle. I Turchi, quantunque meno apparecchiati, valorosi tuttavia e dilicati sul punto d'onore, vennero subito ai ferri, e non ismentirono la riputazione del corpo, sostenendo l'arrembaggio a corpo a corpo con tanta costanza che, dopo tre ore, non ostante il gran numero dei morti e dei feriti, il combattimento durava come era cominciato. Quando poscia la cieca mischia, cominciatasi nella notte, comparve meglio a grado a grado rischiarata dal sol nascente, allora i nostri capitani conobbero il gran rischio, nel quale si trovavano per le avarie dei legni proprî, e per la grande rovina della gente; non vedendosi altro nelle corsie e sui castelli che corpi morti, mutilati e feriti; e le acque del mare intorno piene di rottami e di cadaveri, torbide e tinte di sangue.

[23 luglio 1537.]

Ripetuto l'assalto generale con maggior vigore e gagliardissimo slancio, senza poter rimettere pur uno dei legni nemici: tenendosi fermi al posto quei Turchi, che pel valore e pel numero non lasciavano far progresso a nessuno, ma trucidavan sulle rembate, sulla palmetta, al piè dell'albero, o ricacciavano indietro mal concio chiunque si presentava: nè anche più potendosi maneggiare l'artiglieria di prua, per essere i legni di amici e nemici tutti confusi gli uni sugli altri, e i Turchi in mezzo prolungati a contrabbordo: in somma ridottosi il combattimento all'uccellare di archibuso o di spuntone per abbattere o infilzare dovunque si vedesse la minima particella di un corpo fuor dei pavesi, fosse di turco o di cristiano; finalmente si parve il vantaggio di chi studia nei libri, anche intorno alle cose di milizia e di marina: il vantaggio di chi sull'esempio degli antichi non lascia di tenere da ogni parte del suo bastimento, anche a tergo e sui fianchi, macchine e strumenti di offesa e difesa. Le galèe nostre, secondo gli inventarî ufficiali, portavano cannoni alle bande: due pezzi da dodici sui fianchi; e similmente quattro smerigli alla mezzanìa, ciò era altri quattro pezzi da sei laterali[556]. Al modo istesso le galèe di Malta, come dice espressamente il Bosio, solevano portare un mezzo cannone dall'una e dall'altra parte della mezzanìa sul posticcio; pezzi acconci sulla conveniente piattaforma al di sopra dei banchi[557]. I quali mezzi e quarti cannoni e smerigli facilmente si potevano mettere in batteria, o ritirare nella stiva, secondo le occorrenze del navigare e del combattere, per mezzo dello affusto a scalone, che per sua snodatura faceva piano inclinato, attissimo a rimaneggiare il pezzo, come altrove si è detto[558]. Le palle laterali, devo ora io dire, provaronsi di buon peso la mattina del ventitrè per decidere la sorte dell'ostinato combattimento: ed il fuoco dei Romani e dei Maltesi fece traboccare a favor dei Cristiani la bilancia. Come si cominciò dai fianchi a giuocar coi tiri di ficco, tantosto parve ai Turchi disperata la difesa. Anzi più, veduta una delle loro galere per quei colpi sfondata e sommersa, tutti abbiosciarono. Posero giù le bandiere, gittarono al mare le scimitarre, che avevano bellissime di acciajo damaschino; e salutando inermi colla mano alla bocca, alla fronte ed al petto, conforme l'uso nazionale, si arresero. Undici galèe guadagnate, una sommersa, duemila cinquecento morti, ottocento prigionieri, sessanta cannoni. Vittoria pagata a caro prezzo, restandovi i vincitori presso che disarmati per la moltitudine dei morti e dei feriti, messi insieme infino a mille cinquecento persone.

Quei che considerano la ragione dei fatti possono per molti esempi intendere, quanto talvolta in mare, più del numero dei navigli, valga la bravura e il numero dei combattenti[559]: che certamente nel caso presente dodici legni furono a un pelo per vincerne quarantadue. Anzi comunemente si disse che le cose sarebbero andate a rovescio per noi se nell'azzuffamento di quella notte fossero sopraggiunti sol quattro o cinque legni in ajuto dei nemici, e se i nostri non avessero potuto giuocare a tempo coi pezzi di traverso[560].

NOTE:

[556] DOCUMENTI, _inventari e autorità_ cit. a p. 368, e 370: «_Inventario delle galere di Nostro Signore, etc. fatto in Roma addì 26 aprile 1534. — Artiglieria.... due quarti cannoni per le bande.... quattro smerigli per le bande._»

[557] BOSIO cit., III, 171, D: «_Il mezzocannone che le galere della Religione sogliono portare dall'una e dall'altra banda a mezzania, nella posticcia._»

[558] P. A. G., _Medio èvo_, I, 203; II, 230; e qui appresso più volte, come all'Indice, voce _Scalone_. — (Lo scalone delle galèe è il primo tipo del moderno affusto Moncrieff.)

[559] P. A. G., _Medio èvo_, II, 26.

[560] JOVIUS cit., 331. — CAPPELLONI cit., 76. — SIGONIO cit., 188.

ANTONIO DORIA, _Compendio_ cit., 71: «_Andrea trovò la sera vicino a Terraferma all'incontro dell'isola del Paxso et aspettatole dietro il capo, essendo la luna in quintadecima, che rendeva la notte chiarissima, le investì le dodici galere.... combattute dalle due ore di notte, fino a più d'una di sole: et al fine superate restarono prese.... morirono di loro e furono feriti 2500, e di Christiani trecento morti, e mille dugento feriti._»

DE HAMMER cit., X, 471, 474, 546: «_Comandante delle dodici galere Ali Celebi, Kiajà di Gallipoli._»

[Agosto 1537.]

XVI. — Lo stesso giorno dopo il mezzodì l'armata volse le prore inverso il Pacso, ed ivi sostenne quanto portava una prima cura ai feriti, un po' di rattoppamento ai navigli e alle manovre, e la ripartizione della preda meno danneggiata in parti proporzionali a ciascuna squadra. Toccò all'Orsino la migliore delle galèe, con tutte le artiglierie, e grossa mano di prigionieri per remigarla[561]. Poscia sapendo che Barbarossa veniva a cercar vendetta, fecero vela a ponente verso Messina. Il principe Doria, il conte dell'Anguillara, il priore Strozzi, e gli altri capitani incontrarono ricevimento trionfale, e feste solenni nella città; e non rifinivano le lodi dei Siciliani per gli ottimi effetti cavati dalla gloriosa campagna con forze tanto limitate contro nemici così possenti. Vedete prestezza, fede, valore e successi, quando il dèmone della gelosia di stato non trova appicco tra i collegati!

[Settembre 1537.]